ha perduto quasi tutto fuorchè le apparenze; non ha tradizioni eroiche e
gentilizie, perchè è sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il
suo tempo; non si può dire che sia monarchica, perchè con pari garanzie
accetterebbe anche la repubblica; idealità nazionale non sembra che ne
abbia molta, perchè priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha
contribuito all'unità politica, non si può dire che l'abbia fatto sempre
per nulla o, se così fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale però
della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di
difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un
carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di
frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica
del socialismo. Essa di fatto è portata dalla sua stessa natura ad
accentrare e ad accumulare sempre: ma è giunta al punto che le forze per
contenere e conservare ciò che chiama sua legittima proprietà le
oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo.
Di contro a questa smisurata e innaturale forma di proprietà, di
ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta
reazione della comunità o socializzazione dei beni e dei capitali; la
quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso
accentramento capitalista.
Intanto nell'oscillare fra questi due opposti eccessi il senso della
proprietà vera, legittima, come quella che è prodotto esiguo, ma santo,
ma caro dell'onesta attività dell'individuo, si perde; e fatalmente si
dovrà perdere quella poca ma vera felicità che consiste nell'affetto e
nell'uso delle cose proprie. La quale non è soltanto felicità
individuale, ma è fonte di saggezza, di pace, di parsimonia e di bontà
nel senso della conservazione della famiglia.
La guerra alla proprietà falsa e soverchia trasse seco anche la guerra
alla proprietà vera e buona; e supposto che questo nuovo ordinamento
economico si avveri nel modo e nel grado che si dice e si vuole, dovrà
produrre anche un rinnovato ordinamento morale, in cui molte cose buone
e care andranno sventuratamente disperse.
Anche il ceto della borghesia media o cittadina che può sembrare la
classe più sana e più resistente, ha perduto moltissimo della sua forza
conservatrice.
Anzi tutto essa pure si venne spostando e disorganando economicamente
per forza del movimento accentratore del capitale; così che da
proprietaria di modeste e care fortune che essa era, si trovò, per
citare il caso più blando, a poco a poco alla mercè degli impieghi, dei
commerci e della conseguente vita randagia; poi anche quella parte che
si è potuta conservare integra e fedele agli usi, alla morale, agli
studi, agli affetti, risente l'influsso di questa dissoluzione che non
si sa dove sia propriamente, ma è diffusa dovunque come l'aria che si
respira. Inoltre battuta in breccia senza tregua dalla gente nuova la
quale fa balenare bandiere di ogni più ardita rivendicazione e
innovazione; priva dell'appoggio e dell'esempio delle classi così dette
dirigenti; avvilita da una certa fatalità che è nelle cose, sente sin da
ora che sotto i suoi cardini di resistenza il terreno le cede; e
insensibilmente si sposterà sempre più verso il nuovo quasi senza
avvedersene se non quando il passaggio sarà avvenuto anche nella sua
parte esteriore.
Concludendo su questo proposito, si può dire che mentre le classi
dirigenti ed organiche della borghesia alta e media vanno perdendo il
senso morale della propria conservazione, la misura e il modo della
difesa e partecipano esse medesime di non so quale dissolvimento,
dall'altro lato l'infinito numero dei lavoratori, dei diseredati, dei
malcontenti che il capitale accentrandosi esprime e produce, con un
mirabile accordo oltre ogni confine di nazioni, muove serrato alla
conquista di ciò che è o si presenta sotto l'aspetto della giustizia,
del diritto, del benessere.
Rimarrà il banchetto umano lauto per tutti, ovvero, ridotte le porzioni,
si accorgeranno i nuovi venuti, essi per i primi, che ben di poco si
avvantaggiarono? Cioè non avverrà forse che questo più raffinato senso
che è universale, questo più intenso bisogno di partecipare ai godimenti
della vita (oltre i giusti limiti della vita fisiologica) non trovino la
possibilità di equilibrarsi con la maggior dose di benessere economico
che sarà concedibile, e perciò, rimanendo lo squilibrio, rimangano le
cause del male e del malcontento? Ma in verità ogni prognostico di ciò
che sarà la società dell'avvenire col fondersi di questi vari elementi è
assolutamente prematuro e fallace.
