Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo sti

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Dott. ALFREDO PANZINI

L'EVOLUZIONE DI GIOSUÈ CARDUCCI

MILANO

LIBR. EDITR. GALLI DI C. CHIESA & F. GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

1894

PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. LUIGI di G. PIROLA.--Milano, piazza Scala, 6.

AL SENATORE

GAETANO NEGRI

CITTADINO E FILOSOFO ILLUSTRE

INDICE

Dedica 5

CAPITOLO I.--Il maestro e la scuola 9

» II.--La dimostrazione dell'11 marzo '91 25

» III.--_Iuvenilia--Alla Croce di Savoia_--L'inno

_A Satana--Giambi ed Epodi_--Il discorso

agli elettori del collegio di Lugo 43

» IV.--Le _Odi Barbare_ e l'individualismo

del Carducci 73

» V.--Il senso eroico--Giosuè Carducci e

la giovane letteratura nazionale 105

» VI.--Giosuè Carducci e l'ora presente 139

CAPITOLO I.

IL MAESTRO E LA SCUOLA.

Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io

studiava a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula

dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce

dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di

uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti

sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta

d'ingresso. E su quelle teste, le più giovanilmente vive, altre grige o

canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale

femminile lietezza mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva

ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come

nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo

poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere

l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare

il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.

Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una

candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or

s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un

folletto, faceva in quella penombra strani effetti di luce su quel volto

animato dall'idea creatrice.

Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in

alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera

del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori

dai secoli che furono.

*

* *

Con ciò non intendo dire che il Carducci sia un oratore nel senso che

comunemente si dà a questa voce: l'impeto, la profondità, la larghezza

con cui Egli concepisce e sospinge i suoi pensieri non hanno pari

riscontro nella fluidità delle parole, e perciò di quel torrente di idee

e di imagini solo una parte trova l'uscita; l'altra percuote e rimbalza

contro quell'impedimento, e perciò in chi l'ode per la prima volta si

genera come un senso di pena; chi invece conosce l'uomo e in quelle

parole uscenti a scatti e svincolantisi sente tutto il prodigioso lavoro

interno, non può sottrarsi a un senso di ammirazione e di meraviglia.

Egli inoltre che ci era così austero maestro nell'insegnare ed imporre

il puro metodo storico della ricerca paziente e analitica, aveva sovente

degl'impeti luminosi di sintesi, con una così sicura ed anelante

concezione del vero quale gli eredi del genio greco latino sanno, forse

soli, afferrare ed esprimere. E allora si vedeva quel suo volto acceso

impallidire come sotto lo spasimo di un'idea gigante, l'occhio nero

sconfinare oltre il recinto dell'aula e le parole venir fuori ora a

gruppi rapidissimamente battute e serrate, ora gravi, tarde; quasi ogni

voce avesse con sè un misterioso seguito di ombre, di luce e di fantasmi

che doveano uscire con lei. Ed in quello impallidire, in quel commosso

esprimere di parole, pareva che la sua fronte si cingesse come d'un

profetico nembo; e gli angoli delle labbra in giù volti gli davano

un'attitudine cupa di vaticinante.

Non era però raro il caso che tutto il getto dei pensieri trovasse

libera uscita; e allora era un allegro irrompere di idee germinanti,

salienti, scoppianti per raggrupparsi ancora e salire fin dove per la

soverchia altezza oscillavano, e il periodo precipitava e finiva non con

armoniche voci, ma con un gesto rapido e con uno scatto quasi feroce di

accenti che sembravano come un'invettiva alla parola tarda ed inefficace

a investire e rendere i suoi concetti.

A spiegare questo suo modo di parlare s'aggiunge un'altra causa, ed è

che il Carducci che fu per tanti anni chiamato il poeta della

democrazia, è il più aristocratico oratore che si possa pensare. La

frase fatta con lo stampino, il periodo d'effetto, i facili artifici del

dire, che un autore fine evita di scrivere, ma però nel parlare

largamente profonde, giacchè sfuggono all'analisi e dilettano

l'uditorio, il Carducci sdegna anche nel parlare. La sua frase è

originale e viva come il suo pensiero; e perciò si arresta finchè non ha

trovato quella voce che gli pare propria, quell'architettura del periodo

corrispondente al suo pensiero. Da ciò ne deriva che quel discorso che

ad un uditore volgare riesce slegato e duro, ove lo si fermi con la

stenografia appare perfetto.

Finita la lezione, che durava circa due ore, indossava a fatica il

pastrano o la pelliccia di cui mostrava avere assai cura, e passava fra

il riverente aprirsi della studentesca. Era la dolce ora che le tavole

delle trattorie suburbane attendono le chiassose brigate degli studenti,

e il numeroso uditorio uscendo dall'università già deserta, si spandeva

sotto gli alti e tetri portici di via Zamboni. Le ombre della notte vi

erano discese; ma sovente giunti al largo delle due torri, dal fondo di

via Rizzoli, un ultimo raggio di sole, come solo ne ricordo in quell'ora

a Bologna, si riverberava vermiglio sul vertice aereo e sui merli

dell'Asinella. Carducci che a brevi gesti e a più parche parole

rispondeva al premuroso stuolo che lo circuiva, non mancava mai, io lo

ricordo, di volgere lo sguardo su quegli alti fastigi delle torri che

anche Dante mirò e dove il sole s'indugiava ancora

guardando

con un sorriso languido di vïola,

. . . . . . . . . . . . . . .

e un desio mesto pe'l rigido aëre sveglia

di rosei maggi, di calde aulenti sere.

