X.

Molte volte, nella vita, pur premunendosi contro le persone e le cose

che si temono, si tralasciano cose e persone che appaiono trascurabili,

mentre sono appunto quelle che più tardi nuoceranno. Certamente

Farnese, salendo in quella sera di primavera la grande scala del

Teatro Nazionale, non avrebbe mai pensato che da quel momento la sua

sorte era decisa, la rivoluzione più violenta della sua esistenza

e della sua anima iniziata irreparabilmente. Egli aveva il cuore in

festa. Una giornata di lavoro gli aveva diffuso nel cuore e nei nervi

quella deliziosa ebrietà che dieci ore di tavolino recano sempre ad

un artista vero. La sua conscienza era anche tranquilla: Beatrice,

invitata a pranzo da Lady Tremmel, vi si era recata con Leonardo

Loredano; Giuliano, protestando una lieve indisposizione, era rimasto

a pranzo con i suoi bambini, per non incontrarsi nei salotti ed

alla tavola della deliziosa Lady Tremmel con una persona ch'egli non

amava avvicinare. Il pranzo era stato gaio. I bambini avevano voluto

ascoltare dal padre fiabe e racconti, ma senza fate, senza reucci e

senza reginotte perchè quella «era roba da bambini», come sentenziava

il piccolo Luca. Gli scoppî argentini di risa delle sue creature

avevano sparso nel cuore del padre la più grande pace e la gioia più

intima. Dopo il pranzo, era rimasto con loro a sfogliare un libro

di viaggi, dono di Loredano ai bambini, aveva anche dato dei punti —

lui! — alla _sortie du bal_ della bionda bambola di Anna Maria. Infine

egli aveva accompagnato con Miss Margaret, l'istitutrice, i bambini a

dormire. Li aveva veduti, inginocchiati a piè del letto, mormorare le

brevi ingenue preghiere che Beatrice aveva loro insegnate e nelle quali

i bimbi pregavano anche per la felicità del loro babbo. I due ninnoli

biondi, immacolati nel candore dei loro lettini, erano in quiete. La

lampada, sotto il paralume di tulle, era stata abbassata.

Giuliano era uscito in punta di piedi; in anticamera aveva indossato

il soprabito e s'era avviato verso il Nazionale, leggero e giocondo

come a vent'anni, a Padova, quando dopo le opprimenti lezioni alle

sue indomite scolaresche, poteva raggiungere la sua cameretta modesta

per dedicarsi ai suoi prediletti lavori letterarii, quei lavori che

dovevano poi dare ricchezza e gloria all'oscuro professore d'allora.

Camminava a piedi in quella dolcissima sera di primavera. Da alcuni

giardini della via Nazionale giungeva un acuto ed inebriante profumo di

ciclami; festoni di lilla pendevano lungo le mura verdeggianti d'edera

di una palazzina. Sua moglie non sarebbe rientrata che tardi dalla casa

di Lady Tremmel, poichè dopo il pranzo intimo, l'elegantissima inglese

offriva alla società romana l'ultimo suo ballo della stagione. Giuliano

aveva dunque stabilito con Claudina di passare a prenderla al teatro,

per poi rientrare insieme, a cenare e a bere dello _champagne_ tra i

baci più capziosi del vino, nel civettuolo appartamento dell'attrice.

D'un passo leggero Giuliano, salite le scale, aveva percorso il

corridoio del primo ordine e s'era fatto aprire il solito palco di

proscenio. La sala era rigurgitante, sebbene le rappresentazioni della

_Chimera_ fossero già ad un numero enorme. Il terzo atto volgeva al suo

termine e Claudina, nella parte della contessa di Varrena, scagliava

l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando, dopo scoperto il

baratro verso cui scendeva, presso di sè umile e sommesso l'uomo che

l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel

suo fatale inganno. Da quella sala rigurgitante saliva l'applauso così

demoralizzante per un autore drammatico, l'applauso obbligatorio al

dato momento, demoralizzante perchè ha in sè qualche cosa di quello

tribuito al tenore che avanza al proscenio, per lanciare le ultime

note della sua romanza, onde avere più insistente l'acclamazione della

galleria.

