Vero è però che un così perfetto equilibrio se è proprio di un individuo

non lo può del pari essere di un popolo, specie come il nostro e

nell'ora che corre; nè quegli lo può imporre a questo per quanto si

adoperi.

Ora per la conoscenza che la maggioranza ha, più o meno cosciente, di

questo fatto, deriva che questa poesia che Egli detta con pieno

convincimento nazionale e civile, sia considerata come semplice opera

d'arte; e questa, perchè è troppo superiore alla comune comprensione e

non arreca quel diletto che arrecano altre poesie, viene considerata

come arte erudita e di lui speciale.

*

* *

Quale ci si rivela da queste liriche, tale è la nota pura, fondamentale,

costante, della sua fede politica; e tale nota diede e dà il tono alle

sue varie affermazioni secondo il variare del tempo, degli uomini, dei

fatti.

Certo lo svolgimento del popolo d'Italia a questo alto tipo nazionale da

lui vagheggiato include necessariamente una forma di governo

repubblicana e in tale senso era ed è repubblicano il Carducci; ma nel

tempo stesso questa prepotente idealità politica non consente che Egli

divenga uomo di parte; piuttosto lo costringe ad una libertà assoluta

della sua azione individuale a qualunque costo e contro tutti.

*

* *

Ma ora viene a proposito un'osservazione importante: Chi legge avrà

notato in me un'ammirazione grande sì per il Poeta come per l'uomo. È

vero; ma oso affermare che questa ammirazione se, per avventura, rende

eccessive alcune frasi, non mi toglie la visione sicura del giudizio.

Io voglio dire che molti potrebbero credere che altro sia il poeta,

altro l'uomo; cioè, in questo caso, che l'alta idealità nazionale ed

umana che rifulge nelle sue liriche sia da lui accolta come buon mezzo

poetico e nulla più. Invece non è così. Se mai nel tempo moderno fu tra

i personaggi illustri esempio di fusione perfetta tra il loro essere

vero e ciò che appaiono dalle loro opere, questo è il Carducci; e

quell'altissimo sentimento della patria è anima della sua anima e

movente di ogni sua energia.

E allora alcuno può chiedere: Perchè quest'uomo così noto e famoso che

prese parte a tutte le battaglie della vita, che con le parole, con gli

scritti, con gli esempi non ristette mai; esercitò invece

sull'universale un influsso ben piccolo rispetto alla sua opera, anzi

sembra chiudere la sua carriera con un voto di impopolarità?

La risposta è semplice: Perchè la sua perfezione stessa gli è

d'impedimento.

*

* *

Ho detto perfezione, e la parola mi sembra semplicemente vera.

Il Carducci, senza dubbio, ha raggiunto come un alto vertice di verità

in tutto il vasto campo del pensiero. In lui l'antico ed il nuovo, la

tradizione e la scienza si fondono con un largo senso di umanità e di

ragione purissima; e credo che in mezzo al mareggiare delle idee, che è

una caratteristica dell'ora presente, pochi siano equilibrati e sicuri

di sè come Egli è: scoglio rigido in mezzo a un gran mare che s'avvalla

e s'erge in spasmodica tempesta. Le onde lo flagellano, ma non ne

scuotono la base nè offuscano la serena fronte.

Se non che quell'equilibrio di cui Egli individualmente gode, non può

essere fatto partecipe alla maggioranza, come Egli vorrebbe; e ciò per

moltissime ragioni etniche e storiche riguardanti noi italiani, delle

quali sarebbe troppo lungo il parlare diffusamente; ma anche per

un'altra ragione che forse è la principale, cioè che nella vita dei

popoli l'equilibrio sembra consistere non tanto nel fermarsi in alcune

forme riconosciute ottime e vere, quanto nel movimento continuo verso un

divenire che pare non raggiungibile. Ancora: Per l'uomo sapiente la

conoscenza del passato agisce come forza moderatrice e direttrice delle

nuove idee, e la scelta di ciò che la tradizione e l'antico contengono

di vero, di buono e di bello vale a dare carattere di maggiore stabilità

e verità a queste nuove idee. Invece le moltitudini sono fatalmente

inette a questa comprensione: esse non possono accogliere il bene nuovo

senza distruggere il bene antico: e questa mi pare una delle più gravi

imperfezioni dell'umana natura.

