O musici, toccate li strumenti

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DELLO STESSO AUTORE

PRIMO VERE--Prima edizione, 1878. (Esaurita).

PRIMO VERE--Edizione ampliata, 1879. (Esaurita).

IN MEMORIAM--(100 esemplari), 1879. (Esauriti).

TERRA VERGINE--Sesta edizione, 1881. (Esaurita).

CANTO NOVO--Sesta edizione, 1881. (Esaurita).

INTERMEZZO DI RIME--Ottava edizione, 1883. (Esaurita).

IL LIBRO DELLE VERGINI--Seconda edizione, 1884. (Esaurita).

SAN PANTALEONE--G. Barbèra, editore, 1886--Prezzo L. 4.

_Prezzo del presente volume_: LIRE QUINDICI.

ISAOTTA GUTTADÀURO

Il biondo Astíoco e Brisenna reína....

BALLATA D'ASTÍOCO E DI BRISENNA.

Disegno di G. A. SARTORIO.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

GABRIELE D'ANNUNZIO

ISAOTTA GUTTADÀURO

ED ALTRE POESIE

CON DISEGNI

DI

VINCENZO CABIANCA--ONORATO CARLANDI--GIUSEPPE CELLINI

ENRICO COLEMAN--MARIO DE MARIA--CESARE FORMILLI

ALESSANDRO MORANI--ALFREDO RICCI--G. A. SARTORIO

ROMA

NEL DÌ NATALE DEL MDCCCLXXXVI

Editrice LA TRIBUNA.

PROPRIETÀ LETTERARIA

PROLOGO

Mentre Lucrezia Borgia, in nuziale

pompa, venìa con piano

incedere (la veste lilïale

risplendea di lontano)

tra i cardinali principi in vermiglia

cappa, che con ambigui

sorrisi riguardavano la figlia

de 'l papa,--ne' contigui

atrj i coppieri, adolescenti flavi

che rispondeano a un nome

sonoro ed arrossian come soavi

fanciulle ed avean chiome

lunghe, i coppieri d'Alessandro sesto

tenean coppe d'argento

entro la man levata, e con un gesto

d'umiltà grave e lento

offeriano a le molte inclite dame

le rose ed i rinfreschi.

Allettati correan pieni di brame

i veltri barbareschi

traendo fra le zampe il guinzal d'oro

che mal ressero i paggi.

Gioivano le dame inclite in coro

ai gran salti selvaggi,

e disperdendo in copia su 'l lucente

musaico a piene mani

cibi e rose, blandían trepidamente

i belli atroci cani.

Allor Giulia Farnese, un suo lascivo

balen da li occhi fuora

mettendo (a 'l riso il corpo agile e vivo

fremea come sonora

cetra), il sen nudo porse; e in tra le poppe

bianche rotonde e dure

un fante a lei da le papali coppe

versò le confetture.

Or non così, mie belle, o voi che tanto

amai e celebrai

e incoronai del mio lucido canto

ne' boschi e ne' rosai,

or non così venite al mio festino

ove l'Amor v'aduna?

I vostri baci, più dolci de 'l vino,

a 'l sole ed a la luna

io colsi un tempo; e, come entro una rara

coppa di fin lavoro,

mentre i nuovi desii cercanvi a gara

--veltri da 'l guinzal d'oro,--

la profonda dolcezza entro la rima

sottilemente infusa

io vi rendo. Gioite voi. Ma, prima,

Isaotta, la Musa,

quella ch'io più cantai, con un baleno

tra i cigli e con protese

le bellissime braccia, offre il suo seno,

come Giulia Farnese.

IL LIBRO D'ISAOTTA

Ella apparve.--Buon dì, messer cantore!--

disse ridendo con gentile volto.

IL DOLCE GRAPPOLO, II.

Disegno di ALFREDO RICCI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

SONETTO LIMINARE

PALAGIO D'ORO, nobile magione

de la Speme, de 'l Riso e de' Piaceri,

ove sotto i belli archi alti e leggeri

danzano i Sogni cinti di corone;

SELVA D'ORO ove Amor, nudo garzone,

con i Desiri, cupidi sparvieri,

con i Peccati, veltri agili e neri,

attende a la sua dolce cacciagione;

FONTE D'ORO ove candidi e tranquilli

vanno i cigni di Venere per torme

facendo a 'l dorso calice de l'ale;

O MIO LIBRO, convien che più sfavilli

sonante il verso e più ridan le forme

quando Isaotta Guttadàuro sale.

I.

IL DOLCE GRAPPOLO

I.

--O madonna Isaotta, il sole è nato

vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando:

ei su' vostri balconi ha ravvivato

le rose che morìan trascolorando.

Sorga da l'ampio letto di broccato

or la vostra beltà lume raggiando.

O madonna Isaotta, il sol che v'ama

con un lucido cantico vi chiama;

e gridano i paoni a quando a quando.

Udite voi salir nostre preghiere

o ancor vi tiene il Sonno in tra le braccia?

Dolce sarebbe a' nostri occhi vedere

i primi raggi su la vostra faccia

ove il trapunto lin de l'origliere

ne la notte lasciò sua rosea traccia.

Palpita il vostro sen con più veloce

ansia a' richiami de la nostra voce,

mentre la fante il busto alto v'allaccia?

«Levasi a lo mattin la donna mia

ch'è vie più chiara che l'alba del giorno,

e vestesi di seta Caturìa,

la qual fu lavorata in gran soggiorno

a la nobile guisa di Surìa»,

canta l'Antico nel poema adorno.

«Il su' colore è fior di fina grana,

ed è ornato a la guisa indiana;

tinsesi per un mastro in Romanìa».

Levasi da 'l gran letto in su l'aurora

la mia donna; e la sua forma ninfale

tra le diffuse chiome a l'aria odora

e a 'l sol risplende più bianca del sale.

Tutta di gocce tremule s'irrora

ne 'l lavacro di marmo orientale.

Miran le statue a torno quella pura

forma e tessuta ad arte in su le mura

ride la greca favola d'Onfale.

Ridono i fatti di Venere dia

su 'l cofano di cedro, alto lavoro

d'artefici maestri di tarsìa,

che sta ne 'l mezzo d'un bacile d'oro;

ove con signorile atto la mia

donna gitta incurante il suo tesoro

di smeraldi, rubini e perle buone

che piovon come per incantagione

sovra il metallo nitido e sonoro.

Ella, composta in vago atteggiamento,

a mezzo de la rara conca emerge;

e la fante con anfore d'argento

pianamente d'ambrate acque l'asperge.

Al diletto ella freme, e con un lento

gesto la chioma rorida si terge.

Come tondi i ginocchi e come bianchi!

Han dal respiro un dolce moto i fianchi

e il petto ad ogni brivido s'aderge.

O madonna Isaotta, è dura cosa

ir le beltà non viste imaginando.

A voi conviene omai d'esser pietosa

poi che da tempo in van prego e dimando.

La bocca picciolella ed aulorosa,

la gola fresca e bianca in fine quando

concederete al bacio disiato?

O madonna Isaotta, il sole è nato

vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando.--

II.

Così chiamai l'amata in nona rima,

sotto il grande balcon di tiburtino

ov'han lo scudo i Guttadàuro-Alima

con gocce d'oro in campo oltremarino.

Dormìa la villa ne 'l silenzio: in cima

a li aranci de 'l nobile giardino

aprivano i paoni le gemmanti

piume verso la luce, e de' lor canti

striduli salutavano il mattino.

