Sogguardan elle con languida brama

Ila, si torcon elle in fra le piante.

--O figliuolo del re Teodamante,

non così dolce mai Ercole t'ama!--

--O tu, de li Argonäuti diletto,

a cui cingon la fronte i bei narcissi!--

Discopron elle in tra' capei prolissi,

ridendo a sommo, il ventre bianco e il petto.

Or, prono a la soave riva, il lene

Ila sente vanir sua conoscenza,

quasi di bocca la divina essenza

d'un frutto gli si strugga per le vene.

E le najadi in lunga teorìa

sorgon, gli avvincon de le braccia il collo.

--Ila chiomato, oh simile ad Apollo!--

Ei beve, ei beve; e il caro Ercole oblìa.

VAS SPIRITUALE

Siede una donna, bianca e taciturna,

tenendo l'arpa da le molte chiavi,

su 'l solio, ne la sacra ora notturna.

Angeli immensi reggon li architravi;

e fra simboli oscuri, in su gl'incisi

cuoj, regine con mitra ésili e gravi

stanno cogliendo rossi fiordalisi.

Raggian come pianeti i bronzei dischi

su le porte di cedro; e ne li adorni

velari i liofanti e i liocorni

mesconsi a le giraffe e ai basilischi.

Ella, rigida e pura entro la stola,

pensa una verità teologale.

Chiari i segni de 'l ciel zodiacale

a lei giran la chioma di viola.

Li smeraldi e le piume de li uccelli

brillano su 'l suo largo vestimento

onde le mani cariche di anelli

si riposano lungo l'istrumento.

E a piè de 'l solio il vescovo latino

move in ritmo un turibolo d'argento

ov'arde con la mirra il belzuino.

L'ALUNNA

Sotto i propizïati albor notturni

ella cavalca, lungo il reo padule;

e dietro, a paro, su due bianche mule

seguon due vecchi, gravi e taciturni.

In fondo all'acque cupe di tristizia

si muovono talor vaghe figure.

Ella rafforza contro le paure

il cavallo, con placida blandizia.

Il suo corpo, che intriso fu lung'ora

nel lago d'olio all'isola Junonia,

dolce come le pelli d'Issedonia

a 'l tatto e fresco assai più che l'Aurora,

or chiuso in armatura di gioielli

molto riluce. È bionda come il miele;

e, come li occhi de la fata Urgele,

li occhi suoi brillan verdi in tra' capelli.

Sale dubbio vapor su da li stagni,

che in alto a l'aria forme truci assume;

a fior de l'acque bollono le schiume;

or sì or no da 'l limo escono lagni.

Ma balzan, di desir tutte vermiglie,

le rose in tra le zampe a 'l palafreno

e baciano a la bella dama il seno

o la mano che tien salda le briglie.

E la Luna talor, nuda le spalle,

a l'aereo veron d'oro s'affaccia

e graziosa a lei mostra la traccia

segnando cerchi magici su 'l calle.

Ella cavalca. E, poi ch'è giunta a 'l loco,

lascia d'un salto il ben gemmato arcione.

A lei li arnesi de l'incantagione

porgono i vecchi. Ell'è trepida un poco.

Or prima, i quattro venti a richiamare,

battendo ad arte con le lunghe dita

sovra una spera concava e polita,

fa la rossa mandrágora cantare.

Quindi, girando in ritmo agile a danza

tre volte su 'l sinistro piè leggiere,

coglie al fine, con risa di piacere,

l'unico fior de la dimenticanza,

che, misto a 'l succo de' giusquìami bianchi,

rende a le donne la beltà nativa

e alli uomini il già freddo cuor ravviva

e cinge di valore inclito i fianchi.

DIANA INERME

Quando a 'l mattino il Sol gode tra li alberi

con aurea bocca attingere

il fior de l'acque, ridono i miracoli

de la luce ne 'l mobile

specchio. Ed i cervi, a cui ne li occhi il fascino

sta de le solitudini

natie, sazi de 'l pascolo, su 'l limite

scendono in torme a bevere.

Or le cervine imagini e le arboree

tremano a 'l fondo in pendula

corona: s'ode ne la pace il crépito

de le lingue che lambono.

E, poi che lievi l'aure sopra giungono,

i mammiferi timidi

ergono il muso ne l'inquietudine,

grondanti da le fauci.

Passano lievi per la selva l'aure.