Quando una nuova idealità religiosa o sociale investe le moltitudini,

esse hanno bisogno di buttare a mare tutto il fardello delle vecchie

credenze, tradizioni, usi, memorie: tutto l'antico è errore; tutto il

nuovo è vero. Gli iconoclasti non sono solo dell'era cristiana, ma

appartengono a tutti i grandi rivolgimenti dell'umanità. Non che

l'iconoclastia non abbia del vero in sè; ma per essere completamente

logici e conseguenti bisognerebbe distruggere la specie; _sed cave a

consequentiis_.

Ora il Carducci è, senza volerlo, un solitario a motivo della sua

perfezione stessa.

Egli, una delle menti innovatrici più illuminate e franche del nostro

secolo, per quello stesso vagliare delle sue idee, purificarle alla viva

fiamma del sapere e del vero assoluto, ha creato di sè una così elevata

aristocrazia d'uomo che come a fatica può essere inteso così non può

essere seguito. Ed Egli non solo vuole essere inteso, che sarebbe

abbastanza per la sua gloria, ma pur comprendendo le invincibili

difficoltà che si frappongono, vuole anche essere seguito, giacchè

quella sua stessa perfezione lo persuade che essa avrebbe ben poco

valore se non agisse come forza benefica sull'universale.

Da questa causa si origina l'impeto e la passione delle sue prose,

specie di quelle che sono d'argomento soggettivo o trattano di una

questione presente.

Vale il conto di fermarci su questo proposito anche per completare ciò

che ne fu detto nel capitolo che precede.

*

* *

I volumi che si intitolano _Confessioni e battaglie_, contengono, come è

noto, la maggior parte di queste prose e sono una delle prove più

evidenti dell'intima fusione fra lo scrittore e l'uomo.

La sua parola è la fotografia esatta, senza ritocco, del suo pensiero:

gran luce di sole su cui passano grandi e continue nubi.

Dice tutto, non nasconde nulla, anche ciò che per opportunità sarebbe

utile non dire.

Il sarcasmo, la contraffazione audace, talvolta feroce dei personaggi,

il quadro, il paesaggio, l'impeto lirico infiammato quasi di

divinazione, il ragionamento battuto, serrato, profondo come falange

antica, lo scoppio degli affetti, le aggressioni superbe, il sublime, il

grottesco, il terribile si succedono con una mobilità e rapidità

spaventosa.

Solo nella facezia non riesce: è il gigante che scherza.

E un'altra qualità delle sue polemiche conviene pur ricordare: cioè che

anche dove sono più irruenti ed offensive, manca interamente la nota

gelida dell'odio, ma vi si sente invece un'infinita bontà.

La questione letteraria difficilmente sta sola, ma si congiunge quasi

sempre ad altre ed alte questioni civili, morali, storiche; e sotto

questo aspetto è una delle più complesse e difficili prose che io mi

conosca.

Tutto ciò che è vero, bello, nobile, trova in lui un difensore ad ogni

costo e in ogni tempo.

Egli, a volere usare di un paragone, mi rende imagine di uno di quei

favolosi cavalieri antichi che da solo difende un grande e meraviglioso

castello simbolico.

La ragione, la verità e l'arte lo recingono di triplice muro e

costringono il cavaliere ad una difesa eroica. Perchè egli non se ne sta

quivi sdegnoso ed inerte, ma combatte continuo; e non solo irrompe

disperatamente contro il mostro o il saracino che per progetto vanno ad

urtarvi contro, ma con uguale animo s'avventa contro la turba de' pigmei

e dei gnomi che aduggiano le torri dell'edificio mirabile; e tanta è la

foga dell'assalto che sovente essi sono morti ai primi colpi ed egli pur

seguita a ferire. Ma come è nelle leggende, così quelli rinascono dalla

loro stessa putredine di morte e sono più numerosi che mai. Anche contro

la folla che infinita, indifferente, abbacinata segue il suo viaggio,

egli si avventa: la trapassa, la atterra col cavallo e con l'asta; ma

quella si rialza e si ricongiunge indifferente come prima e prosegue il

suo viaggio.

