XIII.

— Brava Annetta! disse Silvio attraversando la platea.

— Gran Dio! esclamò la servetta; il professore!

— Sono io; e indovina che cosa ti porto?

— Lo indovino, Giovanni!

— È troppo; ti porto soltanto i suoi saluti.

Dicendo queste parole Silvio, saliva l’unico scalino che separava la

platea dal palcoscenico.

— Che parte provavi? Che cosa si prova? Quando si recita?

— Forse non si recita più, sospirò Annetta; l’ingegnere Marini è di

cattivo umore.

— Ah! è di cattivo umore! e dov’è l’ingegnere Marini? Non verrà qui?

Annetta guardava fisso il professore; pareva che avesse una gran voglia

di parlare, ma che non sapesse ancora se l’accento agrodolce di Silvio

significasse proprio quello che s’intendeva lei.

— Ha detto che partiva, rispose; che andava ad Iglesias...

— Ma non è partito, aggiunse Silvio tranquillamente.

— Come lo sa?

— Senti, Annetta, ho bisogno di parlare subito all’ingegnere Marini;

vagli a dire che lo aspetto.

Annetta si lasciò pigliare nella trappola, e disse:

— Vado e vengo. Ha visto la signorina?

Siccome Silvio non rispose, Annetta alzò gli occhi al cielo

congiungendo le mani, e scese in platea con evidente ripugnanza, perchè

avrebbe preferito uscire da una porta in fondo o dileguare fra le

quinte.

Scena terza — il professore solo.

Egli andò lentamente dalla bocca d’opera alla parete in fondo, dove si

apriva un finestrone, e stette là, coi gomiti appoggiati al davanzale;

gli sembrava di recitare la commedia davvero, e ripeteva fra sè e sè la

frase con cui doveva accogliere il suo rivale. Le parole di Beatrice

non gli lasciavano alcuna incertezza sulla propria dissavventura

amorosa, ed era meglio così; pensava con raccapriccio alla parte

che egli avrebbe dovuto fare, se fosse giunto impreparato dinanzi

all’ingegnere, con tutte le sue illusioni di fidanzato maturo. Il cielo

pietoso gli aveva risparmiato il ridicolo. — Grazie, cielo pietoso!

Disse queste parole con accento teatrale, e si voltò per assicurarsi

che nessuno l’aveva udito. In teatro non c’era anima viva. Gli venne

veduto uno scartafaccio sopra una mensola ed andò a prenderlo; lesse:

«_Aristodemo_, tragedia di Vincenzo Monti.» Collo scartafaccio si battè

la fronte, e domandò a sè stesso: — Ci è altro a fare? — Non rispose

neppure, tanto era chiaro che non c’era altro. Se avesse tentennato

ancora, un’occhiata ad una breve epigrafe scritta colla matita sul

muro scialbato e chiusa fra quattro linee come in una cornice, avrebbe

troncato ogni dubbio. La scritta diceva:

PAOLO e FRANCESCA

COSÌ ALMENO UNITI

Da principio il professore non intese bene in che modo Paolo e

Francesca si unissero, ma notando che Paolo era scritto da una mano e

Francesca da un’altra, e che _almeno_ era sottolineato, ebbe un primo

barlume della faccenda. La quale gli parve proprio chiara, quando

sulla stessa parete, un po’ più sotto, vide accoppiati altri due nomi

autografi: _Angela Boni e Baingio Marini_. — Nient’altro, ma bastava.

Il professore aprì lo scartafaccio, e declamò con accento magnifico:

_Ecco la tomba, ecco l’altar che deve_

_Del mio sangue bagnarsi...._

— «Paolo e Francesca, soggiunse cambiando tono, così almeno uniti.» È

troppo poco essere uniti così.

— Lei qui! esclamò l’ingegnere Marini, entrando in platea.

Egli aveva l’aria di affrettare il passo, ma impiegò in realtà un poco

più del tempo necessario ad attraversare il camerone, e giunto sul

palco scenico aveva la faccia accesa come se arrivasse di corsa e di

lontano.

