Vedea composti in fila li alberelli

su 'l cielo azzurro come il fior de 'l lino,

dritti, con rare foglie, e lunghi e snelli,

quali eran cari a Pietro Perugino;

e a quando a quando udia di tra' ramelli

gittar suoi trilli dotti un lucherino.

Mi veniva ne 'l cuor sì gran diletto

da quella vista, ch'io m'ergea su 'l letto

alquanto, a riguardar più da vicino.

Ben ella avea que' miei palpiti istessi.

Talvolta io mi sentia li occhi velare.

Le lacrime facean sì ch'io vedessi

tutte le forme a l'aria tremolare

confusamente, simili a riflessi

vani di cose in fondo a un roseo mare.

Ella, ne le sue man présomi stretto

il capo, susurrava:--Oh mio diletto!

Amor mio dolce!--Io mi credea mancare.

II.

1.

Io ricordo, Atenái. Lungo il sentiere

de' pioppi bianchi e de le tamerici,

maga possente contro i maleficj,

guida voi foste a 'l debil cavaliere.

Ilare, accanto a voi, senza temere,

io respirava l'aure innovatrici:

mi battean ratte ne le cicatrici

l'onde de 'l sangue tiepide e leggere.

Or co 'l vento giungean quasi a riviere

i profumi da l'ultime pendici;

e, sentendosi il vento a le narici,

i cavalli fremevan di piacere.

Su l'argine de i fossi aride e nere,

fuor de la terra uscendo, le radici

si distendean con lotte ed artificj

meravigliosi a l'ime acque per bere.

Ma salivan ne' tronchi e ne le intiere

membra correvan l'acque avvivatrici;

contendeva il germoglio i beneficj

de la luce, bramando di godere;

e, in alto, a 'l Sole un coro di preghiere

mormoravano li alberi felici,

espandendo le chiome ai vènti amici,

crescendo a le future primavere.

2.

Io ricordo, Atenai. Voi, con un mite

sorriso di bontà su le fiorenti

labbra, i miei gesti e i vari atteggiamenti

de 'l mio cavallo seguivate.--Oh dite,

maga Atenai, voi che le mie ferite

curaste di sì dolci lenimenti;

voi che le mani tenere ed aulenti

posaste ne le mie piaghe inasprite;

voi che le insonni mie notti infinite,

piene di mille acuti patimenti,

confortaste d'amor co' pazienti

balsami de la voce umile, dite,

adorata sorella, oh dite, dite

la gran soavità di quei momenti,

allor che li occhi in lacrime ridenti

vi baciai con le labbra impallidite!

3.

Noi, muti, a lungo cavalcammo ancora

quella terra benigna ove fioriva

la pace tra le umane opre. E s'udiva

de' cavalli la lenta orma sonora.

Poi, ne la grave santità de l'ora,

sorse un cantico lungi da la riva

de 'l Mar, subitamente. E il sol moriva.

Ma quel tramonto a noi parve un'aurora.

Io ricordo. Infinito, da le chiare

comunïoni de le cose, a 'l giorno

emanava non so qual senso umano

di dolcezza e di oblìo. Proni d'intorno

stavano i poggi e risplendea lontano,

non anche sazio de la luce, il Mare.

DONNA FRANCESCA

Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale

de 'l balcon fiorentino,

la Titania di Shakspeare;....

DONNA FRANCESCA, IV.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione]

I.

Se dentro i favolosi orti vermigli

adunava la Luna i suoi misteri

(per lei presi d'amore, alti e leggeri

tremolavano in doppio ordine i Gigli),

il capo ergeano su da li origlieri

le Belle, a tesser rai: lungo i giacigli

di rose, propagavansi i bisbigli

richiamanti a l'agguato i Cavalieri.

In quelle notti, o Bella, de 'l lunare

argento una fatal rete voi forse

tesseste con le vostre dolci dita?

Sentendomi da voi tutto legare,

questo ne 'l mio pensier dùbito sorse;

e ancor ne trema l'anima smarrita.

II.

Odor di rose, forse da i giardini

chiusi del Re, venìa confusamente;

e splendea ne la fredda ora, imminente,

la Luna su 'l palazzo Barberini.

Mormoravan con voci roche e lente

le fontane invisibili tra i pini:

or sì or no li stocchi adamantini

oltre i rami balzavan di repente.