Talvolta però mentre così nettamente egli distingue i contorni de'

mostri che vengono da lungi, non con pari chiarezza riconosce quelli che

gli stanno vicino; troppo vicino per suo malanno. Ma qui l'allegoria del

paragone dovrebbe dare luogo a più aperto parlare, e ciò non sarebbe nè

piacevole, nè conveniente, nè senza pericolo.

*

* *

Quando io penso a così grande animo e a così sovrano intelletto

combattenti per la causa della verità e della bontà, mi ritornano in

mente le parole che Ettore, apparendo sanguinoso in sogno ad Enea, dice:

...... si Pergama dextra

defendi posset, etiam hac defensa fuisset.

Le quali parole possono forse essere non indegno commento alle

_Confessioni e battaglie_.

Ma non voglio cessare senza dire di un altro carattere delle sue

polemiche: questo è che la coscienza della sua grandezza e della nobiltà

della causa gli dà alle volte una sovra eccitabilità di offesa

straordinaria che lo spinge a rispondere di colpo, anche quando sarebbe

meglio il tacere: e allora non solo attacca a fondo le obbiezioni che

sono realmente, ma ne deduce altre da un complesso di fenomeni e di

fatti a cui il suo contradditore non aveva pensato o non era forse in

grado nè meno d'imaginare: e ciò gli nuoce; non perchè non sia tutto,

almeno subbiettivamente, vero quanto dice, ma perchè gli dà l'attitudine

di combattente, mentre gli altri stanno fermi o si muovono a pena.

Eccone un esempio poco noto, ma notevole. Negli intermezzi del _Resto

del Carlino_ del 13 gennaio '89, dicendosi, per non so quali polemiche,

come il Carducci debba essere amareggiato e sconfortato alle immeritate

prove di mancato riguardo ed allo spettacolo ributtante di intolleranze

indegne, risponde:

«_Caro Carlino_,

«Ringrazio, ma non partecipo. Che sensibilità? che amarezza? che

sconforto? che rammarico? Ma per chi mi ha preso lei? per una _cocotte_

o per un poeta romantico? Io ho fatto il callo alle insolenze, alle

ingiurie, alle calunnie che all'età dei venti cominciarono e fino a

cinquant'anni seguitarono a grandinarmi a dosso, provocate da un vizio

ingenito del mio temperamento, che quando una verità o ciò che credo una

verità mi si impone, mi bisogna dirla, interpellato o seccato che io

sia, nel modo più nettamente reciso, che è, naturalmente, il più ostico

a quelli a cui quella verità non piace. Da poco tempo in qua non sentivo

più, o sentivo meno, ronzio d'insolenze e calunnie agli orecchi, e

dimandavo a me stesso: sono imbecillito o invigliacchito? Ella mi fa

capire che il ronzio è ricominciato. Bene. Io salgo al tempio della

memoria e ringrazio Apollo medico del serbarmi ch'ei fa--_mens sana in

corpore sano_.--E così dirò ancora la verità nel modo a me più igienico,

per il quale non ho chiesto mai nè amore alle donne, nè amicizia agli

uomini, nè ammirazione ai giovani, nè articoli ai giornalisti, nè voti

al popolo, nè posti ai ministri, nè più di venti franchi per volta, e

ciò in gioventù, ai miei amici e gli ho restituiti sempre.

«suo

«GIOSUÈ CARDUCCI».

*

* *

Con tutto ciò in quelle battaglie è qualche volta un ben allegro

combattere! Ci si sente, in fondo, la voluttà dell'arciere che vede la

freccia colpire nel segno, anche se la corazza o l'epidermide del nemico

ne la respinga. Invece in questi ultimi tempi, nelle difese poche che

Egli va facendo di sè e solo quando è direttamente attaccato, si nota

una dolorosa e disdegnosa riservatezza.

Sembra che qualche cosa fuori di lui vada crollando ed Egli s'avveda che

il suo genio più non vale a sorreggere.

CAPITOLO V.

IL SENSO EROICO. G. CARDUCCI E LA GIOVANE LETTERATURA

NAZIONALE.

Nelle _odi barbare_, o per meglio dire in tutte le sue opere sì poetiche

che di prosa, oltre all'idealità nazionale, v'è diffuso un altro

sentimento che non bisogna trascurare per chi voglia trattare del

Carducci nelle sue relazioni col pensiero e con la vita contemporanea.