Giuliano, finito l'atto, si avviò al palcoscenico, deserto in quella

sera di rappresentazione senza speciali attrattive e senza avvenimento

artistico o mondano. I pompieri passeggiavano con passo monotono su le

tavole, i macchinisti ridevano in gruppo, i servi di scena preparavano

l'elegante salotto del quarto atto. Uno o due attori passeggiavano,

leggendo un giornale. Giuliano, giunto al camerino dell'attrice, vide

che questa, dietro l'usciolo socchiuso, l'attendeva.

— Come hai tardato!... gli disse Claudina, appena fu entrato.

— I miei bambini hanno tardato ad addormentarsi, ei rispose; e prese il

bacio che le labbra di Claudina gli offrivano.

Giuliano diede allora sfogo alla sua gaiezza. Parlava di tutto e

su tutti, con volubilità insolita, interrompendosi con frequenti e

cordiali scoppii di risa. Ma Claudina, mentre poneva il rosso su le

due guancie e con la carezzante zampetta di lepre ve lo spandeva,

non secondava quella gaiezza. Ella rimaneva silenziosa e triste; e

solamente di tanto in tanto un sorriso illuminava il suo volto, quando

Giuliano scherzava, ma era un sorriso pallido e forzato. Dopo un po' di

tempo lo scrittore aveva notato quel malumore ed aveva interrogato in

proposito Claudina, la quale aveva risposto evasivamente. Ma le domande

di Giuliano divenivano più incalzanti, più penetranti e Claudina nel

suo silenzio perdeva terreno.

— Ebbene, disse finalmente non potendo più serbare il suo segreto, è

meglio che tu lo sappia. Un telegramma di stasera a Savarese annunzia

che il Teatro Filodrammatico a Milano è a nostra disposizione dal

quindici maggio e noi dovremo partire fra tre giorni.

— E tu pensi di partire? mormorò Giuliano freddamente.

L'attrice rimase confusa. Tentò di far parlare la ragione, ma Giuliano

negava con ripetuti cenni del capo ed a Claudina, allora, sfuggì di

bocca la verità:

— No, no, io non ho mai pensato nemmeno per cinque minuti alla

possibilità di una tale partenza, te lo giuro! — ella esclamò; poi

aggiunse: — Ti amo troppo! — e continuò a lungo per dirgli tutto quel

che pensava.

Ella avrebbe tutto affrontato, avrebbe giocato reputazione, denari,

successi, pur di non allontanarsi dall'adorato. Che era per lei la

riputazione s'egli non era presso di lei? Che erano per lei i denari

che non le servivano, e che non potrebbero dorare mai una desolazione

dell'anima? Che erano per lei successi, trionfi, allori, se Giuliano

non ne era partecipe, se egli non era là con lei per essere altiero

della gloria di lei che veniva dall'opera sua? Ella sarebbe rimasta a

Roma, avrebbe chiesto, per ora un trimestre di riposo, e, se non glielo

avessero concesso, era pronta a rompere il contratto, accettando di

pagare qualsiasi penale. Ella enunciava questi progetti con parole

roventi ed appassionate e Giuliano sorrideva alla violenza di quel

torrente d'amore. Fu allora lui a parlare il linguaggio freddo della

ragione. Conveniva a Claudina di abbandonare il suo eminente grado di

attrice, di far prendere il suo posto da un'altra? Non era piuttosto

meglio ch'ella andasse a Milano, che si affrontasse una volta per tutte

quel grande strazio del distacco? Egli si sarebbe in breve recato

a Milano a riabbracciarla col plausibile pretesto di assistere alla

prima rappresentazione della _Chimera_ in quella città, dove egli aveva

sempre raccolto i suoi successi più belli ed unanimi?

