XI.

La colazione finiva tra gli scoppii di risa dei bambini. Giuliano si

levò, accese una sigaretta, si distese in una poltrona, prese su le

ginocchia il piccolo Luca.

— Così che, dimandava alla moglie, lady Tremmel ha fatto miracoli. Vi

erano belli abiti, molta gente, molto _entrain_?

La moglie raccontava esuberantemente anche i più minuti particolari;

poi Giuliano, a sua volta, raccontò la sua serata.

— Sono uscito alle dieci, sono stato al Nazionale per intendermi

con Savarese su le rappresentazioni in Italia della _Chimera_; poi

son passato al Circolo, poi a casa. Serata castigatissima: non ho

incontrato nessuno, non ho parlato con nessuno. Ma voi siete rientrata

alle quattro del mattino, mia piccola scapata!

— Incolpane Leonardo, rispose la giovane donna, incolpane lui che non

si voleva più staccare dal braccio di una certa signora.....

Loredano, ch'era andato nella stanza attigua per scrivere due righe

sopra una carta da visita, rientrava col sigaro acceso, l'occhio vivo,

l'andatura giovanilissima:

— Accetto ogni responsabilità e son pronto ad espiarla con qualsiasi

penitenza.

Beatrice guardava dalla finestra aperta le spalliere di rose che

profumavano nel giardino ed il cielo limpido d'un azzurro terso come

cristallo.

— Che bella fine di Maggio! ella mormorò.

Rimase a lungo a guardare quella gloria di primavera. Si rivolse quando

intese parlare di partenza prossima, di decisioni da prendere.

— Tu parti? dimandò a Loredano.

— Bisognerà bene che mi decida. Sapete che sono quì da due mesi? Devo

andare a Venezia a sistemare certi affari e poi, filo via, in Svizzera.

Avevo l'idea di una passeggiata in Norvegia, ma la rimando ad un altro

anno.

— Quando partiresti? domandava la sorella inquieta.

— Non so; in settimana, forse.

— E sono così urgenti, insisteva Beatrice, sono così urgenti i tuoi

affari di Venezia che non ti potresti trattenere, nemmeno volendo?

— Oh no, no, di nessuna urgenza. Ma non vi è proprio ragione di

trattenermi. Voi due filate di nuovo, e deliziosamente, il più perfetto

amore e non ho alcuna ragione per restare fra voi a recitare la parte

di terzo incomodo!

— Tu devi rimanere ancòra con noi, mormorò la sorella.

— Bene, bene, ribattè Loredano; ne riparleremo. Una decisione non è

poi così urgente. Per ora me ne vado a prendere un po' di sole a Villa

Pamphili. Vieni anche tu, Giuliano, a fare questa passeggiata?

— Volentieri.

I due uomini infilarono i soprabiti; da un vaso di fiori presero

ciascuno una rosa arancione, la infilarono nell'occhiello.

— Se vorrai uscire, diceva Giuliano alla moglie, bevendo a sorsi brevi

il caffè bollente che il domestico aveva portato in quel momento, se

vorrai uscire con me, alle cinque ripasserò a prenderti. Va bene?

— Grazie, amico mio.

Si baciarono. Beatrice sentiva una grande calma nel cuore. L'addolorava

però il pensiero della partenza del fratello, l'idea che ella sarebbe

rimasta senza il suo sostegno e la sua guida in un momento così

difficile. Gli si avvicinò, gli prese le mani:

— Non partirai così presto, è vero?

— Partirò il più tardi possibile, sorellina, rispose lo scrittore.

I due uomini uscirono, accompagnati dai bambini fino nel vestibolo.

Beatrice si avvicinò alla finestra, vide Giuliano e Leonardo

uscire dalla casa: guardò le loro alte, maschie ed eleganti figure

allontanarsi in quella gloria di sole; li vide salire in una carrozza

scoperta che passava.

— Sembrano due fratelli, pensò.

