Invitato da Ambrogio a recarsi alla casina del Mulino a vento, babbo
Nicola, ovvero sia l’Alcide, si era affrettato a recarvisi dopo la
prova, conducendo per mano la piccola Nenna.
Facendo la lunga e difficile ginnastica della vita, babbo Nicola non
aveva avuto molto tempo da pensare, ma pure egli aveva imparato che i
mestieri migliori sono quelli pei quali si fatica meno — ed ora andando
alla casina, egli aveva in mente d’essere avviato a fare un _mestiere_
eccellente.
Diceva alla bimba, parlandole come se fosse una donna:
— Nenna, t’immagini tu che cosa andiamo a fare in casa dei signori?
Nenna ci pensò un poco, poi rispose:
— A prendere dei soldi.
Quell’acume fece ridere forte l’atleta.
— Ma tu che sai leggere, insistè, hai capito bene bene che cosa voleva
quel vecchio e tutte le domande che ti faceva?
— Altro! rispose la ragazza, mi ha domandato se a far la rana ci si
piglia gusto, ed io gli ho detto di sì, che quando ci è molta gente in
teatro ci si piglia gusto; ha voluto sapere se tu sei il mio babbo; oh!
bella, e chi dovresti essere se non il mio babbo?
Nicola lasciava cadere uno sguardo di compiacenza sulla piccina, che
alzava verso di lui gli occhietti tondi e vivaci.
— Ma l’altra domanda che ti ha fatta quel vecchio, l’hai capita?
— Altro! Mi ha domandato se mi piacerebbe stare in una bella casa,
giocare in una bella campagna e imparare tante belle cose.
— E io indovino che cosa gli hai risposto, disse l’Alcide ridendo con
malizia.
— Bella prova! osservò Nenna, è facile.
— Tu gli hai risposto, proseguì babbo Nicola, che ti piacerebbe.
— Invece no, corresse Nenna, andare a scuola non mi piacerebbe.
— Sta zitta, disse l’atleta, siamo arrivati; ecco il signor Ambrogio
sulla porta; che cosa gli dirai entrando?
— Gli dirò che mi dia i confetti che mi ha promesso.
Ambrogio, stando sull’uscio, sorrideva con indulgenza alla fanciulla,
ma senza abbandono. Quella Nenna che egli aveva visto un giorno fare la
rana sopra un tappeto, in una piazza di Milano, era molto mutata, e per
essere sinceri, senza guadagnarci nulla. Crescendo, si era fatta grossa
e tozza; aveva la guardatura audace, il sorriso sfacciato; non era
bella, e per quanto costasse al vecchio Ambrogio l’arrischiar d’essere
ingiusto verso una fanciulla innocente, forse quella Nenna non era
nemmeno buona.
— Sono venuta, disse la fanciulla porgendo distrattamente le guance per
farsi baciare; e tu i confetti ce li hai?
Invano babbo Nicola la guardò scoraggiato e le raccomandò timidamente
di smettere. Nenna con un’occhiata ordinò a lui di non seccarla,
poi cacciò le mani nelle tasche di Ambrogio. Il vecchio lasciò fare
e intanto veniva cercando nella faccia grassa e lentigginosa della
ragazza il suo piccolo fantasma d’un tempo. Frugarono così entrambi
inutilmente.
— Non ci è nulla! disse Nenna.
— Non ci è nulla, disse Ambrogio. Ma ti ho promesso i confetti e li
avrai.
Egli prese per mano la bambina e la introdusse nel salotto a terreno.
L’Alcide li accompagnò colla coda dell’occhio, non osando staccarsi dal
vestibolo, perchè non gli avevano detto di entrare.
— Aspettami un momentino, disse Ambrogio alla bimba, io vado ad
avvertire una signora che ti vuol vedere.
— Non dimenticare i confetti, disse Nenna.
— Te li darà la signora, disse il vecchio.
— Dille che ne porti tanti, insistè la rana; e siccome il vecchio era
già fuori dell’uscio e non rispondeva, Nenna gli corse dietro gridando:
tanti, tanti.