Ella apparve.--Buon dì, messer cantore!--

disse ridendo con gentile volto.

--Non questo è il tempo gaio de 'l pascore,

ma voi siete di ver loquace molto.

Or seguite a trovar rime d'amore,

chè con benigno orecchio, ecco, v'ascolto.--

Io le dissi:--Madonna, io son già fioco.

Or voi di sì salutevole loco

scendete a me che son di pene avvolto!--

Ella tacque; ed il capo inchinò mite:

ne li occhi le ridea novo pensiere.

Tutta quanta di porpora una vite

saliva da l'inferïor verziere,

e le bacchiche foglie colorite

mesceansi con le rose a le ringhiere.

Avean piegato un dì li aspri sermenti

a la copia de' grappoli rubenti

che il padre Autunno infranse nel bicchiere.

Ella disse ridendo:--Io pongo un patto,

vago sire, a la mia dedizïone.

--Il vago sire--io dissi--accoglie al tratto

quel ch'Isaotta Guttadàuro pone.

Ed ella:--Quando un sol grappolo intatto

ne' vigneti che bagna il Latamone

lungh'esso il chiaro colle solatìo

troveremo, io sarò pronta al disìo

vostro e sarete voi di me padrone.--

III.

Ella discese allora: un giuramento

fece sicuro il gran patto d'amore.

E prendemmo la china. Senza vento

era l'aria; ne 'l placido candore

erano i campi senza ondeggiamento,

brevi selve di canne erano in fiore.

Quasi una gratitudine beata

al sole offrìa la terra bene amata:

era novembre, il tempo de 'l sopore.

D'innanzi, il Latamon, fiume regale,

lambiva in suo lunante arco i vigneti

ove l'ebro clamor vendemmiale

ed i carmi de' rustici poeti

salutato avean già l'almo natale

de 'l vino autor di gioia, ora quieti.

Disse Madonna:--Siate accorto e saggio:

quivi incomincia il pio pellegrinaggio.--

D'in torno s'inchinarono i canneti.

Io dissi:--Non mi giova la fortuna,

o madonna Isaotta, ne 'l trovare.--

Ed ella a me:--Non ha virtude alcuna

il fino Amore per v'illuminare?

Il grappolo tardìo dove s'aduna

da lungo tempo, come in alveare,

la dolcezza del miele a 'l lento foco

de 'l sole, aspetta noi per qualche loco.--

Io dissi:--Non mi stanco di cercare.--

Noi camminammo giù per la vermiglia

china che discendeva all'acque d'oro.

Da lungi a quando a quando una famiglia

di villici sorgendo da 'l lavoro

ci guardava con alta maraviglia;

e le fanciulle interrompeano il coro.

Venendo innanzi con giulivo ardire

una gridò:--Che mai cerchi, o bel sire?--

Ed io risposi a lei:--Cerco un tesoro.--

Noi così camminammo: ella men lesta,

poi che non concedeami anco la mano.

In guardare tenea china la testa,

bella come la bella Blanzesmano

allor che cavalcò per la foresta

a fianco a 'l suo Lancialotto sovrano.

Le fronde sotto i pie' stridevan forte;

ma a quelle viti ignude aspre e contorte

li occhi chiedevan la dolce esca in vano.

Disse Madonna:--Riposiamo al fine.--

Era lungi un trar d'arco il bel rivaggio.

L'alta erba mareggiava in su 'l confine

placidamente, come biada a maggio;

or sì or no giungea da le colline

di citisi e di timi odor selvaggio.

Pareva il sol d'autunno per le chiare

vie de 'l cielo un novello orbe lunare:

i vapori facean mite il suo raggio.

Ella disse. Non mai le sue parole

ebber soavità così profonda:

cadevan come languide viole

da l'arco de la sua bocca rotonda.

E quel sorriso fievole de 'l sole

ancor la testa le facea più bionda.

Era, d'intorno, un grande incantamento.

Era il diletto mio qual d'uom che, lento,

in giaciglio di fiori ampio s'affonda.

Tacque. Uno stuol d'augelli, d'improvviso,

attraversò con ilari saluti.

Noi trasalimmo, come ad un avviso

misterioso de la terra; e, muti,

impallidendo ci guardammo in viso.

Poi prendemmo sentieri sconosciuti.

I pioppi nudi e senza movimento

parevan candelabri alti d'argento;

ed i lauri fremean come leuti.

IV.

Oh ne la valle concava d'Orlando

inaspettata vista del tesoro!

Giacea la bella vigna fiammeggiando

con tralci di rubino e foglie d'oro;

e uno stuolo d'augelli roteando

facea ne 'l mezzo de la vigna un coro,

--O madonna Isaotta, ecco la vita!--

io le gridai, con l'anima rapita.

Ed in alto gridò lo stuol canoro.

Io la trassi a quel loco: ella più lesta

venìa, chè forte io la tenea per mano.

Tutta rosea volgea da me la testa,

bella come la bella Blanzesmano

allor che la baciò per la foresta

l'amato suo Lancialotto sovrano.

E le dissi:--O Madonna, io tengo il patto.

Per voi colgo il fatal grappolo intatto.--

Ella mi diede il bacio sovrumano.

II.

BALLATA D'ASTÍOCO E DI BRISENNA

Amor, quando fiorìan ne 'l bel paese

il biondo Astíoco e Brisenna reina,

da 'l colle a 'l pian, da 'l fiume a la marina

sonavan alto le tue chiare imprese.

La terra di Brolangia era un verziere,

in figura d'un sistro, ismisurante.

Il verde paradiso due riviere

cingeano, come braccia d'un amante.

Il suol crescea meravigliose piante,

nudrito da le pingui alluvïoni.

Quivi tennero lieti eptameroni

il dotto Astíoco e Brisenna cortese.

La bontà che venìa da' lor costumi

era sì dolce, o Amore, e sì profonda

che il suolo si coprìa di rose e i fiumi

volgean oro smeraldi ambra ne l'onda;

e, come ne la Tavola Ritonda,

ragionavano i tronchi e le fontane,

potea la Luna su le menti umane,

munían gl'incanti ai prodi elmo e pavese.

Su la cima del bel colle d'Orlando

sorgevano i palagi, aperti a 'l giorno.

Diecimila colonne scintillando

ricorrevan per l'alte moli a torno.

Vi saliva una scala, in doppio corno,

ampia, coperta di fanti e d'arcieri,

di messi, di valletti e di levrieri,

di dame e di donzelle in ricco arnese.

Convenivan le donne de' poeti

ivi, in un luogo detto Galaora;

e sedeano in su' fulgidi tappeti,

ove li amor di Cefalo e d'Aurora,

illustri opere d'ago, uscieno fuora

qua e là di tra le vesti ricoprenti.

Sedean le donne, in bei componimenti

di grazia, ad ascoltar la serventese.

Oh fontana d'Elai, per molti getti

ricadente ne 'l vaso di porfíro,

che dieci ninfe e dieci satiretti

reggean, piegati ad una danza, in giro!

Immergeavi una coppa di zaffiro

Brisenna, e la porgeva a 'l rimatore.

Celava l'acqua in sè virtù d'amore

che in cor mortale si facea palese.

Ma le belle traevansi in disparte.

Venivan quindi per eguali torme

di sette; e digradando in lungo ad arte

imitare volean l'ímpari forme

de 'l flauto che il dio Pan seguendo l'orme

di Siringa construsse in su 'l Ladone.