Noi, chinati da l'alta loggia, soli,

(ella rabbrividìa) de le fontane

ascoltavamo i languidi racconti.

Non così dolce cantan li usignuoli!

Vago ne l'alba suono di campane

giungeva da la Trinità de' Monti.

III.

Più chiara su 'l palazzo Lorenzana

la Luna risplendea, Donna Francesca,

quella vostra beltà raffaellesca

guardando con dolcezza quasi umana.

La fontana di Giacomo, a la fresca

serenità, con voce roca e piana

mettea parole, come una fontana

magica de l'età cavalleresca.

Scintillavano l'acque; le figure

prendean vive attitudini, a l'albore

danzando in tondo con rapide fughe.

Per tale ausilio, al fin le vostre pure

labbra io baciai; così vinsevi amore...

Oh fontanella de le Tartarughe!

IV.

Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale

de 'l balcon fiorentino,

la Titania di Shakspeare; e un divino

sogno da 'l cuor lunatico le sale.

Una rete d'argento siderale

i suoi capelli accoglie,

e luminose fasciano le spoglie,

dei colùbri la sua forma ideale.

Per lei tramano i ragni, su l'opale

de l'aria, le sottili

opere in tra li stipiti; ed i fili

aurei tremano a l'alito immortale.

Così, Donna Francesca, entro il natale

albore di Selene,

ora dormite; e, in torno a le serene

bellezze, io vo tramando il madrigale,

mentre spiran le rose l'aromale

anima ne' roseti

e li usignuoli i fiumi ed i poeti

cantan la notte augusta e nuziale.

V.

Una notte, com'io l'alta portiera

sollevai piano co' la man tremante,

presso il gran letto la mia dolce amante

scorsi a ginocchi in atto di preghiera.

Ricorrean ne la stanza ampia e severa,

intessute con rara arte, le sante

Allegoríe che l'anima pregante

traevan forse a più gioconda sfera.

Muto io ristetti, come a 'l limitare

d'un tempio; ma il disío tutto s'immerse,

stridendo, in quel misterioso aroma.

Ben, quando (oh notte!) la divina chioma

io le disciolsi e vinta ella m'aperse

le braccia, il letto parvemi un altare.

VI.

Entra l'albore gelido, pe' i vetri,

ne l'ombra di quel letto ov'ella dorme

stanca di voluttà con semichiuse

le dolci labbra in cui trema il sorriso.

Or la Luna, ferendo ne l'aperto

cofano i bei gioielli, gloriate

opere di sottili orafi, illustra

diamanti, camei, perle e smeraldi.

Splendono le collane, come spire

d'un favoloso rettile sopito;

e paiono viventi occhi i rubini.

Langue, da presso, entro la coppa un giglio

in sua verginità, nobile e puro

quale un vaso liturgico d'argento.

VII.

O amica dolce, non sapeste mai

la verace dottrina che ne 'l mondo

il figliuol di Gesù, bello e giocondo

adolescente, a l'ombra de 'l Sinái,

predicava, nel nome d'Adonai,

a le spose ed alli uomini ascoltanti

ed ai compagni efébi, in tra' rosai,

mentre scendean dal monte i greggi erranti.

Ei, come Ciro figlio di Cambise,

destro era e forte, generoso e parco,

non superato in trarre lancia od arco;

e molte fiere la sua mano uccise,

la sua man degna d'un regale sire,

ben usa a profumar la chioma bionda

di rare essenze che facean languire

le femmine in soavità profonda.

Divino era il suo nome: Eleabani.

Ed era come un olio di viola,

sereno, che ne 'l suon de la parola

si spandesse a lenire i petti umani.

In fondo a l'occhio suo puro e crudele

eran segrete fascinazïoni.

Come il santo profeta Danïele,

avrebbe ei vinti a 'l suo giogo i leoni;

e con la voce, cantico di lire,

mansuefatti avrebbe aspidi in guerra.

Or prima, a soggiogar l'anime in terra,

trasse i cuor de le donne a 'l suo desire.

Tutte, da' bei palagi ove risplende

l'oro, e da' templi ove la pace dorme,

e da l'umili case, e da le tende

nomadi, e da' tuguri, a torme a torme,

venivano a 'l figliuol de 'l Nazareno,

al bene amato eroe de la fortuna.

