— Decidiamoci per questa, disse Claudina distaccandosi da Farnese e
salendo di corsa la breve salita di quella quieta osteria di campagna;
entrarono sotto quelle capanne, ordinarono una colazione semplice e
rustica, cercarono il posto migliore per farvi apparecchiar la tavola.
L'osteria era deserta in quel giorno feriale dell'ultima settimana di
un aprile dolce e pieno di sole. Gli amanti prescelsero una piccola
tavola sotto un chiosco di canne ricoperto di edera, gemmato di
variopinte campanule. La campagna romana si apriva al loro sguardo,
nuda e solenne, interrotta dal luccichio del fiume in lontananza.
I fiori intorno al chiosco ombroso esalavano i loro primi profumi
inebrianti. Il sole era tepido e carezzante, passando a lame di luce
tra le canne, dolce e piacevole come un amico che torni dopo una lunga
assenza e vi riporti la gioia e la vita.
Poichè dovevano attendere qualche minuto la colazione, i due amanti
discesero nuovamente dalla montagnola su la lunga via bianca, si
avviarono verso gli archi di ponte Nomentano. Siepi di biancospini e di
rovi limitavano una parte della via. I biancospini gemmavano le siepi
con i loro fiori candidi come fiocchi di neve. L'Aniene scintillava al
sole del mezzogiorno con riflessi d'acciaio. Gli amanti si soffermarono
a guardare il paesaggio che si stendeva a sinistra, oltre le siepi,
per una distesa enorme, fino all'Albero Bello sul Tevere. La pianura
si apriva vastissima, limitata dall'orizzonte, interrotta dalle strane
ondulazioni del terreno. Nelle lontananze i monti sfumavano in una
nebbia azzurrina, ma che a volte aveva qualche trasparenza rosea.
Farnese guardava l'amante che, vestita di un costume _tailleur_ in
stoffa grigia, s'avanzava verso il ponte, sotto l'ombrellino, fiore di
ombra in quella furia di splendore abbagliante. L'ora intanto passava.
Giuliano la raggiunse e, come la via era deserta, tornarono verso la
montagnola e l'osteria avvinti amorosamente. Si sciolsero quando videro
il padrone che li attendeva a piè della salita. Ma non erano stati così
solleciti che il loro gesto amoroso fosse sfuggito agli occhi di colui
che ora li precedeva verso il chiosco, nascondendo sotto la sua barba
un sorriso d'intelligenza.
— Ci crederà due sposi, mormorò Claudina, e riderà di noi.
— Che importa, se non lo siamo? le ribattè l'amante, sorridendo.
La tavola, apparecchiata sotto il chiosco verde e profumato, aveva una
certa pretesa nella rusticità di quelle tovaglie di cotone, di quei
piatti di terraglia a disegno volgare, di quelle posate di ferro, di
quelle bottiglie di vetro. L'oste aveva messo dei fiori in mezzo alla
tavola e mentre gli amanti si sedevano l'uno di contro all'altra, egli
aspettava sotto l'arco del chiosco i complimenti pel suo pensiero
gentile, con un sorriso melenso su le grosse labbra. Nè si mosse
finchè Claudina non ebbe notato quel mazzo di fiori di campo e non
l'ebbe ringraziato della sua amabilità. Solo allora gli amanti poterono
lasciarsi andare alla spensieratezza della loro scappata primaverile.
Claudina aveva lasciato le prove al teatro, Farnese un affare
importante per procurarsi il piacere di quella colazione campagnuola,
presso il limpido Aniene, nella solitudine semplice ed intima di quella
osteria senza avventori.
— Ma noi non mangiamo, divoriamo, disse Claudina a metà della colazione.
Due sorrisi, una stretta di mano a traverso il tavolo e ricominciarono
a divorare. Parlavano di mille cose, di mille nonnulla, e la
conversazione di Claudina svolazzava: sfiorava fatti, idee, sentimenti,
sensazioni, allegramente, leggermente, senza mai soffermarsi, vertigine
di parole, ebrietà brillante di primavera. Alle frutta Farnese
dimandò del buon vino. Ne riempirono i bicchieri, brindarono. Ora che
il cameriere non interrompeva più per il servizio i loro colloqui,
Claudina si era seduta su le ginocchia dell'amante, gli aveva passato
le braccia intorno al collo e, fumando, gli soffiava il fumo negli
occhi con il perverso desiderio di fargli male. Con i bicchieri
innalzati, gli amanti incrociavano continui brindisi, come incrociavano
i loro bicchieri, bevendo Claudina a quello di Farnese, che a sua volta
s'inumidiva le labbra a quello di lei.