Il povero Alcide, stando nel vestibolo, alzava inutilmente una
manaccia poderosa; da lontano quella correzione paterna riusciva tanto
inefficace, che Nenna gridò ancora una volta, sebbene Ambrogio non la
potesse più udire: tanti!
— Sta zitta, piccolo demonio, brontolò babbo Nicola.
La ragazza venne tranquillamente a sfidare la collera dell’atleta,
ripetendogli sotto il naso: gli ho detto solamente che ne voglio tanti.
Babbo Nicola, disarmato dall’impudenza della sua Nenna, guardava
severamente innanzi a sè, e la ragazza gli chiese:
— Che cosa guardi nel muro?
Allora l’atleta staccò lentamente gli occhi dal punto in cui li aveva
messi e li chinò verso quel piccolo portento. Ma Nenna lo prese per
mano e voleva tirarlo nel salotto.
Egli non ci voleva andare.
— Vieni, diceva la bimba piantando i calcagni e curvandosi a tirar con
tutte le sue forze — quella signora darà a me i confetti, darà a te i
soldi.
Beatrice, entrando, intese quelle ultime parole.
Essa venne dinanzi alla bimba, si chinò, e le strinse colle mani
asciutte e bianche il faccione paffuto; poi guardò babbo Nicola,
che apriva la bocca, dandosi ad intendere di sorridere, e gli disse
allegramente:
— Si vede subito che è vostra figlia.
L’Alcide rise forte, parendogli il partito migliore in un caso simile.
Poi disse col fiato mozzo, come se inghiottisse le parole:
— È un po’ monella, mi fa tribolare, ma mi vuol bene.
— Non è vero, dichiarò Nenna.
— Non è vero che sei monella? disse Beatrice.
— Non è vero che gli voglio bene; è un babbo cattivo.
Beatrice veniva guardando attentamente la fanciulla, ne interrogava con
un resto di paura gli occhi tondi e il viso audace.
— Perchè mi guardi così? disse Nenna.
Allora la contessa si chinò a baciare in fronte la ragazza, la prese
per mano e la trasse sul canapè.
— Mettiti a sedere vicino a me, rispose, e lascia che ti guardi; non ti
voglio male, io.
Perchè le diceva questo? Ci pensò appena l’ebbe detto e fu pronta a
soggiungere:
— L’altro giorno ti ho vista in teatro, tu facevi la rana...
— Mi hai visto! esclamò Nenna, non è vero che la faccio bene la rana?
— E appena ti ho vista, mi è venuta in mente un’altra ragazza della tua
età, una ragazza che ti somigliava e che è morta.
— Faceva la rana anche quella ragazza? domandò Nenna.
Beatrice non rispose; la fanciulla aveva girato la testa in modo
repentino, e a un certo punto aveva mostrato un profilo, una linea
forse, o un’illusione.
— Guarda quel vaso, disse la contessa.
— Ebbene; che cosa ci è in quel vaso?
— Guarda più in là, quel quadro.
— Perchè devo guardare quel quadro?
— Bambina cara! esclamò Beatrice con un impeto di gioia. Ora sono
contenta!
L’atleta rimaneva in piedi sull’uscio, con una gamba nel salotto e
l’altra nel vestibolo.
— Babbo Nicola! chiamò Beatrice, venite avanti; sentiamo, quando
l’avete avuta questa figliuola?
L’interrogato portò prima tutta la persona nel salotto, poi disse:
— Ha otto anni e mezzo, faccia il conto, mi è nata nel... aspetti un
poco.
Ma Beatrice aveva altre dieci domande sulla lingua, e non poteva
aspettare.
— Da quanto tempo non vai più a scuola, Nenna? Che cosa hai imparato a
scuola? Sai leggere? Sai scrivere? Che cosa sai fare? Non ti piacerebbe
saper tante cose?
— Anche quell’altro, quel vecchio, mi ha fatto la stessa domanda,
rispose Nenna; ma io a scuola non ci voglio più andare; ne so
abbastanza, ne so fin troppo! So leggere, so scrivere; ho anche scritto
una lettera.
Beatrice domandò senza paura: a chi?