Lui proseguìano a 'l sole ed a la luna;

lui chiedeano, in morir de 'l suo veleno;

lui, ne l'alba, torcendosi le braccia,

invocavan su 'l tepido origliere,

o sognavano, pallide la faccia

tra l'ampia chioma, sfatte da 'l piacere.

Per l'orrore de' portici silenti

a la fonte, assetata, una Maria,

come il cervo simbolico, venìa

e ne l'acqua immergea le mani ardenti.

Quindi, protesa le stillanti mani,

e il ventre, bianco qual coppa d'avòro,

nudata, mormorava:--Eleabani!

Eleabani da la chioma d'oro,

o tu per le cui nembra i rai de 'l sole

una veste han tessuta, Eleabani,

o tu cui ne la bocca come grani

di puro incenso odoran le parole,

o tu che de 'l tuo corpo hai fatto vase

a' balsami celesti ed a' profani,

o tu che scendi ne le nostre case

qual ne' campi rugiada, Eleabani,

m'odi: li astri de 'l ciel com'aurei pomi

tremano in tra le foglie a' melograni;

io son ebra e languisco, Eleabani,

come la damma a 'l colle de li aromi.

Come al vento tra le árbori la damma,

io trasalgo e sobbalzo ai romor vani.

Ad ora ad ora, in ciel vedo una fiamma.

Non tu sei che lampeggi, Eleabani?

Ed egli, avendo ereditato il Verbo,

amò, come Gesù, peregrinare.

Le parabole sue, rapide e chiare,

pungean le menti con lor senso acerbo.

Predilesse i conviti, poi che aperto

ne la fraternità convivïale

è l'animo de li uomini ed un serto

di chiarissima luce il vin spirtale

cinge a le fronti; e predilesse i petti

feminei, de' lunati omeri il giro,

a segnar come in nitido papiro

evangelicamente i suoi versetti.

Quale un fiume, cui gonfia d'acque il maggio,

da le sedi natali alto discende

e più cresce in sua gioia e con selvaggio

fremito ride e a 'l sol pieno s'accende:

odono i boschi giugner la ruina,

vasti su le pacifiche pendici;

in van lottano; e, presi a le radici,

piomban ne 'l gorgo: tal la sua dottrina

volgea, passando, le credenze e i culti

e risplendea di libertà ne 'l sole.

Come il fiume in sua via reca virgulti,

pur recava d'amor nuove parole.

Egli ammoniva: «O giusto, è breve l'ora.

«Ne la tua servitù sii paziente.

«La pazienza è l'immortal nepente

«che afforza i nervi e l'anima ristora.

«Come in un tempio, ne 'l tuo cor ricevi

«l'alto Ideale che de l'uomo è figlio.

«E sappi in quel che mangi e in quel che bevi

«trovar l'ambrosia e il nettare vermiglio.»

Ed ammoniva: «O donna, o Vaso insigne

«de la dolcezza ed Arca de l'oblìo,

«versa a li uomini il vin che già il Desío

«cantando ricogliea ne le tue vigne.

«Fa che soave il tuo spirito ceda

«a l'alitare d'ogni passïone,

«come la tibia d'oro ove un'auleda

«prova a diletto sua lene canzone.

«Ama il tuo sposo ed ama il tuo figliuolo

«ma fa che il beneficio tuo si spanda

«pur su colui che in carità dimanda

«una stilla d'amore, umile e solo.

«E tutto diverrà per t'onorare

«Mirra, Olibano, Incenso e Belzuino;

«e saliranno come ad un altare

«i cuori a te, con giubilo divino.

«La carne è santa. È l'immortale rosa

«che palpita di suo sangue vermiglia.

«È la madre de l'uomo ed è la figlia.

«Ed è quella che sta sopra ogni cosa.

«Ella racchiude, come un'urna aromi,

«tutte le voluttà, tutti i dolori.

«Ha l'ardente opulenza ella de' pomi,

«ha la soavità casta de' fiori.

«Quale a notte in un tempio una fontana

«mormora ascosa e dà voci di lire,

«fa il sangue in lei pe 'l ritmico fluire

«una musica assai dolce e lontana.