*

* *

Il Carducci è inoltre di una sensibilità estetica meravigliosa; e questo

fenomeno geniale un positivista di professione chiamerebbe, io penso,

_iperestesia artistica_, o qualcosa di simile, non è vero? appunto per

quella brutale superbia scientifica di classificare con una voce

patologica i più nobili e meno concepibili movimenti dell'anima, e così

confonderli con i più abbietti in un'uguale terminologia. Dunque io

voglio dire che questa sensibilità del fantasma artistico è così

prepotente in lui che lo vince e gli s'impone mal suo grado. E questa

vittoria del genio sulla volontà era cosa nuova e commovente, giacchè la

sua indole disdegnosa e il verecondo culto dell'arte lo rendevano restio

a manifestarci tutte le visioni del suo pensiero; inoltre la scuola era

per lui una palestra di severi esercizi, e il diletto dei commenti

estetici Egli lo giudicava didatticamente pericoloso pei giovani cui

l'ingegno e la coltura facevano difetto per assorgere a questa alta e

geniale forma della critica. Ma ciò che sopra tutto lo rendeva

aggressivo e violento era il sospetto che gli uditori, specie di altre

facoltà che non mancavano mai, si fossero dato convegno con l'animo di

chi va ad ascoltare una prima donna o un tenore di grido.

Eppure spessissimo avveniva che la visione suscitata da un verso o da

uno di que' periodi armonicamente partiti come un edificio della

rinascenza, tendenti al loro fine come getto di balestra, gli togliesse

per così dire la mano: era una breve ed occulta lotta fra il voler dire

o seguitare il commento linguistico; ma infine l'onda delle imagini

crescenti come l'impeto della marea, vinceva ogni resistenza e si

udivano allora le più alate e scintillanti digressioni che mai siano

risonate in quelle scuole di filologia.

Chi, ad esempio, tra i frequentatori della facoltà di lettere a Bologna

non ricorda, specie in certi giorni senza sole, grigi di nebbie e di

piogge, il caratteristico entrare del Carducci nella scuola di

filologia? Non era l'aula detta sopra, ove Egli faceva le sue lezioni di

letteratura, ma un'altra molto più piccola e abbastanza chiara al primo

piano.

Benchè i banchi fossero quasi per intero occupati dagli studenti della

facoltà e si sapesse che quel giorno il Carducci non teneva

che le solite lezioni di magistero, ciò è a dire di critica e

d'interpretazione, tuttavia l'affluenza del pubblico era sempre tale da

riempire tutti i vani possibili: studenti di altre facoltà, signore e

signori venuti o per amore d'arte o per curiosità di vedere ed udire il

grande Poeta.

Rammento fra gli uditori illustri la biblica, pensosa e dolorosa figura

del conte Aurelio Saffi; la faccia animata della nobile donna Vitthe

Jessie Mario. Egli li scorgeva appena che rendeva loro ossequio prima di

salire su la cattedra.

Ma qui una parentesi cade giusta: voglio dire che l'universale

degl'italiani press'a poco sa chi è il Carducci: il primo poeta della

nazione, che ha scritto l'inno a Satana, le poesie barbare con l'ode

alla Regina, che prima era repubblicano e adesso è senatore e

monarchico.

Questo lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. Alcuni, è vero, discutono

se più Egli valga come poeta o come prosatore; ma per compenso quasi

tutti spingono la loro erudizione sino a recitare a memoria un certo

sonetto del Rapisardi, e tutto ciò va bene: però se questo allegro

popolo per sue speciali ragioni non può intendere nè il poeta, nè il

prosatore, nè l'uomo, sarebbe però giusto che sapesse come il Carducci

che prima accusavano di godersi lo stipendio governativo, lui

repubblicano; ed oggi accusano di avvantaggiarsi del suo mutamento

politico (di diversa fede gli uni dagli altri, uguali gli uni agli altri

nella cosciente calunnia), non abbia fra tutti gli ufficiali dello Stato

alcuno che lo sorpassi nell'adempimento continuo, austero, pieno del

proprio dovere.

Egli è il primo maestro del regno; ed anche oggi prosegue ed insegna con

l'animo e con la fede d'allora. Una sola volta, in quattro anni che fui

suo scolaro, venne alla scuola e disse, come confessando un suo errore

da cui voleva che noi giovani dati all'insegnamento molto ci

guardassimo, di essere costretto per quella volta a improvvisare la

lezione a braccia e fu, ricordo, un poderoso raffronto fra i classici ed

i romantici, denso di sintesi e di riattacchi storici quali Egli sa

fare.

Del resto ogni lezione era una primizia de' suoi studi, che Egli recava

alla scuola ancora viva e palpitante delle ultime ricerche: e da quel

vigoroso e sicuro percuotere del pensiero entro le viscere del passato

balzavano fuori scintille di verità e di luce: e in alto, senza alcun

preconcetto di scuola o di politica, ma naturalmente, in alto, come faro

luminoso, splendeva o s'intravvedeva risplendere l'ideale di questa gran

patria italiana.

Tale il Carducci come maestro, tale la sua opera rigeneratrice in quella

scuola piccola, dalle finestre luminose donde il giorno fuggiva e dove

la sua parola richiamava la luce.

Lo ricordate voi, compagni buoni, dispersi per le scuole d'Italia, lo

ricordate voi? Si chiosavano i canti dell'Inferno, si leggevano le

stanze della canzone di Rolando, i sonetti del Guinizelli e del

Petrarca, lo ricordate? L'ora era trascorsa; era venuta la notte e il

silenzio: le sei lampade a gaz mandavano il loro ronzio e la loro viva

fiamma. Egli saliva su per i banchi, si sedeva talvolta presso di noi,

accennava ora all'uno ora all'altro con la sua nervosa, breve e bianca

mano di continuare; e spesso, vedendoci stanchi per l'ora tarda e per il

prolungato lavoro, Egli stesso leggeva e spiegava, e ci trascinava

oltre, fuori del presente, per quelle grandi ondate degli antichi canti.

Taluno, ricordo, che era in maggiore dimestichezza, levava fuori

l'orologio come a dire: «Maestro, l'ora è trascorsa, anche quella del

desinare.» Egli vedeva, sorrideva bonariamente e interrompeva dicendo:

«Fra poco, sino a questo punto e poi basta.»

Si usciva: fuori frizzava la nebbia e sotto i lunghi portici batteva

largo il vento; pure noi scolari non si cessava del conversare animato.

Lo ricordate, buoni amici, se pure vi rimane animo e tempo di ricordare?

E chiudo la parentesi perchè l'indugiarmi con memorie subbiettive

ripugna a me e alla natura di questo scritto.

