Il professore trovò quello stesso giorno molte cose da fare che quasi
aveva dimenticato. Prima di tutto il direttore del giornale gli mandò
a dire che aspettava il seguito di un articolo sulla colonizzazione
della Sardegna, troncato sul più bello, come già era seguito e doveva
seguire più tardi alla colonizzazione medesima; e si rammentò in
tempo che aveva dato la posta a due dei consiglieri più danarosi
della Banca Nazionale, per trattare insieme della fondazione d’una
Banca-agricola-commerciale. Poteva dunque far tacere tutte le vocette
di rimprovero dell’amor ferito — non era punto vero che egli avrebbe
potuto accompagnare la comitiva ad Iglesias, affidando le proprie
faccende al cuoco.
Egli si chiuse in camera per quattro lunghe ore e in dodici paginette
finì di colonizzare tutta l’isola. Poi distribuì i lavori primaverili
ai contadini, gettò colle proprie mani il seme delle pianticelle
annuali, che dovevano ornare il giardino di comare Beatrice e
d’Angela, radunò le idee e rifece certi calcoli per tenersi pronto
alla conferenza sulla Banca agricola. — Trovò anche tempo di pensare ad
Angela.
La fanciulla aveva lasciato molta parte di sè nella sua cameretta
gentile; Silvio vi trovò un pettine che aveva strappato alcuni capelli
biondi e li teneva ancora fra i denti; vi trovò un mazzolino di rose
bianche staccate la mattina e una pagina su cui l’innamorata aveva
scritto: «parto, ma non ti lascio; io sono qui; aspettami. Angela tua.»
E Silvio era così docile all’amore, che stava lungamente nella
cameretta di Angela, appoggiato alla seggiola dove essa si era seduta
per iscrivere, contemplando il letticciuolo colle cortine bianche di
mussola e lasciando parlare il mazzolino di rose. «Io t’adoro,» diceva
il mazzolino di rose, e non sapeva dire altro — ma ce n’era d’avanzo.
Invece quante cose disse Angela, nella sua prima lettera! E non
bastarono.
«La miniera mi ha innamorata, diceva, ma per carità bada di non
diventare geloso.» Essa parlava con entusiasmo degli androni bui
sotto terra. Passeggiare colle fiaccole fra quelle pareti affumicate,
lontano dalla superficie terrestre; udire lo scoppio sordo d’una mina
in lontananza; ovvero, stando sull’orlo d’una galleria, affacciarsi al
pozzo d’estrazione e vedere venire su su, lentamente, la gabbia — tutto
ciò l’aveva sbigottita e commossa. Confessava che non si era immaginata
neppure una cosa simile, sebbene avesse letto tante descrizioni di
miniere e di minatori, e cominciava a credere che tutto quanto si può
leggere nei libri è sempre nulla in confronto di ciò che si vede e si
tocca. Poi le parlava del loro amore; lui forse ne riderebbe, ma essa
era sicura che in fondo al pozzo principale aveva sentito d’amarlo in
un modo nuovo.
Quella lettera che Silvio aveva aperta col batticuore — strana cosa!
— lo lasciò quasi freddo. Il suo egoismo d’innamorato accettava
di mala voglia la verità; forse avrebbe preferito la bugia. Certo,
l’inverisimile soltanto poteva contentarlo: che Angela, arrivata alla
miniera, gli avesse scritto fra le lagrime: «Accorri, Silvio, vola; io
non posso più vivere senza di te.»
Invece in quella prima lettera d’amore, la fanciulla accennava
appena al vuoto che essa sentiva senza di lui; e una volta sola, nel
poscritto, gli raccomandava di sbrigarsi delle faccende più urgenti per
poter fare una giterella alla miniera egli pure.
Se non avesse avuto tanto da fare per la Banca Agricola, tutto
quel giorno Silvio avrebbe ruminato il magro pascolo dato al suo
grande amore. Più tardi, dopo l’adunanza per la Banca Agricola,
seppe comprendere la sua piccola innamorata e fu così magnanimo da
consigliarle di star allegra e di divertirsi.