«La carne è santa. Guai a chi non piega

«l'anima innanzi a lei; però che tristo

«egli l'essere suo nega, e rinnega

«il suo divin maestro Gesù Cristo:

«Gesù che, fatto carne, in su la croce

«morì ne la montagna solitaria,

«Gesù che, fatto carne, ebbe in Samaria

«verso la donna così mite voce,

«Gesù che, fatto carne, arse d'amore

«vedendo un giorno in su la via fiorita

«la Magdalena, e lei pregò d'amore

«e me condusse a questa dolce vita!»

Tali cose ammonia, tra la comune

giocondità de 'l vino, in su la chiara

mensa. E le perle de la sua tiara

splendeano vagamente come lune.

Il cenacolo avea forma di lira.

Quattro colombe d'or con ali tese,

in alto, tra le frange di Palmira,

a invisibili fili eran sospese.

Due dromedari, avendo in su la schiena,

otri forati ed una campanella

di fino argento sotto la mascella,

spargean su' marmi essenza di verbena.

In torno, i domitori-di-cavalli

efebi, sollevando in tra le mani

vasi che rendean suon come timballi,

beveano salutando Eleabani.

Bevean, coperti di carbonchi, in torno

satrapi enormi da la barba d'oro

il chalibon, rarissimo tesoro,

in un corno sottil di liocorno.

I dottori, i grammatici, i salmisti,

ed i leviti, i giudici, li scribi,

e i mercatanti, e i musici, commisti,

disperdean su la mensa i rari cibi.

Le vestimenta lor, tinte di fuchi

preziosi, brillavan di lontano.

Alcuni, taciturni, aveano strano

aspetto di carnefici o d'eunuchi.

Ma le femmine cinte di ghirlande,

con denti bianchi come il gelsomino,

rideano tra 'l vapor de le vivande,

suggean da coppe di smeraldo il vino.

Il lor nitido riso giungea grato

ai cuori, come un verso numeroso.

Stendean le braccia, con un grazioso

gesto, a mostrare il cùbito rosato;

e prendean su la mensa i cedri, i fichi,

e le mandorle, i datteri, le olive.

Ne 'l bacio offrian, con belli atti impudichi,

la molle polpa su le lor gencive.

--Or mangiate e bevete, e di piacere

inebriate il vostro cuor mortale;

chè da l'ebrezza a Dio l'inno risale,

grato, come l'odor da l'incensiere--

diceva Eleabani. Ed era immune

il cuor suo da l'ebrezza ed era chiara

la sua voce; e splendeano come lune

ferme le perle de la sua tiara.

VIII.

--Francesca, o amica, o trepida colomba,

perchè piegate voi su 'l sen la testa,

pallida udendo il tuon de la tempesta,

che improvviso ne l'anima rimbomba?

Perchè torcete ne 'l dolor le mani,

le care mani, i fior gracili e snelli,

che pur ieri sapevan, con sì piani

blandimenti, solcare i miei capelli?

Francesca, o amica mia, perchè piangete?

Le vostre membra treman così forte,

e così roca su le labbra smorte

vi muor la voce, ch'io non ho quiete.--

Ed ella:--Io guardo nel cuor mio; che, ardente

come una lampa, è tutto avviluppato

da una spoglia di serpe, transparente,

su cui l'orrido Inferno è figurato.

IX.

Come a notte in un tempio una fontana

mormora ascosa e dà voci di lire,

fa il sangue in noi pe 'l ritmico fluire

una musica assai dolce e lontana.

Veramente io non so quali parole

il buon sangue ne 'l capo mi favelli

volgendo sue misteriose ambagi;

ma ben io so che mai gighe o viuole

ornaron di più vaghi ritornelli

serenate d'amor sotto i palagi.

Canta, o buon sangue! Ed i pensier malvagi,

tutti, qual vin, da l'anima discaccia.

Nel mezzo del mio cor ride una faccia,

guardando la vendemmia allegra e sana.

X.

Se pure il verso mio, Francesca, è reo

d'aver la vostra natural piacenza

ritratta intiera, in un lavacro, senza

la casta zona e senza il conopeo,

fu tempo già che Fra Bartolomeo,

pingendo i Protettori di Fiorenza,

la Nostra Donna in sua gentil movenza

ritrasse ignuda in mezzo a 'l gran corteo.