I due ridevano forte nella carrozza, che nuovamente passava al trotto

sotto le finestre della casa. Le loro mani si sollevarono per salutare

ancòra Beatrice. Beatrice gettò loro dei baci. La carrozza scomparve.

Ella rimase alla finestra ad aspirare il profumo delle spalliere di

rose maggioline, ad inebriarsi a quel tepore ed a quella gioia di

primavera. Poi si ritrasse. Chiamò _Miss_ Margaret, l'aiutò a vestire i

bambini per la passeggiata al Pincio. Accompagnò loro e la _Miss_ fino

alla porta di strada. Poi, come li ebbe visti scomparire all'angolo

della via, risalì in casa canticchiando una canzonetta francese:

«_Allons, ma belle, au beau pays_»

«_Où l'oranger fleurit. . . . . ._»

Nel gabinetto da lavoro di suo marito scrisse qualche lettera, poi

sfogliò dei giornali illustrati giunti al mattino. Come le tre e mezza

suonavano, ella passò nella sua camera, infilò un abito da passeggio,

in velo religioso grigio perla con piccole passamanterie in argento

e guarnizioni di seta dello stesso punto di colore. Abbigliandosi,

cantava. E la cameriera non cessava di meravigliarsi per quella sua

insolita gaiezza. Beatrice si guardò allo specchio, lungamente; poi,

compiaciuta, andò ad attendere che suo marito la venisse a prendere nel

gabinetto da lavoro di lui. Prese sul tavolo un giornale comparso il

mattino con un vivace articolo di Giuliano e incominciò a leggerlo. A

momenti i suoi occhi sorridevano, come le sue labbra. La primavera le

diffondeva vivamente e dolcemente nel cuore quel soffio di gioia e di

ebrezza. L'amore di suo marito ora più espansivo e l'esser libera dalle

tristi apprensioni di un tempo le consentivan quella gaiezza. Un odore

di fiori saliva dal giardino per la finestra aperta ed era dolce e

spossante come una carezza.

L'orologio suonava le quattro e mezzo, quando il domestico entrò. Aveva

sul vassoio una lettera:

— Hanno portato questa lettera. È giunta da stamane, ma per errore è

rimasta in basso fino ad ora.

Beatrice la prese. La rozzezza della carta ed il carattere a lei

ignoto della sopraccarta la meravigliarono. Fece cenno al domestico di

uscire. Un oscuro presentimento passò gelido nel suo cuore. Esitò. Ma

poi scosse la testa e si disse che era una sciocca apprensione pensare

che quella modesta lettera potesse recarle del male. Quelle saggie

riflessioni non impedirono che le sue mani fossero tutte tremanti

nell'atto di lacerare la sopraccarta. Ebbe appena scorse le poche righe

vergate da una mano febbrile che ella cominciò a tremare tutta, il suo

volto s'impallidì di un pallore di morte, due lacrime, che avevano il

silenzio inesorabile della disperazione, le spuntarono dai cigli. La

denunzia era innanzi a lei.