Sospiran come cetere

li alberi a torno, e ne 'l divin silenzio

più gran dolcezza piovono.

Oh de le antiche iddie presente spirito!

Non quivi un giorno, in libero

d'erbe e di fior profondo letto, giacquero

donne possenti e amarono?

Biancheggia entro le chete acque una statua,

sommersa; le marmoree

forme de 'l petto resupino, simili

a chiusi fiori, emergono.

È Diana: così dorme da secoli.

Ma pur, quando a le tiepide

lunazïoni estive i boschi odorano,

si sveglia ella; ed il lucido

corpo piegando in arco alzasi. Tremano

l'acque raggiate; e, attoniti

in conspetto di tal forma, su' margini

non han li alberi fremito.

Alzasi lenta; e cresce come nuvola,

come su da la tenebra

crescea per l'arti de la maga tessala,

porgendo la man nivea.

Da quel divino gesto attratti, vengono

i cervi a lei con docile

bramire, ed una siepe alta compongono.

Gioisce a lo spettacolo

di tanta preda il cuore de la vergine

cacciatrice.--Oh lietissime

stragi sonanti lungo i fiumi patrii!--

ripensa ella; e sommergesi.

INTERMEZZO MELICO

TITANIA:

_Music, ho! music; such as charmeth sleep._

A MIDSUMMER-NIGHT'S DREAM AC. II. SC. II.

Ne la man con gesto lieve

da i virgulti accoglie l'onda.

ROMANZA.

Disegno di ALESSANDRO MORANI.

[Illustrazione]

ROMANZA

Quale un dio lieto che gode

in sua via sparger viole

e salire ode la lode

da la sua terrena prole,

su la selva alta, che tace,

dolcemente guarda il Sole.

Roco il vento, ne la pace,

mette sue rare parole.

Stanno li alberi aspettando,

con monili di rugiade.

Sopra l'erbe a quando a quando

una gemmea stilla cade.

Hanno li alberi stupore

de la forza che li invade;

ma non anche vive un fiore

su le braccia lunghe e rade.

Pianamente viene l'Ora.

Ella, come l'Ebe, è bionda;

e de' baci de l'Aurora

ella ancora è rubiconda.

Ne la man con gesto lieve

da i virgulti accoglie l'onda.

Guarda e ride. Quindi beve,

con felicità profonda.

E la selva a poco a poco

cede al fascino de 'l Sole.

Ne la pace, il vento roco

mette sue dolci parole.

ROMANZA

Ondeggiano i letti di rose

ne li orti specchiati da 'l mare.

In coro le spose con lento cantare

ne 'l talamo d'oro sopiscono il sir.

Da l'alto scintillan profonde

le stelle su 'l capo immortale;

ne 'l vento si effonde quel cantico e sale

pe 'l gran firmamento che incurvasi a udir.

Ignudo, le nobili forme

consparso d'un olio d'aroma,

l'amato s'addorme: la sua dolce chioma

par tutta di neri giacinti fiorir.

Discende da' cieli stellanti

un fiume soave d'oblio.

Le spose, pieganti su 'l bel semidio,

ne bevon con lungo piacere il respir.

ROMANZA

Sotto l'acqua diffuse

verdeggiano le piante;

e in rigido adamante

paion constrette e chiuse.

Le coppe ampie de 'l loto

splendono ivi, non tocche:

su 'l loro stelo immoto

paiono aperte bocche.

Ancora il vaso d'oro

che a l'acqua Ila protese,

la vasta urna cretese

da 'l bel fianco sonoro,

fa co 'l suo grave pondo

le foglie ancor piegare.

Ma non s'odono a 'l fondo

le najadi cantare.

Le najadi procaci,

che il giovinetto sire

ad Ercole rapire

osarono co' baci,

giacciono a 'l fondo estinte

da gran tempo ne 'l gelo;

e le lor membra avvinte

che splendean senza velo,

quelle membra ove i lievi

fiori de 'l sangue allora

uscían brillando fuora

come rose tra nevi,

e li occhi ove saette

avea certe il disío,

e le bocche perfette

ove più d'un bel dio

trapassando per Colco

piacquesi a lungo bere,

e le chiome leggere

che segnavan d'un solco

aureo l'acque ne 'l nuoto

involgendo e portando

i calici de 'l loto

con un murmure blando,

or tutto è inerte e informe

ne l'ime sedi algenti.

