Con mio gran dispiacer hò risaputo, esser venuto à voi un scelerato
Alchimista, il qual con false lusinghe v'ha pervertito il cervello & vi
hà fatto intrare in humore, che tramutar si possino le sostanze de gli
elementi, & di rame farse argento & l'argento convertire in oro: l'è
pur una gran cosa che questi furfanti, mendichi & pidocchiosi, voglino
arricchir ogn'uno, quasi che piu molesta lor sia l'altrui povertà &
miseria che la propria mendicità l'è pur stolta la credenza nostra: l'è
pur infinita la cupidità de mortali, ma che faremo noi se ci havessimo
a star perpetuamente? noi ci stiamo a pigione per tre giorni in questo
miserabil mondo & mai non ci pare d'esser pieni. Siamo veramente fatti
simili all'idropici, quanto più beviamo tanto maggior sete ci nasce: ò
infelici noi, poi che non ci ricordiamo di esser mortali et di havere
a lasciare un giorno a dietro ogni cosa: ignudi siamo venuti in questo
cieco mondo, & ignudi, ò poco meno, converacci uscirne: volete Madonna
Livia che io v'insegni una bella alchimia? Thesaurizatevi de thesori in
Cielo, dove i ladri non rubbano, dove la rugine non consuma, & dove la
tignuola non rode, & non mannuca: quel che si acquista per mala via non
è acquisto, ma l'è perdita grande & dannoso guadagno: sono le promesse
delli Alchimisti simili a quelle delli Astrologi; li quali vantansi
di sapere le cose future, & non sanno ne le presenti, ne le passate
& pur ardiscono di manifestar le cose celesti come se del continuo
presenti stessero al concilio d'Iddio: non mi so veramente risolvere
se la lor frode sia piu brutta, ò di pur la pazzia nostra credendoli
come facciamo, sia di maggior scherno degna: tornate in voi M. Livia, &
se le facultà non correspondino alli appetiti vostri, poneteli freno,
& cosi non vi accaderà far l'alchimia. Di S. Francesco di Napoli alli
VII. d'Agosto.