Il dolore, che per tanti giorni aveva tentato di aprirsi un varco

nella sua anima, ma che era stato respinto da tanti rosei ottimismi,

irruppe finalmente in tutta la sua cieca brutalità. Fu così repentino

il passaggio che l'anima della povera donna soffriva dalla gioia di un

minuto prima all'ineffabile schianto presente, che per un poco Beatrice

seguitò a ridere di un riso straziante, che altro non era se non

spasimo di nervi esasperati. La crudele certezza era innanzi a lei. Il

suo sospetto era da troppo dissimulato nel suo cuore sotto l'apparente

fiducia, perchè le fosse possibile il minimo dubbio su la veridicità

di una denunzia siffatta, anche se di un anonimo. Una sensazione di

squallore — la sensazione di un uomo che veda rovinare una casa intorno

a sè e resti per miracolo nell'aria sul sostegno di un unico e fragile

muro — s'impadroniva dell'animo della tradita. L'umiliazione di essere

posposta ad un'altra l'avviliva, la sua dignità di madre e di sposa

si ribellava alla menzogna cui aveva dato fede ed ai baci mendaci cui

ella ignara si era docilmente prestata. La terribile crisi di dolore

che doveva gettarle addosso in venti minuti dieci anni di vita non

le lasciava pensare chi potesse essere quell'anonimo delatore. La

denunzia era così precisa nel suo laconismo spietato! La dolorosa

riprese il foglietto per rileggerlo, per averne un aumento di spasimo,

l'esacerbazione del suo dolore. Allora ella lesse la seconda frase:

che Claudina Rosiers restava a Roma per lui. Le lacrime più cocenti

le discesero lungo le guancie. Ella girava per la stanza come folle,

inciampando nei mobili, rovesciando oggetti, brancicando con le sue

mani convulse il grazioso abito ch'ella aveva poco prima indossato

sorridendo, con la innocente civetteria di piacere all'infedele. A

che era valsa, dunque, la sua vita di onestà? Tutti i suoi sacrifizii,

tutte le sue rinunzie, che cosa avevano apportato di frutto, se non le

era risparmiata quella atroce spartizione di carezze con un'ignota,

con una donna qualunque? Il ribrezzo invadeva tutto il suo essere,

distendeva i suoi viscidi tentacoli intorno al cuore affranto di lei.

Anche il dolore fisico imperversava. La sua fronte ardeva, le vene

delle tempie pulsavano fortemente ed erano così gonfie, quasi

fossero prossime a spezzarsi. Brividi le correvano le ossa. Il

cuore aveva delle strette che la facevano gridare. L'inutilità della

sua vita passata, lo squallore della sua vita futura le apparivano

dolorosamente. L'uomo amato perduto, il padre dei suoi figli indegno di

lei, adultero e mentitore, dissimulatore e vile, gli appariva perduto,

irremissibilmente perduto. Le sue illusioni sfiorite, abbattute, rotte

per sempre, gettavano su la sua povera anima una coltre di spine. Che

le restava nel mondo? Quale scopo? Quale vita? Quale destino? In una

nuvola d'oro apparvero alla dolorosa i nimbi biondi ch'erano le chiome

dei suoi bambini. Per essi ella avrebbe vissuto, da quel giorno, da

quell'ora, la cui tristezza immensa mai da nessun fluire di tempo

sarebbe stata dispersa. Cosa morta le apparivano adesso gli anni che

le restavano da vivere. Nata per l'amore, senza l'amore che altro

le sarebbe rimasto per la vita? I suoi bambini, cui il suo pensiero

ricorreva incessantemente come ad una salvezza, come ad un conforto,

come ad una difesa, come ad un usbergo immacolato e santo, non potevano

prendere nel suo cuore il posto lasciatovi deserto dall'infedele,

dall'amato di tanti anni non più degno del suo amore. Tutto il sangue

di lei si ribellava contro l'offesa, il sangue aristocratico della sua

famiglia s'agitava al pensiero di quella mescolanza plebea, al pensiero

che un'altra donna, di lei meno pura, di lei meno eletta, di lei meno

devota, avesse potuto ottenere ciò che a lei era dovuto, ciò che a

lei si toglieva. L'abbandono sembrava irreparabile alla desolata. Su

tutto avrebbe transatto l'offesa, ma non su quel tradimento continuato,

abile, mascherato, contraffatto, calcolato. Tutti gli spasimi diversi

della sua anima si univano, si sposavano con un triste connubio in uno

solo, altissimo, mentre dagli occhi abbattuti seguitava a sgorgare

il pianto ininterrotto; pianto di vergogna e di dolore, di orrore e

di amore, di amore ancòra, pianto senza sollievo, senza tregua, senza

fine, pianto sovrumano di infinita desolazione.