— Scena quarta; l’ingegnere Marini e detto — disse il professore

pigliando la mano che gli veniva offerta, e cercando cogli occhi una

seggiola.

Più pratico del luogo, l’ingegnere corse a prendere due sgabelli fra le

quinte.

— Quando è arrivato? domandò poi, tentando con poca fortuna la solita

risatina d’uomo contento.

— Ho ricevuto la sua lettera, disse il professore con un sussiego da

primo attore; e invece di mandarle la risposta, gliela porto io stesso.

L’ingegnere non fiatava più. Silvio proseguì come se fosse incalzato

dal suggeritore:

— Ma prima di risponderle, bisogna che io le faccia una domanda; dopo

di che c’intenderemo facilmente.

— Dica... balbettò l’ingegnere.

— Sa lei che Angela è la figlia d’un bandito?...

— Sissignore...

— Sa che questo bandito, mio fratello, fu accusato ingiustamente...

— Ingiustamente.

— Accusato d’omicidio e condannato a morte?

— Sissignore.

— Sa che la condanna non fu eseguita perchè Giorgio fuggì in Africa, e

sa che tornato dopo molti anni per rivedere la figlia, il disgraziato

morì senza aver potuto provare la propria innocenza?

— Sissignore.

— Lei sapeva tutte queste cose prima di scrivere la sua domanda, o ne

fu informato dopo?

Senza riflettere e fregandosi le mani un tantino, l’ingegnere Marini

rispose che ne era stato informato prima e dopo... cioè...

— Cioè?

— Cioè, mi spiego... la storiella del padre della signorina è

notoria... venendo a Sassari la prima volta, io sapeva già ogni cosa.

— E nondimeno, chiese Silvio con disinvoltura, lei non ha titubato?

Non aveva titubato — parola d’onore.

E non era pentito...? E non c’era pericolo che si pentisse? Era proprio

sicuro di non obbedire ora ad un capriccio?

L’ingegnere era sicurissimo, sebbene paresse un poco impacciato.

Ma a questo punto Silvio trovò una bella idea e fu magnifico

nell’improvvisare la sua parte.

— Dia qua la mano, diss’egli; lei mi toglie da un grave impiccio, e

non saprà mai quanta gratitudine le debbo; forse è meglio che non lo

sappia; io vorrei dirle fin d’ora: Angela è sua; ma rimangono alcuni

ostacoli.

Silvio diede un tempo lungo all’ingegnere, perchè egli potesse dire

qualche cosa; l’ingegnere non fiatò.

— Il primo ostacolo può essere la volontà della fanciulla; io non so se

Angela sarà contenta...

— È vero... lei non sa...

— E nemmeno lei, probabilmente?

— E nemmeno io...

— Un secondo ostacolo potrebbe essere questo: Angela è fidanzata ad un

altro.

L’ingegnere zitto.

— Ma si rassicuri, proseguì Silvio; quest’altro sono io; e la ringrazio

tanto tanto.

— Lei! esclamò l’ingegnere, tirando indietro il capo come per stupore.

Disse male la parola, non eseguì bene l’atto, e Silvio ebbe la

tentazione di raccomandargli la naturalezza; ma era stordito egli

stesso, e tacque un poco prima di ripigliare il filo. Durante quel

silenzio l’ingegnere si provò un’altra volta a ripetere: lei! tirando

indietro il capo, ma non riuscì bene ancora. Con un gesto risoluto il

professore mandò qualcuno o qualche cosa a farsi benedire, poi riprese

a dire pacatamente:

— Dunque mio fratello buon’anima si era messo in capo che la figliuola

corresse il rischio di rimanere zitella per colpa sua, e mi aveva fatto

promettere di pensare io a farla felice. Ciò significava: — sposala

— ed io sebbene non mi senta una vera e propria vocazione per il

matrimonio...

L’ingegnere Marini invece se la sentiva, vera e propria e irresistibile

— gli si leggeva in faccia.

— Me la sposavo, concluse Silvio. La ragazza non era scontenta; all’età

di Angela si è sempre contente d’un marito purchessia... Essa è quasi

una bambina...

