non lo può del pari essere di un popolo, specie come il nostro e
nell'ora che corre; nè quegli lo può imporre a questo per quanto si
adoperi.
Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, più o meno cosciente, di
questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno
convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera
d'arte; e questa, perchè è troppo superiore alla comune comprensione e
non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata
come arte erudita e di lui speciale.
*
* *
Quale ci si rivela da queste liriche, tale è la nota pura, fondamentale,
costante, della sua fede politica; e tale nota diede e dà il tono alle
sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei
fatti.
Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da
lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo
repubblicana e in tale senso era ed è repubblicano il Carducci; ma nel
tempo stesso questa prepotente idealità politica non consente che Egli
divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libertà assoluta
della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti.
*
* *
Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avrà
notato in me un'ammirazione grande sì per il Poeta come per l'uomo. È
vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende
eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio.
Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta,
altro l'uomo; cioè, in questo caso, che l'alta idealità nazionale ed
umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo
poetico e nulla più. Invece non è così. Se mai nel tempo moderno fu tra
i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere
vero e ciò che appaiono dalle loro opere, questo è il Carducci; e
quell'altissimo sentimento della patria è anima della sua anima e
movente di ogni sua energia.
E allora alcuno può chiedere: Perchè quest'uomo così noto e famoso che
prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli
scritti, con gli esempi non ristette mai; esercitò invece
sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi
sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarità?
La risposta è semplice: Perchè la sua perfezione stessa gli è
d'impedimento.
*
* *
Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera.
Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verità
in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la
tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanità e di
ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che è
una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri
di sè come Egli è: scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla
e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne
scuotono la base nè offuscano la serena fronte.
Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non può
essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ciò per
moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle
quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per
un'altra ragione che forse è la principale, cioè che nella vita dei
popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune
forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un
divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la
conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle
nuove idee, e la scelta di ciò che la tradizione e l'antico contengono
di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilità
e verità a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente
inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo
senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle più gravi
imperfezioni dell'umana natura.
Quando una nuova idealità religiosa o sociale investe le moltitudini,
esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie
credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico è errore; tutto il
nuovo è vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma
appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanità. Non che
l'iconoclastia non abbia del vero in sè; ma per essere completamente
logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; _sed cave a
consequentiis_.
Ora il Carducci è, senza volerlo, un solitario a motivo della sua
perfezione stessa.
Egli, una delle menti innovatrici più illuminate e franche del nostro
secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva
fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di sè una così elevata
aristocrazia d'uomo che come a fatica può essere inteso così non può
essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe
abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili
difficoltà che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacchè
quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco
valore se non agisse come forza benefica sull'universale.
Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose,
specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una
questione presente.
Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ciò
che ne fu detto nel capitolo che precede.
*
* *
I volumi che si intitolano _Confessioni e battaglie_, contengono, come è
noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove più
evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo.
La sua parola è la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero:
gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi.
Dice tutto, non nasconde nulla, anche ciò che per opportunità sarebbe
utile non dire.
Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi,
il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di
divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange
antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il
grottesco, il terribile si succedono con una mobilità e rapidità
spaventosa.
Solo nella facezia non riesce: è il gigante che scherza.
E un'altra qualità delle sue polemiche conviene pur ricordare: cioè che
anche dove sono più irruenti ed offensive, manca interamente la nota
gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bontà.
La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi
sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto
questo aspetto è una delle più complesse e difficili prose che io mi
conosca.
Tutto ciò che è vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni
costo e in ogni tempo.
Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei
favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso
castello simbolico.
La ragione, la verità e l'arte lo recingono di triplice muro e
costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perchè egli non se ne sta
quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe
disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad
urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei
e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta è la
foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur
seguita a ferire. Ma come è nelle leggende, così quelli rinascono dalla
loro stessa putredine di morte e sono più numerosi che mai. Anche contro
la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio,
egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma
quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il
suo viaggio.
Talvolta però mentre così nettamente egli distingue i contorni de'
mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che
gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del
paragone dovrebbe dare luogo a più aperto parlare, e ciò non sarebbe nè
piacevole, nè conveniente, nè senza pericolo.
*
* *
Quando io penso a così grande animo e a così sovrano intelletto
combattenti per la causa della verità e della bontà, mi ritornano in
mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice:
...... si Pergama dextra
defendi posset, etiam hac defensa fuisset.
Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle
_Confessioni e battaglie_.
Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue
polemiche: questo è che la coscienza della sua grandezza e della nobiltà
della causa gli dà alle volte una sovra eccitabilità di offesa
straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe
meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che
sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di
fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in
grado nè meno d'imaginare: e ciò gli nuoce; non perchè non sia tutto,
almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perchè gli dà l'attitudine
di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena.
Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del _Resto
del Carlino_ del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche,
come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate
prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze
indegne, risponde:
«_Caro Carlino_,
«Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilità? che amarezza? che
sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una _cocotte_
o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle
ingiurie, alle calunnie che all'età dei venti cominciarono e fino a
cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio
ingenito del mio temperamento, che quando una verità o ciò che credo una
verità mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io
sia, nel modo più nettamente reciso, che è, naturalmente, il più ostico
a quelli a cui quella verità non piace. Da poco tempo in qua non sentivo
più, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e
dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa
capire che il ronzio è ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della
memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa--_mens sana in
corpore sano_.--E così dirò ancora la verità nel modo a me più igienico,
per il quale non ho chiesto mai nè amore alle donne, nè amicizia agli
uomini, nè ammirazione ai giovani, nè articoli ai giornalisti, nè voti
al popolo, nè posti ai ministri, nè più di venti franchi per volta, e
ciò in gioventù, ai miei amici e gli ho restituiti sempre.
«suo
«GIOSUÈ CARDUCCI».
*
* *
Con tutto ciò in quelle battaglie è qualche volta un ben allegro
combattere! Ci si sente, in fondo, la voluttà dell'arciere che vede la
freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico
ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che
Egli va facendo di sè e solo quando è direttamente attaccato, si nota
una dolorosa e disdegnosa riservatezza.
Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che
il suo genio più non vale a sorreggere.
CAPITOLO V.
IL SENSO EROICO. G. CARDUCCI E LA GIOVANE LETTERATURA
NAZIONALE.
Nelle _odi barbare_, o per meglio dire in tutte le sue opere sì poetiche
che di prosa, oltre all'idealità nazionale, v'è diffuso un altro
sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del
Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea.
*
* *
Chi, ad esempio, non ricorda l'ode _Per la morte di Napoleone Eugenio_?
Io penso che il più volgare dei lettori deve averne risentita
l'impressione come di cosa nuova e sublime.
Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una
figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una così diffusa
passione, una così grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io
la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa
maturezza, perchè mi sembra che mai una lirica così breve abbia con
tanta semplicità assimilato così molti elementi del pensiero: la verità
storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio
infinitamente triste nel suo oggettivo dolore.
Questa lirica e quella _Presso l'urna dello Shelley_, che ha un
movimento di figure così stupendo che se un pittore potesse esprimerlo
farebbe la più fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella _a
Giuseppe Garibaldi_, il sonetto a _Giuseppe Mazzini_, possono alla
maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed
informò di ritmo per semplice eccitazione artistica.
Così non è: un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si
esplica; cioè l'inno al _gentile eroico_ che la modernità tende ad
eliminare dal suo seno come forza di cui oramai più non sente il
bisogno.
*
* *
Egli di questo sentimento eroico possiede una sùbita ed istintiva
percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone così forte
da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa.
Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il
sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosuè Carducci monarchico, senatore
del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine
frementi come già fece nell'82.
Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire,
sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la società moderna
non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e
molto meno conduttori di popoli perchè allo stato in cui si trova e per
quel che vuole essere basta a sè, intende guidarsi da sè e infine
ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori.
Questo è uno dei caratteri differenziali più notevoli fra il Carducci e
il suo tempo.
«Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte
dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come
essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, così io
non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da
qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo
bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da
essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime
nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i
buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale!»
E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: «Oh, quando gli eroi non
contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di
periodi epilettici l'epopea.... oh allora
«che importa vivere,
«che giova amar?»
[18] Per la pira del gen. Garibaldi. Nota.
Forse è vero, che importa vivere? Eppure è così! Non solo gli Dei, ma
anche gli eroi se ne vanno e deserta è la loro casa! Gli eroi (e con
questa voce intendo ampliare il senso che si dà all'uomo di genio) si
discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi
aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno
all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa
mediocrità del tipo umano.
La demolizione degli eroi è già cominciata.
Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e
rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo
per sè solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero è
che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in sè per la
incompatibilità col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha
più presa nel pubblico; e però essi si guastano nell'inazione come si
guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto.
Ma è verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno
totalmente di essere, come organismi che scompaiono perchè venne a
mancare la loro funzione sociale.
*
* *
Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era
disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la
via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso
assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispensò,
secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta
del frumento non granì nè tutta nè a maturità la sua spica.
Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata.
L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare
uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora più fiorente e bello, e la
soffocò ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le
rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure.
È questo un paradosso? Può darsi. Io vi voglio allora aggiungere un
corollario che lo corregga: cioè che producendo tuttavia la natura
uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed
ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cioè a dire
dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente
determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata
utilità: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di
una idealità superiore.
*
* *
Gli eroi come deità, come profeti, come guerrieri, come fondatori di
civiltà, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e
dell'anima già furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, chè
meglio io non saprei, nè imaginare nè esprimere, bene io credo che essi
siano stati «lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi
furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di
tutto ciò che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di
raggiungere. Tutto ciò che vediamo è risultato materiale, esteriore,
l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi». E se
questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione
è che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente,
come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in
regioni iperboree.
Certo io non ignoro che esiste una scuola più recente che nega questa
importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ciò è
forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non è però nè
giusto nè vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul
progresso della umanità fino al tempo moderno.
I giganti hanno formato il grande edificio della civiltà; gli uomini se
ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno
imparato quel tanto che basta per fare da sè ed oramai non hanno più
bisogno nè di eroi nè di giganti nè di maestri; e come non ne hanno
bisogno, così non ne riconoscono il culto.
La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo
punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale.
La storia non ha riconoscenza.
*
* *
E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa
sembrare, non voglio tacere.
È proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal
sacrario delle coscienze?
Così si crede comunemente e così è; ma non del tutto. La scienza vera,
non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha
ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione
ultima, se pure ci potrà arrivare.
Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno
dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il
quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si
può chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico
senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cioè borghesia
oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un
legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di
conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso
delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la
stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente, è indotta a
combattere questo concetto più di ogni altro individualista ed
aristocratico che è Dio.
Ne rimane, è vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cioè in
quanto è morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio,
designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non
esistono più, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento.
A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un
suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo
eclettico[19], dice: «Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha
spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina
puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e
se ne abusa ogni giorno e male».
[19] Francesco S. Nitti. _L'ora presente._ Roux, Torino, '93.
Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a
dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale,
rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale
cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di
una questione altamente scientifica ed averla così universalmente
devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi
in questa morale nuova v'è del male, o, per meglio dire, se gli uomini
non seppero applicarla che male, cioè in quanto sembra rispondere a
bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non può venire che
dalla conoscenza più perfetta delle dottrine positiviste; non da un
neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona
volontà tentano o si illudono di riaccendere.
E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che
anche il Carducci combattè il principio divino nell'inno _A Satana_.
Si può rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova
non rappresenta la mistica idealità di un Dio infinitamente buono,
infinitamente misericordioso; Iehova è piuttosto la corruzione della
pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana è la ragione che
combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha più
ragione di esistere. La sua missione è finita da assai tempo con la sua
vittoria su Iehova.
Inoltre esso è un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra
tutto troppo aristocratico e classico.
*
* *
La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte è un fenomeno
individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva
l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica è per
sua natura trasmissibile ad altri e, quel che più vale, si accumula con
le precedenti.
Ciò che lo scienziato di genio scopre non può essere difeso da alcun
brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un
corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il
pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore può
anche finire negli archivi della storia; ciò che importa è la cosa
scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto
verosimilmente è una delle più valide cagioni dell'ingordo attingere
della modernità alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto è
manifestazione prepotente dell'individuo, cioè disegno di puri ed
armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane è solo dove essa soddisfi ad
un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice
non imprima più di dolorose e difficili idealità la sua opera; ma,
comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le
ordinazioni: e se le avrà eseguite secondo il suo piacimento, allora si
applaudirà e si concederà il compenso e la gloria del giorno.
Questo fatto è universalmente sentito sebbene non sia apertamente
confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da
qualche anno il pubblico avea intuito che Egli _sotto il velame degli
versi strani_ non cantava proprio più all'unisono con le sue
aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe
apparenze facevano credere il contrario.