Egli, da una parte, pensava dentro di sè che non sarebbe stato dolente

della partenza di Claudina. Chi sa se da quella partenza non avrebbe

datato per lui il ritorno ad una vita migliore! Chi sa se ciò non

avrebbe ricondotto la pace nel cuore di Beatrice e l'amore di una

volta fra loro! Ma Claudina protestava: quando ella, un giorno,

volesse ritornare sul palcoscenico le farebbero d'ovunque ponti

d'oro... Perchè, allora, soffrire lo strazio di quel distacco, quando

era possibile evitarlo con quella permanenza a Roma, con quel riposo

temporaneo che anche la sua salute, scossa da tante fatiche e da tante

dolorose battaglie morali, richiedeva prepotentemente? Ella usava

con molta abilità di tutte le malìe del suo sentimento per convincere

l'amante. Ma egli, del resto, che in fondo non amava Claudina ma che

l'aveva tutta nei sensi, nel sangue, nei nervi e che non vedeva per

ciò senza terrore lo sconforto di un distacco, non desiderava di meglio

che lasciarsi persuadere. Così che quando il campanello squillò per il

quarto atto la loro sorte era decisa e Claudina suggellava coi baci la

sua promessa d'amore.

Una voce disse dietro la tenda:

— Claudina, fra dieci minuti tocca a voi.

Gli amanti, smarriti nell'oblìo del bacio soave, non udirono. Allora

la porta cigolò sui cardini ed apparve fra la tenda il volto di Lorenzo

Gray.

Il piccolo e silenzioso dramma fu rapidissimo. Al cigolìo della

porta gli amanti si erano disciolti dal loro abbraccio, ma non così

prontamente che a Gray fosse sfuggito il loro imbarazzo rivelatore.

Claudina impallidì. Gray, divenuto terreo ad un tratto, si ritirò.

Giuliano noncurante salutò Claudina, dicendole che andava ad attenderla

nel suo palco, per cenare poi insieme, secondo il convenuto. Appena

rimasta sola, Claudina uscì dal camerino, s'incontrò con Gray

pallidissimo che l'attendeva dietro una quinta.

— Finalmente, le disse questi fremente, dissimulando per le persone

ch'erano intorno a loro, le parole roventi nei gesti semplici e

corretti. — Finalmente ho la prova lampante che voi siete l'amante

di Farnese. Avete finito di canzonarmi, così..... Ma, del resto, io

m'illudo forse ancòra! Voglio che voi, voi, voi me lo diciate, che voi

mi gridiate di essere l'amante di quell'altro. Su, via, via, un poco di

coraggio.... Ne avete tanto!

Il gesto era convulso, la sua voce fremeva, i suoi sforzi per frenare i

gesti violenti apparivano enormi. Claudina innanzi a quell'ira, innanzi

allo insulto di un uomo che non aveva alcun diritto su lei, non seppe

più contenersi.

— Ebbene, sì, sì, gli gridò sul volto con una voce stridente che

passava fra i denti stretti per l'ira. Sono l'amante di Farnese, sì, e

non da oggi solamente. Vi va? trovate ancòra a ridirvi? Capite che io

me ne rido di voi e delle vostre ire, capite che voi non avete nessun

diritto su me, nessuno, lo capite? Capite che io non vi permetto di

farmi nè da solo nè innanzi alla gente scene ridicole, scene che non

fareste se non foste lo sciocco che dimostrate di essere?.... Volete

intendere finalmente che mi avete annoiata, annoiata da morirne! che

non ne posso più con la vostra gelosia indelicata, che mi fate ridere e

mi avete fatto sempre ridere con le vostre pretese?.... Io sono libera,

liberissima di me e faccio di me stessa quel che più mi piace! Volete

accorgervi una volta per tutte, che per fare l'Otello, non siete che un

Otello di carta pesta?....