In biechi atteggiamenti

di morte, il coro dorme.

Dorme per sempre il coro

de le ninfe sommerse;

ma brilla il vaso d'oro

ch'Ila ne 'l fonte immerse.

ROMANZA

Lungo il bel fiume, taciti

muovono i cigni a schiera.

Nobili e puri, splendono

quali forme di luce.

Un desío, ne la torbida

notte di primavera,

li aduna; e li conduce

a lidi più lontani.

Desío d'amori umani

forse li accende ancora.

A 'l lor remeggio s'aprono

l'acque in raggianti anelli,

e fan soave crepito

come innanzi a una prora;

cui rispondon con lento

murmure li arboscelli,

cui talvolta rispondono

ne 'l gran silenzio intento

con iterati suoni,

come d'un riso, li echi.

Ai lidi i cigni muovono,

dove in profondi spechi

donne misteriose

da gran tempo prigioni

vivono, inconsce d'ogni

diletto de l'amore.

Come Leda Tindaride

a 'l dio Giove soppose

il bellissimo fiore

di sue membra (e ne' sogni

de' poeti, miracolo

di gioia, Elena sorse),

così le occulte najadi,

ch'entro l'adamantino

gelo de l'acque il Sole

non mai baciò nè scorse,

offriranno il lor vergine

seno. Ed un'alma prole

nascerà da' connubii,

poi che il cigno è divino.

ROMANZA

Prono, su 'l mar natale

cui nasconde la duna,

ride il sole autunnale,

dolce come la luna.

S'ode il mare pe 'l lido

gemere, lento e grave.

S'ode talora il grido

fievole d'una nave

che faticosa in vano

lotta co 'l vento avverso,

o il richiamo lontano

d'un uccello disperso,

o l'improvviso tuono

d'un'onda più gagliarda.

Ride il sole, già prono,

e dolcemente guarda.

ROMANZA

Il porto ampio s'addorme,

stanco d'uman lavoro:

chiude un molle tesoro

entro il suo seno enorme.

Par che ne l'aria salga

un suo possente fiato:

è caldo e profumato

come di frutti e d'alga.

Arde qualche fanale,

raro tra la nebbietta:

il chiaror torbo getta

lunghe e péndule scale.

Ad ora ad or si leva

un flutto, e su le prore

fa trepido romore

qual d'un gregge che beva.

Come crescono i vènti

de la terra, più gravi

li odori e più soavi

e più sottili e ardenti

salgon da' vasti legni

carchi di spezie rare.

E ne l'alba lunare

a noi s'aprono i regni

meravigliosi, i liti

cari a 'l Sole, ove amando

vivono e poetando

uomini forti e miti.

Da 'l soffio a l'aria effusi

per lunghe onde i profumi,

come celesti fiumi

in un solo confusi,

ondeggian su la bruna

congerie de le antenne.

Ed ecco, ne 'l solenne

silenzio de la luna,

alzasi un lento coro

da quella selva informe.

Il porto ampio s'addorme,

stanco d'uman lavoro.

ROMANZA

Ne la coppa elegante

ove il sole ha fulgori

tremuli e gai colori

come in un diamante,

non anche dà un sospiro

il giglio morituro.

Piega, mistico e puro,

in suo dolce martíro.

Cade, su l'acqua accolta

ne la carcere breve,

mite come la neve

qualche foglia disciolta;

e li stami che ardenti

quali raggi da un serto

rompeano da l'aperto

seno a tentare i vènti,

i vivi agili stami

cui d'un volo sonoro

cingean gl'insetti d'oro

laboriosi a sciami,

entro il calice infranto

paiono irrigiditi

verso Dio, come i diti

lunghi e scarni d'un Santo.

Un odore assai fioco,

odor quasi d'incenso

che per un tempio immenso

vanisca a poco a poco,

da 'l giglio umile sale

divotamente a 'l cielo.

Trema il languido stelo.

_O Vas spirituale!_

ROMANZA

Ne le sue nubi avvolta

la Luna si riposa,

come in profondo letto.

Ridendo, a volta a volta,

sorge come una sposa

ignuda a mezzo il petto.

Ancor su l'acqua splende

trepidamente in arco

il solco de 'l naviglio;

e lungi si protende

la fresca ombra de 'l parco

entro il chiaror vermiglio.