— Quasi... fece eco l’ingegnere.

— Ha soltanto quattordici anni...

— Compiti...

— Compiti...

Ancora un breve silenzio; il professore proseguì:

— Lei dice benissimo: ha quattordici anni compiti. Per isposarla,

aspettavo che ne avesse quindici, anzi un po’ più di quindici — ma

Angela non sapeva questo; la piccina s’impazienta facilmente. Io

non voleva chiedere due dispense. Perchè lei, caro ingegnere, deve

sapere...

Sapeva ogni cosa l’ingegnere; era benissimo informato delle nostre

leggi civili e religiose, non ignorava che al matrimonio fra zio e

nipote occorre una dispensa del re... e una del papa, che la prima è

facile e la seconda difficile...

— Come sa che è difficile? domandò l’ingegnere.

— Mi sono informato... scappò detto all’ingegnere.

Subito guardò in faccia il suo rivale, e vedendosi colto in fallo, fu

il primo a ridere.

— Ebbene sì, disse mentre Silvio lo minacciava col dito, ebbene sì, lo

confesso; io sapeva tutto; la mia scusa è l’amore... si metta ne’ miei

panni e mi compatirà.

Silvio ci si metteva nei panni dell’ingegnere, comprendeva tutto e

compativa ogni cosa — ma nondimeno continuava a minacciare col dito il

suo rivale.

— E sapendo che Angela era la mia fidanzata, lei non ha titubato a

domandarmela in isposa...?

Ecco... questo poi no; l’ingegnere al contrario aveva titubato molto;

ma siccome per isposare una ragazza, prima di tutto conviene impedire

che la sposi un altro, così aveva scritto...

Angela aveva acconsentito?... non si era provata a dissuaderlo?

— La povera ragazza, disse l’ingegnere, non voleva.

— Ah! e che cosa voleva la povera ragazza?

— Voleva morire...

— Povera ragazza! disse Silvio; a quattordici anni non si muore, se si

ha da pigliare marito a quindici.

— Ma io, confessò l’ingegnere trionfando, scrissi a lei di nascosto,

e solo dopo aver scritto la domanda ho confessato ogni cosa alla

signorina...

Silvio credette di poter indovinare facilmente il resto.

— Il resto si capisce, disse; lei pensò che io sarei subito venuto a

vedere e toccare come stavano le cose.

L’ingegnere faceva di sì col capo.

— Mi aspettava oggi o domani?

L’ingegnere faceva sempre di sì.

— E aveva incaricato un amico d’Iglesias di mandarle un telegramma

appena io fossi apparso all’orizzonte.

— Proprio così! esclamò il giovinotto; lei ha capito tutto...

— Il telegramma, proseguì Silvio incoraggiato, è giunto due ora fa; lei

ha visto subito Angela e le ha consigliato di ammalarsi...

— Angela è ammalata? domandò l’ingegnere ansioso.

— Non lo sa?... si rassicuri, Angela ha solamente l’emicrania e il mal

di nervi; essendo fidanzata ed infelice è doppiamente nel suo diritto

di avere questi incomodi... Ma dunque lei non l’ha informata?

— Le voglio dir tutto, disse l’ingegnere guadagnato interamente

dall’arrendevolezza del suo rivale, e già reso un po’ brillo dalla

propria felicità — ecco, come ho fatto; guardi da quel finestrone; vede

quella casetta rossa? la terza finestra...

— Quella che ha una persiana chiusa e l’altra aperta?

— Quella... è la finestra della mia camera, e se le persiane non

sono chiuse tutte e due, sebbene vi batta il sole, è perchè lei è

arrivato... Mi comprende?

— Altro! e dov’è la finestra della camera di Angela?...

— Bisogna mettersi di qua per vederla... eccola... è la quarta

finestra, contando dal balcone...

— Quella che ha le persiane chiuse?

— E una pezzuola bianca calata per le stecche...

— Che cosa significa la pezzuola bianca? domandò Silvio allegramente.

