Il signor Alfonso aveva presentato un cavallino sardo, piccolo,
ma intelligente come un cristiano, che in due mesi di lezione si
era impadronito di tutto lo scibile della razza cavallina. Esso si
rizzava sulle gambe deretane, batteva insieme gli zoccoli delle zampe
anteriori, e veniva incontro al suo padrone per abbracciarlo; ballava a
suon di musica, batteva il tempo, s’inginocchiava, sparava una pistola,
faceva il morto, per risuscitare di scatto, salutare il pubblico
ed andarsene alla greppia di corsa, accompagnato dagli applausi del
pubblico delle gallerie e dei palchetti. Poi era comparsa la signorina
Emma, un’amazzone, magra e nera come un chiodo, la cui missione in
terra era di sfondare dei cerchi di carta aumentandone successivamente
il numero; il pubblico sassarese, sebbene la giovane fosse brutta,
le aveva fatto buona accoglienza, e ad ogni cerchio per cui era
passata gridando _hop!_ aveva battuto le mani, ma senza entusiasmo.
La signorina Giovanna, un altro chiodo, capocchia espressiva, che
cavalcava a dorso nudo, si era fatta segnalare per certi salti, con cui
balzava in groppa ad una magnifica cavalla bianca, afferrandosi colle
mani alla criniera.
Ma tutto codesto, senza i lazzi dei due pagliacci, che ogni tanto
facevano la burletta di spararsi a vicenda parecchie ceffate rumorose,
avrebbe lasciato freddi gli spettatori. Quei due pagliacci avevano
certamente l’obbligo di non star mai zitti, e per obbedire a tale
necessità dicevano tutto quello che veniva loro in capo. Ma non
mancavano ogni tanto di chiamare Battistone, curvandosi a terra e
mettendo le mani alla bocca per fare arrivare la voce fino a lui, di
lamentare l’assenza di Battistone, di domandarsi a vicenda che cosa era
avvenuto di Battistone.
— Ah! poveretto me! disse uno che aveva il viso trinciato di sberleffi
rossi e neri, ora mi ricordo; l’ho lasciato dinanzi al catino, in cui
mi sono lavato la faccia, vi sarà caduto dentro e sarà annegato.
— Sai bene che non può essere, è impermeabile e non va a fondo — non
è forse perciò che lo chiamano l’uomo palla elastica? — Era vero,
l’altro pagliaccio se n’era dimenticato. Ma dov’era Battistone? Perchè
mai Battistone non veniva? Perchè abbandonava così i suoi amici?
Senza Battistone non ci sarebbe modo di spassarsi un momentino a far
quattro giochetti. Battistone! Battistone! — A forza di sentir parlare
di Battistone, anche il pubblico aveva una gran voglia di vederlo,
e quando finalmente il nano affacciò la grossa testa ridente al
parapetto del circo, lo accolse una risata rumorosa, più lusinghiera
di, qualsiasi applauso. Battistone indossava una specie di zimarra
umoristica, che gli scendeva un po’ più giù dei piedi, e nella quale
egli inciampava ad ogni passo, ruzzolando sull’arena, balzando e
rimbalzando come una pallottola vera e propria. Per causa di quella
zimarra misteriosa gli spettatori non avevano ancora accertato se
Battistone avesse un paio di gambe, ed erano tentati di credere ai
due pagliacci, i quali assicuravano che l’amico pallottola si moveva
su due ruote di orologio da tasca; ma Battistone aveva le mani assai
bene attaccate a due solidi moncherini e le adoperava per menare
palmate formidabili, che se non arrivavano alle facce impiastricciate
dei suoi colleghi, non cadevano senza rumore sopra un’altra parte del
corpo, e facevano ridere anche meglio. Lui poi era invulnerabile; gli
scappellotti passavano sopra il suo testone, andando a colpire il terzo
pagliaccio, e le pedate non lo arrivavano mai. In un momento egli ebbe
guadagnato tutte le simpatie del pubblico.
Ma Battistone tutto quanto, nessuno ancora l’aveva visto; e quando i
due pagliacci proposero al nano di fare alcuni giochetti per passar
l’ora, ed offrirono di aiutarlo a togliersi la zimarra, grande
fu l’aspettazione del pubblico. È incredibile quanta difficoltà
s’incontrava volendo svestire la zimarra di Battistone; i pagliacci
v’inciamparono prima molte volte e caddero, si rialzarono e ricaddero,
poi v’inciampò lo stesso Battistone, il quale attraversò tutta l’arena
barcollando, ma reggendosi sempre in piedi e pigliando in ultimo un
atteggiamento da silfide, per ricevere gli applausi e beffarsi dei
compagni; ma finalmente la zimarra cadde dalle spalle del nano, e
Battistone apparve in maglia rosea e corte brache di velluto nero,
strette alle reni ed alle cosce, tondo, grasso, inverisimile.
