il nucleo delle rime politiche che aggiunte ad alcune delle
_Nuove Poesie_ (Imola, Galeati, 1873), formarono poi il volume
dei _Giambi ed Epodi_ (Bologna, Zanichelli, 1882).
*
* *
L'_Inno a Satana_ segna appunto il termine di partenza per il futuro
viaggio.
Quest'inno concepito di getto «dopo anni di ricerche e di dubbi» in una
notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico,
chiude la serie delle poesie giovanili ed è la prima delle poesie nuove
del Carducci, o piuttosto sta a sè come intermezzo di un impeto così
pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia
moderna[10]. È lo scoppio di una forza selvaggia che si regge più per
ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione.
[10] L'_Inno a Satana_ nelle citate edizioni Barbera è posto fra i
_Decennalia_. Nelle seguenti edizioni (Zanichelli, '81 e '93)
è posto fra i _Levia Gravia_, ma in fine, quasi ad indicare,
anche materialmente, che è l'ultima delle poesie giovanili.
Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il
lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel
'65 «per amici e conoscenti,» diventa di dominio pubblico, corre la
penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come
di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta è fatto popolare oltre
l'aspettazione e l'intenzione, più che per qualsiasi altra sua opera
d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il
Carducci ed il pubblico.
*
* *
Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli
fu dato, cioè di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea
Ragione?
Così pare ad una prima lettura, così venne interpretato: v'è di più,
così il Carducci stesso lo difese nelle _polemiche sataniche_; dove,
scusando la poco estetica sintesi, disse «di avere adombrato, come in
una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico,
politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale;» cioè «la natura
e l'umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura
del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico.»
L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo.
Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concepì quel canto, sentì la
necessità sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire
al pubblico quelle verità? No certamente; tanto è vero che due anni
passarono prima che fosse reso di pubblica ragione.
Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile,
una verità nuova da rivelarsi, perchè non lo divulgò subito? Forse
perchè come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma
questo, cioè che «mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli uscì
dalle mani tanto volgare,» Egli potè dire nel 1881, dopo aver composto
le _Rime Nuove_ e le _Odi Barbare_, non allora che vivo era ancora
l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale
intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, può
sembrare un anacronismo o un'ingenuità. Non voglio dire con questo che
la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo
intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneità e lo
scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti più
intime e riposte.
*
* *
Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il
grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta
perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile.
Una più profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero
storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul
trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori
moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, formò la
convinzione e l'inno balzò fuori come folgore. Esso in fine altra cosa
non è che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale è fatto
cosciente di sè e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa
convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene.
«L'_Inno a Satana_--scrive tra le altre cose il Carducci in risposta
all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse
in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese _Il Popolo_--è
l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali;» e, se
non vo errato, non molto diversamente da ciò che io ho detto, si
espresse più tardi nel prologo _Al Lettore_, premesso alle edizioni
Barbera.
Si può insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur
soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso
letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica.
E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribuì
involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche
sataniche.
Egli non potè o non volle dare dell'inno la spiegazione che
verosimilmente è la vera, ma accettò invece la battaglia nel campo che i
suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che
nè meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di
quelle polemiche dovea di necessità riportare vittoria completa; ma fu
una vittoria in cui è vero che gli anonimi o trascurabili avversari
rimasero schiacciati; ma è vero altresì che Egli fu costretto ad
avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente
esatte in sè, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso
assai partigiano.
A queste polemiche Egli fu tratto sì dalla critica poco illuminata e
molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua
indole «proclive--Egli stesso lo dice--all'opposizione, anche
letterariamente». Vi sono poi altre particolarità del suo temperamento
d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e
delle altre sue prose battagliere.
Non eccitato, il suo giudizio è di una serenità olimpica; ma
l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di
burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non può
restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il
fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere
assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme
scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa
contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un
nemico che cadrà l'indomani da per sè per difetto di forze.
Per queste cause mentre ogni singola ragione è vera in sè e tale ci
appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non però ci persuade
interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre è
vinto.
Ancora: molte fra quelle polemiche sono modelli meravigliosi di
ardimento, di verità e di bontà illuminata dal genio; eppure hanno un
altro lato debole, appunto perchè il Carducci è debole in questo che la
sua mente, specie quando è contrariata, diviene troppo suscettibile a
tutto ciò che si presenti con un lato estetico e questo gli esclude o
per lo meno gli adombra gli altri.
Saranno forse queste le cause per cui rileggendo alcune di quelle pagine
di prosa io provo oggi un'impressione strana, perchè mi sembra che il
tempo le abbia troppo rapidamente scolorite; e pensando a tanta
ricchezza di verità, di affetti, di pensieri che rimane lì inerte,
un'immagine non lieta mi si affaccia, come di un nembo di gemme che
ricoprano un cadavere.