Come le canne, l'agili persone

tutte vibravano, a la danza intese.

Ogni torma correa verso l'eletto.

Ad una ad una le bocche fragranti,

le bocche dolci più che miel d'Imetto,

egli baciava, splendido in sembianti.

Fuggia la torma, ed ecco l'altra avanti.

E svolgeasi così, lungo i roseti,

la danza; mentre li èmuli poeti

a tal vista fremean nuove contese.

Oh fontana d'Elai, dove son l'acque

che un dì fluiron per sì larga vena?

Dov'è il murmure tuo che tanto piacque

a 'l mite Astíoco e a Brisenna serena?

Cadde una notte ne 'l tuo sen la piena

Luna, divelta per forza di carmi.

S'infransero a 'l tremore orrido i marmi,

e fumaron stridendo l'acque incese.

III.

ISAOTTA NEL BOSCO

«Eranmi schiavi li astri in lunghe torme;

«e in tal regno le feste ho celebrate

«de' suoni de' colori e de le forme.»

BALLATA VI.

Disegno di G. A. SARTORIO.

[Illustrazione]

BALLATA I.

Pur jeri (uscían da la recente piova

i cieli, tersi più che vetri schietti)

andavam co' ginnetti

pe' boschi de la valle cavalcando.

Ella, dritta in arcioni, agile e franca,

reggea ne 'l pugno i freni

e moveali con varia maestría.

Piegava ad arco il ginnetto la bianca

chioma e fervea con leni

giochi, sommesso a quella tirannía;

e la sua leggiadría

e la beltà d'Isotta e il bosco intento

e li albori sereni,

che di velari penduli d'argento

adornavano il bosco in tutti i seni,

facean così gentil componimento

ch'io mi chiesi:--Non forse in lor balía

hannomi i Sogni?--E stetti dubitando.

BALLATA II.

Non m'avevano i Sogni in lor balía;

chè mi disse la Bella, ad un radore:

--Senti soave odore

di viole, che giunge a quando a quando!--

Su' freschi venti odore di viole

giungea, soave e forte;

trepidavano li alberi novelli,

in torno; e aprivan loro gemme a 'l sole

le rame ésili e torte;

e verzicavan fitti li arboscelli,

come verdi capelli

ondeggiando ne l'aria ad ogni fiato.

E parevan le morte

ninfe rivivere, e parea rinato

Pane al mondo, ed alfin parean risorte

tutte le deità del tempo andato,

ma quali un dì le vide il Botticelli

in su' poggi di Fiesole vagando.

BALLATA III.

Ella disse:--Cerchiamo le viole

tra l'erbe, chè non son lungi nascoste.--

(O fiori, che a me foste

cagion di gaudio, vostro pregio io spando.)

Balzai a terra; ed ella, anche d'un salto,

vennemi sovra il petto,

ridendo. Propagaronsi per l'òra

le freschissime risa, in mezzo a l'alto

silenzio; ed il ginnetto

anitrì ver la dolce sua signora.

Noi ci mettemmo allora

su l'odorosa traccia a ricercare

ne 'l bosco giovinetto.

Chini su 'l suol pratío, senza parlare,

noi eravamo intesi a quel diletto.

S'udivano i cavalli pascolare

da presso e impazienti ad ora ad ora

scuoter li arcioni, forte respirando.

BALLATA IV.

Piovea su 'l verde il sol di marzo, infranto,

però che avea co' rami allegra lotta.

E le man d'Isaotta

sparivano in tra 'l verde, a quando a quando.

Oh mani belle, oh mani bianche e pure

come ostie in sacramento,

dolci a li afflitti, prodighe, regali

meglio che a' tempi gai de l'avventure!

Oh mani che il cruento

cuor nostro ignavo e le piaghe mortali

e tutti i nostri mali

con infinita carità guariste,

ed a 'l nostro tormento

le porte d'oro de' bei sogni apriste,

e a 'l nostro ardore cieco e vïolento

in coppa d'oro un vin sereno offriste!

Oh bianche mani, oh gigli spiritali

tra le viole, ne 'l chiarore blando!

BALLATA V.

Riprendemmo la via, con i ginnetti

ch'eran più vivi e più giocondi. Al corso

anelavano; e il morso

tingean di calda bava, scalpitando.

Ora la selva, innanzi a li occhi nostri,

misteriosa e grave,

ergeva i tronchi e i rami a 'l ciel maggiori;

e, lunga componendo ala di chiostri,

volgeasi in ampia nave,

qual dòmo, o spaziava in alti fòri.

Avea cupi romori.

Ella disse:--Non dunque tal sentiere

mena a 'l loco soave

u' la Bella, aspettando il Cavaliere,

dorme sepolta in tra le chiome flave

che crebbero per mille primavere?--

Ond'io sorrisi. Ed ella:--Or quali amori

sogna colei ne l'animo, aspettando?--

BALLATA VI.

--Non sogna--io dissi. Ed ella:--Io so che un giorno

venne il sire a fugar da que' cari occhi

l'incanto, ed a ginocchi

baciò la rara mano, supplicando.

Ei parlò di tesori e di castella,

di terre ismisurate,

d'omaggi e di diletti senza nome.

Lucidamente arrisegli la Bella,

dicendo: «Voi mi fate

«onor grande, o mio sire. Ma pur, come

«sorga l'alba, le some

«voi leverete, a ritrovare l'orme.

«Altre plaghe ho regnate!

«Eranmi schiavi li astri in lunghe torme;

«e in tal regno le feste ho celebrate

«de' suoni de' colori e de le forme.»

Disse; e di nuovo arrise, ne le chiome

ampie, come in un gorgo, profondando.--

BALLATA VII.

Il mister favoloso in cui la selva

era sommersa, e quella voce umana

che dava ad una vana

ombra la vita, e quel chiarore blando,

il senso mi cingean di tal malía

ch'io mi credeva udire

suono di corni in lontananza ròco

e veder cervi a mezzo de la via,

grandi e candidi, escire

con in fronte una croce alta di fuoco.

Strano li alberi gioco

facean di luci. L'un parea, tra' rai,

smeraldi partorire;

l'altro balzar da li orridi prunai

come serpente, in mal attorte spire.

Disse Madonna:--Si convenne Elai

un tempo con Astíoco in questo loco,

il qual re meriggiava poetando.

BALLATA VIII.

Meriggiava quel re, sotto il pomario

che splendeva a' suoi dì come un tesoro.

Cadeano i frutti d'oro

gravi su 'l suolo in torno, a quando a quando.

Rendean per l'aria in torno una fragranza

di miel, così gioconda

che al cuor giungeva quale un vin di rose.

E il buono Astíoco, in mezzo a l'abondanza

de' frutti, di profonda

dolcezza pieno l'anima, si pose

a laudare le ascose

virtuti de la terra in un poema.

Giunto era a la seconda

canzone quando, senz'alcuna tema,

ei scorse Elai. Qual re di Trebisonda,

il capo cinto avea d'un dïadema

ed il petto di pietre preziose

che vincevano il dì riscintillando.

BALLATA IX.

Chiesegli Elai: «Vuoi tu, sir di Brolangia,

«sopra tutta la terra alzar tuo soglio?»

Ed il sir: «Ben io voglio!

«Or tu dammi, che 'l segua, il tuo comando.»