Era il suo momento ed entrò in scena ancòra convulsa e così pallida.

Gray era rimasto appoggiato alla quinta, colpito dalla rivelazione,

stramazzato nell'anima sua da quella ribellione crudele della donna

ch'egli amava. Ma il buttafuori venne ad avvertirlo che era giunto

il suo momento, che correva il rischio di fare scena vuota. Egli si

riprese, entrò. Quando si ritrovò con Claudina un fremito lo prese

d'innanzi a quelle mille persone; mancò la replica, errò le parole,

saltò mezza scena e la caduta del sipario fu per lui una liberazione.

Ed appena uscito di scena, egli corse nel suo camerino, si svestì e

rivestì in fretta, discese per uscire. Discendendo la breve scaletta,

le gambe gli vacillavano, gli occhi iniettati di sangue non vedevano

gli scalini; traversò a zig-zag la scena dove gl'inservienti mettevano

all'ordine per la prova dell'indomani, dove i pompieri facevano la

loro ultima ispezione. Si avviò verso la porta d'uscita degli artisti,

bisognoso di aria fresca e di silenzio. Su la porta le gambe gli

tremavano ancòra più, egli dovette addossarsi al muro per sorreggersi.

In quel momento Claudina usciva al braccio dello scrittore, e finse di

non vedere Gray: ma, o per caso o volutamente, quando ella gli passò

innanzi, ruppe in un grande scoppio di risa. Quelle risa furono per

Gray più crudeli di uno schiaffo, egli vide in un momento tutto rosso,

fece per slanciarsi addosso a Claudina, ma questa era già salita nella

sua carrozza che attendeva; Giuliano le si sedeva accanto, chiudeva lo

sportello, abbassava il cristallo e i cavalli partivano al gran trotto.

Gray aveva anche inteso Claudina ordinare al cocchiere: «A casa».

Egli rimase in mezzo alla via, solo, abbattuto, per un momento senza

più alcuna nozione della vita. Poi si avviò a caso per le vie, senza

direzione, senza scopo. Tutto il terribile momento della sua vita gli

appariva nella sua crudeltà. Si apriva il doloroso inganno di tanti

mesi; non solamente egli non era amato da Claudina, ma Claudina amava

un altro. Il sospetto cento volte lo aveva attanagliato, ma egli

aveva sempre voluto scacciarlo, poichè l'innamorato voleva credere ed

ingannarsi, con quell'accanimento proprio di tutti i gelosi i quali,

fino a che una prova irrefragabile non li abbatta o non li scateni,

tergiversano diuturnamente tra le convincenti apparenze che tolgono

loro la speranza ed infrangono il sogno — ed i lambiccati pretesti e

le faticose illusioni che non fanno altro che rendere più lungo e più

acre il loro spasimo, senza riescire a blandirlo mai. Ora tutti i suoi

sospetti di altri tempi gli ritornavano in quel momento, durante quella

corsa senza limite a traverso alla città addormentata: si stupiva

il geloso che quei saggi sospetti non gli fossero allora apparsi

come evidenze; si adirava contro sè stesso per la sua cecità, per la

sua sciocca fiducia, per le sue fanciullesche illusioni. Come aveva

fatto a non accorgersi mai di quella commedia che si svolgeva e si

annodava sotto i suoi occhi? Gli scatti di gelosia di una volta, dopo

i quali di solito si trovava pentito e vergognoso, ora gli sembravano

giustificatissimi e non sapeva perdonarsi di non averli spinti tanto

oltre da avere la certezza della cosa, quella crudele e dilaniante

certezza che tuttavia ora, in certi momenti egli avrebbe dato dieci

anni di vita per non avere. L'orizzonte della sua vita gli appariva

grigio, sconsolato, gelido. Scomparsane l'ultima luce che vi diffondeva

un albor roseo, la dolce e vivificante illusione su Claudina, che gli

restava? Al momento che egli era per entrare nel camerino dell'attrice,

aveva inteso la cara voce di lei ripetere a Giuliano la sua decisione

di rimanere a Roma, con lui, per lui! Non v'era dunque nemmeno la

speranza di riconquistare l'infedele. Egli sarebbe partito e l'amica

sarebbe rimasta docile e felice fra le braccia dell'altro! Una

tristezza sempre più grande lo prendeva, lo serrava alla gola, con un

groppo di lacrime.