Quell’indulgenza ebbe il giusto premio; Angela nella seconda lettera
disse cose strazianti: essa faceva il possibile per accontentare
Silvio e divertirsi, ma quando era riuscita, ne aveva dispetto, e si
nascondeva agli occhi della gente per piangere. Voleva un esempio?
L’ingegnere Marini aveva combinato una rappresentazione a beneficio
della Società di mutuo soccorso fra i minatori; il teatro doveva essere
il camerone della scuola; reciterebbero Annetta, l’ingegnere Marini,
due caporali minatori e lei. Sì, anche lei; aveva accettato la parte
di amorosa, Annetta faceva l’ingenua. Angela sapeva già tutta la parte
senza suggeritore, le prove andavano benissimo — ebbene? — Silvio
sapeva quanto gusto trovasse Angela a recitare la commedia? — ebbene?
— quando alla prova le battevano le mani (perchè le battevano le mani
anche alle prove) — ebbene, essa sentiva una cosa venirle su su, dal
cuore fino alla gola, ed era inutile, doveva fuggire e piangere di
nascosto per non soffocare.
Che cosa era mai questo, se non era il grand’amore?
Ci pensò anche Silvio. Veramente, se non era il grande amore, che cosa
era mai questo?
Il professore non perdette un minuto; scrisse subito una lettera
melanconica; volendo confortare la sua fanciulla, chiedeva conforti
egli stesso; chiedeva anche il titolo della commedia in cui Angela
doveva fare la parte di amorosa e Annetta quella d’ingenua. La risposta
fu crudele; non era già una commedia, era la _Francesca da Rimini_,
tragedia di Silvio Pellico; Annetta recitava solo nella farsa. Le prove
andavano a gonfie vele; la rappresentazione doveva seguire prontamente.
In quei giorni Silvio ebbe il primo segno di stima dei suoi
concittadini; dovendosi eleggere alcuni consiglieri comunali, gli
vennero a proporre di farsi innanzi, assicurandogli la riuscita;
il _Giornale di Sassari_ era disposto a _portarlo_ con tutte le sue
forze; Silvio non doveva far altro che scrivere una lettera programma,
manifestando brevemente tutte le sue idee amministrative.
Il professore non aveva molta voglia d’essere consigliere comunale;
mettendo una mano sulla coscienza, non poteva nemmeno dire d’aver
molte idee amministrative, era però quasi sicuro che il modo migliore
di amministrare la cosa pubblica fosse l’onestà operosa ed attenta.
Scrisse queste cose alla buona al direttore per iscusarsi se non si
faceva avanti — e il direttore le stampò gridando in prima pagina che
la migliore amministrazione della cosa pubblica, Sassari la doveva
chiedere all’onestà operosa ed attenta. Conchiudeva: «Mandate al
Municipio degli uomini onesti, mandate il professore Silvio Boni, le
cui doti d’ingegno e di cuore, ecc.»
Così Silvio si vide preso dal suo eremo, e _portato_ in piazza.
Non ne fu scontento, aveva anch’egli il suo amor proprio, e non era
indifferente ad una dimostrazione di stima; credeva inoltre che la
qualità di consigliere comunale dovesse rendergli più facile il fare
un po’ di bene al suo paese — e in questo forse s’ingannava. Intanto la
qualità di candidato fu per due settimane la sua croce. Si pubblicò in
quei giorni un foglietto a posta per combattere i consiglieri proposti
dal _Giornale di Sassari_; a Silvio facevano il rimprovero d’aver
passata tutta la vita nel continente, di vivere ancora come un eremita,
di non conoscere i bisogni veri di Sassari, di vagheggiare certe utopie
che non conducono a nulla, e infine d’essere, in buona fede, uno di
quei novatori spesso fatali, sempre pericolosi.
Finalmente la tortura finì; Silvio fu consigliere comunale.
