Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa

nel suo pieno significato, o non si applaudì piuttosto che alla parola

repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella?

Così io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale è, non quale

appare ai più, è certo che quel discorso non solo contiene

un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma

politica non deve essere nè donata nè imposta ma conquistata col

graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un più elevato tipo

di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa è conforme.

Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in

un'umanità migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]:

«Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La

Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che

sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unità e per

timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo

al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che nè anche la

Maestà del Re Umberto non è un vero e proprio monarchico».

[13] Polemica su i _Giambi ed Epodi_.

CAPITOLO IV.

LE ODI BARBARE E L'INDIVIDUALISMO DEL CARDUCCI.

Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai

_Giambi ed Epodi_, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude,

bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende

il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e

dell'anima.

È un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non

nasconde nulla perchè di tutto è cosciente. V'è un'esuberanza di

vitalità artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come

dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v'è un difetto,

questo è nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla

sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta

come in _Pianto antico_, nel sonetto _O tu che dormi là su la fiorita_,

l'_Idillio maremmano_ e _Davanti San Guido_; la riproduzione icastica e

psichica dell'evo medio, come _Su i campi di Marengo_, _Faida di

Comune_, _La leggenda di Teodorico_, concezioni epiche con forma e

movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le

_Primavere elleniche_, primavera delle odi barbare; i sonetti _Il bove_,

_Santa Maria degli Angeli_; meraviglie di un'arte insuperabile!

Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare

l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del

Carducci non è solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido

sole dell'oggi; ma è tutta la natura che già visse e fu forse più

ridente, più originale e più libera: ed Egli la fa palpitare e muovere

tutta come su la tastiera di un organo immenso.

Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la

nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso

umano e profondo da cui l'artefice è naturalmente portato ad elevare il

suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba

essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me

sembra vero e grande semplicemente; e tanto più grande in quanto che a

tale altezza Egli sorge più per prepotente sviluppo del suo genio, che

per azione diretta degli uomini e dei tempi.

Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole

di fare nè qui nè in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e

maggiori e più competenti di me e letterati di professione, ciò fecero.

Il mio intento è di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione

della questione da cui si intitola questo scritto.

*

* *

Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati,

raccolti infine sotto il nome di _Rime nuove_, segna il punto della

maggiore varietà e genialità della sua poesia, pure a me sembra che

questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione

artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una

il suo complesso pensiero.

Le _Odi barbare_ sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente

felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.

Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran

significato; e benchè un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo,

tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.

Nel 1881, sotto il titolo _La poesia barbara nei secoli XV e XVI_[14] il

Carducci stesso pubblicò un dottissimo volume ove con ogni diligenza

sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella

lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione

per trattare con molta competenza e serietà la questione scientifica e

metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: _I

critici e la metrica delle odi barbare_, precedente la seconda edizione

delle prime odi[15].

[14] Zanichelli, Bologna.

[15] Zanichelli, Bologna, 1878.

Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte

affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non

erudita combattè le _Odi barbare_, tuttavia ebbero a mio avviso un torto

involontario, perchè contribuirono a rassodare una falsa opinione che

era nel grosso pubblico, cioè che quelle odi fossero di formazione non

spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica

elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del

mosaico e della virtuosità dell'erudito.

Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da

parte mia, poichè nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il

pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio

scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su

questo punto che sarà ripreso più avanti e con diversa intonazione.

Quando il Carducci in fine dell'_Eterno femminino regale_ (23 dicembre

1881) esclama: _Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante

scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi

che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il

poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o

d'usignolo, cantando «Odi profanum vulgus et arceo»_[16], dice cosa

vera.

[16] Questa invettiva, come è noto, si originò dall'erronea

interpretazione data al verso dell'_Ode alla Regina_ «con

la penna che sa le tempeste», chè molti per _penna_ intesero

la cannella o quella d'oca per iscrivere.

Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma _che la

sovranità popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio

d'ogni autorità e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che

nessuna forza può sequestrare, che nessun uomo può impersonare_, dice

cosa ugualmente vera.