Solo, solo! Che fare? Le sue amicizie, illusioni! La sua famiglia,

distrutta! E Claudina ch'era l'unico suo ideale, la cui conquista aveva

sorriso in fondo al suo cammino, come un'oasi di dolcezza in fondo ad

un deserto, Claudina ch'era stata luce dell'anima sua e vita del suo

cuore, era ormai tanto lontana da lui, esule volontaria, poichè aveva

dimenticato le promesse, poichè gli aveva fatto accogliere crudelmente

tutto l'ineffabile dolore che gli dava la felicità di lei, se con un

altro goduta e da un altro donatale. Che fare, oramai? Riprendere il

suo vecchio e fastidioso mestiere di attore, giovarsi del suo dolore

vissuto per renderlo più efficace e più vero nell'opera di un altro

uomo magari dello stesso Farnese? Ricordava i primi tempi del suo

amore per Claudina, quando ancòra non aveva osato confessarglielo.

Non era stato quello il periodo più dolce della sua vita, amareggiata

negli ultimi tempi da quell'amore romanticamente infelice? Il dolore

di lui diveniva ad ora ad ora più calmo, come il suo passo più lento.

Questo batteva forte su le pietre dei marciapiedi, echeggiava nelle vie

deserte tra le alte case chiuse e silenziose e talvolta Gray ascoltava

l'eco di quel suo passo che aveva qualcosa di tragico, quasi non fosse

suo.

A quell'ora, in quante di quelle case silenziose, era intuonata

l'esultante canzone dell'amore? In quante alcove, dietro quelle

finestre chiuse, susurravano i baci e palpitavano i corpi amanti?

Ognuno aveva il suo lembo di gioia, il suo quarto d'ora di voluttà.

L'amore, più solenne nel silenzio, sembrava a lui quasi cosa tangibile

dietro quelle finestre. Dove qualche lume filtrava ancòra tra le

stecche delle persiane, questa sensazione della presenza dell'amore si

faceva anche più eloquente per Lorenzo Gray. Cosa poteva rischiarare

quella lampada tremula e confidenziale se non l'allacciamento di

due corpi, la comunione profonda e solenne di due passioni e di due

desiderj? Egli pensò allora che in quel momento anche in una casa di

piazza di Spagna, una casa a lui ben nota, si amava. Claudina v'era

con lo scrittore e nelle sue braccia raccoglieva quella gioia e quei

baci che non aveva voluto da Gray. Come un ferito che ama di acuire

il suo dolore, torturando la ferita per giungere all'apice della

sofferenza, così l'attore pensò di dirigersi verso piazza di Spagna,

sotto quella casa, dove un altro coglieva il fiore ch'egli aveva tanto

ed inutilmente bramato. Si avviò. Il pensiero degli amori favoriti in

quel momento dall'ombra delle alcove lo riprese e la sua immaginazione

esaltata gli fece sentire come il suono immane di milioni di baci

scambiati tra milioni di bocche. Egli era solo. La sua solitudine era

più squallida in quel silenzio. Una donna, una povera mercenaria,

reduce forse da qualche caffè notturno dove aveva infruttuosamente

atteso per lunghe ore, gli passò accanto, gli mormorò qualche parola,

offrendogli per qualche ora il suo amore. Gray affrettò il passo per

sfuggirle ed un gran disgusto lo prese....

