IX.

— Decidiamoci per questa, disse Claudina distaccandosi da Farnese e

salendo di corsa la breve salita di quella quieta osteria di campagna;

entrarono sotto quelle capanne, ordinarono una colazione semplice e

rustica, cercarono il posto migliore per farvi apparecchiar la tavola.

L'osteria era deserta in quel giorno feriale dell'ultima settimana di

un aprile dolce e pieno di sole. Gli amanti prescelsero una piccola

tavola sotto un chiosco di canne ricoperto di edera, gemmato di

variopinte campanule. La campagna romana si apriva al loro sguardo,

nuda e solenne, interrotta dal luccichio del fiume in lontananza.

I fiori intorno al chiosco ombroso esalavano i loro primi profumi

inebrianti. Il sole era tepido e carezzante, passando a lame di luce

tra le canne, dolce e piacevole come un amico che torni dopo una lunga

assenza e vi riporti la gioia e la vita.

Poichè dovevano attendere qualche minuto la colazione, i due amanti

discesero nuovamente dalla montagnola su la lunga via bianca, si

avviarono verso gli archi di ponte Nomentano. Siepi di biancospini e di

rovi limitavano una parte della via. I biancospini gemmavano le siepi

con i loro fiori candidi come fiocchi di neve. L'Aniene scintillava al

sole del mezzogiorno con riflessi d'acciaio. Gli amanti si soffermarono

a guardare il paesaggio che si stendeva a sinistra, oltre le siepi,

per una distesa enorme, fino all'Albero Bello sul Tevere. La pianura

si apriva vastissima, limitata dall'orizzonte, interrotta dalle strane

ondulazioni del terreno. Nelle lontananze i monti sfumavano in una

nebbia azzurrina, ma che a volte aveva qualche trasparenza rosea.

Farnese guardava l'amante che, vestita di un costume _tailleur_ in

stoffa grigia, s'avanzava verso il ponte, sotto l'ombrellino, fiore di

ombra in quella furia di splendore abbagliante. L'ora intanto passava.

Giuliano la raggiunse e, come la via era deserta, tornarono verso la

montagnola e l'osteria avvinti amorosamente. Si sciolsero quando videro

il padrone che li attendeva a piè della salita. Ma non erano stati così

solleciti che il loro gesto amoroso fosse sfuggito agli occhi di colui

che ora li precedeva verso il chiosco, nascondendo sotto la sua barba

un sorriso d'intelligenza.

— Ci crederà due sposi, mormorò Claudina, e riderà di noi.

— Che importa, se non lo siamo? le ribattè l'amante, sorridendo.

La tavola, apparecchiata sotto il chiosco verde e profumato, aveva una

certa pretesa nella rusticità di quelle tovaglie di cotone, di quei

piatti di terraglia a disegno volgare, di quelle posate di ferro, di

quelle bottiglie di vetro. L'oste aveva messo dei fiori in mezzo alla

tavola e mentre gli amanti si sedevano l'uno di contro all'altra, egli

aspettava sotto l'arco del chiosco i complimenti pel suo pensiero

gentile, con un sorriso melenso su le grosse labbra. Nè si mosse

finchè Claudina non ebbe notato quel mazzo di fiori di campo e non

l'ebbe ringraziato della sua amabilità. Solo allora gli amanti poterono

lasciarsi andare alla spensieratezza della loro scappata primaverile.

Claudina aveva lasciato le prove al teatro, Farnese un affare

importante per procurarsi il piacere di quella colazione campagnuola,

presso il limpido Aniene, nella solitudine semplice ed intima di quella

osteria senza avventori.

— Ma noi non mangiamo, divoriamo, disse Claudina a metà della colazione.

Due sorrisi, una stretta di mano a traverso il tavolo e ricominciarono

a divorare. Parlavano di mille cose, di mille nonnulla, e la

conversazione di Claudina svolazzava: sfiorava fatti, idee, sentimenti,

sensazioni, allegramente, leggermente, senza mai soffermarsi, vertigine

di parole, ebrietà brillante di primavera. Alle frutta Farnese

dimandò del buon vino. Ne riempirono i bicchieri, brindarono. Ora che

il cameriere non interrompeva più per il servizio i loro colloqui,

Claudina si era seduta su le ginocchia dell'amante, gli aveva passato

le braccia intorno al collo e, fumando, gli soffiava il fumo negli

occhi con il perverso desiderio di fargli male. Con i bicchieri

innalzati, gli amanti incrociavano continui brindisi, come incrociavano

i loro bicchieri, bevendo Claudina a quello di Farnese, che a sua volta

s'inumidiva le labbra a quello di lei.