*

* *

Chi, ad esempio, non ricorda l'ode _Per la morte di Napoleone Eugenio_?

Io penso che il più volgare dei lettori deve averne risentita

l'impressione come di cosa nuova e sublime.

Quest'ode sorge semplice, giovane, composta nel suo dolore come una

figura della tragedia di Sofocle; ma sotto vi scorre una così diffusa

passione, una così grande onda lirica che sforza il pianto. Quest'ode io

la vedo nascere ed elevarsi come fiore semplice da una complessa

maturezza, perchè mi sembra che mai una lirica così breve abbia con

tanta semplicità assimilato così molti elementi del pensiero: la verità

storica, l'epopea, la leggenda, la tragedia, gli affetti, l'epicedio

infinitamente triste nel suo oggettivo dolore.

Questa lirica e quella _Presso l'urna dello Shelley_, che ha un

movimento di figure così stupendo che se un pittore potesse esprimerlo

farebbe la più fantasiosa tela del mondo, ed altre, come quella _a

Giuseppe Garibaldi_, il sonetto a _Giuseppe Mazzini_, possono alla

maggioranza sembrare elementi disparati di canto che il Poeta accolse ed

informò di ritmo per semplice eccitazione artistica.

Così non è: un legame occulto le congiunge; un sentimento unico vi si

esplica; cioè l'inno al _gentile eroico_ che la modernità tende ad

eliminare dal suo seno come forza di cui oramai più non sente il

bisogno.

*

* *

Egli di questo sentimento eroico possiede una sùbita ed istintiva

percezione in personaggi anche contemporanei, e gli si impone così forte

da imprimere loro figura trasumanata; e non solo in verso, ma in prosa.

Io penso fermamente che se oggi, ad esempio, altri rinnovasse il

sacrificio di Guglielmo Oberdan, Giosuè Carducci monarchico, senatore

del Regno e, se piace, poeta aulico, riscriverebbe ancora pagine

frementi come già fece nell'82.

Egli dunque sovente canta l'eroe; sia esso re, sia poeta, sia martire,

sia conduttore di popoli, sia figlio di popolo; ma la società moderna

non ha bisogno di eroi, siano essi re, siano poeti, siano martiri e

molto meno conduttori di popoli perchè allo stato in cui si trova e per

quel che vuole essere basta a sè, intende guidarsi da sè e infine

ripugna di subire l'impronta di individui anche se superiori.

Questo è uno dei caratteri differenziali più notevoli fra il Carducci e

il suo tempo.

«Troppo sento profonda la religione degli eroi (meditava Egli la notte

dell'11 marzo '72 saputo che ebbe della morte di G. Mazzini): e come

essi splendono stelle benefiche sul firmamento del mio pensiero, così io

non son lungi da credere o da sperare, o almeno da imaginare che da

qualche parte dello spazio serena essi corrispondano immortali a questo

bisogno, a questa foga di amorosi sensi e pensieri, che suscitati da

essi ad essi ritornano con un'alterna e continua esondazione delle anime

nostre verso le rive dell'ideale. O Dei della patria, proteggete i

buoni, e salvateli dal fango, che sale, che sale, che sale!»

E per la morte di G. Garibaldi[18] esclama: «Oh, quando gli eroi non

contano nulla, e li gnomi possono tutto e la retorica caccia a pedate di

periodi epilettici l'epopea.... oh allora

«che importa vivere,

«che giova amar?»

[18] Per la pira del gen. Garibaldi. Nota.

Forse è vero, che importa vivere? Eppure è così! Non solo gli Dei, ma

anche gli eroi se ne vanno e deserta è la loro casa! Gli eroi (e con

questa voce intendo ampliare il senso che si dà all'uomo di genio) si

discostano troppo dal tipo medio a cui la maggioranza degli uomini oggi

aspira e tende: la loro opera invadente non recherebbe che danno

all'edificio che si va formando su le basi di una raggiungibile ed equa

mediocrità del tipo umano.

La demolizione degli eroi è già cominciata.