Or dunque se il buon frate di San Marco,

il quale è assunto ne l'eterne stelle,

ebbe per l'opra sua cotale ardire,

non io potrò ne 'l verso mio scoprire

de 'l vostro sen le due beltà gemelle

e de le late spalle il candid'arco?

XI.

Quando su per le scale ampie d'argento

la Reina salìa verso l'altare,

levata li umidi occhi a 'l Sacramento,

pallida e fredda, se volea pregare,

dava il bianco metallo un vibramento

sonoro in ritmo a li urti de 'l calzare:

tutte le scale come uno stromento

si mettevano in gloria a risonare.

O Francesca, così la vostra bionda

bellezza da 'l disìo chiamata ascende

or de' miei versi il mistico edifizio.

Fremono a i vostri piedi, con un'onda

di suoni, i versi; e a 'l culmine vi attende

tra i profumi de l'urne il sacrifizio.

XII.

Aveva un tempo il cardinal Grimani

ne 'l breviale suo, fino tesoro,

un'image ove molti angeli in coro,

ceruli e biondi, da' bei volti umani,

su li omeri o su le agili ale d'oro

o su l'èsili palme de le mani

offrìan cinte de' nimbi cristiani

l'anime de li Eletti al Signor loro.

Ignude erano l'anime: più bella

tra l'altre una figura feminina,

ne la sua dolce nudità, salìa.

Amo io così raffigurarti, o pia

Sposa, lungo l'azzurra erta divina,

su l'ali d'una candida angelella.

O del Signore ancella,

soffuso di pudore il vivo giglio

de le tue membra apparirà vermiglio

e per tutte le anella

fiammeggerà la celebrata chioma

simile ad una gran face d'aroma.

DONNA CLARA

.... il biondo

capo sorride da l'origliere.

DONNA CLARA, I.

Disegno di ALFREDO RICCI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

I.

Sta Donna Clara (ne 'l mio pensiere)

su 'l damascato letto ampio e profondo:

splende la nudità ne l'ombra, e il biondo

capo sorride da l'origliere.

Erto su l'ésili zampe il levriere

blandisce il pié divino a l'Atalanta;

e freme, a la blandizia, tutta quanta

l'ignuda forma strano piacere.

Salgono miti su da 'l verziere

a 'l balcone i leandri in rosei fiocchi;

un gran paone sta co' suoi cent'occhi

vigile in alto da le ringhiere.

E mentre il cane, quasi per bere,

vibra in ritmo la lingua umida a 'l fiore

de 'l niveo pié, gli corron su 'l nitore

de 'l dorso lunghe onde leggere,

e i fianchi scarni pulsano, e in fiere

di serpe anella torcesi la coda,

e tremano le zampe in su la proda

de l'ampio letto, lucide e nere.

II.

Con il fior de la bocca umida a bere

ella attinge il cristallo. Io lentamente

le verso a stille il vin dolce ed ardente

entro quel rosso fiore de 'l piacere;

e chinato su lei, muto coppiere,

guardo le forme dilettosamente:

la sua testa d'Ermète adolescente

e la sagliente spira de 'l bicchiere.

Or, poi che le pupille a l'amorosa

concordia de le due forme stupende

io solo, io solo, io solo ho dilettate,

godo infranger la coppa preziosa;

e improvviso un desìo vano mi prende

d'infrangere le membra bene amate.

III.

Splendidi in tra' vapori aurei de 'l vino

per lei, come pe' i belli iddii pagani

ne la serenità de 'l ciel latino,

sorgono li atrj d'Alessandro Albani.

In mezzo, un vivo stel dïamantino

balza ne 'l sole: tra i fuggenti vani

de le colonne adorano il divino

Sole i cedri, li aranci e i melograni.

Ella posa ne l'ombra, in signorile

atto: si stende a 'l niveo piè d'avanti

la pelle d'una gran tigre di Giava.

Dormono a presso i veltri da 'l sottile

muso di luccio, candidi, eleganti,

snelli, che Paol Veronese amava.

IV.

Vive anco, immersa ne 'l natale aroma,

lungo il mare una gran selva d'aranci,

ove lento il paone apre ne l'ombra

la pompa de le sue fulgide piume?

Un tempo, allor che in chiari ozi taceva

il golfo ed era il sole alto ne' cieli,

(sempre dolce il ricordo a me) giacere

noi amavamo ne la selva d'oro.