— Nulla di particolare... ma solo...

— Solo che cosa?...

L’ingegnere Marini non lo voleva dire, e allora il professore si provò

ad indovinare:

— Io lo so, disse, che cosa significa... significa «ti amo!»

— Invece no, significava: «t’adoro!»

Il professore rise di tanto gusto, che si fece perfino venire le

lagrime agli occhi; e l’ingegnere si sforzava invano d’imitarlo;

un’ansia lo tormentava, ed egli non seppe nasconderla lungamente.

— Se la signorina sapesse! gli venne detto con un sospiro.

— La signorina saprà ogni cosa subito, rispose Silvio, rifacendosi

grave, venga con me, ingegnere...

— Che cosa vuol fare? domandò l’innamorato con un dolce sgomento; devo

venire anch’io?

— Lei non è di troppo, rispose Silvio; se vi è qualcuno di troppo, non

è lei.

Così dicendo, il professore si impadronì del braccio del suo rivale. Si

avviarono a gran passi.

Per via, nessuno dei due parlava, il professore perchè aveva detto

abbastanza, l’ingegnere perchè non sapeva che dire. Guardavano

entrambi alla finestra di Angela, dove la pezzuola bianca continuava a

promettere amore; a un certo punto si arrestarono; la pezzuola veniva

ritirata lentamente fra le stecche della persiana...

— To’, disse il professore al suo compagno, non l’adora più!

Ma l’ingegnere non rispose, e aspettò sulla via, senza muoversi, che

apparisse un altro segnale.

— Significa? domandò Silvio quando vide spuntare una pezzuola rossa fra

le stecche della persiana chiusa.

— Significa che ha bisogno di parlarmi...

— Me lo immagino; e non le dice altro?...

— Mi dice di trovarmi sotto la sua finestra alla mezzanotte...

— Lei non ci andrà, ordinò il professore con una severità burlesca, che

mise il colmo alla felicità del suo rivale; io glielo proibisco.

Quando giunsero all’abitazione, Cosimo non era ancora tornato dalla sua

visita al nuovo pozzo della miniera, ma Beatrice, informata d’ogni cosa

da Annetta, venne sul pianerottolo col piccino in collo.

Non ostante la sollecitudine della sua buona amica, sembrò a Silvio,

come prima gli era sembrato, che essa pure obbedisse all’egoismo della

felicità, e che, lieta del suo grande amore di madre, si fosse fatta un

poco indifferente verso il compare e l’amico.

— Caro! disse Silvio accarezzando con un dito una guancia del

figlioccio; caro! gli vuoi bene al padrino? sì? tanto tanto? e allora

vediamo se ti lasci dare un bacio senza piangere...

Silvio accostò la faccia barbuta a quella del bambino, il quale cacciò

uno strillo e si nascose nel seno della mamma.

— Cattivo, gli disse comare Beatrice, coprendolo di baci: cattivo,

cattivo, cattivo!

— Angela è sempre nella sua camera? domandò il professore, e Beatrice

rispose di sì; poi disse; — entrino, entrino, e senza staccare la bocca

dalla guancia della sua creatura, precedette i due nel salotto.

Si vedeva chiaro che voleva mostrarsi severa collo ingegnere; ma

nemmeno questo le riesciva, perchè era troppo felice.

— Comare mia, disse Silvio con accento deliberato, fatemi il piacere

d’andare a dire ad Angela...

Che cosa? Ci pensò; non sapeva nemmeno lui.

— D’andare a vedere, corresse, se Angela sta meglio, se può venire

qui... se posso andare io da lei... A quest’ora deve essere guarita; le

emicranie non durano molto alla sua età...

Sotto uno sguardo affettuoso di comare Beatrice, il professore si

sentiva indebolire; si guardava intorno e cominciava a credere che

aveva fatto male a tirarsi dietro l’ingegnere.

— Devo proprio andare? disse un’occhiata della contessa.

Si avviò lentamente, quasi a malincuore, e si voltò sull’uscio sperando

forse che Silvio si pentisse; l’ingegnere, cogli occhi fissi sulla

parete di fronte, pareva un ladro che non volesse restituire la roba

rubata.