Del resto sarebbe presunzione e mancanza di gentilezza l'avere accennato
a questi caratteri difettosi senza dire per anche che essi (se pur
difetti si possono chiamare) traggono origine da un invincibile ed
eroico sentimento del bene e del vero, che noi mal nati a pena riusciamo
ad intendere non che a sentire. Forse è per questo anche che quelle
pagine ci sembrano scolorite. Ma di questa impronta e natura
originalissima delle sue polemiche sarà detto più diffusamente nel
capitolo che segue.
Concludendo per ciò che riguarda l'_Inno a Satana_, è certo che la
difesa che Egli ne fece diede valore all'interpretazione popolare:
l'intendimento politico venne subito a galla e s'impose alle altre e più
difficili considerazioni filosofiche e storiche; la voce brutta
di--cantore di Satana--divenne, malgrado l'austerità del Poeta, il
maggior titolo di gloria; e la crescente generazione, inceppata da
intellettuale, atavistico servaggio; incapace, per la più parte, di
salire con meditazione, con pazienza e con raccolta energia di virtù e
di studi al livello dei nuovi tempi, ma pur bramosa di giungervi ad ogni
costo e di fare presto, ripetè le strofe di quel canto come dogma di una
nuova fede, come espressioni di una dottrina nuova che già si respirava
nell'aria, ma di cui mancavano i convincimenti e i salutari ritegni.
Infine se ne valse come di un'asta per varcare d'un salto, allegramente,
al di là del precipizio, ove sono i regni della dea Ragione, ne' quali è
assai facile lo smarrirsi, se pure non si giunga per la difficile via
del dolore e della vera sapienza.
*
* *
Quelle energie che nell'_Inno a Satana_ si risvegliarono indomite e
selvagge, sono poi da una sovrana ragione rese domite e docili. L'arte
ed il pensiero si modificano, ed acquistano una sicurezza di obbiettivo,
una coscienza di sè che prima non erano; un ardimento cui la convinzione
e l'alto intento non permettono di trasmodare, e perciò anche quando è
eccessivo, ci pare vero e ci vince.
Appunto è in quel tempo che la sua Musa:
prese d'assalto intrepida
i clivi de l'arte.
La forma stessa si adatta al nuovo pensiero: metri più agili e saettanti
subentrano; ed il sonetto acquista quell'equilibrio di struttura,
quell'oggettiva e fremente comprensione di cose e di idee che lo rendono
più unico che nuovo, tale che Egli si può con pari onore accompagnare ai
massimi poeti ricordati[11] come maestri di questa originale forma della
nostra poesia.
[11] Vedi _Rime Nuove_. Il sonetto.
Non è più l'uomo che, come Egli stesso disse, «non ha fede nella poesia
nè in sè», ma è il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che
esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia
al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede.
Non è più la gioventù che mal cela il vigore delle membra nel
raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma è una gioventù nuova,
libera, quale è sorta dall'_Inno a Satana_, eccitata, infiammata, armata
di tutto punto per la battaglia.
E di fatto tutta la sua vita è una battaglia.
Egli nella storia del risorgimento è un personaggio fatale.
Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci
rappresenta il terzo lato.
Egli è la loro logica continuazione.
In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni
più pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di
umanità semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e
gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e così
grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalità; e
in quelli e in questo quel senso dell'idealità e della virtù storica che
si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme
richieste dalla necessità dei tempi.
Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi
questo ravvicinamento sembrerà strano per lo meno; eppure io lo ho
voluto dire perchè lo sento vero.
*
* *
Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla
presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci.
I _Giambi ed Epodi_[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da
quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria
ma la _via crucis_ per cui la patria si ricongiunse in nazione.
[12] Vedi la nota a pag. 50.
È inutile fare raffronti su la satira del Carducci: essa è tutta sua,
tutta del tempo. Muoverà, forse, come arte dal Barbier e da Victor Hugo;
nel Carducci vi sarà forse meno finezza di sarcasmo e meno intenzione
letteraria: ma v'è più dolore.
Io non la chiamerei neppur satira: quello è un grido disperato al
tradimento e al parricidio.
Senza dubbio i _Giambi ed Epodi_ sono una requisitoria terribile contro
il partito moderato monarchico che in quegli anni resse ed ebbe la
responsabilità della cosa pubblica.
Sono queste questioni difficili, dolorose e pericolose non solo a
risolvere ma ad accennare soltanto. Tuttavia, per usare di una metafora
che può sembrare graziosa in questi tempi sgraziati, si può dire che la
cambiale avente per sua scritta «unità e indipendenza d'Italia» ebbe
bisogno della regia firma di re Vittorio se volle passare allo sconto
della politica europea.
La firma di Giuseppe Mazzini non fu riconosciuta valida, e se una gran
parte della nazione ne sentì sdegno e protestò, non vi fu però
quell'unanimità di energie, di virtù, di convinzioni maturate tali da
imporre ad ogni costo, anche a chi non voleva, la firma del grande
agitatore.