Solo a me sembra che la _vil maggioranza_ sia proprio una cosa sola con

la _sovranità popolare_, sia essa o monarchica, o repubblicana, o

socialista, o indifferente o quel che più piace; la quale se imprime la

propria volontà nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far

sentire ciò che giudica e ciò che vuole. Un trattato d'erudizione potrà

mettere alla berlina un critico impudente; ma non farà ricredere il

pubblico, oggi che il pubblico è tutto; nè su di esso lascierà traccia

maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma

subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di sè, delle

sue forze, delle sue volontà, delle sue aspirazioni.

Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.

Il vero, il bello, il buono sono ciò che giudica assimilabile,

confacente, utile a sè: il resto può essere quello che si vuole: una

sinfonia di Wagner, un'ode come _Alle fonti del Clitumno_; ma è sempre

qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cioè

retorica. E intendiamoci: questa maggioranza è formata non da una

speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che

sono conservatori e ricchi e borghesi. È semplicemente un fenomeno della

nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per

quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in

proposito sarebbe vana.

L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovrà

scegliere: o rinunciare alla propria individualità o rinunciare alla

popolarità e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.

Per ciò che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere

mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di

tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perchè (ripeto)

nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della

sua evoluzione.

E ritorniamo ora alla forma delle _Odi barbare_.

*

* *

Che le _Odi barbare_ abbiano una parentela letteraria con erudite

esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI, è un fatto puramente

occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta

di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente;

cioè non la forma generò ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si

plasmò di per sè in quella forma. Appunto inversamente di ciò che dice

il pentametro del Platen premesso alle prime odi:

forma più nobile abbisogna di profondi pensieri.

Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima

per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico

dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare

l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perchè tutta l'attenzione

fosse rivolta alla scena.

Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri

conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere

l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perchè un'idea per quanto

poetica non può chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica

costante, così il Poeta occultò e dispose i soliti versi italiani

secondo lo schema della metrica greca e latina creando così un'armonia

nuova, che io chiamerei esteriore o apparente.

Questa, a vero dire, è assai facile intendere come è facile comporre

versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina.

Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora

attorno alla gran pianta della lirica carducciana.

Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica

quella forma antica e non è possibile imitare.

Questa seconda armonia se per un orecchio educato è facile a sentire,

non è così facile a spiegare. Mi ci proverò tuttavia.

Nelle _Odi barbare_ le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano

significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci.

Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al

metro barbaro, invece è congenita al pensiero. Le forme della nostra

lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere

questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il

metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso.

Ma così nitido, così sicuro, così potente è il fantasma poetico, e per

contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in

questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e

riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a

farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue più lievi

sfumature.

In altre parole è una meravigliosa e individualissima pienezza di

pensiero che come si va svolgendo così si veste subito, senza alcun

mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con

vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e

questa parola così tormentata pur riesce divinamente naturale ed

armonica, non per sè ma perchè divinamente armonico è il fantasma che

sotto si scorge.

Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice:

Tale ne i gotici

delubri, tra candide e nere

cuspidi rapide salïenti

con doppia al cielo fila marmorea,

sta su l'estremo pinnacol placida

la dolce fanciulla di Iesse

tutta avvolta in faville d'oro.

Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a

infiammati fantasmi del pensiero, come questo:

Pone l'ardente Clio sul monte dei secoli il piede

robusto, e canta, ed apre l'ali superbe al cielo.

Altri versi squarciano letteralmente le ombre del passato e ci mostrano

il paesaggio antico con una intuizione di linee e di colorito

sorprendente:

ancor lambiva il Tebro

l'evandrio colle, e veleggiando a sera

tra 'l Campidoglio

e l'Aventino il reduce quirite

guardava in alto la città quadrata

dal sole irrisa, e mormorava un lento

saturnio carme.

Movimenti dell'animo che sembrano tutt'al più esprimibili col puro

canto, il Carducci riesce a fissarli con le parole, nitidamente, come ad

esempio ove dice:

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica.

Nè questo solo: sovente la sua lirica coglie il fiore che arduo cresce

su la filosofia della storia e riproduce persone con un atteggiamento

intuitivo del vero e nel tempo stesso sintetico e simbolico come forse

non riusciremmo a formarci leggendo volumi di storia: forse vedendo i

luoghi e meditando, potremmo averne un mal definito fantasma. Egli ce lo

definisce. Vedi ad esempio _Alessandria_:

Ecco venimmo a salutarti, Egitto,

Noi figli d'Elle con le cetre e l'aste.