*

* *

Dunque Egli entrava regolarmente alle tre e come un fremito di

rispettoso silenzio lo precedeva su per l'ampio scalone sino agli angoli

più remoti della scuola: era un ultimo bisbiglio, un adattarsi alla

meglio degli uditori su le poche seggiole fornite dalla premurosa

solerzia del bidello Monti, dalla voce fessa e dal cuore mite.

Il Carducci volgeva attorno uno sguardo aggrondato, tediato alla vista

di quel troppo numeroso uditorio: un altro sguardo lungo fuori dei vetri

al cielo grigio, ai tetti umidi; poi un altro ancora agli uditori

attenti, aspettanti e maraviglianti in silenzio.

Noi che si conosceva l'uomo, ci scambiavamo sguardi d'intelligenza, chè

di parlare anche sottovoce non era quella la buona occasione e si

rischiava di pigliarci un rabbuffo secco e terribile.

Ah, voi vi aspettate oggi la conferenza letteraria, forbita e oratoria

che si convenga all'aspettazione e vi faccia passare piacevolmente

queste ore incresciose! Ve la darò io la lezione! Ma questo non è un

ridotto per conferenze, nè io son qui per divertirvi col sentimento e

con l'estetica, e nè meno per avere applausi: questa è semplicemente una

scuola dove io devo e voglio attendere a fare de' buoni maestri per i

ginnasi ed i licei d'Italia: null'altro.

Questo pensiero si leggeva in certe sue mosse brusche, nello sguardo,

nell'aggrottare della fronte e in certo suo tormentarsi la barba; poi si

esplicava di solito in poche, burbere e rotte parole che sonavano presso

a poco così:

«Avverto lor signori che questa è lezione di magistero: farò della pura

filologia, molta filologia...» come a dire: ciò non può interessarvi e

fareste meglio per voi e per me ad andarvene.

La minaccia riusciva, come è a credere, vana: nessuno si moveva.

Alcuni scolari, ad un suo cenno, andavano a prendere i soliti testi di

consultazione: Egli passava dall'uno all'altro scolaro; rivedeva i

quaderni, i libri, gli appunti. Erano per noi momenti terribili!

«A lei!» questa era la parola sacramentale.

L'interpellato cominciava e leggeva. A poco a poco la scuola si animava

e ripigliava il solito aspetto; la voce e la fisonomia del maestro

scendevano al livello normale, e lezione cominciava.

Il suo metodo didattico è ammirevole e perfetto. L'interrogato legge e

chiosa; ne' passi controversi od oscuri ognuno è libero d'esporre la sua

interpretazione. Egli ascolta, accetta, disapprova, corregge, talvolta

loda, in fine amplifica e fornisce tutti gli elementi per cui il

giudizio si possa accostare al vero; e se alcuna cosa ignora in quella

sua molteplice ricerca, lo confessa liberamente; ne prende appunto per

sè ed invita altri ad approfondire la questione. La più scrupolosa

esattezza critica e linguistica si congiunge senza sforzo, senza stacco,

alla più alta e spirituale concezione del testo: piano, insensibilmente,

forse senza volerlo, ma con la forza intuitiva del genio, spesso movendo

dal più semplice esame filologico, solleva la mente dello scolaro fino a

far sì che questi fissi diritto, quasi allo stesso livello, il pensiero

de' sommi autori di cui si ragiona.

Pure Egli così rimesso e semplice, avea degli scatti invincibili di

sdegno se s'imbatteva in qualche scolaro che si fosse presentato a

rispondere impreparato di tutto quel corredo di nozioni filologiche e

storiche che si richiedevano.

Tale mancanza, spesso scusabile in un giovane, si presentava al Carducci

sotto l'aspetto assoluto di un'affievolita coscienza del dovere e dello

studio, e allora scoppiavano di que' rimproveri che dove toccavano

levavano la pelle.

E anche di ciò bisogna ricercare la causa nel concetto che Egli aveva

della scuola. Il Carducci, io penso, non si è mai illuso di avere sotto

di sè dei geni in erba, ovvero che a lui spettasse il bizzarro incarico

di coltivarne la rara pianta: se qualcuno mostrava più larghezza e

genialità di mente che gli altri, se ne compiaceva e lo dava a conoscere

con una ritenuta e pure affettuosa gentilezza; ma non faceva nè elogi,

nè predilezioni. La cosa che Egli sopra tutto pregiava e richiedeva era

la severità della vita, la costanza e l'assiduità del lavoro, il

sentimento della dignità, degli studi e dell'arte; e tutto ciò per

quell'elevato sentimento patrio che mai non si scompagnava da ogni sua

azione e da ogni sua parola: l'Italia avea bisogno di rifarsi moralmente

ed intellettualmente; perciò occorrevano pochi ma buoni maestri.

A questo Egli attendeva per parte sua e voleva che i giovani vi

attendessero; al governo assicurarne la vita, la dignità, gli studi. Nè

mai voce più nobile e più elevata suonò in loro difesa.

Ma anche qui quell'ottimismo che non sa distinguere le eccezioni e che

in fondo è proprio, perchè necessario, di tutti gli uomini di genio, e

quel giudizio quasi sempre assoluto ed unilaterale che è speciale del

Carducci, inducevano spesso in errore un così alto e degno modo di

giudicare; chè non solo molti di mente meno che mediocre, ma pazienti ed

assidui, lodava e incitava; ma, quel che è peggio, non s'avvedeva come

non pochi fra quelli che più lo circuivano, sotto un simulato amore di

ricerche e di studi null'altro celassero che una gran vanità,

un'ambizione dannosa ai buoni, senza avere alcun senso dell'arte, alcun

animoso o doloroso ideale.

Egli psicologo acuto e mirabile dei fenomeni morali più complessi, non

riusciva a scendere e a leggere nettamente nell'animo di coloro che con

certa simulata modestia sembravano intendere e seguire le sue idee.

Forse prestava loro un po' della sua grande anima e nel suo giudizio li

faceva degni di sè.

*

* *

Ma tornando al proposito, è certo che tali lezioni, per quanto perfette,

non erano quelle che l'uditorio estraneo alla scuola si aspettava; se

non che a poco a poco un verso del Petrarca o di Dante, uno di que'

portentosi aggruppamenti di parole melodiche dove o l'anima o la natura

o l'una e l'altra insieme vibrano nella misteriosa concezione dell'arte,

investiva il suo pensiero e tutta la sua fantasia s'accendeva come un

sole.