— Ah, come mi diverto, come mi diverto! Noi siamo due scolari, gridava
Claudina. Evviva! Evviva! Dammi del vino, ancòra, ancòra. — E come
Giuliano le mesceva quel leggero e biondo vino dei Castelli, Claudina
aggiungeva ridendo follemente: — _Champagne_, _champagne_, ancòra e
sempre: _Champagne, if you please_.
Nel momento che, bocca su bocca, gli amanti si baciavano con uno di
quei baci appassionati, furiosi, veementi che annientano le personalità
pel solo, grande ed eterno trionfo dell'amore, una giovinetta era
comparsa, vendendo un grosso fascio di prime rose.
Giuliano le diede del denaro mentre Claudina afferrate le belle rose
le mordeva, ne mangiava le foglie, sfogliava i bei fiori odoranti e
passava le mani piene di petali ancòra umidi su le guancie ardenti
dell'amante.
— Mi ami? mi ami? mi ami?
— Ti adoro!
Venti volte si ripetettero la dolce appassionata domanda, la semplice
ma eloquente risposta. Essi si inebriavano della loro stessa felicità
che veniva dai baci, dal vino, dal sole, dai fiori, dalla primavera,
dalla gioconda libertà. Lungamente i baci susurrarono sotto la verde
cupola, lungamente le anime si esaltarono all'odore delle rose,
lungamente le parole amorosissime mormorarono tra quella grande
fioritura di campanule, bianche, rosee, azzurre e gialle, che nei
loro calici aperti sembravano accogliere quei susurri d'amore, tesoro
ineffabile di passione e di giovinezza.
Già il sole diveniva sempre più pallido e tepido, nè più le lame
della sua luce scendevano negli interstizii delle canne cinte di
edera. Poichè il tramonto d'aprile si avvicinava, Claudina volle
uscire e tuffarsi ancòra per l'ultima volta nel sole, bearsi di
quella esuberanza di luce, di colori, di profumi, di vita rifiorente.
Discesero di nuovo, nuovamente si avviarono verso il ponte Nomentano.
Un drappello di soldati del genio era su una montagnola per un breve
riposo da certe loro esercitazioni di barche, nell'Aniene. Il piccolo
fiume non scintillava più al sole meridiano, ma nelle sue acque
limpidissime rifletteva capovolte le sponde, il cielo terso e d'un
azzurro regale. Ma sempre più il tramonto si avvicinava e sempre più
l'esaltazione si calmava nel sangue e nei nervi degli amanti. A poco
a poco, come su le cose, così su le anime loro la sera imminente
distendeva i suoi veli oscuri. Qualche tristezza rifioriva nei loro
cuori, qualche dolore nuovamente vi palpitava, a mano a mano che
l'esaltazione impallidiva e si spengeva.
Claudina, che si era seduta su un masso di pietra contemplando il
tramonto, parlava:
— Ecco che anche questa giornata tanto dolce è finita, ecco che
rientriamo nella triste monotonia della nostra vita e, riabbassando la
maschera su i nostri volti ch'oggi erano tanto felici di non doverla
sopportare, riprendiamo il doloroso artifizio della nostra menzogna...
Ah, come la vita sarebbe sciocca ed inutile se dovesse continuare
così! Ma tu sai perchè ti amo; tu sai perchè ci amiamo; tu sai bene
il mio sogno adorato. Noi ci metteremo presto al lavoro, n'è vero?
Tu completerai la mia intelligenza, io diverrò migliore al fuoco
della tua... Torneremo presto, n'è vero? al lavoro, alla fatica, ai
fieri scoraggiamenti ed alle superbie tanto nobili! Poichè è solo la
realizzazione di quel mio bel sogno che giustifica il nostro amore,
noi dobbiamo far tendere a quello tutti i nostri sforzi... Tu sarai
grande ed io sarò presso di te.... Tu mi offrirai un ramoscello del tuo
alloro... Oh, il sogno, il nostro bel sogno!