Non solo l'analisi scientifica ne va svelando il meccanismo interiore e

rompe l'incanto della loro azione che parea cosa quasi divina; questo

per sè solo non toglierebbe nulla all'azione degli eroi: ma il vero è

che questi cominciano a degenerare e a squilibrarsi in sè per la

incompatibilità col tempo e con gli uomini. L'azione degli eroi non ha

più presa nel pubblico; e però essi si guastano nell'inazione come si

guasterebbe una macchina se l'elica dovesse turbinare nel vuoto.

Ma è verosimile il credere che con l'andare del tempo essi cesseranno

totalmente di essere, come organismi che scompaiono perchè venne a

mancare la loro funzione sociale.

*

* *

Una sera tarda io tornava a casa da un ritrovo di gente grave ove si era

disputato a lungo ed io ne era uscito con la peggio. Ritornava, e per la

via lunga un pensiero acuto mi martellava il cervello: in fine esso

assunse forma di favola. Eccola: Un anno la benigna natura dispensò,

secondo il tempo, la pioggia, la neve ed il sole. Ma la gentile pianta

del frumento non granì nè tutta nè a maturità la sua spica.

Il loglio rigoglioso e superbo finalmente la aveva soffocata.

L'anno seguente, un debole seme caduto dall'etica spica fe' germogliare

uno stelo stentato. Ma il loglio era ancora più fiorente e bello, e la

soffocò ancora. Infine la nobile pianta s'avvide che due vie le

rimanevano: o morire o diventare loglio essa pure.

È questo un paradosso? Può darsi. Io vi voglio allora aggiungere un

corollario che lo corregga: cioè che producendo tuttavia la natura

uomini di genio ed eroi, questi dovranno, per essere chiamati tali ed

ottenere il dovuto ossequio, portare la livrea del pubblico, cioè a dire

dovranno rivolgere le loro grandi forze in qualche opera implicitamente

determinata e che torni alla moltitudine di pratica ed immediata

utilità: certo non potranno agire in modo autonomo e con l'intento di

una idealità superiore.

*

* *

Gli eroi come deità, come profeti, come guerrieri, come fondatori di

civiltà, come poeti, come investigatori dei supremi misteri delle cose e

dell'anima già furono. E togliendo il pensiero che segue al Carlyle, chè

meglio io non saprei, nè imaginare nè esprimere, bene io credo che essi

siano stati «lampada dell'universo, anima dell'intera storia. Essi

furono duci, modellatori, patroni e in un largo senso i creatori di

tutto ciò che l'universale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare e di

raggiungere. Tutto ciò che vediamo è risultato materiale, esteriore,

l'effettuazione pratica, l'incarnazione del pensiero degli eroi». E se

questo risultato, aggiungo, non corrisponde al loro concetto, la ragione

è che esplicandosi per mezzo degli uomini, si corruppe naturalmente,

come si corromperebbe un cedro del Libano se lo trapiantassimo in

regioni iperboree.

Certo io non ignoro che esiste una scuola più recente che nega questa

importanza degli eroi ed anche ne condanna lo studio ed il culto. Ciò è

forse vero per quanto riguarda il presente e l'avvenire; non è però nè

giusto nè vero il negare l'azione grandissima che essi esercitarono sul

progresso della umanità fino al tempo moderno.

I giganti hanno formato il grande edificio della civiltà; gli uomini se

ne sono impadroniti: gli eroi furono i maestri; gli uomini hanno

imparato quel tanto che basta per fare da sè ed oramai non hanno più

bisogno nè di eroi nè di giganti nè di maestri; e come non ne hanno

bisogno, così non ne riconoscono il culto.

La memoria e la riconoscenza possono essere proprie fino ad un certo

punto dell'individuo, ma non lo sono dell'universale.

La storia non ha riconoscenza.

*

* *

E qui un pensiero mi si presenta che, vero o falso o strano che possa

sembrare, non voglio tacere.

È proprio la scienza che con le sue ultime ricerche ha sloggiato Dio dal

sacrario delle coscienze?

Così si crede comunemente e così è; ma non del tutto. La scienza vera,

non certa nuova metafisica settaria che talvolta ne usurpa il nome, ha

ancora troppi numeri da mettere in colonna prima di tirare l'addizione

ultima, se pure ci potrà arrivare.