E Nenna rispose che una volta aveva scritto una lettera ad un conte,
per fargli sapere che essa andava in Sardegna con babbo Nicola. La sua
mamma aveva piegata la lettera ed aveva pensato lei a mandarla.
La contessa guardò deliberatamente in faccia babbo Nicola, il quale
rimase impassibile come l’innocenza.
Beatrice non fu soddisfatta.
— Che lettera? domandò all’Alcide.
Il poveraccio si strinse nelle spalle. Egli non sapeva leggere nè
scrivere, lo confessava umilmente; egli non sapeva far altro che
sollevare dei pesi. Non ignorava che la povera Cesira aveva avuto
degli amici... delle brave persone a cui scriveva qualche volta; aveva
qualche difetto, la povera Cesira, bisognava darle qualche correzione
ogni tanto, ma in fondo era una buona donna. — Diceva queste cose con
semplicità, ma dimenando il capo, come per nascondersi allo sguardo
insistente di Beatrice.
— Non bisogna parlare di queste melanconie, conchiuse; alla ragazza fa
pena.
Nenna lo guardava in faccia con malizia.
— Si chiama Cesira la tua mamma? domandò la contessa alla fanciulla.
— Si chiamava Cesira, — rispose l’Alcide con voce rauca.
— È morta! spiegò tranquillamente la piccina.
La contessa Beatrice non volle guardare nel proprio cuore, e si strinse
al petto la fanciulla.
Sentiva un gran bisogno di dire qualche cosa, ma si faceva forza e
taceva.
Babbo Nicola, quando ebbe lasciato durare un poco il silenzio, cacciò
una mano dopo l’altra nella gran spazzola de’ suoi capelli, e disse:
«non bisogna parlare di queste cose. Nenna ci soffre.... pare così, che
essa sia indifferente...»
Pareva davvero; Nenna alzava gli occhietti scrutatori in faccia al
babbo.
— Quando è morta? domandò Beatrice.
Babbo Nicola tossì e rispose:
— Non sono ancora tre mesi. Ecco come è andata: Dovevamo partire per
Oristano, dove la compagnia aveva bisogno d’un Alcide; voleva venire
anche lei, ma non istava bene; un giorno si sentì più male, venne il
medico e mi disse: — È spacciata! — È andata così.
Nenna, che non gli aveva staccato gli occhi di dosso un momento, a
questo punto lo interruppe per dire a Beatrice:
— Piange.
— Non è vero, protestò Alcide; ma era verissimo.
— È una sciocchezza, disse per iscusarsi; lo so bene che è una
sciocchezza, perchè se io l’ho picchiata, qualche volta un po’ forte,
è perchè ho le mani pesanti e uno non può sempre regolarsi come
vuole; essa poi mi tirava a cimento, io faceva pel suo bene, ma ora
mi dispiace, povera anima, vorrei non averle mai dato nemmeno uno
scappellotto... Era una buona donna in fondo.
— Babbo Nicola, disse Beatrice coraggiosamente, voi siete un brav’uomo;
la vostra ragazza non ha più madre; volete toglierla dal circo ed
avviarla meglio?
— Avviarla meglio?... balbetto l’Alcide.
— Che cosa vuol dire avviarmi meglio? chiese Nenna.
— Vuol dire entrare in un collegio, studiare, e divenire maestra di
scuola, per esempio; ti piacerebbe?
— Altro! fare la maestra, sì, mi piacerebbe; babbo Nicola, lasciami
fare la maestra, io insegnerò alle bambine a fare la rana.
Quando Beatrice ebbe lasciato andare Nenna, colle tasche piene
di confetti e di soldi, e si fu fatta promettere dall’Alcide che
tornerebbe presto a farle visita, corse col tremito della gioia
impaziente ad aprire un uscio, dietro cui l’aspettava suo marito a
braccia aperte.
— Cosimo mio! disse, quanto siamo felici! poi tacque lungamente,
stretta al seno di lui.
Egli non interrogava, perchè aveva inteso tutto, stando sull’uscio.