«Sorgi dunque da l'ombra e t'incammina

«pe 'l sentier ch'io t'addito,

«fin che tu giunga in riva de 'l ruscello,

«ove un giorno la fata Vigorina

«adagiò ne 'l fiorito

«letto de l'erbe il corpo agile e bello;

«ed il magico anello

«che fiammeggiava più che foco vivo

«mise, come in un dito,

«ne 'l verde stel d'un giglio ancor captivo;

«e sognò, me' che in letto di sciamito,

«a 'l murmure de l'acque fuggitivo.

«Or trarre ti convien da 'l gambo snello

«il fin tesoro, là dov'io ti mando.»

BALLATA X.

Surse pronto il re musico; ed il lesto

piè mosse in cerca de 'l beato giglio.

E a l'antico giaciglio

di Vigorina giunse trepidando.

Vide lo stelo e vide anche l'anello;

e lo stel ne 'l cerchietto

pareva il dito fragile e mortale

d'una ninfa cangiata in arboscello.

Ma il sire, a tal conspetto,

non osò porre la sua man regale

su l'anello fatale;

poichè, da quando l'erbe a Vigorina

furon fiorito letto,

il giglio erasi aperto a la divina

luce, non più da 'l calice constretto;

e Astíoco, in tòr la pietra alabandina,

infranto avrebbe il giglio verginale

che a 'l sol ridea, sì dolce palpitando.--

BALLATA XI.

Questo narrò la mia favolatrice.

Ed a me parve che un incantamento

fluisse da quel lento

eloquio, tutti i boschi affascinando.

Com'ella tacque, il fremito de 'l suono

mi tremolò sì viva--

mente a' precordi ch'io rimasi assorto

nel mio diletto ripensando a 'l buono

Astíoco.--E se a la riva

d'oro il giglio d'Elai non anche è morto?

E se ancora a diporto

la fata Vigorina è pe' sentieri?--

ella chiese, chè udiva

non lungi mormorii rochi e leggeri

d'acque, correnti giù per la nativa

ombra, e vedeva crescere i misteri

entro i seni de 'l valico ritorto.

Onde spronammo, innanzi trapassando.

BALLATA XII.

Era la fonte in una lene altura

coronata d'opachi elci e di mirti.

Rompevano li spirti

de la fonte tra' sassi palpitando.

Non mai dolce suonò bistonia lira

come le fronde a 'l vento

su la natività de le bell'acque;

nè fu sì chiaro il talamo d'Argira

e nè pur l'arïento

u' con la ninfa, poi che a Giove piacque,

Ermafrodito giacque.

Partìasi l'onda in rìvoli tra' massi

de 'l clivo, in più di cento

rìvoli che brillavano, pe' sassi

fini e politi, con varïamento

di carbonchi topazi e crisoprassi.

Attoniti mirammo; ed in noi nacque

desìo di bere...--O fonte, io t'inghirlando!

BALLATA XIII.

Io t'inghirlando, o fonte ove quel giorno

parvemi bere in coppa jacintea

il sangue d'una dea,

che a 'l cuore mi fluì letificando!--

Scendemmo il piano margine; e commise

in sì dolce atto Isotta

il fior de la sua bocca ad una vena

e sì fresco e vermiglio e vivo rise

quel fiore in tra la rotta

onda e s'aperse, ch'io ritenni a pena

un grido e in su la piena

bocca più baci e più, cupido, impressi.

Ella rideva... Oh lotta

di baci che cadean sonanti e spessi

e mescevansi a l'acque! Oh ne la grotta

ampia e ninfale mormorii sommessi

d'acque e le risa de la mia serèna!

Bevemmo e ci baciammo, ivi indugiando.

BALLATA XIV.

Or quale io bevvi ignoto filtro, inconscio?

Era ne la sua bocca, era ne l'acque

la virtù cui soggiacque

ogni mio senso, amor rilampeggiando?

Non so. Ma come uscimmo da la chiostra

in su' paschi feudali

ove il bel fiume suoi tesori aduna,

parvemi cavalcare ad una giostra,

e che da que' fatali

occhi mi sorridesse la fortuna

e fusser ne la luna

in urna d'adamante custodite

le mie sorti regali.

Onde, felici, a 'l Sol candido e mite

e a l'ardor de' cavalli ed ai natali

venti ci abbandonammo; e le due vite

nostre mescemmo e rinnovammo in una

vita più forte, che s'aprì raggiando.

IV.

SONETTO D'APRILE

.... a 'l cuor giunge il freddo del serpente.

MELUSINA.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

Aprile, il giovinetto uccellatore,

a cui nitido il fiore

de le chiome pe' belli omeri cade,

ne 'l cavo de la man, come un pastore,

in su le prime aurore

ha bevuto le gelide rugiade.

Aprile, il giovinetto trovadore,

su le canne sonore

dice l'augurio a le nascenti biade:

i solchi irrigui fuman ne 'l tepore,

un non so che tremore

le verdi cime de la messe invade.

Ecco la Bella! Ecco Isotta la blonda!

China, de la sua porta a 'l limitare,

ella stringe il calzare

a 'l piè che sanno i boschi. E il dì la inonda.

Toccan la terra, a l'atto de 'l piegare,

i suoi capelli, in copia d'or profonda.

Oh, la faccia gioconda

che a pena da quel dolce oro traspare!

V.

BALLATA DELLE DONNE SUL FIUME

A torme a torme candidi paoni,

lenti, silenti come neve in aria,

discendono su l'agili ringhiere.

ELIANA.

Disegno di MARIO DE MARIA.

[Illustrazione]

I nitidi mercanti alessandrini,

profumati di cìnnamo e d'issopo,

bevean su la riviera di Canopo

ne' calici de 'l loto i rosei vini.

Noi lungo il fiume, ove sì dolci istanti

indugiammo cercando per la via

il grappolo tardivo,

navighiamo a diletto, in compagnia

di musici che il lido empion di canti.

Tutto s'accende il lido fuggitivo

a lo splendor vermiglio.

Tu, ridendo, co 'l calice d'un giglio

attingi le bell'acque scintillanti.

La man tua lieve crea schietti rubini.

Le gentildonne, che fan gaia corte

a te con gran sollazzo, in su' minori

legni, rapidamente

seguon l'esempio e con i bianchi fiori

attingon l'acque d'or, ridendo forte.

Tutte, in un tempo, bevono a 'l lucente

vespero, inebriate,

quasi Bacco le linfe abbia cangiate

in vin di Scìo, da' regni de la morte.

Suonano a torno i lieti ribechini.

Così tu vai, piacente Primavera,

navigando ne 'l vespero, per l'almo

fiume onde Amore sorse;

e i gigli tratti dietro il paliscalmo

vestono forme, ne la dubbia sera.

Non calano da' rotti argini forse

le ninfe a 'l Latamone?

Questa, piena di donne e di canzone,

non è l'isola bella di Citera?

Non sei tu dunque iddia ne' tuoi domíni?

Questa è l'isola bella: non la tiene

però Venere. Isotta ha signoria,

Isotta Biancamano,

su la verde Brolangia solatìa

ove reìne clementi e serene

vissero a lungo, in tempo assai lontano,

e amaron poetare.

Qui non s'ode Bacchilide cantare,

non Saffo, non Alceo di Mitilene.

Ma s'odono i leuti fiorentini.

O musici, toccate li strumenti

con più dolcezza, poi che a' lauri in cima

è la luna novella.