Il nuovo avallo rese accetta la cambiale: se poi le condizioni e il
metodo furono alquanto mutati, bisognava pur rassegnarsi e
contentarsene, anzi saper grado al monarca, giacchè il fine si voleva e
le forze morali e materiali per ottenerlo col primo mezzo si erano
mostrate ed erano in realtà insufficienti.
Lungi ad ogni modo la supposizione di voler farmi io giudice del partito
monarchico moderato d'allora: io credo tutt'al più a certe fatalità
storiche che si impongono agli uomini loro malgrado; credo che i
migliori fra quelli abbiano operato così non per incompleto senso di
italianità, quanto facendo sacrificio di questo sentimento ad un fine
che si presentava troppo facile per essere il vero, e per converso
troppo immediato per lasciarlo sfuggire.
Quando si dice che l'unità d'Italia fu un fatto miracoloso, non si
esagera. Ma non è una lode. Fu in vero un miracolo di contingenze, parte
spontanee, parte provocate da un ministro di genio che produssero in
breve tempo la unità della terra quando l'universale della nazione non
era compresa da quell'altissima idea.
Con queste parole io non credo di menomare la dovuta venerazione agli
eroi della patria, nel culto de' quali sento di non essere inferiore ad
alcuno; sì di accennare ad un fatto storico che per opportunità si potrà
nascondere, ma non con valide ragioni negare.
*
* *
Sono i _Giambi ed Epodi_ una requisitoria contro un partito? Sono. Ma un
critico del tempo futuro che trascendesse a più lato senso, li potrebbe
anche chiamare una requisitoria contro l'intera nazione.
Vi sono strofe come queste:
Solingo vate, in su l'urne de' morti
Io vo' spezzar la lira.
Accoglietemi, udite, o degli eroi
Esercito gentile:
Triste novella io recherò fra voi:
La patria nostra è vile.
e l'altra:
O popolo d'Italia, vita del mio pensier;
O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo,
E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier.
ed altre, molto consimili di senso se non così di violenza, che sono
voci nuove.
Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno
la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla
profondità della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico
che palpita diffuso dai canti de' poeti che già vissero sotto il nostro
gran sole.
Alcuno può ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca,
ove chiama l'Italia «vecchia, ozïosa e lenta.» Sia pure; ma la storia è
là a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi
elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalità
sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di
unità politica, imporre alle circostanti nazioni l'unità del suo genio.
Speranza in una simile vitalità ci affida per l'avvenire? Così fosse! Ma
fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturità dei tempi e degli
altri popoli vi è troppo dislivello così da sperare che quella possa
dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne
assorbita e quindi distrutta in una più complessa e nuova forma di vita.
Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta
l'opera del Carducci e dà alla sua energia l'aspetto di una difesa
personale, appunto perchè Egli più di ogni altro sente di avere
concentrate in sè le più nobili qualità del genio italico.
L'esaltazione che da ciò ne deriva è sublime e assolutamente logica.
Egli irrompe contro il partito moderato perchè offriva più manifeste le
stigmate del male.
Esso ci dà Custoza, Lissa, la soggezione all'impero di Francia, la
cessione della Venezia, la presa di Roma nel modo e nel tempo che
avvenne; invece il partito repubblicano, libero dalla diretta
responsabilità politica e avente ne' suoi capi un'idealità superiore,
non solo esce immune da transazioni o da sospettate colpe, ma si cinge
d'eroismo semplicemente. L'epica impresa dei Mille, Aspromonte, la
spedizione dei Cairoli, Mentana, le cavalleresche gesta di Francia, per
tacere dei fatti minori, sono così gentili e mirabili opere che alla
nostra fantasia, dopo così pochi anni, si presentano cinte dall'aureola
della leggenda: e i personaggi anche minori che da quei fatti emergono,
hanno un'impronta così geniale d'italianità e di bontà, che io non so se
sia effetto del tempo o della morte che placa le passioni presenti e dà
agli uomini un'attitudine di fratellanza e di virtù, ovvero se proprio
sia perchè essi erano tali, ma è certo che messi al confronto del
positivismo utilitario che è il carattere più saliente di noi
modernissimi, ci paiono troppo diversi e infinitamente più avanti
nell'ideale della verace perfezione umana.
È il caso qui di ragionare dell'opportunità politica di quelle imprese
repubblicane? No certo. Solo una considerazione io voglio fare, ed è
che, se quelle che furono opere di pochi, fossero state opere
dell'intera nazione cosciente e volente, nè prima nè poi sarebbe
avvenuto di parlare di opportunità, ed altra sarebbe la fortuna della
patria.