Non v'era più l'espositore paziente, il critico minuzioso; ma il

sapiente ed il vate si congiungevano in una non so quale concezione

grandiosa e quasi profetica, e sotto quell'impeto di idee s'indovinava

una sacra tristezza.

Parea che si rivolgesse a noi come se fossimo i colpevoli di non so

quale mancato bene, noi poveri giovani venuti alla sua scuola per

acquistarci un diploma e guadagnarci questo misero pane. Egli ci

trascinava dietro di sè e ci costringeva a salire in alto! O Maestro

grande e buono, quante cose vedemmo, o piuttosto intravvedemmo di lassù

dove Tu ci guidavi! Ma chi se ne ricorda più, chi ritiene più la forza

di combattere per le battaglie di cui Tu segnavi così nettamente il

campo, o Maestro?

No, da quella sua cattedra Giosuè Carducci non parlava al mondo, come

diceva con infelice retorica il manifesto degli studenti monarchici

invitante ad una pubblica dimostrazione dopo il fatto dell'11 marzo:

Egli da quella sua cattedra si era proposto un compito molto più modesto

eppure molto più arduo: rinnovare nel pensiero e negli studi la gioventù

d'Italia, come nelle battaglie e nelle congiure fu rifatta materialmente

la patria.

CAPITOLO II.

LA DIMOSTRAZIONE DELL'11 MARZO '91.

Il giorno 11 marzo '91, che fu appunto di mercoledì, alle ore tre, in

quella grande aula numero uno, parecchie centinaia di questa gioventù

italiana insultò di fischi assordanti, di improperi indicibili Giosuè

Carducci.

I fischi e gli improperi durarono un'ora e mezzo non interrotti e

crescenti.

Chi volesse far mostra di perizia descrittiva potrebbe agevolmente

ricostruire quella scena dolorosa e, sotto un certo aspetto, fatale. Ma

una simile descrizione sarebbe retorica nel senso brutto della parola,

ed io la sdegno: però retorici non sono certo i due aggettivi che ho

scritto, ma rispondono ad una verità che vorrei emergesse al lettore

dalla comprensione di questo libro.

Si ebbe appena notizia del fatto, che la studentesca radicale delle

università di Genova, di Cagliari, di Pavia, di Pisa, di Roma, di Modena

e di altre città, compresi i giovanetti dei licei, perchè essi pure

vollero fare udire la loro voce autorevole, si resero solidali e

plaudenti agli studenti di Bologna, stigmatizzando con tutto lo sdegno

delle loro offese coscienze--_la deficenza del carattere del senatore

Carducci_ e l'apostasia di _Enotrio romano, disertore bandiera, santi

ideali vera democrazia italiana_;--chè così appunto suonano le lettere

ed i dispacci d'allora.

Non ricostruirò, no, la scena; ma io penso che fra il frastuono e la

tempesta degli insulti dovea squillare alta la plebea e feroce ingiuria

di Romagna, e so di un'accusa ripetuta sino alla rabbia:--_Tu sei un

cattivo cittadino!_

Thaumasion ti!, avrebbe detto Socrate. Ma che vale? Oggi il

riportare un motto greco sarebbe ingenuità ovvero ignoranza; dirò

dunque:--Mirabile cosa, non è vero?

Ma una ve n'ha più mirabile ancora:--Quella gioventù in quel suo

accanimento contro l'uomo era sincera e convinta: sincera sino all'odio,

convinta sino alla ferocia. Perchè non esitò, non oscillò dinanzi al

Poeta; lo assalì con una logica ineffabilmente ignorante; non pensò e,

se pensò, non paventò di recare danno con l'immane insulto a quella

esistenza preziosa!

Dirò di più: era convinta di compiere un dovere. Essi scrissero: «Noi

l'abbiamo fischiato per significargli lo sdegno delle anime oneste[1].»

[1] Vedi il foglio apologetico _Ça ira.--Gli studenti radicali e

Giosuè Carducci_.--Numero unico, Bologna 19 marzo 1891. Società

Tip. Azzoguidi.

*

* *

Egli ebbe l'intuizione eroica del momento: non protestò, non si mosse,

non uscì, non volle uscire che ultimo. Montò ritto in piedi sur una

tavola che era dinanzi alla cattedra, «non per parlare, ma per meglio

esporsi ai fischianti che fischiassero con più loro soddisfazione e per

ricevere in pieno petto gli oltraggi[2].»

[2] Dalla _Gazzetta dell'Emilia_,--Bologna, giovedì 19 marzo

1891.--Lettera di Giosuè Carducci al direttore del giornale.

Crescendo gli urli, trasse dalla tasca uno zigaro e si mise a fumare.

Quelli gridavano: «A basso Carducci!» Rispose: «Meno male se gridaste a

morte! È inutile gridiate a basso: la natura mi ha messo in alto... ed

io fumo.»

Ma Egli «cinicamente ci guardava fumando;» così dice l'esposizione che

del fatto diedero gli studenti radicali nel citato numero unico, e

quest'avverbio attribuito ad un'azione del Carducci fa fremere; eppure

esso è riferito in buona fede.

Non è anche questo mirabile?

Il torrente dell'indignazione e dell'odio straripò e si scatenò sopra

l'uomo senza che questi vi potesse porre argine. La memoria del maestro

non si affacciò dinanzi ai tumultuanti; il genio del poeta, o almeno una

sola delle sue mirabili idealità non fu ricordata; o, se fu, non ebbe

forza di agghiacciare l'insulto prima ancora che le labbra lo avessero

espresso.

Eppure l'uomo non si scompose, ma stette dinanzi a loro impavido e tutta

la maestà del cittadino e del poeta si drizzò eroica, nel suo silenzio

disdegnoso da ogni discolpa. Ma Egli «cinicamente ci guardava fumando,»

ma l'uragano gli montò sopra e fuggì via col suo urlo. L'uno rimase

rigido all'urto, gli altri trascinati come da una procella, seguirono il

loro viaggio: termini irreconciliabili.