Cantate, o gentildonne, a cui la rima

fiorisce in amorosi allettamenti

a sommo de la bocca picciolella.

Sicchè di su l'altura

udendo suoni e canti a la ventura,

veggendo faci, dicano le genti:

--Torna forse Brisenna a' suoi festini?

VI.

BALLATA E SESTINA DI COMMIATO

.... su da la tenebra

crescea per l'arti de la maga tessala,

porgendo la man nivea.

DIANA INERME.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione]

BALLATA.

Ora è muto il selvaggio paradiso

già costumato a la tua signoria.

Dov'è la voce onde l'anima mia

e la selva tremavan d'improvviso?

Pavidi, in tra la selva umida e fresca,

correano a quella voce i cavriuoli.

Splendean miti ed umani

li occhi a l'ombra in guardarti; ed i figliuoli,

alti e biondetti, sen venìano a l'esca

de 'l cibo, come a 'l pan giovini cani.

Forte ridevi tu quando a le mani

i lor teneri denti

ti mordevan con piani incitamenti.

Tra la fronda eran queti li usignuoli

ed i frassini intenti

ascoltavan salire il dolce riso.

SESTINA.

Quando più ne' profondi orti le rose

aulivano per l'aria de la sera

e mesceasi a quel lor tepido fiato

sapor di miele da' pomari d'oro,

venne Isaotta un tempo a le mie braccia,

candida e mite quale a maggio luna.

Non sì dolce chinò li occhi la Luna

su 'l suo vago sopito in tra le rose

Endimïon, tendendo ambo le braccia,

(splendeva il Latmo a la vermiglia sera,

cui bagnano i ruscelli in vene d'oro:

sol de' veltri s'udia l'ansante fiato)

com'ella sovra me. Caldo il suo fiato

io sentìa su 'l mio volto, ed a la luna

vedea brillare la cesarie d'oro

cui cingevano i miei sogni e le rose.

Fulgida aurora a me parve la sera,

ne 'l cerchio de le sue morbide braccia.

Dolce cosa languir tra le sue braccia!

Dolce, languendo, bevere il suo fiato!

Voci correan d'amor per l'alta sera;

e bramire s'udian cervi a la luna

da' chiusi, e Agosto a l'ombra de le rose

cantar soletto in su la tibia d'oro,

e a quando a quando, come in vaso d'oro

pioggia di perle, da le verdi braccia

de li alberi che misti eran di rose

le odorifere gomme ad ogni fiato

d'aura cader su' fonti ove la luna

piovea gl'incanti de l'estiva sera.

O donna ch'anzi vespro a me fai sera,

cui Laura è suora ne le rime d'oro,

deh foss'io, come il vago de la Luna,

addormentato, e alfin tra le tue braccia

mi risvegliassi e bevere il tuo fiato

potessi ancora, in letto alto di rose!

Tu la Bella vedrai diman da sera

e a lei ricingerai le chiome d'oro,

canzon, nata di notte senza luna.

QUI FINISCE IL LIBRO D'ISAOTTA.

SONETTI DELLE FATE

E su tal corda l'anima sospira.

GRASINDA.

Disegno di GIUSEPPE CELLINI.

[Illustrazione]

A GIUSEPPE CELLINI

Lino ai boschi de l'isola di Creta

udía le ninfe correre tra i rami

e Teocrito udía lunge i richiami

di Lyda a riva e i canti di Dameta.

Tu ne li orti d'Italia odi, o poeta,

rider le fate come in lor reami.

Ti chiede Urganda:--O mio sire, tu m'ami?--

e ti trae ne la sua reggia segreta.

Agile, ardente quale fiamma, Urganda

t'intesse a torno con rapidi voli

una danza di perfida virtù.

Ma non anche tu dormi in Broceglianda

tra i mirti intonsi, a' lai de' rosignoli,

poi ch'io suono il fatal corno d'Artù.

ELIANA

Dorme a notte il palagio d'Elïana,

simile a un dòmo gotico d'argento.

Or, ne la luce senza mutamento,

pare un fragile incanto di Morgana.

Armoniosa come uno stromento

apresi a torno l'alta ombra silvana;

ed a piè de la scala una fontana

singhiozza in ritmo ne 'l silenzio intento.

A torme a torme candidi paoni,

lenti, silenti come neve in aria,

discendono su l'agili ringhiere.

Sono le spose morte di piacere,

che tentan la dimora solitaria.

E il bosco è pieno d'implorazïoni.

MIRINDA

Mirinda e il fido, ne l'occulta stanza,

adagiati su' troni orientali,

dilettansi a gittar lucidi strali

sotto i piè d'un fanciul nudo che danza.

Un grande e bianco augello, a passi eguali,

carico d'otri, sparge in abondanza

acque d'ambra d'insolita fragranza

su i marmi che dan lume ai penetrali.

--Vedrem fiori, com'ampie urne, fiorire;

berremo un vin ne' puri alvi de' frutti;

e guarderemo entro smeraldi il sole.--

Dice Mirinda. E il tremulo nitrire

de' liocorni e il murmure de' flutti

si mescono a le sue lente parole.

MELUSINA

Guarda, assisa, la vaga Melusina,

tenendo il capo tra le ceree mani,

la Luna in arco da' boschi lontani

salir vermiglia il ciel di Palestina.

Da l'alto de la torre saracina,

ella sogna il destin de' Lusignani;

e innanzi a 'l tristo rosseggiar de' piani,

sente de 'l suo finir l'ora vicina.

Già già, viscida e lunga, ella le braccia

vede coprirsi di pallida squama,

le braccia che fiorían sì dolcemente.

Scintilla inrigidita la sua faccia

e bilingue la sua bocca in van chiama

poi che a 'l cuor giunge il freddo de 'l serpente.

GRASINDA

Dorme Grasinda in mezzo a' suoi tesori,

ove l'incanto un sonno alto le impose.

E l'intima dolcezza de le cose

ver lei migra in assai vaghi romori.

Fremono a torno li alberi canori,

da la grande armonía piovendo rose

quasi che per virtù misteriose

si rispandano i suoni in rari fiori.

Lento il corpo ne 'l sonno a 'l ritmo cede:

compongonsi le membra agili in arco

e prendon forma di lunata lira.

Si tendono le chiome argute al piede

facendo strano a' due pollici incarco;

e su tal corda l'anima sospira.

MORGANA

Or tremule, su i mari e su le arene,

crescon ne la lunare alba le imagi:

materïati d'oro alti palagi

e torri ingenti assai più che Pirene.

Salgono scale in luminose ambagi

con inteste di fior lunghe catene.

Come navi in balía de le sirene,

ondeggiano le pendule compagi;

poi che Morgana, in dolce atto giacente

ne 'l letto de la nube solitaria,

quasi ebra di quel suo divin lavoro,

ama, seguendo un carme ne la mente,

cullare de le man languide a l'aria

la città da le mille scale d'oro.

ORIANA

Orïana tenea l'incantamento.

Giacean, ebri d'assai dolci veleni,

ne l'antro i prodi; e larga di sereni

sogni la Luna era a l'umano armento.

Pascean su 'l limitare i palafreni

meravigliosi, li émuli de 'l vento:

battean la lunga coda in moto lento

a la coscia, e nitrían per li alti fieni.

Giunse Amadigi a l'antro solitario,

tutto de l'armi splendide vestito;

e tre volte suonò, ne 'l muto orrore.

