Tutta l’invernata successiva fu per Cosimo e per Beatrice un tempo di
pace, fuggito nell’aspettazione tranquilla del loro piccolo Messia,
che doveva arrivare in primavera. A Silvio e ad Angela la felicità
sorrideva ancora da lontano, ma non perciò essi si perdevano d’animo;
erano abbastanza contenti di sapere che la meta non fuggiva e che ogni
giorno tramontato segnava un passo innanzi. Poichè se il Codice civile
era severo con Angela, la fanciulla si proponeva d’essere scrupolosa
nel far valere il proprio diritto e di non rimanere zitella nemmeno un
giorno più del necessario. Silvio fingeva di ridere della fretta della
sua fidanzata, ma per essere sinceri, a momenti aveva più fretta lui.
Era quando gli sembrava di declinare a vista d’occhio, di precipitare
addirittura nella vecchiaia. Allora, col pretesto di tormentare un
pochino la sua fanciulla, manifestava sgomenti e dubbi che tormentavano
lui.
— Vedrai, diceva; ora ti sembra d’amarmi, ma quando tu avrai quindici
anni, io ne avrò trentacinque, sarò vecchio e non mi vorrai più bene.
Al che Angela aveva già trovato la risposta.
— Quando tu avrai novant’anni, aveva detto, io ne avrò settanta, e
saremo vecchi tutti e due e ci vorremo sempre bene.
Ah! essa poteva pensare alla vecchiaia senza sgomento, perchè il suo
amore, perchè tutta la sua vita erano l’avvenire!
E intanto Angela veniva facendo di tutto per correggere gli scrupoli
di suo zio; in pochi mesi si era fatta alta quanto comare Beatrice,
e senza cessare di essere un po’ monella e un po’ sentimentale aveva
certi quarti d’ora di sussiego da contentare il più austero dei mariti.
In lei la donna non vi era forse ancora, ma il pretesto all’amore vi
era già tutto. — Che cosa è l’amore? aveva chiesto Angela un giorno
che si faceva il giuoco delle domande; al che Silvio aveva risposto
all’improvviso, colla matita: — Un desiderio sempre sveglio, sempre
insoddisfatto, di ottenere una cosa che ci sfugge. — La fanciulla lì
per lì non aveva capito nulla, e lo stesso Silvio, lì per lì, ne aveva
inteso pochino; più tardi, quando egli ritrovò la domanda e la risposta
nel quaderno di Angela, scritte con inchiostro rosso, che pareva
sangue, ci pensò lungamente e sotto gli occhi di Angela aggiunse al
quaderno queste altre parole cattive che la fanciulla intese anche meno
delle precedenti, che non è dir poco:
«Pensa, scrisse Silvio, che cosa deve essere l’amore d’un vecchio, il
quale, senza avvedersene, ama nella sua fanciulla la propria giovinezza
perduta!»
— Il vecchio... senza avvedersene... nella sua fanciulla, ama la
propria giovinezza perduta... balbettò Angela. E vuol dire?
— Vuol dire che t’amo tanto da perdere il giudizio e scrivere delle
cose senza capo nè coda.
Angela non istentò a credere che fosse proprio così.
Non perciò era scontenta del suo Silvio, gli piaceva essere amata anche
in quel modo strano ed oscuro; e solo che Silvio avesse avuto il cuore
un po’ più aperto all’entusiasmo, all’estasi, non avrebbe trovato nulla
a ridire in quella sua filosofia, quasi sempre bigia, qualche volta
nera. Glielo diceva chiaro: — Zio Silvio, gli diceva (essa lo chiamava
ancora «zio Silvio» fuori del quaderno) — zio Silvio, a ragionare così
nel buio che gusto c’è? A me non dispiace la melanconia, tutt’altro, ma
la melanconia che piace a me è una melanconia diversa, che non fa male.
Verissimo; ad Angela non dispiaceva la melanconia, anzi ci trovava
gusto; ma doveva essere una melanconia senza fondamento, come a
dire lagrime di rugiada, gemiti di tortorella, ferite orrende fatte
colla spina d’una rosa. Tante volte, se lui fosse stato capace di
comprenderla, tante volte, al crepuscolo, accompagnando cogli occhi una
nuvola viaggiatrice, si sarebbe ammalata così, di nulla, cioè d’amore
e di dolore, per farsi guarire dal venticello del tramonto, da una
carezza, da un bacio. — Ma sì, lui non sapeva sospirare al vento e
pigliare sul serio le nuvole vespertine.
Non la comprendeva bene, ecco.