Eppure sono corsi pochi anni dal tempo che quella gioventù riguardava il

Poeta come maestro, come esempio, come profeta: ed Egli profondeva per

lei i tesori dell'inesausto suo genio. Ora gli uni si separano

dall'altro nè v'è speranza di intesa o di ritorno.

Non è ancora questo un fatto mirabile?

Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo stia fuori dal

mero fatto di cronaca universitaria; ma sia indizio di un grave fenomeno

morale rimasto da lungo tempo latente, non determinato, non studiato e

che in quel giorno si manifestò con quella selvaggia esplosione di

insulti?

Tale convincimento mi animò a stendere queste pagine, e fu così forte

l'impulso che vinse molte incertezze e riluttanze più facili ad

intendere che piacevoli ad esporre.

*

* *

Cominciamo da un paragone che può sembrare enfatico o strano. Ricorda il

lettore uno dei titoli d'accusa per cui fu Socrate condannato a morte?

Nell'_Apologia_ di Platone è detto:--«Socrate è empio perchè corrompe i

giovani.»

Nel caso del Carducci mancano gli accusatori pubblici: sono i giovani

stessi che l'accusano di corruzione. Essi dicono press'a poco così: «Il

vostro canto, o Poeta, ci educò agli ideali della democrazia; ed ora vi

vediamo non solo ritirarvi dalla lotta, ma passare duce e colonna degli

avversari.» Dicono ancora: «Quest'uomo che, appunto perchè era messo più

in alto, più era in vista, dava, sia pure colle più buone intenzioni, un

esempio dannoso. Bisognava dirlo. E noi sentimmo il dovere di farlo, di

ribellarci a tutti i pregiudizi dei feticisti, appunto quando contro di

noi egli lanciò una cinica sfida, facendosi--egli professore ed

educatore--capo di quegli studenti che rinnegano tutte le nostre e già

sue aspirazioni[3].»

[3] _Ça ira_, ecc.

Dunque Egli è esempio alla gioventù di disonestà e di defezione

politica. Anche questo è mirabile, non è vero? E più mirabile è che è

detto in buona fede.

Gli studenti monarchici, secondo il citato giornale, dicevano

«beffardamente» agli studenti radicali: «Carducci è come gli altri; ad

accarezzarne la vanità si rende più monarchico del re, più scettico di

noi!» Esclamano in fine gli studenti radicali: «Oh, se nel cervello del

Carducci fosse rimasta latente qualcuna delle antiche potenze, come

scoppierebbe tremenda a schiacciare questa turba che ha imparato i

paroloni altisonanti e non ha mai assaporato la dolcezza dei sentimenti

potenti!»

Dunque quest'uomo che, secondo le vostre parole, si levava impavido

dalla bassezza presente, che accendeva le anime vostre alla fede e

all'amore del bene, è così mutato e diverso da quello che ora condannate

e fischiate?

Davvero?

*

* *

Ancora: Per chi ha non superficiale conoscenza dell'opera del Carducci,

apparirà manifesto il fatto che Egli rivolse tutte le energie della sua

vita a fare sì che il cittadino ed il poeta fossero una cosa sola: forza

costante che, penetrata dall'agitatrice tempesta dell'arte, batteva

contro questo «vecchio, ignavo titano» del popolo d'Italia; e se in

questo percuotere per avventura commise peccati, furono--come Egli

disse--non di volgarità mai: sì di passione.

Ora essi con spietata e certo incosciente crudeltà disgiungono il poeta

dall'uomo; e con ciò non solo mostrano di disconoscere l'opera sua, ma

gli fanno l'offesa che si può fare maggiore.

Premettono: «Noi intendevamo troppo bene quanta irresponsabilità ci

fosse in quel poeta atto alle forti impressioni e incapace di

convinzioni maturate,» poi aggiungono: «Carducci mentre rimane per noi

un grande artista, non può rimanere un grande carattere; e impallidisce

nella scuola, come passerà macchiato nella storia;» e in alcuni

foglietti distribuiti dopo la contro dimostrazione tenuta in piazza S.

Petronio il giorno 12, è scritto: «Il poeta e il letterato tutti

ammiriamo. Noi abbiamo voluto fischiare il disertore di una bandiera!»

Davvero? Mirabile ad ogni modo!

Sì--voi dite--egli cantava molte leggiadre e, più sovente, molte strane

canzoni: queste rimangono e noi le leggeremo ancora per nostro diletto e

anche per dimostrare che riconosciamo i suoi meriti di scrittore, sempre

che ci avanzi tempo e voglia: ma quell'anima ardente di entusiasmo e di

bene per noi non esiste più.

Tutto ciò più che meraviglioso è supremamente triste.

*

* *

Ma io sbaglio nel tempo. Essi non dicono, ma dissero. Forse non

ricordano nemmeno più le infauste parole che proferirono e stamparono;

eppure esse rimangono. La vita urge ed incalza que' giovani, ma la piaga

da loro aperta non cessa per allentar di balestra.

E dico il vero; perchè se a quelle centinaia di studenti sono imputabili

sì l'aperta manifestazione come la volgarità delle ingiurie, non è meno

vero che quella gran forza inerte la quale spesso si chiama opinione

pubblica, con la sua inettezza ad intendere l'evoluzione monarchica del

Carducci, scusa e coonesta in certo modo tanto il tumulto come le

ingiurie.

Mi si può chiedere: Perchè così di preferenza togliete passi e giudizi

da quel foglio apologetico degli studenti? Rispondo: Appunto perchè di

questa massima parte dell'opinione pubblica esso rappresenta

l'espressione più esagerata, ma in pari tempo più animosa e sincera.

Ma su questo argomento ritornerò fra poco.

Sono dunque gli scolari stessi che accusano il maestro. Vero è però che

nessun tribunale accoglie l'accusa e, seguendo il paragone incominciato,

nessun ministro di giustizia apparecchia la cicuta al nuovo corruttore

della gioventù. Anzi quelli che in certo modo rappresentano l'autorità

delle leggi, accolgono con grande apparato di cortesia e di difesa il

maestro oltraggiato, il quale non richiede altro schermo che la propria

coscienza. Mancano dunque e tribunali e cicuta; ma anche voi mancate, o

Simmia, o Cebete, o Fedone, e tu Apollodoro che non ragionavi no alla

morte del Maestro mirabile, ma piangevi solo.