V'è però un fatto che mi pare indubitabile e di cui oggi stesso si
vedono segni manifesti, cioè che un equilibrio ed un assetto stabile in
questo futuro allargamento e partecipazione dei benefici sociali a tutti
gli uomini, non sembra possibile senza ammettere un tipo medio umano
entro cui di buona o di mala voglia bisognerà costringersi; e forse in
questo adattamento al nuovo ambiente, in questo rimpicciolirsi del tipo
umano chi sa che non si trovi il modo di essiccare le sorgenti di quel
genere di dolore che proviene dalla meditazione, dall'ingegno e dalla
filosofia.
In questo che io dico vi sarà alcuna parte di eccessivo, ma è certo che
se all'organismo sociale in formazione sono di impedimento gli individui
accentratori di moltissima ricchezza e di molte energie umane al proprio
servizio, non è meno vero che, sotto un altro aspetto, anche le vere
individualità dell'ingegno, essenzialmente indipendenti, preponderanti,
bisognose di foggiare il mezzo che le circonda della propria impronta,
devono riuscire pericolose od inutili; come deve anche riuscire inutile
ogni studio, ogni arte, ogni meditazione che contenga un eccelso
godimento o perfezionamento non partecipabile all'universale.
Così ad esempio supponiamo che ai giorni nostri comparisse un uomo il
quale avesse tutto lo spirito apostolico, tutte le meravigliose energie
psichiche di Gesù Cristo, e che quest'uomo senza alcun misticismo ultra
terreno, ma su le basi di un'idealità umana altissima trovasse modo di
stabilire in terra il regno della possibile felicità per tutti e di
eliminare le cause di ogni ingiustizia e di ogni patimento per tutti.
Ebbene quest'uomo, nella migliore delle ipotesi, troverebbe scarsissimi
apostoli e seguaci: giacchè supponendo anche che la sua dottrina fosse
così perfetta che l'arma della critica non la potesse nemmeno intaccare,
per ciò solo peccherebbe che la maggioranza degli uomini non potrebbe
assolutamente intenderla ed applicarla.
Che se i fondatori di religioni poterono stabilire e fare accettare
dalle moltitudini come pietre angolari del loro edificio alcune massime
di una morale superiore o extra umana, vi riuscirono solo perchè si
valsero del terrore d'oltretomba e della volontà divina per loro mezzo
rivelata. Ora questi mezzi mistici non commuoverebbero che pochissima
gente; ed è per questa causa più che logico, non certo consolante, che
l'umanità, ammaestrata e fatta scettica da secolare esperienza e da
maggiore conoscenza scientifica, rigetti, scarti senz'altro ogni
dottrina, ogni morale, ogni felicità che sia superiore alla capacità ed
alla attuabilità delle sue forze medie e che per questa sola ragione le
trovi erronee.
Invece è conseguente che con tutte le sue forze aspiri a quel benessere
che è compatibile con le sue energie e con le sue facoltà, ancora che
esso non sia nè il vero nè l'ottimo.
Per ottenere questo, due mezzi, oltre agli altri, si impongono come
logicamente necessari alla civiltà in formazione, cioè, ripeto,
livellare e scancellare.
Ed applicando questo criterio all'ora presente ed alla nostra patria, si
può dire che l'Italia, la meno giovane fra le nazioni civili, la più
provata dalla esperienza, la più ricca di memorie, di tradizioni, di
glorie, sente prima e più che ogni altro popolo il bisogno di buttare a
mare tutti questi inestimabili tesori che non essendo per così dire
assimilabili ed utilizzabili dalla maggioranza sovrana, le diventano per
ciò di peso e di impedimento.