Quindi, rompendo il magico velario

che l'edera tessea, con quell'ardito

gesto egli prese ad Orïana il cuore.

ORIANA INFEDELE

Quando Amadigi con l'eterna amante

giunse a l'isola Ferma (auree ne 'l giorno

lucean le mura ed i verzieri in torno

aulívano), le porte d'adamante

s'apriron mute e gravi, a 'l suon de 'l corno;

ma, lasciando Orïana a Floridante,

il Donzello del mare, almo e raggiante,

penetrò solo ne 'l divin soggiorno.

Disse a la donna il bel sir di Castiglia:

--Ahi che troppo di te m'arse il desio!

Or tu m'odi!--E la trasse ai labirinti.

Mago ne l'aria odore di jacinti

vinse Orïana de 'l soave oblio.

Ridea Lurchetto in sua faccia vermiglia.

SONETTI D'EBE

.... Morgana, in dolce atto giacente

ne 'l letto de la nube solitaria....

MORGANA.

Disegno di VINCENZO CABIANCA.

[Illustrazione]

IL CAVALIERE DELLA MORTE

In un'antica stampa de 'l Durero

va contro maghi e draghi a la battaglia

tutto chiuso ne l'arme un Cavaliero

su 'l gran cavallo coperto di scaglia:

a 'l fianco l'accompagna da scudiero

la Morte senza piastra e senza maglia,

dietro gli segue da valletto il nero

Peccato; e fosca innanzi è la boscaglia.

Io così, nuovamente, a la conquista

de l'Arte e de l'Amor, salgo la vita;

ma il mio bieco scudier non mi rattrista,

ma il valletto ridendo alto m'incita

ed incanto non v'ha che mi resista,

poi che già in groppa, o Bella, io t'ho rapita.

IL FIUME

I.

Quando lungo il selvaggio

fiume la mia signora

navigava, a l'aurora,

con pomposo equipaggio,

si faceva canora

la riva a 'l suo passaggio

e li uccelli di maggio

volavan su la prora.

Scendevano i tappeti,

di color rosso e giallo,

ne l'acqua di turchese.

E i galanti roseti

salutavano il gallo

dipinto su 'l palvese.

II.

Per virtù de' miei canti

emergevan da l'onda

amorosa e feconda

mille fiori odoranti;

e la signora bionda

da' grandi occhi stellanti

arrideva alli incanti,

con voluttà profonda.

Prendeano singolare

forma ne 'l dubbio lume

alti i pioppi d'argento

e parean s'abbracciare

giù ne 'l letto de 'l fiume,

co 'l favore de 'l vento.

III.

Sorgean quindi, nutrite

da 'l padre fiume, vive

selve lungo le rive

e s'aprian ne 'l ciel mite.

Da le sedi native

le ninfe sbigottite

correvano inseguite,

candide fuggitive.

E pe' i recessi impervi

de i divini soggiorni,

ne 'l silenzio divino,

bramivan come cervi

li egìpani, bicorni

iddii da 'l piè caprino.

IV.

La bianca dama il ciglio

con la man, dolcemente,

schermìa da la nascente

forza de 'l sol vermiglio

e l'altra man pendente,

simile a un molle giglio,

tenea fuor de 'l naviglio

entro l'acqua corrente.

E nulla era più bello

e leggiadro de l'atto

ch'ella facea, tra i raggi,

cogliendo un ramoscello

o un gran fiore scarlatto

da li argini selvaggi.

V.

Quando a terra posava

ella il suo piè ducale,

la selva fluviale

tutta in fiore cantava.

Saliva il nuziale

inno a l'ospite flava;

e a 'l tuono era la cava

selva una catedrale.

Io, piegando i ginocchi,

dicea:--Bionda signora,

un servo, ecco, si prostra.

Ella chinava li occhi,

bella come l'aurora,

e dicea:--Sono vostra.

IL CANTO

Un giorno ella cantò, su la galea,

ad alleggiar la mia grave fatica.

E il mare a noi, spirante ancor l'antica

divinità, propizio sorridea.

Al riso innumerevole, l'aprica

riva non lungi in breve arco splendea,

polita e bianca, qual ne l'Odissea

la riva de la dolce Näusìca.

Or così, mentre io ripensava Ulisse,

guardando pe 'l seren grembo de l'acque

palpitar l'ombra de l'amata chioma,

parvemi, Omero, il dáttilo fiorisse

in sommo de 'l gentil labbro, che nacque

a favellar ne 'l tuo puro idïoma.

SIMILITUDINE

Pascono in ozio su le mura erbose

i cavalli asïatici d'Erode,

mirabili cavalli; e tra le rose

il fluttuare de le lunghe code

mollemente si perde. Accidiose

dormon le palme a torno in su le prode,

e or sì or no ne 'l sonno de le cose

il vivente de 'l mar fremito s'ode.

Ma se Jacìm con rauco grido appare,

balza correndo a lui lo stuol disperso,

a lui guardando da li occhi inquieti.

Amo così, mia bella, io figurare

i desideri miei per te ne 'l verso,

cavalli pascolati in tra i roseti.

SOGNO D'UNA NOTTE DI PRIMAVERA

Tu discendi con pompa orientale

giù pe' i lucidi gradi; ed una schiera

di femmine ti segue, per la nera

scala raggiando la beltà nivale.

Verso la terra, in atto di preghiera,

tu protendi le braccia; ed a 'l segnale

da le bocche mulièbri agile sale

il cantico a la nuova primavera.

Si muovono con lento ondeggiamento

le teste a 'l ritmo, e su per l'aria aperta

in lontananza il pio cantico spira.

Odesi, poi che il gran clamore è spento,

la lunga scala d'ebano, coperta

di femmine, vibrar come una lira.

L'ADORAZIONE

Pallidi ne li azzurri jacintèi

stan li oleandri lungo il mar giocondo,

quali Tádema, il dolce pittor biondo,

già vide ne li idilli di Pompei.

Biancheggiano in quadrùplo ordine a tondo

su le insigni colonne i propilei;

e da l'ombra felice ove tu sei,

Ebe, ne l'aria sale odor profondo.

L'aroma de 'l divin fiore, che intatto

ne 'l tuo misterioso essere chiudi,

per una lenta ebrïetà m'attira.

De le trepide braccia, umile in atto,

io ricingo i tuoi piè candidi e nudi.

Suona l'anima mia, come una lira.

RURALI

Siede una donna, bianca e taciturna,

tenendo l'arpa da le molte chiavi,

su 'l solio, ne la sacra ora notturna.

VAS SPIRITUALE.

Disegno di G. A. SARTORIO.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

VIA SACRA

Io te porto su 'l plaustro alto, Maraja,

istorïato d'angeli e di santi,

su 'l plaustro di trionfo a quattro paja

di bovi da le corna erte e lunanti.

Ondeggia in ritmo ai passi ogni giogaja

bianca splendendo; il can fulvo davanti

gioiosamente a i gravi passi abbaja;

e a 'l salïente amor s'alzano i canti.

Oh per il colle olivi in rare file

sopiti, in un pallor dubbio di argento

su 'l dolce azzurro pomeridiano!

Oh tra li olivi il coro feminile

svolgentesi ne l'aria senza vento,

come un ampio cantar gregoriano!

PER LA MESSE

I.