Gli scolari del Carducci--e per scolari intendo non pure quelli che

frequentarono le sue lezioni, ma quanti nel rinnovamento degli studi

dovrebbero riconoscere lui come maestro--i suoi scolari, dico, non

scesero con lui nel combattimento: essi, pur fatta alcuna eccezione,

hanno troppo da attendere alle loro piccole ricerche erudite e alle loro

piccole scuole.

Socrate moriva per risalire il corso dei secoli: invece grande aura di

tristezza già ottenebra la fronte del Poeta. Egli scende vivo nella sua

idealità e la gente nuova senza di lui palpita e s'agita al nuovo

viaggio umano.

Parole mistiche forse sono queste, ma che spero abbiano ad acquistare

luce di verità da ciò che segue.

*

* *

La requisitoria degli insultatori si fonda sui fatti e su le parole

stesse del Poeta ed ha tutti i caratteri di una logica brutale e

invincibilmente ignorante.

--Non scriveste voi l'inno a Satana? non cantaste voi la rivoluzione

francese? non proclamaste voi la repubblica santa, la repubblica

vergine? non vi pronunciaste voi stesso repubblicano nel discorso di

Lugo e in molte altre occasioni? chi scrisse i Giambi ed Epodi? chi

imprecò in tante forme e per tanto tempo ai moderati? chi fremendo

ricordò il nipote di Carlo Alberto cui si fece indossare la divisa di

Radetsky? Ed ora voi avete composta l'ode alla Regina; non basta, ma vi

siete fatto poeta cortigiano delle gesta di Casa Savoia. Chi ha scritto

il _Piemonte_, chi l'ode _Il liuto e la lira_? Ma non basta: mentre noi

commemoriamo Mazzini, voi accettavate di essere padrino della bandiera

che le gentili donne di Bologna ricamarono per il Circolo monarchico

universitario.

Per tali titoli noi vi condanniamo.

*

* *

Il citato giornale degli studenti ha però un'osservazione vera e

gravissima più che non sembri ad un primo esame, ove dice: «La stampa

italiana in generale ha riportata quasi senza commenti la notizia delle

dimostrazioni pro e contro Carducci.» Tutt'al più, osservo io, alcuni

giornali si mostrarono indulgenti e favorevoli agli studenti, altri

d'opposto colore politico li condannarono più o meno aspramente. Molti

del pubblico dissero che era una lezione severa ma ben data; altri più

miti concedettero ai giovani il diritto di giudicare e biasimare il

Carducci, ma ne disapprovarono il modo ed il luogo. Grazie! I più

equanimi e liberali «Oh che diavolo--dissero--che non si possa, almeno

una volta nella vita mutare francamente opinione e cambiar strada dopo

che si conobbe che l'altra era sbagliata, senza che i soliti difensori

della morale pubblica ci abbiano a ringhiare alle calcagna! o che si

deve pretendere un'assoluta coerenza politica per tutta la vita?»

Grazie maggiori e senza fine!

Del resto non molto diversamente giudicò l'onorevole Ferdinando Martini

alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo, dando così, e per il

luogo e per la persona, speciale valore a tale opinione. Ecco come:

L'illustre Villari, allora ministro, condannò l'opera degli studenti e

disse: «Quando assistiamo a fatti deplorevoli come quelli di Bologna,

dove impunemente s'insulta l'uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra

vedere dei figli che insultano il loro padre.» La dolorosa e semplice

gravità di queste parole può sembrare ed è in fatti compenso

all'impunità che si dovette concedere; ma pur è vero che niuna parola

l'illustre uomo disse su le cause della dimostrazione: quasi vi si sente

il timore di inoltrarsi in un terreno mal fido, dove se era facile

condannare la mancanza di rispetto al maestro, non era poi così semplice

o breve cosa, lì per lì, in una seduta parlamentare rendere ragione di

un complesso di fatti per modo che l'azione del Carducci uscisse

giustificata, anzi lodata.

Ma l'onorevole Ferdinando Martini volle con un breve confronto

affrontare la questione; e dopo aver deplorato questo rifiorire di

spirito settario (_mormorio all'estrema sinistra; approvazioni a

destra_) «sì, spirito settario,--aggiunse--perchè chi rimprovera

l'evoluzione del Carducci, applaude poi a Victor Hugo che di evoluzioni

ne fece parecchie (_approvazioni_).»

Già: Victor Hugo monarchico diventò repubblicano e Giosuè Carducci

repubblicano è invece diventato monarchico. È un'equazione perfetta che

non fa una grinza e non c'è nulla a ridire!

Ma è possibile pensare che Giosuè Carducci dopo avere speso tutto il suo

genio e le sue forze a sostegno di un determinato principio civile e

politico, nella giovanile età di cinquantaquattro anni passati si

ricreda e professi una fede opposta?

Ammettere questo è ammettere implicitamente la demolizione di un uomo.

Il vero è che questo mutamento sostanziale non esiste se non in alcune

forme apparenti che Egli volle accentuare con la sua rude e coraggiosa

franchezza. Non è l'evoluzione dell'individuo ma è l'evoluzione dei

tempi che, giunti a maturità, hanno necessariamente determinato nel

Carducci un'attitudine che prima o non appariva così manifesta o si

fingeva di non vedere.

Il paragone parve felice; ma in verità non regge sotto niuno aspetto.

Victor Hugo, anche per speciali circostanze intime e famigliari,

monarchico ne' primi anni della giovanezza, a trent'anni si professa di

non dubbia fede repubblicana; e in fine la sua mutazione segue e

s'accompagna gradatamente al corso dei tempi. Essa è logica e naturale.

Ora tale non si potrebbe dire la mutazione del Carducci se essa fosse,

come fu nell'Hugo, cagionata da un nuovo ordine di convincimenti

politici.