Dinanzi a questa risorta forma di giacobinismo il Carducci mi rende
sembianze di girondino nuovissimo e mirabile; e ne ha tutte le tristezze
e le audacie, come nel sonetto _Dietro un ritratto_, ove chiude:
Oh fantasie di gloria a terra sparte!
E tu Italia vincente, e tu rubesta
Libertà coronata alto da l'arte!
Sopra il fango che sale or non mi resta
Che gittare il mio sdegno in vane carte
E dal palco fatale un dì la testa.
e più fortemente nello scritto su Alberto Mario, stampato primamente nel
_Don Chisciotte_ di Bologna, li 2 dicembre dell'81, ove dice: «Odi,
Alberto Mario. Io ho ancora un ideale. Ed è quello di morire su la
ghigliottina, condannato dal popolo vincitore.
«Il popolo, corrotto e accannato dai governi, pasciuto di frasi e
aizzato al vento dai democratici, quando romperà la sbarra, ci scannerà,
cioè, ci giudicherà.
«Ci giudicherà, perchè noi vorremo ancora la libertà e la giustizia: due
parole che son per divenire di cattiva fama: l'una sbattacchiata in
faccia alla gente che non può usarne, perchè ha fame e miseria e
ignoranza: l'altra mascherante le mutazioni degli interessi nelle classi
dirigenti.
«Noi veramente non pensavamo così. Ma... ma allora sarà quello che sarà.
«Alberto Mario, ti do il ritrovo alla ghigliottina.
«Ma vedi, nè meno ci ghigliottineranno. C'impiccheranno come servi
feudali; ci lapideranno come ebrei.
«La Gironda è per sempre finita».
*
* *
Ma ammainiamo le vele che, per avventura, troppo indugiammo e v'è
rischio che il lettore anche benevolo ci muova rimprovero di avere
abusato della sua pazienza, insistendo sempre su di uno stesso argomento
per quanto questo sia vitale e presente.
*
* *
Forse un errore può essere imputato al Carducci, cioè che la compagnia
spirituale o di persona di quei cittadini eroici che furono padri della
patria, lo studio dell'arte, l'impeto della fede ardente che rimovea da
sè le correnti delle idee contrarie, siano stati cagione che fosse
alquanto ritardata in lui la conoscenza esatta della natura delle nuove
idee.
Si aggiunga l'effetto dell'applauso che non permise, forse, di separare
quanta parte era rivolta all'alto concetto umano, storico,
artisticamente sereno, contenuto in quella sua continua ribellione, e
quanta maggior parte di esso applauso traeva origine solo
dall'espressione rivoluzionaria, dalla frase tagliente ed audace.
Venne infine il giorno che questo movimento di idee e di gente nuova
prese tanta estensione ed espressione che il suo carattere non potè più
essere dissimulato.
La gioventù che gli passava da presso di anno in anno, ancora serbava il
vecchio nome di repubblicana, e certo in buona fede; ma in sostanza era
penetrata da queste idee e speranze nuove, le quali nulla contengono di
quell'eccelsa idealità patria ed umana, di quel senso dell'individuo
eroico, di quella religione delle memorie, di quell'aristocratico
sentimento dell'arte che sono cosa propria del Carducci: anzi si può
dire che l'attuazione di quelle idee non è possibile senza la
distruzione di queste.
Io non so se alcuno molto poco intendendo dell'arte e del genio del
Carducci si fosse da lui, come poeta, aspettato qualcosa di simile
all'_Inno dei lavoratori_; questo so certo che non pochi dissero che il
Carducci come intese questo crescente dissidio, avrebbe dovuto uscire
dall'arena della vita attiva e combattuta, ravvolgersi ne' suoi
convincimenti, nella sua antica fede repubblicana come Trasea Peto si
ravvolse nel suo manto ed uscì dal Senato.
Così da quell'altitudine, sdegnoso ed immoto, avrebbe dovuto con
filosofica serenità assistere allo svolgersi di questi nuovi fenomeni
della vita sociale.