Subito il professore, andando su e giù per la sala, senza badare al suo

rivale, cominciò mentalmente così:

— Ragazza mia, il padre tuo, morendo, ti ha affidata a me; io ho

giurato di fare la tua felicità; ti restituisco la parola... no, ti

restituisco la fede... ti restituisco la promessa... — Rimanendo in

dubbio su ciò che propriamente doveva restituire, ricominciò più volte

da capo: — ragazza mia, il padre tuo, morendo...

Rientrò comare Beatrice.

— Peggio che mai, — disse parlando quasi all’orecchio di Silvio

per affliggere l’ingegnere; — non ha la forza di vedervi, vi chiede

perdono, vuole morire; ma non mancherà alla promessa data...

L’ingegnere continuava a guardare la parete, come se non avesse udito

nulla.

Silvio esclamò con allegria nervosa:

— Ci è un equivoco di sicuro; quando la povera ragazza saprà che io

sono contento...

Ma non sapeva risolversi ad andare a picchiare egli stesso all’uscio

della cameretta di Angela. Gli venne un’idea che già gli aveva servito

una volta; strappò un foglio dal taccuino e scrisse, sotto gli occhi di

comare Beatrice che baciucchiava la sua creatura:

«Angela, non piangere; il padre tuo morendo mi ha affidata la cura di

renderti felice; ed io lo farò, fino all’ultimo giorno della mia vita.

Non ti credere legata da una promessa che hai fatto sognando; destati

e lascia che il tuo cuore batta liberamente. Io benedirò i tuoi affetti

senza rancore.»

Rilesse lentamente queste poche righe, e le sottoscrisse: _lo zio

Silvio_; poi le consegnò con un gesto largo all’ingegnere.

— Io sono stanco, disse, ho viaggiato tutta notte in diligenza ed

ho bisogno di riposarmi un poco; comare Beatrice, vi raccomando

l’ingegnere; accomodate voi le cose; all’ora del desinare mi farete

svegliare, e a tavola non voglio vedere che facce allegre. Lei,

ingegnere, dica ad Angela che non ci è proprio nessuna ragione di

disperarsi, nè di morire... Solamente, aggiunse mutando accento, badi

che io non le concederò la mano di mia nipote fino a tanto che essa

non abbia compiuto i quindici anni, e possa pigliar marito... Io non

metto in dubbio che oggi la ragazza sia innamorata di lei; ma nella

mia qualità di tutore ho dovere d’essere cauto, e come pretendente a

spasso ho il diritto di credere che la ragazza, crescendo, possa ancora

innamorarsi d’un altro.

Furono queste parole la sua sola vendetta. Sorrise all’ingegnere,

strinse la mano di Beatrice, baciò a viva forza il neonato.

— Sapete la strada, compare? domandò Beatrice, tanto per accompagnarlo

un tratto.

Quando furono distanti da quell’altro, gli disse sottovoce:

— Siete troppo buono a cedere così... Angela vi ama ancora.

— Può essere, rispose Silvio; non mi meraviglio più di nulla; ma io poi

l’amo?... comincio a credere che non l’ho amata mai; è una bambina.

La cameretta che Silvio aveva già occupato era all’estremità

dell’edifizio; bisognava attraversare un lungo androne per giungervi;

Beatrice si arrestò sul principio del corridoio; Silvio lo attraversò

tutto a passi celeri e sonori, senza voltarsi.

Quando fu nella cameretta nota, dove egli era arrivato la prima volta,

allo svegliarsi da un altro sogno, si chiuse a chiave e si buttò nel

lettuccio senza svestirsi.

Ora il decoro era salvo; nessuno lo vedeva ed egli poteva piangere in

silenzio.

All’ora del desinare, venne Cosimo a svegliarlo; gli recava una

letterina dell’ammalata d’emicrania.

Il professore l’aprì con un po’ di tremito. Che sperava egli ancora?

Amore ha cent'occhi · 第 54 / 59 题