Quando il tuo corpo d'Ebe, alto, ridente

ancor d'infanzia e già schiuso nel fiore

de la prima bellezza adolescente,

sorse avanti improvviso (era l'odore

pe' i ricolti sereno), la vivente

ubertà de' capelli a 'l fulvo ardore

de le spighe così naturalmente

si giunse e così vergine il candore

del sol ne l'innocenza del mattino

arrise, ch'io tremai. Non forse tu,

risorta da la terra genitrice,

eri un'iddia de 'l buon tempo latino?

E non venivi ai popoli datrice

d'una nuova più forte gioventù?

II.

Sia con l'uomo la pace e la giustizia.

Tace, inerte nel sonno, la pianura

sazia di luce e pingue di dovizia

oppressa da l'immensa genitura.

Argentëi de' venti a la blandizia

li olivi custodiscon la matura

copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia

i gravi offici de l'agricultura.

E si svolge così, ne la profonda

serenità de la tua luna estiva,

l'inno del pane, o madre terra esperia;

come quando per Cerere feconda

il mite canto arvalico saliva,

regnando Numa con la ninfa Egeria.

III.

Or falcian diecimila braccia umane

la messe del frumento. Come antiche

are sacrate a deità pagane,

su i rasi campi sorgono le biche;

e lietamente l'uomo a le fatiche

piega la forza de le membra sane,

però che ride in cima de le spiche

a l'uom l'augurio de 'l futuro pane.

Guarda da l'alto su la rusticale

opera il Sole, dio benigno e grande

a cui sacro è ne' solchi ogni covone.

E ne la pia letizia cereale

per me la tua geòrgica si spande,

o Publïo Vergilïo Marone.

LA MADRE

Vigile, all'alba, sta su 'l limitare

della casa la Madre ottagenaria,

da poi che alla fatica frumentaria

i molti figli attendono. E cantare

ode la Madre i figli alto nell'aria

concordemente l'inno salutare

che prega il Sole di beneficare

la santità dell'opra alimentaria.

Alla dolcezza del compatimento

materno in cuor de' figli la nativa

pazienza risorge. Or, tra i sudori

e la sete e la polvere ed il vento,

la pazienza è il lene olio d'oliva

che conforta le membra ai lottatori.

I SEMINATORI

Van per il campo i validi garzoni

guidando i buoi da la pacata faccia;

e, dietro quelli, fumiga la traccia

del ferro aperta alle seminagioni.

Poi, con un largo gesto delle braccia,

spargon li adulti la semenza; e i buoni

vecchi, levando al ciel le orazïoni,

pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.

Quasi una pia riconoscenza umana

oggi onora la terra. Nel modesto

lume del sole, al vespero, il nivale

tempio de' monti inalzasi: una piana

canzon levano li uomini, e nel gesto

hanno una maestà sacerdotale.

IL POMO

Pendono i frutti, maturati a 'l roseo

calor de 'l sole, e tremano:

intatti ancora, poi che ad Ebe l'intima

dolcezza lor consacrano.

Vermigli sono e de 'l lor peso aggravano

i rami e de 'l lor numero;

e tale effluvio spargono aulentissimo

onde mi ride l'anima

tutta e ne 'l capo assai giocondi nasconmi

pensieri e vaghe imagini

di amore sì che in vero tutta ridemi,

come ne 'l vino, l'anima.

Sopraggiunge ne li orti Ebe, con subita

gioia; e ridendo gridami:

--O tu, o tu che siedi sotto l'albero

de 'l pomo, un frutto coglimi!--

--Non io te 'l coglierò, ma te medesima

leverò, fino a giugnere

il ramo, su le mie braccia, o dolcissima

Ebe.--Ed ella:--Or tu lévami

su le tue braccia.--Ed io la levo, a giugnere

il buon frutto che penzola

ed alletta, sì come ne la favola

antica del re Tantalo.

Ergesi il corpo d'Ebe, quale un'anfora,

da la mia stretta; e l'avide

mani ella tende a 'l ramo, in attitudine

bellissima; ed ai cúbiti

nudati le sorridono due rosei

cavi, due nidi rosei,

ove, meglio che a 'l frutto, io vorrei mordere,

me' che a l'inarrivabile

frutto.--Ancora!--ella grida--Ancora! Un ultimo

sforzo, ed ha vinto Tantalo!--

Ond'io più l'alzo; e più ne 'l desiderio

ardo, sentendo il palpito

de le sue membra. Grida ella:--Vittoria!--

E, d'un salto, si libera

da le mie braccia e fugge, abbandonandomi.

--Vittoria!--li orti echeggiano.

Poi ella torna, perocchè ne l'animo

sia pïetosa. Offrendomi

la cara bocca, ancora tutta rorida

de 'l succo, d'onde l'alito

esce fragrante come su da 'l calice

d'un fiore, dice:--Baciami!--

Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono,

parmi, d'invidia li alberi.

LA VENDEMMIA

Prema co 'l pié gagliardo un giovinetto,

entro il tino di quercia, le capaci

sacca ricolme d'uva succulenta;

ed all'urto gli scorra il mosto in rivi.

Poggiato ad una verde asta silvana,

ei moderi co 'l suo canto l'alterno

salto de' piedi; e sia composto, quale

è Dïonigi nel buon marmo acheo.

Gli ridano le membra, temperate

di grazia e di vigore, agili in ritmo.

Appariscano a fior del suo torace

adolescente i fieri archi dell'ossa,

come a studio segnati da preclaro

artefice; e le braccia al busto inserte

nitidamente sieno e nerborose

come d'atleta al disco esercitato;

e le gambe in lor moti abbian la maschia

venustà della forma e la lunghezza

quasi fluente, che alli Antichi nostri

in tele e in marmi assai furono care.

Vengan d'in torno le fanciulle al tino

da le prossime vigne, con canestri

di grappoli in su 'l capo; e faccian coro,

quali un dì le canéfore in Atene.

Fluiscano, di sotto alle calcagna

imporporate del vendemmiatore,

larghi rivi di mosto; e liberale

sia di gioia a l'umana opera il Sole.

LA NEVE

Scende la neve su la Terra madre,

placidamente. E lei bianca riceve

la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi

che all'uom copia di frutti ha partorito.

Guarda il bifolco splendere a' sudati

campi la neve, mentre siede al desco;

e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere

sorride la primizïa del vino.

--Scendi con pace, o neve; e le radici

difendi e i germi, che daranno ancora

erba molta alli armenti, all'uomo il pane.

Scendi con pace; sì che al novel tempo

da te nudriti, lungo il pian ridesto,

corran qual greggia obedïenti i fiumi.

BOOZ ADDORMENTATO

Ella cavalca, lungo il reo padule;

e dietro; a paro, su due bianche mule

seguon due vecchi, gravi e taciturni.

L'ALUNNA.

Disegno di MARIO DE MARIA.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

DA VICTOR HUGO.

I.

Ora Booz giaceva, stanco le braccia e il petto,

però che faticato avea molto su l'aja.

Ed or giaceva alfine Booz, presso le staia

ricolme di fromento, ne 'l consueto letto.

Possedea grandi il vecchio campi d'orzo e di grano

al sole; e prosperavano i suoi campi in dovizia.

Se ben dovizioso, era mite ed umano

il vecchio; e incline avea l'animo a la giustizia.

Quando a sera tornavano da le agresti fatiche

carichi di manipoli i mietitori a torme,

ei, vedendo una femmina china cercar ne l'orme,

dicea:--Lasciate, o uomini probi, cader le spiche.