Tutto ciò avrebbe potuto piacere alla sentimentalità di qualcuno ed
avrebbe prodotto un discreto effetto artistico. Ma via! supporre questo
esiglio e questa morte volontaria quando _i nervi ancor son forti_, non
solo è un semplice assurdo, ma è un disconoscere l'indole e l'anima del
Carducci.
*
* *
Egli non esitò un istante, il timore della calunnia, dell'insulto, di
ogni sorta di denigrazioni non lo rattenne, ma si accostò decisamente
alla monarchia.
«Ma che disertare?--esclama--Si diserta per vigliaccheria o per
guadagno. E questo non è il caso mio. Si può disertare, e innanzi alla
legge morale non è più diserzione, quando l'uomo si trovi per forza o
per mala elezione arrolato sotto la bandiera dei nemici in guerra con la
patria. Sarebbe questo il caso? No'l voglio credere»[29].
[29] Lettera al direttore della _Gazzetta dell'Emilia_,
18 marzo '91.
Ma nell'accostarsi a questa forma politica conservatrice Egli non cerca
difesa o rifugio, ma il modo di meglio combattere ancora, sempre, finchè
duri la vita. Per tal modo a questo principio monarchico Egli dà
un'attitudine schietta, cittadina, nazionale, ideale come ove dice nel
discorso agli elettori del collegio di Pisa (maggio '86):
«Io credo di rendere al re d'Italia il massimo onore quando io lo veggo
in fantasia su l'Alpi Giulie a cavallo, capo del suo popolo, segnare con
la spada i naturali confini della più grande nazione latina».
*
* *
In questa nuova sembianza più grande Egli si erge e più manifesta ci
appare la sua vera natura.
Perchè Egli, in questo lento dissolversi e disperdersi degli antichi
distintivi del genio italico, sente che in sè ne è assimilata grande
parte; e perciò la personalità del suo genio sotto un certo aspetto
diventa personalità di razza: la necessità della propria conservazione
individuale si impone come necessità biologica e storica.
Tutto ciò che in lui vi può essere di poco armonico, di eccessivo, di
mutevole e, sia pure, di apparentemente illogico si deve ricercare in
questa necessità di difendersi e di difendere.
*
* *
Se poi alcuno domandasse: la monarchia a cui il Carducci si accostò,
contiene essa questa virtù conservatrice della religione e delle
tradizioni patrie? puole essere instauratrice di giustizia economica e
morale, così da porre freno o almeno dirigere le esorbitanti forze dei
nuovi partiti sociali? raccoglie e rappresenta essa le energie della
parte più savia e più sana della nazione? insomma quanta parte di vero,
quanta invece di soggettivo vi è in questa idealità di cui il Carducci
la recinge?
Risponderei che questo non entra nel tema del mio scritto e che ognuno
vi può dare quella risposta che crede migliore.
LIBRERIA EDITRICE GALLI di C. CHIESA & F. GUINDANI
ESTRATTO DI CATALOGO
=Arte e Critica:=
=Friedmann S.=--Il Dramma tedesco sul nostro
secolo.
I. Enrico di Kleist.--Un volume in-16 L. 1 50
II. I Psicologi (Federico Hebbel).--Un volume
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III. Francesco Grillparzer.--Un volume in-16 » 3 --
... La critica del Friedmann è chiara, sensata, geniale,
lontana così dalle pedanterie come dalle astruserie....
_Minerva_ (Rassegna internazionale), 1 gennaio 1894.
... si leggono con vera compiacenza e con un crescente
interesse quasi al pari d'un romanzo.
_Perseveranza_ (1 luglio).
... Tutto il libro è condotto con chiarezza, con metodo
critico sicuro e giusto....
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Lodatissimo da quasi tutte le riviste italiane e tedesche.