Io penso che sia un'azione combinata della scienza con questo fenomeno

dell'assurgere delle maggioranze alle funzioni autonome della vita, il

quale fenomeno, dando ad un vocabolo vecchio un significato nuovo, si

può chiamare democrazia. Ora la democrazia, non, ripeto, nell'antico

senso storico, umano, cristiano; ma nel nuovo senso, cioè borghesia

oggi, socialismo forse dimani (i due termini, sebbene nemici, hanno un

legame di parentela storica e di dipendenza) come tende, per legge di

conservazione e di espansione, ad impedire lo sviluppo e l'influsso

delle forze preponderanti, invadenti del genio o dell'eroe, per la

stessa ragione, involontariamente ma pure invincibilmente, è indotta a

combattere questo concetto più di ogni altro individualista ed

aristocratico che è Dio.

Ne rimane, è vero, il culto esteriore: ma nella sua sostanza cioè in

quanto è morale rivelata da una legge superiore, eroica di sacrificio,

designata come termine di perfezione, questo culto, questa fede non

esistono più, e non diciamo nella pratica, ma solo nel sentimento.

A questo proposito il signor Nitti, noto studioso di cose sociali, in un

suo discorso sulle condizioni presenti informato ad un ottimismo

eclettico[19], dice: «Il positivismo, di cui anch'io sono seguace, ha

spiegato le origini umane secondo l'ipotesi darwiniana; ma una dottrina

puramente storico-biologica minaccia di diventare una dottrina morale e

se ne abusa ogni giorno e male».

[19] Francesco S. Nitti. _L'ora presente._ Roux, Torino, '93.

Io per me credo che le teorie positiviste non abbiano influito che a

dare la sanzione ad un sentimento, ad un bisogno preesistente di morale,

rinnovata su altre basi che non siano quelle della pura morale

cristiana. Ed infatti questo avere subito intuito il lato positivo di

una questione altamente scientifica ed averla così universalmente

devoluta nella pratica della vita, mi sembra non piccola prova. Se poi

in questa morale nuova v'è del male, o, per meglio dire, se gli uomini

non seppero applicarla che male, cioè in quanto sembra rispondere a

bassi istinti utilitari, il correttivo, a mio parere, non può venire che

dalla conoscenza più perfetta delle dottrine positiviste; non da un

neo-misticismo o da una fede che alcuni uomini pietosi e di buona

volontà tentano o si illudono di riaccendere.

E per avere accennato a tale questione, alcuno mi potrebbe ricordare che

anche il Carducci combattè il principio divino nell'inno _A Satana_.

Si può rispondere che, anche accettandone il senso filosofico, Iehova

non rappresenta la mistica idealità di un Dio infinitamente buono,

infinitamente misericordioso; Iehova è piuttosto la corruzione della

pura fede, la tirannide umana del dogma e Satana è la ragione che

combatte contro quella tirannide. Ma oggi anche Satana non ha più

ragione di esistere. La sua missione è finita da assai tempo con la sua

vittoria su Iehova.

Inoltre esso è un personaggio troppo eroico, troppo doloroso, sopra

tutto troppo aristocratico e classico.

*

* *

La scienza (il discorso mi vi conduce) al pari dell'arte è un fenomeno

individualista; con la differenza che mentre l'opera d'arte conserva

l'impronta del suo autore e rimane cosa sua, l'opera scientifica è per

sua natura trasmissibile ad altri e, quel che più vale, si accumula con

le precedenti.

Ciò che lo scienziato di genio scopre non può essere difeso da alcun

brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un

corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il

pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore può

anche finire negli archivi della storia; ciò che importa è la cosa

scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto

verosimilmente è una delle più valide cagioni dell'ingordo attingere

della modernità alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto è

manifestazione prepotente dell'individuo, cioè disegno di puri ed

armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane è solo dove essa soddisfi ad

un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice

non imprima più di dolorose e difficili idealità la sua opera; ma,

comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le

ordinazioni: e se le avrà eseguite secondo il suo piacimento, allora si

applaudirà e si concederà il compenso e la gloria del giorno.

Questo fatto è universalmente sentito sebbene non sia apertamente

confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da

qualche anno il pubblico avea intuito che Egli _sotto il velame degli

versi strani_ non cantava proprio più all'unisono con le sue

aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe

apparenze facevano credere il contrario.

L'evoluzione di Giosuè Carducci · 第 4 / 7 段