In oltre, pur prescindendo da diverse condizioni di civiltà e di

nazione, non credo possibile un paragone fra i due uomini attesa la

diversità della loro indole: il Carducci rigido, schietto, appassionato,

ingenuamente semplice ed eroico, naturalmente ribelle; il poeta francese

invece ammaliante e accarezzante il pubblico col fascino della continua

sua enfasi trascendentale, cui sempre, forse, non corrisposero le intime

convinzioni e la pratica della vita[4].

[4] Vedi a questo proposito l'opera: _Edmond Biré_. VICTOR HUGO.

Paris, 1891. Perrin et C., etc.

Può darsi che la parola o la concitazione del momento abbiano tradito il

pensiero dell'oratore; ad ogni modo sarei curioso di sapere se il

Carducci rese grazie all'onorevole amico del servizio resogli.

*

* *

Ma ritornando all'effetto che il fatto dell'11 marzo produsse sul

pubblico, aggiungerò che un osservatore pessimista potrebbe anche

insinuare questa supposizione, che gli studenti fischiatori ingenuamente

si prestarono alla gratuita vendetta della non breve schiera dei

letterati e dei poeti o invidi, o percossi, o schiacciati dal solo

muoversi del gigante, senza che questi nemmeno ne avesse intenzione.

Altri poi soverchiamente malevolo potrebbe pensare che a qualcuno de'

nostri critici ed eruditi, più o meno grave, più o meno giovane (il

quale certo per conto suo non avrebbe mai osato levare la voce verso il

Carducci se non in tuono di grande reverenza) nel segreto que' fischi e

quegli insulti allargassero piacevolmente il cuore e movessero il

pensiero a formulare presso a poco questa considerazione: «È

deplorevole, ma era da prevedersi: il Carducci avrebbe dovuto

accontentarsi di essere un poeta e basta, invece volle invadere tutto,

anche il campo della critica, che spetta di diritto a noi, anche la

politica che spetta ad altri.»

Il vero è che la dimostrazione contro il Carducci non oltrepassò nel

pubblico le dimensioni di un semplice fatto di cronaca universitaria.

Ora nel non aver notato in quel tumulto che un avvenimento scolastico,

consiste gran parte dell'importanza storica e morale del fatto stesso.

Tanto è vero che se l'universale degli italiani e della stampa fossero

stati in condizioni di giudicarlo nel suo valore, esso non sarebbe

potuto avvenire, nè il Carducci vi avrebbe dato pretesto.

Si possono obbiettare le infinite testimonianze di sdegno e di affetto

che il Poeta ricevette, ma esse hanno un carattere o privato o ufficiale

e sono infine manifestazioni di una minoranza.

La contro dimostrazione del 12, indetta dagli studenti monarchici, cui

prese parte la classe più eletta della cittadinanza bolognese, è in

parte una giusta protesta contro un insulto volgare fatto ad un illustre

concittadino e per altra parte è di natura essenzialmente politica. Vero

è che se gli studenti monarchici avessero avuto conoscenza precisa della

evoluzione del Carducci, per così darle un nome, non avrebbero avuto

molto da rallegrarsi o da vantarsi come di un loro speciale acquisto.

*

* *

Nei fenomeni fisici vi sono cause che sfuggono ai sensi, e nei fenomeni

morali vi sono cause che sfuggono all'analisi del pubblico: eppure senza

giungere alla conoscenza di quelle non è possibile dare esatta ragione

di certi fatti. È la gran forza dell'imponderabile!

L'evoluzione del Carducci non segna, come già dissi, un mutamento

sostanziale dell'uomo ma dell'universale. Egli non si è mosso che in

certe sue attitudini esteriori, dovute all'imperiosa forza che lo

costringe a dare risalto netto ad ogni sua opinione; ma è la maggioranza

che si è notevolmente spostata, specie in questi ultimi anni ed ora vede

il Poeta sotto un aspetto che prima rimaneva come nell'ombra.

Per provare ciò in verità non fa mestieri di battaglia alcuna di parole,

o di speciosi equilibri di ragionamento, o di arte dialettica; ma, come

a me pare, basta il semplice studio e commento dell'opera del Carducci.

E se nel mio ragionare per avventura mi sfuggiranno parole amare, voglia

chi legge attribuirle non a malevolenza verso persona, sì a passione e

ad amore di verità. Così pure se alcune affermazioni avranno più

l'aspetto di paradossi che di verità, pensi il lettore benevolo che il

paradosso talvolta ci appare tale non per assurdo che vi si contenga, ma

per soverchia sintesi di vero; e che tal altra esso è nello scrivere ciò

che nell'arte del dipingere è lo scorcio. Bisogna osservarlo da lungi

che sarebbe a dire nell'intensità e nella solitudine del pensiero.

CAPITOLO III.

IUVENILIA--ALLA CROCE DI SAVOIA--L'INNO A SATANA--GIAMBI ED

EPODI--IL DISCORSO AGLI ELETTORI DEL COLLEGIO DI LUGO.

La guida più razionale e sicura per intendere il rivolgimento politico

del Carducci, a me sembra sia il seguire quella che è invincibile,

massima e sua più intensa e sincera espressione, cioè l'opera poetica;

intorno alla quale si raggruppano le molte e varie prose battagliere, sì

letterarie che politiche o, meglio, civili, e da quella in certo modo

dipendono. La stessa sua produzione filologica e critica che può

sembrare straordinaria per chi consideri l'erudito come disgiunto dal

poeta, appare invece naturale se si pensa che una stessa unità di

entusiasmi e di intenti è cagione sì del canto che delle sapienti e

innovatrici ricerche.

Talora alcune poesie sembrano prendere misteriosamente ed

improvvisamente le mosse da quelle ricerche come se il fantasma poetico

dormente nelle immortali pagine vi aleggiasse evocato, ed hanno la

fragranza di un'eterna e ridente giovinezza di sole; talora la maschia e

nutrita sua prosa vibra tutta sotto lo sforzo del canto, cui il freno

dell'arte a fatica ritiene e costringe.

*

* *

Le poesie giovanili del Carducci sono contenute, come è noto, in due

raccolte di rime: _Iuvenilia_ e _Levia Gravia_, non sempre nello stesso

modo distribuite nelle varie edizioni, giacchè nell'ordinarle l'autore

ebbe piuttosto di mira lo svolgersi della sua idea artistica che

l'ordine del tempo[5].