Egli ne diede la notizia ai suoi amici e ad Angela; la quale rispose
che era molto contenta, sebbene non si facesse un’idea chiara del
valore di questa nomina. Aveva anch’essa una gran notizia da dargli;
la recita della _Francesca da Rimini_ era stata un trionfo; battimani
ad ogni scena; grida di brava! chiamate — ma il più bel momento era
stato la morte di Francesca, dopo il duello fra i due fratelli. Angela
era caduta magnificamente sul fianco; si era perfino fatta un pochino
male ad un braccio, ma non era nulla; costretta dagli applausi, così
morta com’era, aveva dovuto sollevarsi un tantino per ringraziare.
Veramente essa voleva tener duro, perchè non si è mai visto che i morti
ringrazino, ma sì, quel pubblico di minatori non la voleva intendere.
_Francesca da Rimini_ doveva essere replicata la settimana dopo.
La notizia non rallegrò niente affatto Silvio; egli si risovvenne che
nella _Francesca da Rimini_ vi è un Paolo, il quale dice delle cose
audaci a Francesca, e gliele dice in versi sciolti, che dispiacciono
molto a Gianciotto.
Se non fosse stato per assistere alla prima adunanza del Consiglio
comunale rimesso a nuovo, Silvio avrebbe dato retta ad una voce che gli
raccomandava di far subito la valigia e pigliare la diligenza. Invece
d’andare, scrisse una lettera di quattro pagine fitte, tutta piena di
_espressioni_ come piacevano ad Angela, una lettera in cui parlava del
proprio cuore e del cuore della fanciulla come di due persone separate,
poste a mezza via fra cielo e terra, e incaricate unicamente di
custodire il loro amore, o per dire con più esattezza, la fiamma sacra
del loro amore.
La risposta a quelle quattro pagine tardò a venire, ma fu piena
d’amore. Angela confessava d’aver avuto torto non scrivendogli subito;
ma non sapeva come era; le fuggiva il _tempo_; del resto non faceva che
rileggere la sue lettere, e pensare a lui; e l’amava, oh! l’amava come
una pazza, e non vedeva l’ora d’essere di lui per sempre, di lui o di
nessun altro, di lui o della morte.
Fu un gran silenzio nella mente di Silvio, dopo la lettura di questo
foglio, il quale non era giunto da Iglesias solo. Ce n’era un altro di
cui gli pareva di conoscere i caratteri; il professore l’aprì e lesse:
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina
Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti
del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote...»
Silvio si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e non lesse altro.
La mattina successiva prima del passaggio della diligenza egli era
sullo stradone, con una valigia in mano, un po’ pallido ma sorridente
ancora. Dava le ultime istruzioni a Giovanni, il quale gli raccomandava
dal canto suo di dire tante cose ad Annetta. Poi la diligenza si
annunziò col rumore dei sonagli, il professore fece un cenno, il
carrozzone si arrestò, lo accolse sull’imperiale, partì. Subito Silvio
cavò di tasca la lettera dell’ingegnere Marini che aveva già letto
parecchie volte, e la rilesse ancora.
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina
Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le
doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote.
Io ho ventiquattro anni compiuti, sono padrone di me stesso, ho
una professione abbastanza lucrosa, e qualche pezzo di terra nel
Campidano di Cagliari.
«Del mio temperamento, del mio passato, potrà avere informazioni a
Cagliari, ad Iglesias e qui alla miniera. Mi sento capace di far
felice la donna che acconsentirà a legare la sua sorte alla mia.
Ho detto tutto; amo ardentemente la signorina Angela, e voglio
consacrare la mia vita a rendermi degno dell’amor suo...»
Silvio fece parecchie domande a questa lettera. Prima di tutto
l’ingegnere Marini, che andava per le vie spicciative, aveva detto
nulla alla ragazza? Nella lettera non era fatta alcuna allusione ai
sentimenti di Angela, non vi si vedeva traccia di lusinga, fuorchè la
fiducia generica di render felice la donna che acconsentisse a legare,
ecc.