Così, candidamente, lungi da oblique strade,

di probità vestito e di lino, incedeva.

Parean publiche fonti le sue sacca di biade,

però che vi attingeano quanti la fame urgeva.

D'argento era la barba, come rivo d'aprile.

Le femmine guardavano, più che l'ésili e blande

forme di un uomo giovine, quella forma senile;

però che l'uomo giovine bello è, ma il vecchio è grande.

Il vecchio, risagliente a le origini prime,

entra nelli anni eterni, esce dai dì malcerti.

Al giovine una fiamma brilla ne li occhi aperti,

ma ne li occhi de 'l vecchio è una luce sublime.

II.

Ora Booz dormiva ne la notte tra i suoi.

Presso le mole simili ne l'ombra a monumenti,

i mietitori stavano distesi, come armenti

stanchi. E questo era in tempi lontanissimi a noi.

Le tribù d'Israello avean per capo un saggio.

La terra, esercitata da una gente errabonda

che ignote orme giganti scoprìa ne 'l suo passaggio,

tutta era molle ed umida pe 'l diluvio e feconda.

III.

Come Jacob e Judith, con le pálpebre chiuse

Booz giacea ne 'l grave sonno patriarcale.

Or la porta de 'l cielo su 'l suo capo si schiuse

e ne discese un sogno. Ed il sogno fu tale:

Booz vide una quercia fuor de 'l suo ventre in piena

vita sorgere e lenta giugner l'ultimo lume.

Una stirpe di umani vi s'ergea, qual catena:

un re cantava a 'l piede, moriva in alto un nume.

E mormorava Booz, sotto le verdi foglie:

--Come può mai, Signore, questo dunque accadere?

Su 'l mio capo fiorirono ottanta primavere:

ed io non ho figliuoli, ed io non ho più moglie.

Da gran tempo colei che meco ebbi giacente

ha lasciato il mio letto pe 'l tuo letto, Signore;

e noi siam l'una all'altro ancor misti d'amore,

ella pur semiviva ed io quasi morente.

Una progenie nuova da me sorgere a gloria?

Or come posso io dunque aver prole, o Signore?

La prima giovinezza ha trionfanti aurore:

esce il dì da la notte come da una vittoria;

ma la vecchiezza è tremula, quale ai venti alberello.

Io son vedovo, solo, ne 'l vespero, su 'l monte;

come un bove assetato piega all'acqua la fronte,

io l'anima reclino, mio Dio, verso l'avello.--

Così Booz parlava, ne la misteriosa

notte, e a Dio volgea l'occhio inerte; però che

l'alto cedro non sente a 'l suo piede una rosa

e non sentiva Booz una donna a 'l suo piè.

IV.

Mentre Booz dormiva, Ruth, una moabita,

s'era distesa ai piedi de 'l vecchio, nuda il seno,

sperando un qualche ignoto raggio o ignoto baleno

se venìa co 'l risveglio la luce de la vita.

Ora Booz inconscio dormiva sotto i cieli;

Ruth inconscia attendea, con pia serenità.

Una fresca fragranza salìa da li asfodeli,

e i soffi de la notte languìan su Galgalà.

Era l'ombra solenne, augusta e nuziale.

Volavan forse, innanzi a li occhi stupefatti

de li umani, erranti angeli; però che in alto a tratti

apparivano azzurri lembi simili ad ale.

Il largo respirare di Booz dormïente

mesceasi de' ruscelli a 'l romor roco e grave.

Era nel tempo quando la natura è soave:

i colli avevano gigli su la cima fiorente.

Ruth pensava; dormiva Booz. L'erbe alte e nere

ondeggiavano; in pace respiravan li armenti;

una immensa dolcezza scendea da i firmamenti.

Era l'ora in cui placidi vanno i leoni a bere.

Ogni cosa taceva in Ur e in Jerimàde.

Li astri riscintillavano su pe 'l cielo profondo;

il mite arco lunare, tra il giardino giocondo

de' fiori de la luce, risplendea su le biade;

e Ruth, immota, li occhi socchiudendo tra i veli,

chiedea:--Qual mietitore dio de l'eterna estate,

poi che le sue stellanti ariste ebbe tagliate,

gittò la falce d'oro ne 'l gran campo dei cieli?

IDILLII

.... i cervi, a cui ne li occhi il fascino

sta de le solitudini

natie, sazî de 'l pascolo, su 'l limite

scendono in torme a bevere.

DIANA INERME.

Disegno di ALESSANDRO MORANI.

[Illustrazione: _Fototipia Danesi Roma_]

L'ANDRÒGINE

Ermafrodito, il semidio procace,

sta ne la fonte immerso

come in un letto d'oro; ed il ben terso

corpo dona a l'abbraccio di Salmace.

Tremano i fiori su la calda linfa

i calici schiudendo,

mentre si compie l'imeneo stupendo

de 'l figliuol di Mercurio con la ninfa.

A la marina, a 'l bosco, a 'l piano, a 'l monte

una immensa letizia

muove da 'l padre Sole: arde propizia

la voluttà su l'amorosa fonte.

E sal con deità di giovinezza

ne 'l favore di Giove

il gentil mostro che le forme nuove

ha temprate di forza e di bellezza.

L'ESPERIMENTO

Ne la stanza regale, ampia e rotonda,

ove brillano scritti a le pareti

i versetti de' saggi e de' poeti

in bei carbonchi di Palesimonda,

il Re si chiude in suoi pensier segreti:

la barba il petto eröico gl'inonda.

Lo sguardo ei tien su 'l cofanetto assiro

che in dieci lune l'orafo compose.

Giunge da li orti il soffio de le rose,

quasi con metro egual, come un respiro.

Il veltro de le cacce avventurose

dorme, composto il lungo dorso in giro.

Sta ritto in piè con tutta la figura

l'unico Erede, figlio di Ieéna.

Ei tace. Una lanugin fulva a pena

gli ombra la faccia imperiosa e dura.

Bella è la bocca; e l'occhio gli balena

di desiderj enormi d'avventura.

Troppo il padre ha regnato, ei pensa. E, piano,

scegliendo ne la cintola uno stile

cui di recente un suo velen sottile

ha fatto azzurro, avanza; e con la mano,

già invitta nel frenar l'impeto ostile,

punge le nari a 'l veltro persiano.

«HYLA! HYLA!»

De la placida selva entro li abissi,

ove s'odon li egìpani bramire,

Ila di Misia, il giovinetto sire

a cui cingon la fronte i bei narcissi,

prono su la cerulëa sorgente

tutte le membra, in atto di ristoro,

v'immerge una sua grande anfora d'oro

con tardo gesto, dilettosamente.

Piegano a 'l peso de 'l metallo cavo

i calici de 'l loto; e treman l'acque

poi che l'efébo, ignudo come nacque,

in chinarsi v'intinge il suo crin flavo.

Ma da la man ch'è presa di languore

sfugge l'anfora e lenta si sprofonda:

ne 'l glauco vel la sua forma rotonda

appare qual meraviglioso fiore.

L'Asïatico già tende le braccia

trepidamente verso l'imo ignoto:

attonito, fra i calici de 'l loto

ei vede arguta ridere una faccia.

Insidiose, in lunghi allacciamenti,

ondeggiano le najadi lascive:

balenano di riso ne le vive

bocche le chiostre nivëe dei denti.

Isaotta Guttadàuro ed altre poesie · 第 1 / 4 段