[5] Una bibliografia delle opere del Carducci è vivamente desiderata

dagli studiosi, chè tale non si può considerare quella che il

signor Brilli fece seguire alla quinta ristampa delle prime _Odi

barbare_ (Bologna, Zanichelli, 1887) non essendo, come scrive lo

stesso compilatore, _nè intera, nè del tutto esatta_, nè, come

io aggiungo, distribuita in modo e in proporzioni logiche e

chiare.

Sotto al primo titolo sono comprese le rime composte sino al 1860, nel

quale anno il Poeta, nella combattente vigoria de' suoi ventiquattro

anni, fu assunto alla cattedra dell'università di Bologna.

Nei _Iuvenilia_, scrive il Carducci stesso nel '71 «sono lo scudiero dei

classici;» e in vero la forma classica, acquistata non di seconda mano,

ma comperata proprio alle origini, riveste quasi interamente con una

certa purezza e talora rigidità di linee un pensiero sano nella sua

tristezza, vigoroso e composto, così da trarre in inganno su l'età

dell'autore, giacchè non pochi versi si direbbero di un poeta di secondo

ordine che ha raggiunto il suo pieno sviluppo. V'è di fatto tanta

ricchezza d'arte, così maturo apparecchio di studi che pare cosa

straordinaria in un giovane.

Se non che, di tratto in tratto, traluce non so quale austera e pur

ridente verginità di pensiero, che si compiace ornarsi delle magnifiche

vesti classiche; e, quando altri non l'osserva, pare vezzeggiarsi di

sfuggita: e allora si sente che non è la maturità del pensiero, ma

appena l'estiva aurora che attende il suo meriggio. Inoltre sotto quelle

forme composte e perfette (e talvolta modellate con un atteggiamento che

ricorda famosi esemplari) si sente fluttuare un rigoglio di forze ancora

confuse e germinanti; ma tale è il loro vigore che la scorza della forma

le frena a stento e pur qua e là accennano a scoppiare in quelle

espressioni libere e rudi, proprie del Carducci, come nel verso:

Il secoletto vil che cristianeggia.

Ora questa percezione di forze originali e maggiori di cui si sente il

germe e se ne intuisce lo sviluppo, danno ai _Iuvenilia_ un carattere

transitorio. In altre parole il poeta avvenire infirma ed offusca il

poeta di allora.

Nei _Iuvenilia_ non è alcuna decisa affermazione politica o filosofica,

ma un continuo anelito al bene, un'onestà ed una purità d'intendimenti

meravigliose in un giovane. Ben con pure mani e con candida veste egli

si accosta all'ara di Febo Apolline!

Il fremito della rivoluzione maturantesi nel decennio, segue il giovane

poeta su per il sentiero dell'arte, e se ne risente l'eco, non in

allusioni a fatti e uomini del tempo, ma in un bisogno di rinnovarsi e

di rinnovare, assorgere ad un vivere civile più libero, più virtuoso,

più conforme ai grandi esempi del passato. La tristezza stessa che

aleggia su quei canti è tutta ardente d'idealità e di speranza.

Rileggendo i _Iuvenilia_ io provo un'impressione strana, come di un uomo

che è in fondo ad una valle caliginosa e densa di gravi vapori: respira

a stento, eppure cammina con un'energia indomita per salire in alto;

molto in alto. O l'uragano o la gran calma delle alte vette lo

attendono. Non importa, ma si respirerà meglio lassù. Il suo gran petto

e la sua ardente fronte hanno bisogno di questo.

*

* *

Le poche poesie d'argomento politico non appartengono alla primitiva

raccolta dei _Iuvenilia_, la cui prima stampa fu nel '57 in San

Miniato[6], quando il Carducci era appena ventenne e nè meno sono

accolte nelle successive edizioni del Barbera,[7] da cui furono escluse

per ragioni d'arte e di opportunità. Esse sono: una canzone petrarchesca

a Vittorio Emanuele che chiude:

Poi sui colli italiani

l'ombra adora di Roma e il voto augusto

sciogli di Giulio e di Traian sul busto.

altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota

ode alla _Croce di Savoia_, stampata in fascicoli e messa in vendita e

anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli

vennero poi fuse fra i _Iuvenilia_[8] e fu più giusto criterio perchè

esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico.

[6] _Rime di Giosuè Carducci._ San Miniato, tipografia Ristori,

1857. Edizione che ora non si trova in commercio.

[7] _Poesie di Giosuè Carducci (Enotrio Romano)._ Firenze,

Barbera. (Quattro ristampe, '71, '74, '78, e '80).

[8] _Iuvenilia._ Edizioni definitive dell'80 e del '91. Bologna,

Zanichelli.

Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere

con parola poco determinante una quantità di fatti e di idee

determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare

convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della

sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianità del suo

genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unità

politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana,

supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile

invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi

con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita

affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero,

quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di

tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per così dire, la

complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano

contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente

nazione.

*

* *

Sotto il secondo titolo di _Levia Gravia_ si raccolgono le rime composte

fra gli anni 1861-1867, cioè nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto

ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua

coltura; tempo «vissuto--come Egli stesso dice--in pacifica ed ignota

solitudine fra gli studi e la famiglia.»

Nei _Levia Gravia_, scriveva il Carducci nel '71, «faccio la mia vigilia

d'armi;» ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa

(Bologna, Zanichelli, 1881), così ne ragiona:

«Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia nè in sè e pur tenta;

tenta la novità, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie

consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia

per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio;

gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto.

«Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che

do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come

d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di

gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho nè il tempo nè la

voglia di farvi nè meno il compianto.»

A parte la violenza del giudizio che Egli nè meno a sè stesso risparmia,

è certo che i _Levia Gravia_ mancano di personalità e di originalità;

sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare

ciò col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i

quali furono poi compresi nelle _Rime Nuove_, e con l'accogliere invece

le meno perfette rime dei _Decennalia_[9]: ma è una sosta piena di

raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a

nuovo e libero viaggio.

L'evoluzione di Giosuè Carducci · 第 1 / 7 段