Quando Giuliano entrò nel gabinetto da lavoro, sùbito lo sconvolgimento

del volto di Beatrice che si era levata e l'attendeva in piedi, gli

annunziò che qualche cosa di grave era avvenuto. Sgomento, le si

avvicinò.

— Non vi accostate, ella gli gridò ritraendosi, non vi accostate. Il

dolore così atroce che io soffro non deve lasciare a voi altre vie alla

menzogna. Questa lettera mi svela finalmente che Claudina Rosiers è

la vostra amante, ch'ella non partirà da Roma per restare con voi. La

benda mi è caduta dagli occhi ed ho potuto vedere tutta l'offesa che

mi avete arrecata. Io non vi rimprovero nemmeno. Il mio silenzio deve

avvilirvi più d'ogni mia parola.

Giuliano, tuttavia nello sbalordimento dell'inattesa catastrofe,

comprese che, con una donna leale e nobile come sua moglie, la protesta

non era più possibile, nè poteva mentire. Se quella lettera era anonima

e quindi dubbia la denunzia che conteneva, le sarebbe stato molto

facile procurarsi altre prove ed indiscutibili, ora ch'era incamminata

verso la verità. L'unica cosa possibile con quell'anima di donna era la

confessione: Giuliano la tentò, disperatamente, come si gioca l'ultima

carta per una posta suprema:

— Con una donna come te io non so più oltre mentire, Beatrice, egli

disse. Ciò che ti hanno scritto è vero. Io ignoro chi sia il delatore

volgare che mi accusa in quella lettera. Ho tanti nemici accaniti a

Roma, tante gelosie, tante invidie, che vorrebbero colpirmi in quel

che ho di più dolce, di più intimo e di più sacro — e vi riescono. Io

non ho alcun mezzo per difendermi e non lo cerco. Ti ho troppo a lungo

mentito e ne ho troppo sofferto.

— Non è vero, ribattè Beatrice, se voi aveste sofferto, come dite, nel

mentirmi, non avreste atteso per confessarmi la vostra colpa che io

avessi in mano una prova indiscutibile. La vostra menzogna è spietata,

è orribile. Ora dite di soffrirne perchè io vi ho strappato giù dal

volto la maschera della vostra fedeltà. Ma voi mi avete mentito per

un anno, un mese fa, avanti ieri, ieri, stamattina. È una menzogna

ininterrotta, calcolata, vile, che mi ripugna! Mi avete baciata con le

labbra ancòra memori dei baci dell'altra..... Mi avete.... Per carità,

per carità, tronchiamo qui il nostro colloquio..... Ogni cosa è finita

fra noi. Non torniamo più su la vostra infamia: ne soffro troppo!

— Ma io non ho cessato un'ora, un'ora sola di amarti..... Lo comprendi?