Ne l'aria de la notte

il fior d'arancio effonde

odor più dolce e pieno,

misto a 'l fior d'oleandro.

Su la scala, ove rotte

hanno gemiti l'onde,

Rosalinda vien meno

tra le braccia a Silvandro.

RONDÒ PASTORALE

A 'l gran Maggio i vènti aulenti

per le selve hanno lamenti

vaghi e assai lontani cori;

e, recando ampi tesori

d'acque, suonan le correnti.

Oh bei colli, sorridenti

ne' rosati albeggiamenti,

d'onde salgon mille odori

a' l gran Maggio!

Siede in mezzo i bianchi armenti

Gallo e trae novi concenti

da' l suo flauto a sette fori;

e i richiami ode Licori

da le siepi rifiorenti

a' l gran Maggio.

Su la scala, ove rotte

hanno gemiti l'onde,

Rosalinda vien meno

tra le braccia a Silvandro.

ROMANZA.

Disegno di VINCENZO CABIANCA.

[Illustrazione]

RONDÒ

Come sorga la luna

da le cime selvose

e grave su le cose

sia l'oblio de la luna,

amica, tu verrai

furtiva ne 'l verziere.

Hanno i consci rosai

ombre profonde e nere.

O amica, senz'alcuna

tema verrai: le rose

avran latébre ascose

per lor sorella bruna,

come sorga la luna.

ROMANZA

Ella tremando venne

alfine, ove a me piacque.

Che mai dicevan l'acque

ne 'l silenzio solenne?

Palpitavan le stelle

ne la conca profonda;

come fiori, più belle

splendeano in tra la fronda.

Parevano i roseti

ne l'ombra alte compagi

di neve: in loro ambagi

avean cari segreti.

Ella con le due braccia

il mio collo ricinse,

e mi porse la faccia,

e tutta a me s'avvinse.

Con sì lungo piacere

io la baciai d'amore

che parvemi ne 'l cuore

tutte le rose avere.

Ben or, se l'aulorose

labbra onde il miel trabocca

bacio, sapor di rose

mi si diffonde in bocca.

RONDÒ

Entro i boschi alti e soli

(era la luna piena)

fluiva in larga vena

canto di rosignoli.

Da 'l triste inno corale

pendeva ella, in ascolto.

Chino su 'l davanzale,

io pendea da 'l suo volto.

Non i miei lunghi duoli,

non de 'l suo cor la pena

a la notte serena

diceano i rosignoli

entro i boschi alti e soli?

RONDÒ

Lungi i boschi alti e sonori

dove l'Austro avea gran lite

e da mille verdi vite

salían canti a' nostri amori!

Eran tristi i bei cantori

a le nostre dipartite.

Ma pur oggi, o amica, dite:

non udite i nuovi cori?

Ne' religïosi albori

sorge Roma, augusta e mite;

e le sue cupole ardite

prende il sole e i vasti fòri,

augurando a' nostri amori.

ROMANZA

Dolcemente muor Febbraio

in un biondo suo colore.

Tutta a 'l sol, come un rosaio,

la gran piazza aulisce in fiore.

Dai novelli fochi accesa,

tutta a 'l sol, la Trinità

su la tripla scala ride

ne la pia serenità.

L'obelisco pur fiorito

pare, quale un roseo stelo;

in sue vene di granito

ei gioisce, a mezzo il cielo.

Ode a piè de l'alta scala

la fontana mormorar,

vede a 'l sol l'acque croscianti

ne la barca scintillar.

In sua gloria la Madonna

sorridendo benedice

di su l'agile colonna

lo spettacolo felice.

Cresce il sole per la piazza

dilagando in copia d'or.

È passata la mia bella

e con ella va il mio cuor.

RONDÒ

Quante volte, in su' mattini

chiari e tiepidi, io l'aspetto!

Ella ancora ne 'l suo letto

ride ai sogni matutini.

Su la piazza Barberini

s'apre il ciel, zaffiro schietto.

Il Tritone de 'l Bernini

leva il candido suo getto.

I nudi olmi a' Cappuccini

metton già qualche rametto:

senton giugnere il diletto

de' meriggi marzolini.

Come il cuor balzami in petto

se colei vedo, che aspetto,

in su' tiepidi mattini!

ROMANZA

Vi sovviene? Fu il convegno

sotto l'Arco dei Pantani.