Si rialzarono. Oramai il tramonto, dietro Monte Mario sfumato in
una nebbia turchiniccia, slanciava in alto nel cielo il suo magico
incendio, il portento delle sue fiamme. I cipressi sul ciglio di
Monte Mario, disegnandosi su quell'incendio del cielo, sembravano
veramente gli aguzzi denti di un pettine enorme. Gli amanti, vinti
da una tristezza mista però di dolcezza e di squallore, discesero in
un prato verde tempestato di margherite dove l'erba era foltissima ed
alta. Seduti su l'erba, innanzi a quel tramonto meraviglioso di aprile
romano, le loro anime si schiudevano per accogliere tutta la malinconia
e tutta la maestà che, da quella conflagrazione di nubi ardenti e
da quella vicenda di luci e di ombre nel cielo, emanavano. Furono
allora, alla fine di quella dolce giornata d'amore, i baci freddi,
assai più tristi che le lacrime; furono le strette di mano, quando le
mani sono ghiacciate e non sono più due passioni che si attraggono, ma
due tristezze profonde che si vogliono carezzare e cullare a vicenda;
furono le indifferenti parole d'amore, vuote ed inutili parole d'amore,
più dolorose di un silenzio, perchè mostrano lo squallore dell'anima e
le lontananze dei cuori degli amanti.
E gli amanti, rientrando poco più tardi a Roma, lungo la via Nomentana
silenziosa dove solo echeggiava il trotto dei cavalli, pensarono
ch'era meglio tacere. Il crepuscolo scendeva umido e tetro. Il cielo
all'occidente era di rosa smorta e ad oriente già si accendevano
le prime stelle dei mirifici lampadarii che ignote forze sovrane
sorreggono in cielo. E la giornata di gioia e di spensieratezza si
chiudeva, dopo quella fiammeggiante apoteosi della fine, con la più
dilaniante delle tristezze umane, la tristezza che non sa trovare
l'ineffabile sollievo delle lacrime.
Quando Giuliano rientrò in casa trovò sua moglie occupata da alcune
visite. Egli non potè schivare quei fastidii e dovette dire ancòra
per la millesima volta quelle medesime parole con quell'immutabile
accento di esasperante indifferenza che toglie vita ed anima ad ogni
conversazione. Le signore ch'erano lì quel giorno avevano qualche
segreto ch'egli conosceva, poichè sapeva come, ad esempio, quella
signora Acquaviva fosse sollevata nei suoi frangenti finanziarii
da un vecchio senatore elegantissimo, presso il quale il marito
trovava sempre un più che affettuoso appoggio; nè Giuliano poteva
non sorridere pensando che quella contessa Arlì, che ora parlava
con tanta intransigenza su i costumi di qualche sua amica, era stata
veduta entrare con un deputato di provincia, sciocco ma milionario, in
una casa di via della Missione; ed il sorriso continuava osservando
quella terza visitatrice, la signora Lancia, la quale girava i
Ministeri, generosamente disposta verso chi intendeva giovare al
marito, pagando di baci una croce di cavaliere della Corona d'Italia.
Beatrice era visibilmente tediata da quel cicaleccio mondano, in
cui la signora Acquaviva metteva delle sentenze politiche che le
venivano dal suo elegante protettore della Camera Alta, la contessa
Arlì delle filippiche contro gli innocenti _flirts_ da _cotillon_ di
qualche sua intima amica, la signora Lancia l'apologia di suo marito
e l'enumerazione dei meriti di lui, ch'ella ripeteva continuamente
poichè era l'unico modo di far credere a qualcuno che il marito ne
avesse. Giuliano ascoltava rovesciare uomini, tacciare d'imbecilli
certe idee, ridere di una conscienza retta, enunciare paradossi sociali
da quelle donne che spendevano circa duemila lire al mese per la loro
sarta, combattere per il trionfo della morale proprio da quelle donne
che oramai da lunghissimi anni ne avevano smarrito le traccie. La
conversazione seguitava così, caustica e falsa, fra il sorseggiare
di una tazza di thè ed il liquefarsi di un _fondant_, senza che
mai svelasse un sentimento sincero, un'idea onesta, una sensazione
elevata. Tra quelle cincallegre di salotto, alle quali solo i guanti e
gli abiti erano mondi di macchie, più pura, più buona, più dolce gli
appariva Beatrice, che in quel momento ascoltava quei discorsi vuoti
con un fastidio doloroso, ch'ella nascondeva sotto un amabile sorriso
decorativo.
Una dopo l'altra le tre cincallegre se ne andarono: la signora
Acquaviva a raggiungere il senatore che, forse, era invitato a pranzo
da lei (un pranzo che egli avrebbe pagato, prima di andarsene, con
un biglietto da cinquecento lire), la contessa Arlì in cerca di
qualche rapida avventura; la signora Lancia a tentare eloquentemente
un qualche capo divisione perchè suo marito avesse, finalmente, in
occasione della prossima festa dello Statuto, la tanto sospirata croce
dei santi Maurizio e Lazzaro. Quando furono soli, Beatrice si sedette
presso Giuliano che sentiva l'imperioso bisogno di stringersela al
petto, di baciarla, poichè ella era così buona e così dolce, poichè
egli ne scorgeva meglio, al contatto con le altre, l'immacolata anima.