Era da compatire, aveva altre nuvole nel cervello, il professore,
nuvole vespertine anche queste, ma un po’ scettiche, molto filosofiche
e punto romantiche. E se egli non pretendeva che la sua fidanzata vi
tenesse fissi gli occhi della mente, che sarebbe stato pretendere
l’impossibile, doveva pur riconoscere che mancava qualche cosa a
rendere perfetto il loro amore e che vi era ancora un distacco fra
Angela e lui. Che farci? nulla; aspettare che il tempo compisse
l’opera sua, e intanto pigliare dell’amore quel poco che concedevano i
quattordici anni della futura sposa.
Dell’amore di Angela, Silvio non poteva dubitare, perchè essa aveva
trovato cento maniere di dirgli che l’amava, che lo adorava come un
angelo mandato da Dio, come Dio stesso, ed anche più. Cosicchè il
professore finì col dire a sè medesimo senza peccare di immodestia che
la cosa era naturale. Pensò: «Aiutandosi coll’immaginazione, essa vedrà
sempre in me un ideale severo che non potrà mai raggiungere; forse è il
privilegio dei vent’anni che ci separano; oggi il mio amore la lusinga;
la rassicurerà domani; la conforterà più tardi.»
Gli pareva bensì che a lui dovesse toccare un giuoco difficile, quello
di parlare all’immaginazione col ragionamento, ma era determinato a
vincere; la posta era grossa: amare ed essere amato.
Tutta questa filosofia, che più tardi doveva fare un gran bene al
professore, intanto qualche volta lo seccava. Allora diceva sottovoce
a sè stesso: «amico, tu ragioni troppo; fa come lei: accontentati
d’amare» — e diceva forte scherzando: «bambina mia, quanto bene mi vuoi
oggi?» Angela accettava subito lo scherzo; pigliando un’aria infantile
e allargando le braccia, balbettava: «tanto così.»
Ma non sapeva fare come una volta.
— Sono troppo grande, diceva per iscusarsi, ma ti adoro!
Non era aspettato che a marzo; venne invece una notte di febbraio,
annunziandosi quasi all’improvviso ed empiendo ad un tratto la casina
bianca di un trambusto silenzioso e solenne. Ma fu, come doveva essere,
un maschio; e dopo aver portato per tutta una settimana i più strani
nomi che l’amore paterno possa immaginare, ebbe finalmente un nome
di cristiano battezzato. E si chiamò Silvio, come il compare della
pallida mammina, la quale, sorridendo dal suo letto al nuovo amore,
era certamente così bella, come non era stata mai. Ma ora il professore
poteva notare questa cosa ed altre senza turbamento.
Quando la mammina, sotto gli occhi di tutti, dava la merenda o la cena
al neonato, a Silvio bastava guardare la faccetta bianca di Angela per
leggervi che essa era pronta e rassegnata a fare altrettanto.
Nel mese di marzo l’ingegnere Marini scrisse, rammentando al conte
Cosimo la promessa fatta per bocca di Silvio.
Egli dava le migliori notizie del filone; era un filone grosso,
alquanto inclinato, e se i calcoli non erravano, faceva una giravolta,
tanto per fermarsi più lungamente nei poderi del conte. Già compiuti i
lavori di preparazione, un nuovo pozzo d’estrazione e un pozzo d’aria,
assicurava che per istrappare al filone tutta la calamina e il piombo
argentifero, ci vorrebbero un paio d’anni almeno, forse più.
Se Cosimo manteneva la promessa d’andare a visitare la miniera colla
sposa, ci sarebbe forse qualche piccola modificazione da fare nel
contratto, coll’utile dei proprietari vecchi della miniera e del
proprietario nuovo.
— È necessario andare, disse Silvio; ora poi che sei padre di famiglia,
non devi stare in dubbio un momento. L’aria del monte farà bene a
comare Beatrice e non farà male a mio figlioccio. Partite, a _Speranza
Nostra_ basto io...
Egli disse queste parole senza pensarci quasi, tanto erano facili e
naturali; ma appena le ebbe dette, ne vide la conseguenza necessaria e
dolorosa — anche Angela dovrebbe partire. Non sarebbe bello che la sua
fidanzata rimanesse sola con lui, tanto più che Annetta accompagnava
la padrona. Invano si provò a dire che non vi era alcun male, che
Angela era sua nipote, anzi sua pupilla, e che in fin dei conti era
una fanciulla; guardandola appena, si vedeva subito che non era più
una fanciulla. E poi che farebbe Angela in _Speranza Nostra_, sola con
Giovanni, con Ambrogio e con lui?