Disgustato di che? Disgusto per chi? Non era egli forse più misero e

più sciocco degli altri? Per mesi e mesi una donna aveva potuto ridere

di lui, senza ch'egli se ne accorgesse, senza ch'egli dubitasse,

seriamente e a fondo, della fedeltà di lei alle sue promesse di un

giorno, tante volte rinnovate. Le frasi lanciategli sul volto da

Claudina gli ritornarono alla memoria, gli avvamparono le guancie di

un sangue sconvolto. Al giusto grido di passione di lui, all'ultimo

grido d'invocazione del geloso verso la dolce verità, ella aveva

risposto svelando definitivamente il triste segreto, tra la volgarità

dei suoi insulti da palcoscenico. Che aveva egli fatto per essere,

non solo tradito, disprezzato e avvilito dalla donna che adorava, ma

anche vilipeso ed insultato? Di quale colpa ignorata o lontana egli

soffriva l'espiazione in quel dolore così forte, che gli insanguinava

l'anima, che gli inumidiva con le più amare lacrime le guancie di nuovo

impallidite per lo spasimo?

Giunse in piazza di Spagna. La piazza era oscura ed i rari fanali

tremolavano, or sì or no, ad un vento notturno. Egli ricordava altre

notti, rigide ma limpide notti d'inverno, quando accompagnava Claudina

dopo il teatro e l'amica lo invitava a salire in casa sua, per bere

una buona tazza di autentico thè russo, fatto da lei stessa innanzi

a lui, mentre le sue parole folleggiavan qua e là, senza argomento

e senza conclusione. Quel soave cicaleccio era oramai cosa lontana e

morta. Dietro quelle finestre illuminate, Claudina era con un altro, il

quale riceveva i baci che egli aveva sognato, ed abbandonava il capo

sul petto di lei e si faceva carezzevolmente cullare dal respiro di

lei, com'egli aveva tanto sperato. Una vampa di follìa invadeva il suo

cervello. Si sorprese a ridere solo in quella via deserta e l'eco di

quella risata gli apparve tragica. Il cielo si annuvolava, sempre più

nero e minaccioso; soffii di vento caldissimo passavano più frequenti.

Lembi di vita trascorsa apparivano intanto a Gray, vecchie cicatrici

della sua anima si riaprivano con dolore, illusioni disperse balenavano

ancòra innanzi al suo pensiero col loro antico colore primaverile

oramai appassito. Ma, sopra tutto, si concretava spietato ed acerrimo,

innanzi agli occhi dell'imaginazione del geloso, l'abbraccio felice di

Claudina e del suo amante, oltre quella finestra illuminata.

Quante ore egli rimase così, di contro a quella finestra

inesorabilmente luminosa? Egli non lo avrebbe potuto dire; sotto

l'imperversare di quella raffica di desolazione sentimentale le ore

passavano, nel tempo stesso celeri e lente: lente per il suo spasimo

e celeri per il timore che il sole gli recasse sofferenze più crude.

Quella finestra inesorabilmente luminosa gli sembrava uno scherno

crudele. Egli desiderava che quella luce si spengesse: finchè v'era

luce, v'era anche vita ed amore in quell'alcova! Finalmente la luce

s'affievolì, poi si spense, le finestre furono mute e la vita gli

sembrò sospesa e con essa il suo spasimo. Inavvertitamente, egli aveva

traversata la via per evitare un gruppo di uomini ebri che passavano

cantando e schiamazzando, ancòra più truci in quella solennità

notturna.