Quell’ingegnere, col suo risolino d’uomo contento, si comportava
onestamente; non empiva la testa d’una ragazza, prima di scrivere al
tutore; ma anche senza empire la testa di Angela, qualche parolina,
qualche occhiata, avevano dovuto tradirlo, e se con tutto ciò scriveva,
era indizio che Angela... Orribile pensiero! Ma no, solo che Angela
avesse notato qualche cosa d’insolito nella parte dell’ingegnere,
qualche cosa che Paolo non fosse in tutto il suo diritto di dire o di
fare a Francesca, subito gli avrebbe lasciato intendere che essa era
già fidanzata ad un altro.
Anche comare Beatrice, anche Cosimo, se avessero avuto il minimo
sospetto, si sarebbero affrettati a scrivergli, e invece gli avevano
mandato i saluti per mezzo di Angela. No, no; quell’ingegnere era
savio; non sapendo che Angela era d’un altro, la voleva per sè, e si
rivolgeva al tutore prima d’aprirsi colla ragazza. Uomo esemplare!
A Silvio basterebbe pigliarlo in disparte, dirgli bonariamente come
stavano le cose, magari fargli leggere l’ultima lettera di Angela,
quella in cui la fidanzata «non vedeva l’ora di essere di Silvio per
sempre, di Silvio o di nessun altro, di Silvio o della morte.»
Bizzarro fenomeno; queste ultime parole che, a dirle con un accento da
stordito, gli davano una compiacenza baldanzosa, rivedute da vicino,
sulla carta, gli fecero il medesimo effetto della prima volta.
E quest’idea fu un cattivo compagno di viaggio per Silvio; il quale
arrivando il giorno dopo ad Iglesias, non aveva soltanto le ossa rotte
dai trabalzi della diligenza, ma anche la testa stordita.
Non era ancora il mezzodì quando la diligenza arrivò ad Iglesias;
secondo il suo vecchio costume, Silvio non aveva avvertito nessuno del
suo arrivo, affidò la valigia ad un oste, coll’incarico di mandarla
alla miniera, e si avviò sconosciuto e pedestre.
Aveva già almanaccato in viaggio, ma all’ultimo momento gli bisognava
ancora raccogliere le idee.
Nell’immaginare disastri egli era andato fino all’inverisimile; aveva
preveduto il caso che Angela si fosse innamorata dell’ingegnere Marini,
e perfino — orribile a dirsi — che l’ingegnere gli avesse scritto colla
complicità della fanciulla.
Ed era sopratutto in queste ipotesi disgraziate che importava arrivare
inaspettato, per leggere subito nel turbamento dei colpevoli e
salvare... che cosa mai? la dignità offesa. Ahi! il professore era
giunto a quel punto della vita in cui le piaghe dell’amore si medicano
coi cerotti dell’amor proprio.
Affrettando i passi su per l’erta, egli si rallegrava melanconicamente
della propria accortezza: — Supponiamo sempre il peggio, pensava,
cioè che si amino; se io prima di giungere fra loro due mi fossi
fatto annunziare dal telegrafo, che cosa seguirebbe? Che troverei
probabilmente Angela ammalata, lui assente — comare Beatrice e Cosimo
si piglierebbero la briga di spiegarmi il resto.
Al mezzodì egli era arrivato alle case della miniera, allora rallentò
il passo perchè non si potesse dire che aveva l’aria di accorrere a
smorzare un incendio amoroso, e penetrò nell’abitazione del direttore,
senza che nessuno l’avesse visto. Un momento dopo era alla presenza
di Beatrice, la quale, vedendolo, mandò un piccolo grido e si rizzò
per fargli festa. Silvio notò subito che l’aria montanina aveva fatto
molto bene a Beatrice. Le sue guance erano rifiorite; nel suo corpo
ingentilito e rassodato un’altra volta non si vedeva più traccia del
lavoro troppo casto della maternità.
— Compare mio! diceva la contessa; e le brillavano gli occhi e le
tremava un tantino la voce — compare mio, siete proprio voi? Oh!
perchè non ci avete avvisato? Il mio Cosimo vi sarebbe venuto incontro
ad Iglesias col biroccino, si sarebbe tutti qui a farvi festa. Le
improvvisate hanno un lato brutto.... Ecco, mi trovate sola; e se non
fosse del mio bimbo, forse non sarei qui nemmeno io...