— Senti — gli propose uno dei pagliacci — facciamo una bella sonata, io
sarò il sonatore, la tua pancia sarà la gran cassa.
Ma Battistone non ebbe tempo di rispondere per le rime, perchè in quel
punto un corpicciuolo contorto, strano viluppo di gambe e braccia,
saltò dal parapetto nell’arena, e corse saltelloni a cacciarsi fra
i pagliacci. Quel mostricino era tutto coperto d’una maglia a gran
chiazze verdi e gialle, aveva in testa un cappuccio della medesima
stoffa, e saltellava battendo quasi col ventre sull’arena.
— La rana! La rana! — gridò Battistone.
Beatrice e Cosimo assistevano alla rappresentazione da un palchetto
di proscenio. Cosimo era pallido e un po’ agitato, quasi dispettoso
di aver dovuto cedere al capriccio di sua moglie; la contessa invece
sorrideva perchè aveva promesso di essere forte e di divertirsi.
Quando la rana fece il suo ingresso nel circo, Cosimo si chinò verso
sua moglie e le disse all’orecchio: — Ce ne andiamo, Bice? è meglio.
No, essa voleva rimanere, voleva vedere, ed ebbe la forza di sorridere
ancora.
Per indurre il suo povero Cosimo a condurla in teatro, Beatrice aveva
adoperato le carezze e il ragionamento.
— Domani — gli aveva detto — quella cattiva donna ti verrà a cercare
in casa tua, ti presenterà la sua creatura, colla sfrontatezza in cui
è maestra. Tu che cosa le dirai? La farai cacciare? Andiamole incontro
noi stessi, facciamoci vedere uniti, sarà meglio.
E quanto durarono le corse delle amazzoni e i lazzi dei pagliacci,
essa aveva tenuto d’occhio il portone da cui entravano i cavalli e i
cavalieri e dove ogni tanto si affacciava qualcuno della compagnia.
Pensava: a quest’ora la zoppa ha visto Cosimo, ha visto me, e perciò
non osa mostrarsi.
La rana era apparsa all’improvviso; in un momento in cui Beatrice aveva
gli occhi sopra Battistone, qualcuno aveva messo sopra il parapetto la
fanciulla, che di là era balzata nell’arena.
Quando Battistone e i due pagliacci gridarono in voce di falsetto: — La
rana! La rana! — Beatrice allungò la mano e trovò quella di suo marito
e la strinse in silenzio, senza abbandonare cogli occhi lo strano
spettacolo.
Del corpicciuolo di Nenna, non si vedeva altro che il dorso contratto,
intorno a cui le gambe e le braccia contorte mettevano una mostruosa
cornice; le mani spuntavano di dietro, dando immagine delle zampe d’una
rana.
I due pagliacci presero a dichiarare, rubandosi le parole a vicenda, la
natura strana di questo fenomeno, ma la _rana_ irrequieta saltellava di
qua e di là e Battistone le raccomandava di star ferma, intanto che si
faceva la spiegazione. A un certo punto, perdendo la pazienza, il nano
disse:
— Ah! non vuoi smettere? Ti farò smettere io. Signori e signore —
soggiunse, rivolgendosi agli spettatori: quando abbiano in casa una
ragazza che non voglia star ferma, facciano come vedono fare a me.
Egli prese la rana per la maglia, la sollevò e la depose a terra
capovolgendola. Uscì allora dal cappuccio rovesciato una testina di
fiamma, una faccetta petulante contornata da un’aureola di capelli
rossi.
Il pubblico batteva le mani — Nenna rideva.
In quella positura, la rana non si poteva più muovere, e Beatrice,
a cui batteva forte il cuore, ebbe agio d’esaminarla. Non era bella,
Nenna; solamente aveva la faccia bianchissima, macchiata di lentiggini,
e i capelli abbondanti, rossi e crespi, che le stavano tanto bene;
rideva, e ridendo apriva una bocca troppo grande, dalle labbra troppo
sottili; gli occhi lucevano di compiacenza, ma erano piccoli e tondi,
e nel naso schiacciato si aprivano due fosse larghe; — era paffuta e
fresca, ma non bella.
Da tanto tempo, senza volere, anzi con un sordo dispetto, Beatrice si
era venuta immaginando una fanciulla sottile e delicata, con un visino
ovale e pallido, due occhioni aperti e neri come i capelli.