Il geloso si era appoggiato al muro della casa di Claudina ed

attendeva: chi? che cosa? Una forza indefinibile lo teneva lì presso,

nè egli poteva cozzare contro quella forza, per allontanarsi, per

rientrare in casa sua. Dopo pochi minuti, il portone della casa

di Claudina cigolò su i cardini ed un uomo uscì. Come questi si

era soffermato per accendere un sigaro contro il vento, Gray aveva

potuto riconoscere la fiera figura di Giuliano Farnese. Lo scrittore

era passato innanzi a lui senza vederlo ed il primo impeto di Gray

era stato di slanciarglisi contro. Ma perchè? Con quale scopo? E

col desiderio di quale esito? Bisognava non cedere al primo impeto,

bisognava colpire quell'uomo più a dentro, nel cuore e nella vita,

profondamente. E ciò non si otteneva nè con un insulto, nè con

un'aggressione volgare. Il geloso guardò l'amante felice allontanarsi

lungo quella via, col suo passo fermo e virile, di cui a lungo gli

giunse e sempre più fioca l'eco insistente.

Fu allora che la raffica del suo dolore salì all'apogeo. L'idea di

colpire quell'uomo che lo faceva soffrire gli sorrise ed egli entrò in

un caffè notturno — ch'era precisamente sotto la stanza dove poco prima

gli amanti si erano amati, — per mettere ad effetto il primo disegno

che era apparso nella sua mente sconvolta. Chiese un foglio di carta

da lettere, scarabocchiò due righe in cui affermava che Giuliano era

l'amante di Claudina Rosiers e che costei rimaneva a Roma per restare

col suo amante; scrisse su la sopraccarta il nome e l'indirizzo della

moglie di Farnese, uscì per gettare alla posta quella anonima denunzia.

Una buca da lettere era su la facciata dell'_Hôtel d'Europe_, quasi di

fianco al caffè. Ebro della sua vendetta, l'attore corse a quella buca,

vi lasciò cadere la lettera.

Ma aveva appena compiuto quel gesto, quando gli apparve nitida la

visione della bassa infamia commessa. Egli aveva lanciato il dolore

ed il male contro una donna a lui ignota, ma che sapeva buona; aveva

seminata la lotta in una famiglia, fra una moglie innamorata e i

figli innocenti. Tutta la sua conscienza si ribellò contro lui stesso;

unico suo pensiero fu di riprendere quella lettera e distruggere la

volgare denunzia. Se non che egli si trovava innanzi all'inesorabile

irreparabilità del fatto compiuto. Come fare? Follemente s'attaccò

alla buca, tentò di scuoterla, tentò di introdurvi nell'apertura il

suo bastone. Ma quei tentativi erano inutili. Un'altra disperazione,

un altro dolore — ed il più atroce, il rimorso — s'aggiungevano a

quelli che già diffondevano un gelo di morte nel suo cuore. Accese un

fiammifero, pensò di gettarlo nella buca, di ardere tutte le lettere

che vi si contenevano e fra quelle la sua. Ma sapeva forse egli

cosa distruggeva, quali responsabilità veniva ad assumere e quali

conseguenze il suo atto inconsulto poteva arrecare? Ah, cosa aveva

mai commesso nella follia, quale vergogna!.... La sua conscienza

tumultuava, come il suo sangue turbolento s'agitava nelle vene.

L'infamia era commessa oramai irreparabilmente. Vano il rimorso, vano

ogni tentativo! La follìa batteva a tratti nel suo povero cervello.

Grossi goccioloni di pioggia cominciarono a cadere. Il suo dolore di

prima scompariva sotto il nuovo spasimo. Nulla valeva oramai a fermare

il galoppo del destino, di cui egli non era, col suo atto di poco

prima, che l'umile strumento! Il sole non avrebbe ancòra sfolgorato in

tutta la sua gloria d'oro che già la sofferenza ch'egli aveva seminato

avrebbe purtroppo dato i più tristi germogli, preludiando forse

anche al dramma. Egli rimase a lungo, stupidito, appoggiato a quella

cassetta. Ora la pioggia cadeva a rovesci. L'alba lo sorprese coi

suoi chiarori antelucani, ancòra immobile sotto la tempesta d'acqua,

presso quell'oggetto che racchiudeva l'umile ed ignobile mezzo di un

irreparabile destino che si compiva.

Il Miraggio: Romanzo · 第 19 / 44 题