Tebe, dischiudi le tue cento porte

Ad Alessandro.

Il canto delle litanie e il terrore e l'anelito sacro che muove le voci,

così sono resi:

..... fra nuvoli d'incenso fervide

le litanie saliano;

salian co' murmuri molli, co' fremiti

lieti saliano d'un vol di tortori,

e poi con l'ululo di turbe misere

che al ciel le braccia tendono.

Oh parola, divino dono dell'uomo, hai mai tu potuto dare maggior segno

della tua potenza?

Ebbene, in questa percezione netta che noi sentiamo del fantasma

consiste quella che io ho chiamato armonia interiore delle _Odi

barbare_.

*

* *

Molte volte però l'eccessiva estensione del pensiero lo costringe a

frasi così sintetiche che richiedono una non comune coltura per essere

intese, o un commento che potrebbe anche essere un trattato di storia,

come nel verso ove dice, parlando di Roma:

Son cittadino per te d'Italia.

Altre volte certi fantasmi s'impongono per modo che Egli volendoli

rendere così come li vede e sente, deve ricorrere a vere e difficili

audacie di stile, come ove dice, ancora parlando di Roma:

Ecco, a te questa, che tu di libere

genti facesti nome uno, Italia,

ritorna, e s'abbraccia al tuo petto,

affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

Questi e simili altri esempi che sarebbe molto facile raccogliere, non

sono certo pregi, ma non si possono nemmeno chiamare difetti: sono

quello che sono, espressioni che potranno piacere o spiacere, ma che

sono il portato logico di un determinato atteggiamento del pensiero.

Dove formano un difetto vero è ne' suoi imitatori nei quali manca del

tutto o in parte la ragione filosofica e lo svolgimento profondo che

portarono il Carducci a improntare la sua lirica di quella forma.

In essi, più o meno illustri, è vera e propria retorica, e se ne può

dire ciò che scrisse il Platen:

«Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il

mondo s'accorgerebbe che è un vuoto cicaleccio.»

*

* *

Ma prima di chiudere queste note su la forma delle _Odi_, mi sta a cuore

fare un'osservazione per non essere franteso.

Dico cioè che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro

e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un

grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi

definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa.

Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ciò che crede

o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime _Odi_,

dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di «recare qualche po'

di varietà formale nella nostra lirica», aggiunge poi come per

subentrare di un altro ordine di pensieri: «Son velleità queste mie, lo

so io per il primo, tanto più importune e inopportune oggi, che dinanzi

al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade

oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant'è: a

certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi,

certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più».

Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perchè è un

fenomeno umano che certi mutamenti debbono già essere completamente

avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente

dichiararli, è certo che questi caratteri definitivi della lirica

carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra

tristezza diffusa per quelle _Odi_ anche dove esse sono maggiormente

irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare _pagano_.

Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso

della austerità e della dignità in chi vi si applica, ma a moralmente

rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ciò un

carattere altamente civile e nazionale.

Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde _Odi

barbare_:

Musa latina, vieni meco a canzone novella:

Può nuova progenie il canto novello fare.

*

* *

Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ciò che esso

si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un

grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro,

argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione

delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica

e di Roma e da un certo anelito all'antichità, per tutte le odi diffuso,

chiamano il Carducci ultimo dei classici.

È un perfettissimo errore.

Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che

segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo

pure non è nè un difetto nè un pregio, ma cosa inerente al loro essere)

saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza;

ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna.

Una sola qualità vi è che si può propriamente chiamare classica, cioè

propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di

immortalità che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come

fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse

non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilità e scorrevolezza

che è propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per

una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le

renderà resistenti contro la corrosione del tempo, ma farà sì che quando

questa nostra età scomparirà nel passato (come a chi fugge in treno il

paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno

con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come

appartenenti ad un'altra formazione.

Del resto il Carducci può essere anche chiamato l'ultimo dei classici,

ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli è

l'ultimo dei classici perchè attraverso la sua opera poetica, come

attraverso un filtro, passa tutto ciò che la vita ed il pensiero antico

ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza

in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita,

sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione

fu detto che Egli è _un pagano legittimo come Goethe_ e che la sua

poesia rappresenta _il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita

terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi

segreti e delle sue leggi_: affermazioni vere, ma solo in parte e che

non rispondono ad un generale concetto. Perchè appunto questa perfezione

alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve

fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e

della fine vi è la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si

esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione

generale: anzi dove più Egli si eleva a concepire alti ideali o di

umanità o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo

contrasto con il presente e con la realtà.