— Quell’uomo non sa nulla, disse ad ogni modo Beatrice; si vede che
essa lo ingannava; egli non legge nè scrive, l’hai visto? è una forza
bruta, ma non pare un uomo cattivo. E la Nenna? Non è bella, non è
nemmeno piacente, veduta da vicino; è tutta il ritratto di suo padre,
ma ha qualche cosa nel sorriso e nello sguardo che quell’uomo non
ha. Mi pare che essa sia la sua tiranna. Non mi piace, ecco. È una
crudeltà, ma sento così... Già, posso essere severa perchè non mi
faccio più illusioni nemmeno sul conto mio, conchiuse sospirando.
Che cosa voleva dire?
Voleva dire che oramai sapeva d’essere come tutte le altre. Cioè? Cioè
niente di meglio delle altre.
— Quando quell’uomo, che pure picchiava la sua donna, mi ha detto con
voce lagrimosa che la funambola era morta, io che mi credeva migliore
di tanti, perchè non ho mai picchiato nessuno, io ho sentito una gioia
feroce... Fortunatamente ho avuto vergogna di compiangere la povera
orfanella. Non sono ancor giunta all’ipocrisia, ma chi sa? Forse vi
sono avviata benino.
Le parole di Beatrice erano severe e l’accento voleva essere grave — ma
bastò che Cosimo le dicesse: _proprio?_ con un po’ di canzonatura, per
farla ridere come una pazza.
Beatrice riuscì a ripigliare il tono serio, per dire:
— Il cielo ci colma di favori; ha fatto morire quella donna perchè non
gettasse la sua ombra in casa nostra, ha dato a Nenna un babbo che le
somiglia, che le vuol bene e che non si adatterebbe a vivere senza di
lei. La nostra buona azione a cui avevamo rinunciato, nessuno ce la
domanda, nessuno la vuole, nemmeno Nenna, che preferisce far la rana
nel circo.
— Non vi avevamo rinunziato, osservò Cosimo, ora tu sei ingiusta con te
stessa...
— Ora tu sei un poco ipocrita, ribattè Beatrice.
La _rana_ venne un’altra volta in casa dei buoni signori, la vigilia
della rappresentazione a beneficio di babbo Nicola.
Nel manifestino che andava distribuendo, l’Alcide prometteva al colto
pubblico ed all’inclita guarnigione di piantarsi ritto sull’arena e di
non lasciarsi smovere da un torello sardo, che tirasse con tutte le sue
forze, prometteva inoltre di sparare una cannonata reggendo il cannone
sulle braccia. Beatrice quel giorno fu generosa coll’Alcide, ma si
scusò di non assistere alla rappresentazione.
— Non posso, disse; e poi le cannonate mi fanno paura.
— Te lo diceva io, osservò Nenna, se sanno che spari il cannone,
nessuno viene in teatro; tutti si turano le orecchie, quando Giovanna
fa l’esercizio militare sul cavallo e poi spara il fucile, pensa!
Nenna tornò un’ultima volta nella casina del mulino a vento, e fu dopo
l’ultima rappresentazione, quando si doveva imbarcare per Livorno; ma
fu ricevuta da Ambrogio, il quale consegnò alla ragazza un cartoccio
di confetti e un borsellino, a nome della contessa che non aveva potuto
aspettarla in casa, perchè aveva dovuto andare lontano...
Essendo inutile continuare la bugia, poichè tanto tanto la ragazza non
chiedeva della contessa, ed era occupata a tastare il cartoccio e il
borsellino, il vecchio Ambrogio s’interruppe.
— La signora contessa, soggiunse, dice di scriverle quando avrai
bisogno di qualche cosetta e di non dimenticarti di lei.
— Non ce ne dimenticheremo, cominciò l’Alcide, la nostra riconoscenza...
Nenna, impaziente di trovarsi all’aperto per aprire il borsellino, tirò
babbo Nicola per un braccio: — Andiamo babbo, sai bene che è tardi...
Non era vero che la contessa fosse andata lontano: ma siccome Nenna,
veduta da vicino due volte, non ci aveva guadagnato nulla, Beatrice se
n’era rimasta in _Speranza Nostra_. Aveva preferito dare un bacio di
meno alla bimba e metterle una moneta di più nel borsellino.