Voi, saltando giù da 'l legno,

mi porgeste ambo le mani.

Ridean l'agili colonne,

tutte argento buono, a 'l sol;

ed i passeri loquaci

le cingean d'allegro vol.

Sotto l'Arco il cavalcante

attendea con i due bai.

Con sì pronto atto elegante

voi balzaste, ch'io pensai:

--Quante volte ne' selvaggi

parchi il cervo ella inseguì?

Dolce cosa al fianco suo

galoppar tra gli allalì!--

Voi chiedeste, con un riso

ne' belli occhi:--Dunque andiamo!--

Era bianco il vostro viso,

bianco assai. Risposi:--Andiamo.--

Ma facean altre parole

gran tumulti in fondo a me.

Le contenni: il cuor ne 'l petto

con che furia mi battè!

Era il fòro taciturno

da una grave ombra occupato.

Sopra il tempio di Saturno

indugiava il dì, pacato.

Un non so che senso augusto

si spargea, di deità,

su da quella morta pietra

ne la gran vacuità.

Un istante voi fermaste

il cavallo in su 'l confine.

Ne l'eguale ombra più vaste

digradavan le ruine.

Ma s'apría più vasto ancora

e profondo il mio desir.

Io sentìa l'impeto forte

a la mia bocca salir.

Voi diceste:--Or dunque il vostro

bel San Giorgio? È ancor lontano?--

In silenzio alto di chiostro

era il fòro. Con che strano

sentimento di tristezza

ne 'l silenzio risonò

quella voce, e ne 'l mio cuore

la speranza ravvivò!

A San Giorgio io vi guidai,

a la chiesa erma e gentile

che fiorito a' novi rai

leva il roseo campanile.

Da la prossima Cloaca,

che de 'l maggio a la virtù

pur fioría, di femminette

gran cantar veniva su.

I mattoni bisantini

rilucean vermigli a 'l sole,

come fosser pietre fini,

carboncelli o cornïole.

Oh San Giorgio benedetto!

Ivi alfin l'amor s'aprì.

Dolci cose io vi parlai.

Piano, voi diceste sì.

ROMANZA

Dolce ne la memoria

quella vista si leva.

Su l'Aventino ardeva

lento il giorno: una gloria

come di bianche rose

versava il ciel su 'l colle

e copría de la molle

neve tutte le cose.

A 'l pian nebbie leggere

si spandeano da 'l fiume:

parean, ne 'l dubbio lume,

volubili riviere

traenti in loro ambagi

favolosi navigli.

Dietro, grandi e vermigli

tra i cipressi i palagi

su 'l colle imperiale

parean arsi da chiusi

fochi. In un sol confusi

romor profondo eguale,

suoni d'opere umane

salían da la vicina

ripa; a Santa Sabina

squillavan le campane.

Una pace serena,

la pia pace che amavi

ne' tuoi cieli soavi,

o Claudio di Lorena,

si spandea ne l'occaso,

piovea su' cuori oblío.

Vinto l'essere mio

da quel fascino e invaso,

tutto de la recente

voluttà pieno ancora

(come, o dolce signora,

la tua bocca era ardente!),

all'alto all'alto, anélo,

tendea, spenta ogni guerra.

E parea che la terra

illuminasse il cielo.

OUTA OCCIDENTALE

Guarda la Luna

tra li alberi fioriti;

e par che inviti

ad amar sotto i miti

incanti ch'ella aduna.

Veggo da i lidi

selvagge gru passare

con lunghi gridi

in vol triangolare

su 'l grande occhio lunare.

Veggo pe 'l lume

le donne entro i burchielli:

vanno su 'l fiume,

date all'acqua i capelli,

tra i gridi delli uccelli.

Tende ogni amante

all'amante le braccia

e a sè l'allaccia

entro la bianca traccia

de l'astro radiante.

Passan li uccelli.

Oh chiome feminili,

chiome gentili,

lunghe reti sottili

tratte dietro i burchielli!

Oh di roseti

profondi laberinti

ove i poeti

in giacigli segreti

stanno alle belle avvinti!

La nostra nave,

cui non pinse Ki-Tsora,

va con soave

andare; e su la prora

tu ti stendi, o signora.

I tuoi capelli

sciolti hanno il fresco odore

dei ramoscelli

che ondeggian lenti, in fiore,

con sommesso romore.