*

* *

A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore

manchi alla sua lira. Per lui l'amore è un rapimento più doloroso che

lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come

consolatrice di supreme cure che come fine a sè stessa. Vedi le odi: _Su

l'Adda_, _Ruit hora_, _Alla stazione_, _In una chiesa gotica_.

Nelle altre barbare anche questa nota si affievolisce e non risorge che

ad intervalli come intonazione mirabilmente dolorosa e spirituale per

dar principio ad altro tema, come nell'ode _Sull'urna dello Shelley_,

ove dice:

Lalage io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo

So quai perduti beni l'occhio tuo vago segue.

Del resto questa tristezza non giunge mai sino a scomporre la figura del

Poeta. Esso è sempre sicuro di sè, tetragono su la base di un

razionalismo irradiato di stoica idealità, come nella bellissima ode per

le nozze della figlia Beatrice, ove chiude così:

De gli anni il tramite

teco fia dolce forse ritessere,

e risognare i cari sogni

nel blando riso de' figli tuoi?

O forse meglio giova combattere

fino a che l'ora sacra richiamine?

Allora, o mia figlia,--nessuna

me Beatrice ne' cieli attende--

allora al passo che Omero ellenico

e il cristïano Dante passarono

mi scorga il tuo sguardo soave

la nota voce tua m'accompagni.

*

* *

Ma la nota che vibra continua, dominatrice e che dà alla sua lirica un

carattere, su cui insisto, di poesia civile e nazionale, è il ritorno

dell'idealità della patria, cioè la resurrezione del genio latino che

compie il suo adattamento nel tempo moderno; non ricusando, vuoi per

democratica ignoranza, vuoi per decadenza di forze, nulla di tutto ciò

che è giusta eredità del passato, anzi serbando rinvigoriti nella

modernità i distintivi del suo carattere.

Ho detto idealità della patria; ma idealità non nel senso di fantasma

poetico, che di tale significato a ragione si sdegnerebbe il Carducci;

ma nel senso di cosa vera, grande, buona, umana che ci sfugge per

invincibile fatalità di uomini e di cose.

La statua della Vittoria[17], che sepolta attraversò i secoli e a cui

Lidia domanda se ebbe contezza di ciò che sopra la terra avvenne:

Sentii--risponde la diva e folgora--

però che io sono la gloria ellenica,

io sono la forza del Lazio

traversante nel bronzo pe' tempi.

Passâr le etadi simili a i dodici

avvoltoi tristi che vide Romolo,

e sorsi «O Italia» annunciando

«i sepolti son teco e i tuoi numi!»

[17] Ode Alla Vittoria tra le rovine del tempio di Vespasiano in

Brescia.

Nell'ode _Dinanzi alle terme di Caracalla_ invoca la _dea febbre_ così

pregando:

Gli uomini novelli

quinci respingi e lor picciole cose:

Ma nel XXI d'aprile dell'anno MMDCXXX dalla fondazione di Roma, il Poeta

con una felice continuità ricongiunge il tempo leggendario in cui

Romolo, in quel dì sacro a Pale, segnò col solco le mura dell'urbe, al

tempo moderno: disposando così la più squisita idealità coll'indirizzo

pratico della nuova vita del popolo d'Italia. Perchè Roma all'Italia

liberatrice addita, è vero, le colonne e gli archi, ma non con un senso

esausto di gloria, non con uno sterile rimpianto del passato (vecchia e

fatale nostra retorica) ma solo perchè da quelle memorie tragga gli

auspici a forte vita avvenire:

gli archi che nuovi trionfi aspettano

non più di regi, non più di cesari,

non di catene attorcenti

braccia umane su gli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d'Italia,

su l'età nera, su l'età barbara,

su i mostri onde tu con serena

giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido

tornerà il cielo su 'l Foro, e cantici

di gloria, di gloria, di gloria

correran per l'infinito azzurro.

*

* *

A me pare che difficilmente l'arte possa congiungere una idealità

maggiore con un maggiore senso pratico.

L'evoluzione di Giosuè Carducci · 第 3 / 7 段