— Ah, come mi diverto, come mi diverto! Noi siamo due scolari, gridava

Claudina. Evviva! Evviva! Dammi del vino, ancòra, ancòra. — E come

Giuliano le mesceva quel leggero e biondo vino dei Castelli, Claudina

aggiungeva ridendo follemente: — _Champagne_, _champagne_, ancòra e

sempre: _Champagne, if you please_.

Nel momento che, bocca su bocca, gli amanti si baciavano con uno di

quei baci appassionati, furiosi, veementi che annientano le personalità

pel solo, grande ed eterno trionfo dell'amore, una giovinetta era

comparsa, vendendo un grosso fascio di prime rose.

Giuliano le diede del denaro mentre Claudina afferrate le belle rose

le mordeva, ne mangiava le foglie, sfogliava i bei fiori odoranti e

passava le mani piene di petali ancòra umidi su le guancie ardenti

dell'amante.

— Mi ami? mi ami? mi ami?

— Ti adoro!

Venti volte si ripetettero la dolce appassionata domanda, la semplice

ma eloquente risposta. Essi si inebriavano della loro stessa felicità

che veniva dai baci, dal vino, dal sole, dai fiori, dalla primavera,

dalla gioconda libertà. Lungamente i baci susurrarono sotto la verde

cupola, lungamente le anime si esaltarono all'odore delle rose,

lungamente le parole amorosissime mormorarono tra quella grande

fioritura di campanule, bianche, rosee, azzurre e gialle, che nei

loro calici aperti sembravano accogliere quei susurri d'amore, tesoro

ineffabile di passione e di giovinezza.

Già il sole diveniva sempre più pallido e tepido, nè più le lame

della sua luce scendevano negli interstizii delle canne cinte di

edera. Poichè il tramonto d'aprile si avvicinava, Claudina volle

uscire e tuffarsi ancòra per l'ultima volta nel sole, bearsi di

quella esuberanza di luce, di colori, di profumi, di vita rifiorente.

Discesero di nuovo, nuovamente si avviarono verso il ponte Nomentano.

Un drappello di soldati del genio era su una montagnola per un breve

riposo da certe loro esercitazioni di barche, nell'Aniene. Il piccolo

fiume non scintillava più al sole meridiano, ma nelle sue acque

limpidissime rifletteva capovolte le sponde, il cielo terso e d'un

azzurro regale. Ma sempre più il tramonto si avvicinava e sempre più

l'esaltazione si calmava nel sangue e nei nervi degli amanti. A poco

a poco, come su le cose, così su le anime loro la sera imminente

distendeva i suoi veli oscuri. Qualche tristezza rifioriva nei loro

cuori, qualche dolore nuovamente vi palpitava, a mano a mano che

l'esaltazione impallidiva e si spengeva.

Claudina, che si era seduta su un masso di pietra contemplando il

tramonto, parlava:

— Ecco che anche questa giornata tanto dolce è finita, ecco che

rientriamo nella triste monotonia della nostra vita e, riabbassando la

maschera su i nostri volti ch'oggi erano tanto felici di non doverla

sopportare, riprendiamo il doloroso artifizio della nostra menzogna...

Ah, come la vita sarebbe sciocca ed inutile se dovesse continuare

così! Ma tu sai perchè ti amo; tu sai perchè ci amiamo; tu sai bene

il mio sogno adorato. Noi ci metteremo presto al lavoro, n'è vero?

Tu completerai la mia intelligenza, io diverrò migliore al fuoco

della tua... Torneremo presto, n'è vero? al lavoro, alla fatica, ai

fieri scoraggiamenti ed alle superbie tanto nobili! Poichè è solo la

realizzazione di quel mio bel sogno che giustifica il nostro amore,

noi dobbiamo far tendere a quello tutti i nostri sforzi... Tu sarai

grande ed io sarò presso di te.... Tu mi offrirai un ramoscello del tuo

alloro... Oh, il sogno, il nostro bel sogno!