Essa si voltava a guardare una culla di vimini, dove il piccolo Silvio
dormiva coi pugni chiusi.
— Siete sola? disse il professore facendo l’allegro; non me ne lagno;
dov’è Cosimo?
— Cosimo è uscito col direttore della miniera; sapete? cominciamo
ad ammalarci di nostalgia, non vediamo l’ora di tornare a _Speranza
Nostra_; mio marito faceva conto di sbrigare ogni cosa questa mattina e
di partire...
— E Angela?
— Angela... per parlarvi del mio bimbo dimenticavo Angela; siamo tutti
un poco egoisti... Angela dorme. L’ho vista poc’anzi, è incomodata...
ma si sente meglio...
— È ammalata? balbettò il professore.
— Una cosa da nulla... è stata bene fino ad un’ora fa: era abbastanza
allegra, ma si è sentita venire il capogiro... e si è messa a letto.
— E ora dorme, conchiuse Silvio.
— Vado a vedere se dorme, disse Beatrice; quando sappia che siete
arrivato, guarirà subito.
— E l’ingegnere Marini?
— Ah! stamattina era qua; ma ha ricevuto un telegramma da Iglesias
ed ha detto che andava via.... Vado a vedere se Angela è sveglia; vi
lascio con vostro figlioccio.
Essa escì, e il professore rimase solo in faccia a quell’innocente,
che, dormendo, stringeva i pugni, come era tentato di fare anche
Silvio, per resistere ad un brutto sogno.
Non rimaneva nemmeno un’ombra al suo disastro. La commedia tutta
quanta, eccola: un telegramma ha annunciato l’arrivo del padre nobile
corbellato; subito la prima amorosa si è fatta venire il capogiro, il
primo amoroso si è nascosto.
E tutto ciò perchè? Perchè il tutore abbia agio di comprendere il
grosso della faccenda senza farsela spiegare e si prepari alla scena
ultima.
— Dorme! annunciò comare Beatrice entrando; non l’ho svegliata perchè
potrebbe farle male.
Silvio guardò fissamente in volto la sua bella comare e la costrinse ad
arrossire.
— Comare mia, le disse melanconicamente; voi non sapete nascondere la
verità; subito vi piglia la paura di dire una bugia.
— Compare mio, mormorò Beatrice, stringendogli la mano; vi assicuro che
dorme.
— So tutto, insistè Silvio freddamente; l’ingegnere mi ha scritto.
— Vi ha scritto! Ha proprio perduto la testa... Ma quello che non vi
avrà detto lui ve lo dirò io, ve lo diremo noi; a noi presterete fede,
compare mio? ebbene, non ci è nulla, altro che una di quelle vampate
di un’ora... una ragazzata... Appena essa vi vedrà, sarà tutto finito,
e quando saremo a _Speranza Nostra_ non ce ne ricorderemo neppure...
giusto per questo Cosimo voleva partire la settimana ventura...
Silvio, volendo salvare almeno la propria dignità, sorrideva e crollava
il capo.
— Angela dorme? domandò dopo un breve silenzio.
— Ve lo assicuro.
— Grazie, sono contento che dorma; addio, comare mia, vado in cerca di
Cosimo...
— State allegro, compare... io non posso venire con voi perchè questo
piccolo monello mi sente anche dormendo; se lo abbandono si sveglia, è
pieno di giudizio...
Lo accompagnò nondimeno fino all’uscio, e di là gli raccomandò ancora
una volta:
— Tornate presto, compare, state allegro.
Il professore non andò in cerca di Cosimo, ma diresse tranquillamente
i suoi passi alla scuola, per vedere il teatro in cui si erano
rappresentate le scene precedenti della sua piccola tragedia.
La scuola era a terreno, e la porta di strada era socchiusa; entrò.
Attraverso la gran tenda che separava la sala dal vestibolo giungeva il
suono d’una voce cadenzata.
Era Annetta, che provava la sua parte.
Scena seconda; il professore e detta.