Non vi era rimedio; bisognava soffrire.
— Sarà per poco, disse ad Angela, dopo averlo detto a sè stesso, ma ci
dobbiamo separare; va, fanciulla mia, sposa mia, vedrai una campagna
diversa, una vita nuova, respirerai tu pure l’aria sana del monte, mi
amerai sempre e me lo scriverai spesso.
Il professore non avrebbe mai immaginato che il sacrificio fosse tanto
difficile per lui; l’aveva creduto invece meno facile ad Angela. La
quale prima pianse, poi parve rassegnarsi e in ultimo non nascose quasi
la contentezza di variare per poco la vita che faceva da tanto tempo,
di fare un lungo viaggio in diligenza, di salire sopra una montagna per
poi scendere nei pozzi delle miniere e far delle passeggiate misteriose
colle fiaccole nelle gallerie sotterranee. Solo al momento di partire
per davvero, la tenerezza la vinse una altra volta, e parve che
volesse versare nuove lagrime; ma appena l’eroico Silvio le ebbe detto,
ridendo nervosamente:-ecco, ora piangi, ci scommetto, — essa nascose
un momentino la faccia nella pezzuola, poi disse piantando gli occhi
lucenti in faccia al suo adorato sposo: — non piango; guarda... non
piango.
— Brava! disse il professore, così va bene.
— E ricordati, soggiunse parlandole all’orecchio, ricordati di amarmi
tutti i giorni e di scrivermi tutte le settimane.
Essa era disposta a fare di più, anche a scrivergli tutti i giorni.
Del resto non sapeva egli in che modo essa lo amava?
Sì, lo sapeva, Angela cara!
Silvio accompagnò i viaggiatori fino alla valle di _Scala di Gioca_,
e colà diede l’ultimo addio: diede anche un bacio agli amici, un bacio
che cominciò dal figlioccio, passò per Cosimo e per comare Beatrice, e
si trattenne in ultimo un po’ più sulle labbra di Angela.
«Ricordati,» disse quel bacio. E quel medesimo bacio rispose: — lo sai
bene come t’amo!
— Sì, sì, lo so, Angela cara!
La diligenza cominciò la discesa tortuosa, e Silvio rimase appoggiato
al parapetto di sasso, che domina la splendida vallata.
Egli seguiva come istupidito il grosso carrozzone, che si portava via,
frettoloso, tutta la festa del suo cuore, scomparendo ogni tanto,
in lontananza, dietro gli ulivi, riapparendo più giù, annunziato
dal rumore dei sonagli e da una pezzuola bianca sventolata ad uno
sportello.
Silvio accompagnò così la diligenza fino al fondo della vallata, poi
la perdette di vista, poi la rivide come un punto sullo stradone di
Codrongianus. Da un pezzo non iscorgeva più nulla, e rimaneva ancora
dinanzi al parapetto.
Rimasto solo, il suo primo pensiero fu che avrebbe potuto egli
pure andare ad Iglesias cogli amici; che _Speranza Nostra_ avrebbe
sopportato benissimo quindici giorni di assenza, od anche un mese,
tanto più che Giovanni sapeva il fatto suo e pur d’istruirlo a
dovere....
Silvio pensò sul serio tutte le raccomandazioni che avrebbe dovuto dare
al cuoco per potersi pigliare un poco di vacanza, e non permettere
alla sua fidanzata di andarsene sola. Quando ebbe pensato molto, ed
accomodato ogni cosa, si svegliò come da un sogno, e disse: a quest’ora
sono a Codrongianus. Volse le spalle alla vallata, e tornò a _Speranza
Nostra_, dove l’aspettava un compagno di sventura. Il cuoco era
sull’uscio di casa, ed aveva il faccione tondo spartito dal suo sorriso
enorme — non penava niente affatto.
— Sono andati? domandò allegramente, e non ricevendo risposta e non
ne aspettando, soggiunse confidenzialmente: ma torneranno! e faremo le
nozze quest’estate.
Il professore credette che parlasse di Angela, e si meravigliò che
Giovanni ne sapesse più di lui; ma guardando in faccia il cuoco, si
ricordò il frammento di dialogo inteso nella viottola e comprese ogni
cosa.
— Annetta ti piglia?
— Se mi piglia! esclamò il cuoco: mi ha già preso e non mi lascia.
Per spiegare il proprio concetto, quel fatuo accostò una mano alla
bocca, come per assaggiarla, ed annunciò semplicemente e sicuramente:
«è cotta!»