Ah, tu ridi, tu indietreggi? Credimi che da tanto tempo io soffrivo,

come un peso sul cuore, la mia menzogna.... Credimi che il traviamento

di pochi giorni io l'ho pagato con tanto dolore, con tanta sofferenza,

con tanta vergogna. Credimi che in tutte le ore ti ho avuta presente,

_noi ti abbiamo avuta presente_, e tu ci hai fatto sentire crudelmente

il rimorso dell'offesa che ti portavamo. Se tu sapessi! Ma io non

devo ora scendere a simili particolari. Tu non vuoi ascoltarli e

sarebbe inumano..... Sappi questo però e credilo per la vita dei

nostri bambini, su la quale te lo giuro: quella donna può essere

stata l'aberrazione dei miei sensi, dei più cattivi istinti del mio

essere..... Ma tu sei rimasta per me il mio culto, la mia venerazione,

la mia devozione, la mia religione..... La tua purezza mi ha fatto

sentire ancòra più la mia colpa ed in questa sempre meglio ho veduto la

grandezza della tua anima, diletta! Ho mentito? Sì, sì, ho mentito! Ma

ho mentito perchè sapevo che confessandomi ti perdevo! Ti perdevo! Fa

di me quel che tu vuoi, abbandonami, giudicami, condannami, ma sappi

questo, questo solo: che io non ti ho tradita volgarmente, bassamente,

per disamore, per stanchezza. Una vertigine mi ha trascinato. Io sono

debole e non ho saputo resistere. Ma subito dopo ho misurato la gravità

del delitto d'amore commesso e non ho avuto che un solo terrore, il

terrore che tu sapessi tutto e che io ti perdessi, sì, sì, il terrore

di perderti, di essere solo, senza di te, perchè io ti amavo, perchè ti

ho sempre amata, perchè ti amo, ti amo......

Così dicendo le aveva preso la mano e, con voce strozzata dal pianto

prepotente, le alitava le parole sul volto.

— Lasciatemi, lasciatemi, gridò l'offesa, svincolandosi ed

indietreggiando. Lasciatemi e tacete; non discendete ancòra più in

basso!....

L'infedele cadde a sedere su una poltrona, esausto per l'emozione

violentissima di ogni forza fisica e morale. Il pianto ch'egli

tratteneva con sforzi dolorosi proruppe; ed era pianto di scoramento e

di umiliazione, pianto che invocava perdono, pianto in cui si rivelava

tutto il lungo dolore di tanto tempo, dal giorno della prima dedizione

di Claudina in quel medesimo salotto, su quel medesimo divano dove sua

moglie si lasciava cadere, sempre più pallida, per dirgli:

— È inutile che partiate, è inutile che mi diate la rappresentazione di

quelle lacrime: io non vi credo più!

La fierezza di Giuliano si ridestò. Egli asciugò le lacrime che gli

inumidivano il volto, rimase in piedi immobile e convulso.

— Io avrei meglio compreso che voi foste venuto da me, continuava

Beatrice implacabile, e mi aveste detto: «Non ti amo più, amo un'altra.

Mi serviva di mentirti. Ti ho mentito!» Voi non vi sareste così

avvilito ai miei occhi con una maschera di fedeltà che voi non avete

mai abbassata, ma che io stessa ho dovuto strapparvi dal volto.....

— Tu dici delle follìe, disse Giuliano amaramente. Io non voglio da te

il perdono, intendimi, intendimi bene! Io so che tu non me lo potresti

concedere, nè lo dimando. Voglio solo che prima di prendere una

decisione che forse muterà tutta la nostra vita, voglio che tu sappia,

che tu creda, che tu sia persuasa che giammai ho cessato d'amarti,

che dell'offesa che tu lamenti, ho sofferto io, giorno per giorno,

ora per ora, arrecandotela, più di quel che tu soffra ora, misurandone

la bassezza. Lo capisci tu che io non ti direi queste parole, se non

sentissi profondamente nel cuore, nei sensi, nell'anima, nel pensiero,

ciò che esse esprimono perchè innanzi al dolore non si deve, non si

può mentire, molto più quando questo dolore viene, come il tuo, dalla

menzogna? Vediamo, Beatrice..... Per l'amore che mi hai dato, per il

bene che mi hai voluto, credimi, credimi, credimi..... Fammi almeno

pensare che nel tuo cuore vi è ancòra qualche cosa per me, e non

solamente la spietatezza di una condanna.....

— No, no, replicava Beatrice, non mi parlate così. Non voglio sentire

nelle vostre parole nemmeno un alito di tenerezza per me. Essa mi

dà troppa ripulsione verso di voi. Non mi parlate così. Ditemi la

verità, la verità, una volta sola..... Datemi, per una volta, nelle

vostre parole il sentimento della verità! Ditemi che non mi amavate

più, che un'altra donna vi è piaciuta, che voi l'avete presa senza

tanti scrupoli, perchè io ero una moglie fedele e non ero capace di

rendervi dente per dente, come un'altra avrebbe fatto. Su, su, ditemi

questo..... Ma non mi raccontate altre menzogne, non mi recitate altre

commedie. Tacete... Sentite almeno la violenza del mio dolore e forse

non avrete più la forza di essere sacrilego, ricordando il nostro amore

d'un tempo, i nostri baci di un tempo.... Ah no, no, lasciatemi sola,

mi fate ribrezzo!