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letterato e patriota.--Un volume in-8 L. 3 --
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critici.--Splendido volume illustrato dai migliori
artisti moderni » 3 --
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morale, civile e letterario.--Due volumi
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=Tanganelli e Luraghi.=--Bois; appunti d'arte
e di critica moderna.--Elegante vol. in-16 » 3 --
=Mazzoleni A.=--Settembrini e i manzoniani;
note critiche.--Un volume in-8 » 1 --
=Sogliani Ugo.=--Tre precursori (Francesco Dall'Ongaro,
Antonio Gazzoletti e Antonio Somma).--Un
volume in-16 » 1 50
=Robiati G.=--Gerolamo Rovetta; studio critico.--Un
volume in-16 » 1 --
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De-Amicis.--Un volume in-16 » 1 50
=Quadrio E.=--Il realismo in letteratura, replica
a Ferdinando Martini.--Volumetto elzeviriano
»-- 75
=Fontana F.=--Cesare Tronconi e la «Passione
maledetta»; lettera a Leone Fortis. Un volumetto »-- 50
=Righetti C.=--Facciamo un Teatro Nazionale »-- 50
=Majocchi D.=--Carlo Troya; studio storico critico.--Un
volume in-16 »-- 75
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scoperte letterarie.--Un volume in-16 »-- 50
=Mazzoleni A.= Giuseppe Ferrari, i suoi tempi
e le sue opere.--Un volume in-16 » 2 50
=De Luca P.=--Ars.--Un volume in-32 » 1 50
=Brambilla G.=--Studi letterari sugli _eroici furori_
di Giordano Bruno.--Sulla versificazione
italiana.--Le poesie di Niccolò Tommaseo.--Un
volume in-16 » 2 --
=Fiorentino Francesco.=--Scritti vari di letteratura,
filosofia e critica.--Un volume in-16 » 4 --
=Gelmetti prof. Luigi.=--La dottrina manzoniana
sull'unità della lingua nei suoi difensori:
prof. Luigi Morandi e prof. Francesco D'Ovidio;
unici studi critici sullo stato definitivo della
questione.--Un volume in-16 » 5 --
=Zendrini Bernardino.=--Opere complete. Volumi
I e II: prose. Volume III: poesie.--Tre
volumi in-16 »11 --
=Farrar F.=--Lingua e lingue, ossia capitoli intorno
alla lingua. Opera tradotta dall'inglese a
cura di C. Novelli.--Un volume in-8 » 2 50
=Morello V.=--Leggendo; appunti di critica e
d'Arte.--Elegante volume in-8 » 2 --
=De Nino A.=--Briciole letterarie.--Due volumi
in-16 » 7 --
=Grubicy De Drogon= (Vittore).--L'Arte e lo
Stato in Italia.--Un volume in-8 massimo » 5 --
=Robiati Giuseppe.=--Il romanzo contemporaneo
in Italia; saggi critici su Giovanni Verga,
Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro, Ottone
di Banzole, Ugo Valcarenghi.--Un vol. in-16 » 1 50
=Dossi Carlo.=--I Mattoidi al primo concorso
pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele;
note.--Un volume in-16 » 2 --
=Fenaroli prof. Giuliano.=--Svaghi letterari.--Un
volume in-8 » 2 20
=Grita Salvatore.=--Polemiche artistiche.--Un
volume in-16 » 2 --
=Meloni Alfredo.=--Donatello (1386-1466).--Un
volume in-16 » 1 --
=Neri Achille.=--Aneddoti goldoniani.--Un volume
in-16 » 1 50
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da Umano.--Un volume in-8 » 1 --
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tempi; narrazione storica con documenti inediti
o poco noti.--Due volumi in-16 » 8 --
=Occioni Onorato.=--Cajo Silio Italico e il suo
poema; studi.--Un volume in-16 » 4 --
=Guerzoni Giuseppe.=--Lettere ed armi. Scritti
editi ed inediti. Volume primo: Discorsi e Conferenze.
Volume II: Saggi storici.--In-16 » 8 --
=Lioy Paolo.=--Ciarle letterarie. Un vol. in-16 »-- 50
=Italo Robin.= (G. Benumo).--Antico e nuovo
fatalismo nell'arte.--Un volume in-16 » 1 50
Dirigere commissioni ai signori _C. CHIESA & F. GUINDANI_,
editori, Milano.