Si rialzarono. Oramai il tramonto, dietro Monte Mario sfumato in

una nebbia turchiniccia, slanciava in alto nel cielo il suo magico

incendio, il portento delle sue fiamme. I cipressi sul ciglio di

Monte Mario, disegnandosi su quell'incendio del cielo, sembravano

veramente gli aguzzi denti di un pettine enorme. Gli amanti, vinti

da una tristezza mista però di dolcezza e di squallore, discesero in

un prato verde tempestato di margherite dove l'erba era foltissima ed

alta. Seduti su l'erba, innanzi a quel tramonto meraviglioso di aprile

romano, le loro anime si schiudevano per accogliere tutta la malinconia

e tutta la maestà che, da quella conflagrazione di nubi ardenti e

da quella vicenda di luci e di ombre nel cielo, emanavano. Furono

allora, alla fine di quella dolce giornata d'amore, i baci freddi,

assai più tristi che le lacrime; furono le strette di mano, quando le

mani sono ghiacciate e non sono più due passioni che si attraggono, ma

due tristezze profonde che si vogliono carezzare e cullare a vicenda;

furono le indifferenti parole d'amore, vuote ed inutili parole d'amore,

più dolorose di un silenzio, perchè mostrano lo squallore dell'anima e

le lontananze dei cuori degli amanti.

E gli amanti, rientrando poco più tardi a Roma, lungo la via Nomentana

silenziosa dove solo echeggiava il trotto dei cavalli, pensarono

ch'era meglio tacere. Il crepuscolo scendeva umido e tetro. Il cielo

all'occidente era di rosa smorta e ad oriente già si accendevano

le prime stelle dei mirifici lampadarii che ignote forze sovrane

sorreggono in cielo. E la giornata di gioia e di spensieratezza si

chiudeva, dopo quella fiammeggiante apoteosi della fine, con la più

dilaniante delle tristezze umane, la tristezza che non sa trovare

l'ineffabile sollievo delle lacrime.

Quando Giuliano rientrò in casa trovò sua moglie occupata da alcune

visite. Egli non potè schivare quei fastidii e dovette dire ancòra

per la millesima volta quelle medesime parole con quell'immutabile

accento di esasperante indifferenza che toglie vita ed anima ad ogni

conversazione. Le signore ch'erano lì quel giorno avevano qualche

segreto ch'egli conosceva, poichè sapeva come, ad esempio, quella

signora Acquaviva fosse sollevata nei suoi frangenti finanziarii

da un vecchio senatore elegantissimo, presso il quale il marito

trovava sempre un più che affettuoso appoggio; nè Giuliano poteva

non sorridere pensando che quella contessa Arlì, che ora parlava

con tanta intransigenza su i costumi di qualche sua amica, era stata

veduta entrare con un deputato di provincia, sciocco ma milionario, in

una casa di via della Missione; ed il sorriso continuava osservando

quella terza visitatrice, la signora Lancia, la quale girava i

Ministeri, generosamente disposta verso chi intendeva giovare al

marito, pagando di baci una croce di cavaliere della Corona d'Italia.

Beatrice era visibilmente tediata da quel cicaleccio mondano, in

cui la signora Acquaviva metteva delle sentenze politiche che le

venivano dal suo elegante protettore della Camera Alta, la contessa

Arlì delle filippiche contro gli innocenti _flirts_ da _cotillon_ di

qualche sua intima amica, la signora Lancia l'apologia di suo marito

e l'enumerazione dei meriti di lui, ch'ella ripeteva continuamente

poichè era l'unico modo di far credere a qualcuno che il marito ne

avesse. Giuliano ascoltava rovesciare uomini, tacciare d'imbecilli

certe idee, ridere di una conscienza retta, enunciare paradossi sociali

da quelle donne che spendevano circa duemila lire al mese per la loro

sarta, combattere per il trionfo della morale proprio da quelle donne

che oramai da lunghissimi anni ne avevano smarrito le traccie. La

conversazione seguitava così, caustica e falsa, fra il sorseggiare

di una tazza di thè ed il liquefarsi di un _fondant_, senza che

mai svelasse un sentimento sincero, un'idea onesta, una sensazione

elevata. Tra quelle cincallegre di salotto, alle quali solo i guanti e

gli abiti erano mondi di macchie, più pura, più buona, più dolce gli

appariva Beatrice, che in quel momento ascoltava quei discorsi vuoti

con un fastidio doloroso, ch'ella nascondeva sotto un amabile sorriso

decorativo.

Una dopo l'altra le tre cincallegre se ne andarono: la signora

Acquaviva a raggiungere il senatore che, forse, era invitato a pranzo

da lei (un pranzo che egli avrebbe pagato, prima di andarsene, con

un biglietto da cinquecento lire), la contessa Arlì in cerca di

qualche rapida avventura; la signora Lancia a tentare eloquentemente

un qualche capo divisione perchè suo marito avesse, finalmente, in

occasione della prossima festa dello Statuto, la tanto sospirata croce

dei santi Maurizio e Lazzaro. Quando furono soli, Beatrice si sedette

presso Giuliano che sentiva l'imperioso bisogno di stringersela al

petto, di baciarla, poichè ella era così buona e così dolce, poichè

egli ne scorgeva meglio, al contatto con le altre, l'immacolata anima.