La tua man breve,

passando, i fiori coglie:

par tra le foglie,

tra i calici di neve

una farfalla, lieve.

Ma, come pieno

è il grembo, ti riposi:

palpita il seno,

bevono il gran sereno

li occhi meravigliosi;

e dolcemente

stan su i fiori adagiate

le mani.--Oh fate,

belle mani adorate,

il gesto che consente!

LAI

La Luna diffonde

pe' cieli suo latte:

a lei, chiuse e intatte,

sospiran le selve,

profonde.

Un murmure, lento,

si spande ne 'l piano;

e giunge un lontano

di cervi bramire

su 'l vento.

Discende ne l'ode

la dea che m'è dolce;

e a me i suoni molce

de 'l verso. Ma l'altra

non ode.

Ma quella ch'io amo

non ode. I roseti

ancora han quieti

misteri e fan lungi

richiamo;

e ancor ne' giacigli

rimangono l'orme

recenti e le forme

recenti tra i fiori

vermigli.

Ma quella ch'io bramo

non meco vi giace...

O cuor senza pace,

ed occhi miei lassi,

moriamo.

RONDÒ

Com'api armoniose

uscenti a 'l novo sole

per le felici aiuole

de' gigli e de le rose,

queste che Amor compose

delicate parole,

com'api armoniose

uscenti a 'l novo sole,

su le chiome odorose

che Amor cingere suole

di sogni e di viole

spìrino dolci cose,

com'api armoniose.

DONNE

Per l'antico viale de l'Aurora....

NYMPHA LUDOVISIA.

Disegno di ONORATO CARLANDI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

NYMPHA LUDOVISIA

Per l'antico viale de l'Aurora,

mentre i cipressi dormono al mattino,

o nova principessa di Piombino,

tu passi; e a te d'intorno il vento odora.

Vive d'intorno a te la grande flora

ludovisia crescendo a 'l sol latino,

bionda Napea di Rafael d'Urbino,

ne la beatitudine de l'ora.

E le fontane vivono; e l'intensa

voluttà de la vita, a 'l tuo passare,

urge fino i cipressi alti e quieti;

e te brama ed a te canta l'immensa

anima de la villa secolare,

o diletta ne' sogni dei poeti.

VIVIANA

O Vivïana May de Penuele,

gelida virgo prerafaelita,

o voi che compariste un dì, vestita

di fino argento, a Dante Gabriele,

tenendo un giglio ne le ceree dita,

Vivïana, non più forse a la mente

il ricordo di me vi torna omai.

E pure allora, quando io vi parlai,

mi sorrideste a lungo e dolcemente.

Fiorían, Villa Farnese, i tuoi rosai

ne 'l mattino di maggio e su le antiche

mura il sole una veste aurea mettea:

tra le liete ghirlande si svolgea

la bellissima favola di Psiche;

navigava in trionfo Galatea.

O Vivïana May de Penuele,

or vi sovviene de 'l lontan mattino?

Voi sceglieste le rose ne 'l giardino

ove un tempo convenne Rafaele,

muta, con lento gesto, a capo chino.

Non vidi allor la Primavera iddia?

Disser la vostra lode a me li uccelli;

fiori parvero nascer da' capelli,

come ne la divina Allegoria

cui pinse in terra Sandro Botticelli.

Poi su l'accolta de le vive rose

reclinando la testa agile e bionda,

avidamente, come sitibonda,

tutte beveste l'anime odorose

--oh voluttate mistica e profonda!

Poi, smarrita in un sogno, alta levaste

la faccia ove le azzurre ésili vene

languíano, e mi volgeste (or vi sovviene?)

le pupille ne 'l sogno umide e caste.

Non così pura in cielo è mai Selene.

Io sol dissi a la notte alma e felice,

solo dissi a le stelle il novo amore.

Secreto in me de' vostri occhi il fulgore

io custodii, beata Beatrice.

Tale un raggio di luna il silfo ha in cuore.

Or cantarti m'è dolce, o Vivïana.

Splendimi ne la chiara ode, vestita

de la tunica verde e redimita

d'argentei fiori, in calma sovrumana

tenendo un giglio tra le ceree dita!

GORGON

L'Asïatico già tende le braccia

trepidamente verso l'imo ignoto:

attonito, fra i calici de 'l loto

ei vede arguta ridere una faccia.

HYLA! HYLA!