Il marito si lasciava prendere a quel fascino di dolcezza che, come
un profumo, Beatrice spandeva intorno a sè. Egli dimenticava la sua
vita, gli sembrava di non essersi mai distaccato dal fianco di lei, di
averla ininterrottamente e così amorosamente sentita palpitare tra le
sue braccia. La sua vita passata — di un passato che datava appena da
sessanta minuti! — si aboliva; ed è per questo che i baci posti da lui
su le labbra di sua moglie non gli apparivano sacrileghi, nè rubati nè
umilianti quelli con i quali l'innamorata gli rispondeva.
Ma il domestico che entrava, recando un pacco di libri giunti in quel
momento, ruppe l'incanto. Beatrice, seduta al pianoforte, interrogava
ora Giuliano su l'impiego della sua giornata, gli descriveva la
sua, trascorsa tra le sue cure di mamma affettuosissima ed i suoi
fastidii elegantissimi di donna di mondo. Cominciò allora per Giuliano
la dilaniante commedia della menzogna e del ripiego, più amara,
più crudele, più umiliante, dopo quell'oasi d'oblio, di pace e di
confidenza. Ma le domande di Beatrice incalzavano. Il silenzio sarebbe
apparso un'accusa, una confessione. Il marito, allora, cercò le parole
più adatte a togliere dai sospetti l'innamorata, inventò abilmente
le occupazioni di una intera giornata, con una grande minuzia di
particolari; particolari tali, però, che non se ne offrisse a Beatrice
la possibilità del controllo. Ella ascoltava — e così grande era
l'accento di verità e di semplicità dell'infedele, ch'ella credette.
Credette! Era appunto questa fiducia di lei che feriva più
profondamente Giuliano, nel cuore. Evidentemente, s'egli architettava
con la massima abilità un edificio d'inganni e di piccole menzogne per
giustificare presso Beatrice le sue ore, era perchè ella credesse,
perchè ella quietasse la sua anima affannata da tanti palpiti nella
dolce mitezza della fiducia. Ma tuttavia, quando vedeva che Beatrice
gli prestava fede, la fede desiderata, quando osservava il volto
di lei appianarsi ed illuminarsi d'un dolce sorriso d'amore, egli
sentiva prepotente il bisogno di gridare all'illusa: «No, no, non
credermi così facilmente! Quel che io ti racconto è menzogna. Io ti ho
ingannato, ti inganno, io non avrò la forza di non ingannarti più. Non
sorridermi, così, d'amore..... Ma guardami in volto e leggimi su la
fronte la menzogna..... Che i tuoi occhi e le tue labbra non mi diano
più baci ma mi scaglino contro l'insulto, l'insulto e il disprezzo
per la mia miseria e per la mia viltà!» Tuttavia la ragione riprendeva
il sopravvento su quell'onesto moto di una conscienza che si serbava
ancòra integra, sotto le scorie delle falsità e delle ipocrisie. Ed
egli taceva; seguitava ad intessere le fila dei suoi inganni, mentre
l'innamorata seguitava a sorridergli di amore e di fiducia ed il suo
volto sempre più si rischiarava di un così soave sollievo.
Tutto questo, però, non impediva che la conscienza di Giuliano
sanguinasse. Quella fiducia di Beatrice così intiera e sollecita
gli faceva sentire ancòr più il triste peso della sua vergogna.
Egli avrebbe quasi desiderato che la verità emergesse solenne ed
inesorabile, affinchè la commedia miserabile finisse nel dramma,
certamente più doloroso, ma più nobile; ed allora i baci di lei gli
facevano male, lo umiliavano, lo avvilivano tanto!.....
— Tu hai lavorato molto, io invece ho oziato, gli diceva Beatrice.
Tu sei triste, lo vedo. Io non so che fare per te. Ma se i miei baci
possono darti un po' di gioja e porti un sorriso su le labbra, ebbene,
prendili, prendili, sono tanti e sono tutti tuoi!.....
Ella si strinse, si avvinghiò a lui, lo baciò appassionatamente.
Come un colpevole — quale egli era, del resto — Giuliano sentiva
quei baci irrorargli le labbra che ardevano e pure tremavano, a un
tempo. Loredano che entrava, di ritorno per il pranzo, lo liberò
da quell'agonia atrocissima che aveva pur troppo le rosee e belle
apparenze dell'amore.