Il marito si lasciava prendere a quel fascino di dolcezza che, come

un profumo, Beatrice spandeva intorno a sè. Egli dimenticava la sua

vita, gli sembrava di non essersi mai distaccato dal fianco di lei, di

averla ininterrottamente e così amorosamente sentita palpitare tra le

sue braccia. La sua vita passata — di un passato che datava appena da

sessanta minuti! — si aboliva; ed è per questo che i baci posti da lui

su le labbra di sua moglie non gli apparivano sacrileghi, nè rubati nè

umilianti quelli con i quali l'innamorata gli rispondeva.

Ma il domestico che entrava, recando un pacco di libri giunti in quel

momento, ruppe l'incanto. Beatrice, seduta al pianoforte, interrogava

ora Giuliano su l'impiego della sua giornata, gli descriveva la

sua, trascorsa tra le sue cure di mamma affettuosissima ed i suoi

fastidii elegantissimi di donna di mondo. Cominciò allora per Giuliano

la dilaniante commedia della menzogna e del ripiego, più amara,

più crudele, più umiliante, dopo quell'oasi d'oblio, di pace e di

confidenza. Ma le domande di Beatrice incalzavano. Il silenzio sarebbe

apparso un'accusa, una confessione. Il marito, allora, cercò le parole

più adatte a togliere dai sospetti l'innamorata, inventò abilmente

le occupazioni di una intera giornata, con una grande minuzia di

particolari; particolari tali, però, che non se ne offrisse a Beatrice

la possibilità del controllo. Ella ascoltava — e così grande era

l'accento di verità e di semplicità dell'infedele, ch'ella credette.

Credette! Era appunto questa fiducia di lei che feriva più

profondamente Giuliano, nel cuore. Evidentemente, s'egli architettava

con la massima abilità un edificio d'inganni e di piccole menzogne per

giustificare presso Beatrice le sue ore, era perchè ella credesse,

perchè ella quietasse la sua anima affannata da tanti palpiti nella

dolce mitezza della fiducia. Ma tuttavia, quando vedeva che Beatrice

gli prestava fede, la fede desiderata, quando osservava il volto

di lei appianarsi ed illuminarsi d'un dolce sorriso d'amore, egli

sentiva prepotente il bisogno di gridare all'illusa: «No, no, non

credermi così facilmente! Quel che io ti racconto è menzogna. Io ti ho

ingannato, ti inganno, io non avrò la forza di non ingannarti più. Non

sorridermi, così, d'amore..... Ma guardami in volto e leggimi su la

fronte la menzogna..... Che i tuoi occhi e le tue labbra non mi diano

più baci ma mi scaglino contro l'insulto, l'insulto e il disprezzo

per la mia miseria e per la mia viltà!» Tuttavia la ragione riprendeva

il sopravvento su quell'onesto moto di una conscienza che si serbava

ancòra integra, sotto le scorie delle falsità e delle ipocrisie. Ed

egli taceva; seguitava ad intessere le fila dei suoi inganni, mentre

l'innamorata seguitava a sorridergli di amore e di fiducia ed il suo

volto sempre più si rischiarava di un così soave sollievo.

Tutto questo, però, non impediva che la conscienza di Giuliano

sanguinasse. Quella fiducia di Beatrice così intiera e sollecita

gli faceva sentire ancòr più il triste peso della sua vergogna.

Egli avrebbe quasi desiderato che la verità emergesse solenne ed

inesorabile, affinchè la commedia miserabile finisse nel dramma,

certamente più doloroso, ma più nobile; ed allora i baci di lei gli

facevano male, lo umiliavano, lo avvilivano tanto!.....

— Tu hai lavorato molto, io invece ho oziato, gli diceva Beatrice.

Tu sei triste, lo vedo. Io non so che fare per te. Ma se i miei baci

possono darti un po' di gioja e porti un sorriso su le labbra, ebbene,

prendili, prendili, sono tanti e sono tutti tuoi!.....

Ella si strinse, si avvinghiò a lui, lo baciò appassionatamente.

Come un colpevole — quale egli era, del resto — Giuliano sentiva

quei baci irrorargli le labbra che ardevano e pure tremavano, a un

tempo. Loredano che entrava, di ritorno per il pranzo, lo liberò

da quell'agonia atrocissima che aveva pur troppo le rosee e belle

apparenze dell'amore.

Il Miraggio: Romanzo · 第 18 / 44 题