Disegno di CESARE FORMILLI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

I.

Ella avea diffuso in volto

quel pallor cupo che adoro.

Le splendea l'alma ne li occhi

quale in chiare acque un tesoro.

Ne la bocca era il sorriso

fulgidissimo e crudele

che il divino Leonardo

perseguì ne le sue tele.

Quel sorriso tristamente

combattea con la dolcezza

de' lunghi occhi e dava un fascino

sovrumano a la bellezza

de le teste feminili

che il gran Vinci amava. Un fiore

doloroso era la bocca,

e un misterioso odore

esalava ne 'l respiro.

I capelli aridi in onde

s'accoglieano su le tempie,

su la nuca, di profonde

voluttà larghi a l'amante

che scioglieali ne l'alcova,

forse; e avean talor riflessi

di viola, come a prova

de la fiamma il puro acciaio.

II.

Questa nobil donna un giorno

io conobbi. Era l'estate

ampia; e dolce il mare intorno

diffondevasi nel sole,

come un drappo suntuoso.

Templi, portici, obelischi

partoria l'imaginoso

vespro; e a fior de 'l mare pénsili

le sottili architetture

si moveano lentamente:

emergean lunghe figure

fra li intercolonni, a un tratto,

mostri umani o bestiali;

s'immergeano li edifizi

ne le fredde acque natali.

Ella, sola, su la loggia,

tutta involta da i prestigi

de 'l tramonto, in attitudine

d'indolenza, li occhi grigi

tenea quasi semichiusi.

Quando Alberto Delle Some,

conducendomi cortese

presso a lei, disse il mio nome,

ella volse il capo e li occhi

grandi aprì su la mia faccia.

Poi mi porse ambo le mani

sorridendo. Avea le braccia

sino al gomito scoperte,

bianche, pure, di squisite

forme; a' bei polsi rotondi

eran finamente unite,

come a stel fiori, le mani.

Oh divine mani, oh bianche

mani ch'io non ho baciate!

Si posavan, come stanche,

su 'l marmoreo davanzale;

e le lunghe ésili dita

risplendevano di anelli.

Io sentia dolce la vita

mia fluire ed i capelli

divenir gelidi, quasi

per un'ideal carezza,

da sottil fremito invasi.

III.

Ella, semplice, parlava,

con la sua voce sonora,

lievemente roca a tratti.

Una preziosa flora

nascea lenta ora da 'l mare,

a' nostri occhi. Li edifizi

giacean spenti in fondo a l'acque.

Pe' i mirabili artifizi

de la luce ora sorgevano,

come calici di gigli,

alte trombe, e si spandevano;

e nutrite dai vermigli

fumi in cielo prendean tutte

forma d'alberi. Viole

d'improvviso da le arboree

forme piovvero, e ne 'l sole

tutto il mare allora parve

brulicante di meduse.

Ella tacque. Io la guardava.

In quell'attimo confuse

le nostre anime rimasero.

Io non seppi dirle:--V'amo.

Ella, forse paventando

l'ora, disse:--Rientriamo;

è già tardi. Io vi saluto.--

E, tendendo la sicura

man, sorrise un'altra volta.

Quindi uscì.

IV.

La sua figura

ondeggiava alta ne 'l passo,

con un ritmo affascinante.

Un pensier dolce mi venne:

--Io sarò forse l'amante;

io felice le mie notti

dormirò sopra il suo cuore!--

Ah, perchè voi mi fuggiste?

Ebro, come d'un liquore

troppo forte, ebro di voi,

de 'l ricordo di voi, sento

da quel giorno in tutti i baci,

sento in ogni blandimento

feminile, sento in ogni

voluttà più desiata,

o signora, voi, voi sola;

voi che tanto avrei amata!

ATHENAIS MEDICA

Nobili e puri, splendono

quali forme di luce.

ROMANZA.

Disegno di VINCENZO CABIANCA.

[Illustrazione]

I.

Poichè su la campagna salutare

era venuta la dolce stagione

e un gran disío di vivere e d'amare

in me tornava con la guarigione,

ella talvolta a le mattine chiare

tutta ridente apriva il mio balcone.

Il suo riso e la luce in un sol getto

m'inondavan di gioia: álacre in petto

balzava il cuore. Oh mie memorie buone!

Isaotta Guttadàuro ed altre poesie · 第 2 / 4 段