Udivam, ne 'l silenzio, a quando a quando

cader su l'acqua i frutti, ed i paoni

schiamazzare tra i rami a noi su 'l capo;

fin che vinceane il Sonno. E de 'l profumo

agreste come de 'l calor d'un vino

si nutrivano i sogni dilettosi.

V.

Un dì, come il silenzio alto ne' campi

regnava, a mezzo il giorno, e tra le messi

cantavano i servili uomini un inno

a l'abondanza de 'l rinato pane,

ella solea discender le marmoree

scale de 'l suo palagio; ed i levrieri

d'Africa in torno a lei con prodigiosi

balzi urgevan chiedendo d'inseguire.

Sorrideami, guardando, ella. Secura,

sopra l'ultimo grado, indi blandiva

i bei levrieri dalla rosea gola

candidi cacciatori, insofferenti

d'ozio, che in torno a lei con prodigiosi

balzi urgevan chiedendo d'inseguire.

VI.

Ne 'l cortile marmorëo, tra l'alte

colonne a cui s'abbracciano le piante

con amorosi vincoli di fiori,

tace la Bella Fonte, inanimata?

Nè più Bacco fanciullo, in su li opimi

grappoli assiso, ride da la tonda

faccia e vendemmia, candido tra l'acque

riscintillanti a 'l sole ed a la luna?

Scendevano i suoi bianchi cani a l'alba

latrando; ed ella li seguìa ne 'l corso

tenendo entro il gentil pugno i guinzali.

E conduceali a dissetarsi. Oh dolce

cosa vedere lei presso la fonte,

simile a Delia, tra i beventi cani!

INVITO ALLA CACCIA

Pascean su 'l limitare i palafreni

meravigliosi, li émuli de 'l vento....

ORIANA.

Disegno di ENRICO COLEMAN.

[Illustrazione]

Poi che un vel di fino argento

copre i cieli a l'albor primo,

(ne 'l mattin trepido, cento

volpi corrono fra il timo)

o voi, Clara, che dormite

ne 'l gran letto di damasco;

(odor d'erbe inumidite

sale su da 'l verde pasco)

Clara, alfin da li origlieri

sollevando il capo d'oro,

(ne 'l canil basso i levrieri

gran tumulti hanno fra loro)

ascoltate il suon de' corni

che voi chiamano a la caccia;

(per li ombrosi alti soggiorni

lascia il cervo la sua traccia)

e, ne l'abito maschile

chiuso il dolce fior de 'l petto,

(vibran lieti pe 'l cortile

i nitriti de 'l ginnetto)

o voi, Donna Clara, alfine

discendete... Urrà, mia bella!

(Rossa in cima a le colline

sta l'aurora). In sella! In sella!

EPILOGO

Sale dubbio vapor su da li stagni,

che in alto a l'aria forme truci assume...

L'ALUNNA.

Disegno di MARIO DE MARIA.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

A F. P. MICHETTI

O Francesco, le ninfe de 'l Guercino

seminude accorrenti ne la caccia

ove Diana da le nivee braccia

tende a la strage il grande arco divino;

e la fatale donna de 'l Vecelli,

pallida, a cui ne le perfette mani

risplendono le gemme de li anelli

arcanamente, come talismani;

e il bel vïolinista Rafaele

a cui si piega sovra il collo puro,

quale un nobile giglio morituro,

esangue il capo d'angelo infedele,

o Francesco, per che virtù profonda

hanno l'anima tua rinnovellata?

Sorge l'anima tua, da la gioconda

communïone, fulgida ed alata

a l'Ideale che non ha tramonti,

a la Bellezza che non sa dolori?

Quando grida una voce:--In alto i cuori!--

raggiano de' poeti erte le fronti.

Oh pomeriggi chiari e dilettosi

in cui fiorì la tua nova fatica

e dentro i versi miei laboriosi

tremò il disìo de la bellezza antica!

Mentre ne l'ampia sala gentilizia

su i quadrati di marmo il sol fluiva

simile ad una lene acqua sorgiva

dilagando con placida letizia,

tu ne la tela, senza alcuna lotta,

l'oro fulvo rapivi a Tizïano,

io derivava in gloria d'Isaotta

i larghi modi de 'l Polizïano.