Se quel fantasma le fosse apparso lì, sorridente con melanconia, in
sembianza d’una fanciulla viva, forse essa avrebbe avuto ancora il
coraggio d’amarla — certo non l’avrebbe potuta odiare, come ne aveva
avuto paura. Ma quella Nenna era tutt’altro. Beatrice guardò Cosimo
alla sfuggita, e vedendo che egli teneva lo sguardo altrove: — Ma
guarda, gli disse con gioia trattenuta, guarda.
— Ed ora che cosa facciamo? disse Battistone ai compagni.
— Facciamo l’obelisco.
— Sì, sì, facciamo l’obelisco.
— Tu intanto, soggiunse il nano parlando a Nenna, tu puoi andare dove
ti piace, ma bada a non venirmi fra i piedi.
Egli voltò la rana, che subito diè un balzo, come se avesse una molla
sotto il ventre.
La costruzione dell’obelisco umano fu difficile, perchè i pagliacci
pretendevano di far stare Battistone sotto, e Battistone invece voleva
andare in cima.
Ne nacque una contesa, in cui si spararono gran numero di ceffate
sonore, ma Battistone al solito non ne toccò nemmanco una.
Poi uno dei pagliacci disse a Battistone gravemente:
— Se io ti do una buona ragione, che ti persuada, prometti di startene
sotto tranquillo?
Battistone promise e l’altro ripigliò:
— Vedi, amico, tu non devi venire sopra di noi, perchè hai dimenticato
a casa le ali.
Battistone si picchiò la fronte. — Era vero! Quale disgrazia! — E
crollando l’enorme testone e allargando il breve compasso delle gambe
polpute, si piantò nel mezzo dell’arena, e si lasciò saltare sugli
omeri uno dei pagliacci senza barcollare, ma cacciando fuori la lingua
per far ridere gli spettatori.
La rana intanto faceva il giro dello steccato a saltellini; le era
caduto il cappuccio, e la sua testina vivace appariva intera in mezzo
all’onda dei capelli rossi; dai palchetti della prima galleria le
signore si affacciavano per dirle qualche cosina gentile quando passava
sotto: — Nenna! Nenna! Ed essa alzava gli occhi giocondi. — Ti fa male
star così? — La rana faceva di no col capo e rideva.
Il secondo pagliaccio tirato su dal primo era andato a metterglisi
sugli omeri, e Battistone li reggeva tutti e due, senza piegare, ma
allungando sempre più la lingua, con gran gioia del pubblico.
— Ne puoi portare ancora? domandò quello che stava in alto.
Battistone brontolò con voce soffocata un sì grottesco.
— Signori e signore, annunziò il pagliaccio più alto, Battistone dice
di _sì_, ma non ne ha voglia; quando è di buon umore egli è solito
portare a spasso a questo modo tutta la compagnia, ma oggi non è di
buon umore. Porterai ancora la Nenna e nessun altro, sei contento?
aggiunse curvandosi a parlare al nano.
La Nenna, che stava allora vicina al palchetto del conte Cosimo, si
voltò a guardare verso il portone d’entrata. Un uomo tozzo, di forme
poderose, l’Alcide della compagnia, uscì dondolandosi, colle mani sui
fianchi. Aveva un faccione che pigliava luce da una gran bocca ridente
e da due occhietti tondi ed azzurri; i capelli tagliati a spazzola,
del più bel rosso di fiamma, e un grosso naso schiacciato. Vedendo quel
colosso curvo accanto a Nenna, non poteva rimanere alcun dubbio della
loro parentela. L’Alcide domandò sottovoce alla fanciulla:
— Sei stanca?
E la fanciulla rispose di no.
Allora l’Alcide le prese un braccio, lo piegò adagino, e lo fece uscire
da quel viluppo di ossa e di carni, poi fece altrettanto coll’altro
braccio; dopo di che le gambe si trovarono naturalmente libere e
la fanciulla fu in piedi di scatto. Era, per l’età sua, piccola e
tarchiata, ma così agile che pareva quasi snella.
Con un salto fu sulla palma d’una mano del colosso, il quale la
fece passare più volte, da una mano all’altra, per presentarla al
pubblico. Poi Nenna pose un piede sul ventre di Battistone come sopra
uno sgabello e di là si arrampicò sul corpo dei pagliacci. Quando
fu in cima, si piantò ritta e superba mandando baci a tutti. Allora
l’obelisco si mosse con lentezza, preceduto dall’Alcide fulvo, il quale
camminava rinculoni, non istaccando gli occhi da Nenna, e pronto a
riceverla nelle proprie braccia, se avesse a cadere.
Battistone cacciava fuori una spanna di lingua.