Uno sgomento sempre più folle s'impadroniva di Giuliano: egli si

avvicinò alla moglie, con le braccia tese, con gli occhi ardenti, ma

col volto coperto di un pallore mortale:

— Beatrice, ascoltami, ascoltami..... Beatrice! Non mi gettare così in

preda alla disperazione..... Abbi pietà!

— Ne avete avuta voi, per me? Mi avete risparmiato forse l'affronto di

farmi sapere da altri la vostra colpa? Lasciatemi, lasciatemi.....

Si ritrasse, d'un tratto, verso la porta, poichè Giuliano si avvicinava

sempre più. Egli soffriva veracemente il dolore di tanto tempo e la

cupa disperazione già batteva lugubremente nella sua anima. Beatrice

d'altra parte aveva atteso, al principio di quella scena lacerante,

un grido di verità che le svelasse come non tutto era morto nel

cuore e nella conscienza di quell'uomo traviato. Ma poi l'esaltazione

vertiginosa del suo stesso dolore le impediva di discernere il vero

dal falso, le impediva di sentire palpitare la verità, la sincerità, il

dolore, la passione nelle parole di Giuliano innanzi alla desolazione

che per la sua anima si preparava. Beatrice volle chiudere quel

colloquio tanto triste. Su la porta si volse, disse al marito che si

copriva il volto con le palme per nascondere le nuove e più cocenti

lacrime:

— È inutile purtroppo parlare più oltre..... Il mio giudizio su voi

è irremovibile. Immediatamente noi ci divideremo, e per sempre. O voi

lascerete questa casa o la lascerò io, questa sera stessa.

Giuliano, vinto dal tremito convulso che lo scuoteva tutto, non

riesciva ad articolare parola. Beatrice aggiunse:

— Ed io condurrò con me i miei figli, ve ne prevengo!

— I nostri figli! gridò Giuliano fuori di sè. I nostri figli, no, essi

sono anche miei! Sono miei, miei... Voi non potete togliermeli... Voi

non potete strapparmi fin l'ultima consolazione, l'ultimo rifugio per

il mio dolore...

Egli singhiozzava. I singulti di quell'uomo forte non commossero la

fragile creatura colpita in quello ch'ella aveva di più geloso e di più

caro. Il suo grande dolore la rendeva spietata, sorda alla pietà che

quel colpevole impetrava:

— I nostri figli, no, voi non potete togliermeli, non me li toglierete!

egli singhiozzava.

— In questo caso, disse fermamente la donna cui Giuliano aveva così

a lungo mentito — e le sue parole avevano una insultante ironia ed un

supremo disprezzo — in questo caso, metteremo di mezzo degli avvocati.

Faremo un processo, se così vi piace!

Giuliano si avventò contro di lei, preso da un impeto di brutalità

cieca in cui egli avrebbe voluto o piegarla verso di sè vinta e pietosa

o farle del male. Ma ella era già uscita e la porta si richiudeva.

Egli rimase in quella stanza, dove tante crisi della sua vita s'erano

svolte, a soffrire tutto il suo spasimo, intenso e silenzioso.

Beatrice sarebbe partita, i suoi figli sarebbero andati via con lei.

Egli, l'infedele, rimaneva solo e triste, a mezzo di quel malinconico

cammino, avendo veramente smarrita la diritta via per una oscura selva

senza uscita; rimaneva così, solo e smarrito, esule nella vita, senza

la calma della sua casa e l'affezione della sua famiglia e senza

nemmeno una passione verace in quell'altra casa dove la sua sorte

contraria si era decisa. L'ora squallida passava con una lentezza

lacerante.

Il Miraggio: Romanzo · 第 20 / 44 题