Una serenità lucida, eguale,

noi tenea. Da la tela a quando a quando,

me d'un fraterno riso illuminando,

tu levavi la faccia giovïale;

o, lento, senza volgere lo sguardo

da l'opra, amavi un tuo pensier felice

ornare, tu che come Leonardo

hai la dolce facondia allettatrice.

Io, ben uso a 'l gentil freno de l'arte,

come un orafo mastro di Fiorenza,

eleggea con acuta pazienza

le gemmate parole in su le carte;

ma, se de 'l mio pacato sofferire

il termine supremo era vicino,

a 'l cuor sentìa l'ebrïetà salire

quasi io bevessi un calice di vino.

Fluiva su 'l marmoreo pavimento

un lume biondo come l'idromele;

e il bel vïolinista Rafaele

parea toccar le corde a 'l suo stromento.

O Francesco, m'è grato il rammentare!

Or n'andremo a la patria, ove più molle

per la falcata riva ondeggia il mare

e più mite è l'olivo in cima a 'l colle.

Ne la tua vasta casa, ad ogni stanza

penderanno li arazzi medicéi

e, come ne' bianchi atrj di Pompei,

discenderà la luce in abondanza.

Tu, signor del pennello, io de la rima,

fingeremo beltà meravigliose.

E riderà de' miei pensieri in cima

quella che il suo d'amor giogo m'impose.

Su 'l vespro converranno a una tenzone,

ne l'orto pien di fonti e di roseti,

donne, scultori, musici, poeti,

principi, come in un decamerone.

E ne 'l convito calici e bicchieri

farà vermigli il dio vin de 'l paese:

andranno in torno i cani ed i coppieri

che amò ne le sue Cene il Veronese;

e i servi porgeranno in vasellami

d'argento frutti il cui vital sapore

da la bocca parrà giungere a 'l cuore

dando piacere per ignoti rami.

Poi sarà dolce insieme ragionare,

lungo i roseti, ne la notte bella;

o dormire su l'erbe; o pur vegliare

cantando in coro qualche ballatella.

EPODO

Amo io così raffigurarti, o pia

Sposa, lungo l'azzurra erta divina....

DONNA FRANCESCA, XII.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione]

A GIUSEPPE CELLINI

I.

Cellini, erami assai duro ed ingrato

il tempo, quando in cieca ira venìa

a 'l grand'assedio de la vita mia

Amore con suo dardo avvelenato.

Ben ora a più gioconda signoría

una donna il mio senso ha costumato,

risuscitando ne 'l mio cor placato

uno spirto amoroso che dormía.

Con che mitezza accenna la sua faccia,

tra 'l diffuso fiorir de' ricci biondi,

in un colore angelico di perla!

Ride l'anima mia, solo a vederla;

tal serena bontà fuor de' profondi

occhi le sgorga, che tutto m'abbraccia.

II.

Amico, le mie tristi passïoni

or s'inchinano a lei, non più ribelli;

e volan alto, come lieti augelli,

per gran cieli d'amor le mie canzoni.

Vennero a lei le Grazie, in lor guarnelli

semplici a lei portando i rari doni,

come un tempo a Giovanna Tornabuoni

ne 'l bel _fresco_ de 'l nostro Botticelli.

Vennero a lei le Grazie; ed ella, come

Giovanna, porse in atto di piacenza

il grembialetto a le visitatrici.

Ed esse la chiamarono per nome.

E ancora, parmi, de la lor presenza

risplendono le mie stanze felici.

III.

Quando ne la mia casa, ospite caro,

io t'avrò, se non sien duri li eventi,

in questi di settembre allettamenti

che indugiano pe 'l cielo umido e chiaro,

tesser vorrem di be' ragionamenti,

lungo le vigne camminando a paro,

o, ne l'ombra, Tibullo e Fiacco e Maro

ornar di sottilissimi comenti.

Ampia in torno sarà pace rurale.

Ma i nostri orecchi udranno ad ogni poco

da la pergola escir suoni di lira.

E il sol cadrà su' monti; e il mar natale

da lungi arriderà tra 'l roseo foco,

sospirando Tibullo da Corcira.

RILEGGENDO OMERO

A GIULIO SALVADORI

I.

Isaotta Guttadàuro ed altre poesie · 第 3 / 4 段