A parte dunque anche il lato eroico, è certo che quelle azioni e quegli
uomini, per sè soli, astraendo affatto dalla loro fede politica,
dovessero presentarsi come molto affini agli intendimenti ed
all'idealità del Carducci.
E perchè quegli uomini erano naturalmente repubblicani, così il Carducci
non solo riconobbe in questo concetto qualche cosa che rispondeva molto
da vicino a' suoi individuali convincimenti già maturati nello studio e
nella solitudine; ma per quello spirito di opposizione e di assoluto che
gli è proprio, a quel nome di repubblica congiunse tutto ciò che la sua
mente concepì come bene e come alto dovere, e lo spinse come un'arma
contro il partito moderato monarchico.
A tutto ciò che non era allora e che non è oggi sì nella vita civile e
politica, sì negli studi e nella molteplice attività nazionale: a tutto
ciò che non è e che avrebbe dovuto essere, di cui la grande tradizione
italica avrebbe dovuto imporre la coscienza e lo stimolo non solo in
pochi ma nell'universale: a tutto quel complesso di idealità antiche e
nuove a cui un popolo troppo vecchio, sebbene avesse l'apparente
gioventù della rivoluzione, non poteva sorgere: a tutto ciò che è
libero, generoso, bello, vero, il Carducci diede un epiteto di cui si
compiacque come quello che rispondeva ad uno stato politico logico per
la nazione quale Egli avrebbe voluto che fosse, l'epiteto
«repubblicano.»
Che per tali affermazioni non fosse allora nè compreso nè piacente al
partito avverso (il quale fra i torti attribuiti ebbe anche quello di
dover fare, come già dissi, il molto col poco) non deve far meraviglia;
come non parrà innaturale se io affermo che il grosso pubblico in quelle
sue reiterate e sdegnose invettive non riconobbe che una semplice
ribellione di parte, mentre erano espressioni della più fine
aristocrazia del pensiero e della più alta italianità.
Ma in qualsiasi modo venisse dal pubblico interpretata, è sempre vero
che quella sua lirica che suonava disperatamente, come campana a
martello, acquistava grande forza di attualità politica per il fatto che
in quel tempo vivevano Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Mario e con essi il
fiore del patriottismo eroico; i quali reggevano e improntavano
l'opinione popolare della loro volontà e della loro fede: e il canto del
Poeta, inspirato a quella volontà e a quella fede, sembrava ricordare al
popolo i giorni numerati che mancavano all'avvento della santa
repubblica.
*
* *
Ma oggi che le idee ed i fatti hanno preso una piega ben diversa,
bisogna convenire che l'influsso esercitato da quegli uomini fu più di
apparenza che reale. In fatto da non pochi si sperò allora e si credette
che le nuove generazioni, pur modificandosi in parte secondo le
necessità storiche, avrebbero avuto origine da quegli uomini, e che la
nuova civiltà italiana si sarebbe formata su i loro ideali. Invece pare
vero il contrario, cioè che quegli uomini siano stati definitivi e non
abbiano avuto discendenza morale se non effimera o apparente, quasi
piante senza propaggini; e che la civiltà quale si va disegnando nel
presente derivi le sue origini piuttosto da un movimento esteriore,
internazionale, scientifico, di cui la libertà politica favorì e
l'ingresso e lo sviluppo.
Per tali ragioni quelle rime dei _Giambi ed Epodi_ che poco più di un
ventennio addietro erano di una opportunità ed efficacia grandissime,
oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e
letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia
politica è di durata breve, ma perchè il sentimento patrio che ne è la
nota dominante, non è più sentito a quel modo o non è sentito affatto.
Tanto è vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi,
informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico
apparentemente diverso, non commuove più il pubblico nè sarebbe più tale
da procacciare popolarità ad un poeta nuovo.
*
* *
Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si
osservi di quante necessarie cautele Egli si munì, ogni qual volta
dovette esplicitamente dichiararsi, perchè il suo giudizio non venisse
frainteso.
Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano
eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a
lui perchè poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza
nazionale, aggiunge: «Sì; io sono repubblicano. (_Scoppio di prolungati
e replicati applausi_) E repubblicano divenni non per rapimento
giovanile, nè per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del
quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor
molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle
prime Università: mi diedero anche, sempre non richieste, altre
onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben
lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche.
«Nè prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, nè vi presi
parte, poi, per un pezzo. La mia gioventù fu tutta negli studi: nella
solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforzò in me l'idea
repubblicana. Ma la repubblica mia non è repubblica per sorpresa: anche
questa può sorgere a certi momenti, sebbene non è più desiderabile ai
veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E
nemmeno è la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto
meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo
che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me
è l'esplicazione storica necessaria, è l'assettamento morale della
democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica è per me il partito
logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali
(_Applausi_). Tale essendo per me la repubblica, è naturale che essa,
questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della
maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non
s'abbia a dire col poeta: _Qual di te lungo qui aspettar s'è fatto!_»