Cominciarono giorni d’amore e di lavoro, i più bei giorni che _Speranza
Nostra_ avesse mai veduto. La mattina, un’ora dopo l’alba, giungevano a
frotte le vendemmiatrici; più tardi i pigiatori dell’uva, che avevano
acconsentito a passare la notte nel podere, scavalcavano i tini colle
gambe ignude, e vi si dimenavano come ossessi, empiendo lo stanzone
di cantilene amorose; il barbuto Pantaleo arrivava dai poderi vicini,
col carrettone pieno di raspe che veniva ammucchiando nel magazzino,
dove era stato piantato il lambicco, e Cecchino Misirolli, nude
le braccia e riparata la testa da un enorme cappello di paglia, si
piantava nel sentiero colla carriuola a mano, entro la quale alcune
delle vendemmiatrici, con cui aveva fatto speciali patti, venivano a
posare le sporte ricolme di grappoli neri. Poi egli faceva una corsa
rapida fino alla tinaia, sopportando le celie delle altre donne, che
gli venivano dietro colla sporta carica d’uva in testa, per versarne il
contenuto nei tini.
Al diverso lavorìo presiedeva Giovanni, non dimenticando la cucina, non
dimenticando l’amore. Posto fra quei due fuochi, il poveretto sudava in
modo inverosimile, tanto che la perfida Annetta, ogni volta che veniva
dal vigneto alla casa, gli gridava da lontano di mettersi all’ombra,
altrimenti si squaglierebbe tutto, che sarebbe un peccato.
Giovanni rideva e la minacciava col dito.
— Comare mia — le diceva — voi sarete punita, come è vero Dio!
Il vecchio Ambrogio seguiva le vendemmiatrici, e additava loro i
grappoli che esse avevano lasciato per la racimolatura, o li staccava
colle proprie mani. Il conte e il professore erano un po’ da per tutto,
nella cantina, nella casa, fra i vitigni; e dove andava il conte,
poco dopo compariva Beatrice, grave e sorridente, colle mosse già un
tantino dondolanti e col corpo rovesciato indietro, e dove andava il
professore ivi accorreva Angela, maturata e fatta ancora più bella, se
è possibile, dall’amore corrisposto.
Non più nuvole sulla fronte ampia di Silvio; la sua faccia abbronzata
dal sole era piena di luce; egli era ancora grave, perchè la sua
piccola tiranna non solamente glie lo consentiva, ma si faceva grave
anche essa per dichiarargli spesso che si era innamorata di lui la
prima volta, in un tempo molto lontano.... (A balia? No, in un’altra
vita, era sicura di essere venuta al mondo ammirandolo ed amandolo)....
che si era innamorata di lui, appunto perchè era grave.
Queste cose, se mai il signor zio si ostinasse a far l’incredulo, le
troverebbe scritte un giorno, e allora le crederebbe... Ma allora essa
sarebbe morta! — Morta! che orrore!... Sì, morta; era il destino che
voleva così; essa non poteva vivere lungamente; ma pur che potesse
sposarsi prima, non le importerebbe. — Queste idee funebri non
oscuravano il visetto di Angela, le mettevano solo una pozzettina nel
mento.
Avevano già parlato del tempo del matrimonio; Angela non voleva parere
indiscreta nè impaziente, non era una bimba, e saprebbe aspettare
se fosse necessario, ma lasciava intendere che se il re può dare la
dispensa dell’età, non si fa nessun male approfittandone. Un’amica di
una sua amica si era bene sposata a tredici anni e mezzo — era orfana
anch’essa, ci s’intende; quando si è orfane bisogna pure aver qualcuno,
e per aver qualcuno il meglio è prendere marito. Il re è pieno di
giudizio, gli si vanno a dire queste cose, e lui concede la dispensa.
La concede a tante!... Nel Campidano di Cagliari, per esempio, quante
ragazze che si maritano prima dei quindici anni!
Silvio non aveva fretta. Si godeva la festa tranquilla del proprio
cuore, si godeva la ciancia maliziosa della nipotina, e al contatto
di quell’infanzia non tramontata ancora non sentiva più il peso
dei suoi anni. Quando non era fra i tini, quando non iscriveva per
il giornaletto di Sassari, quando non si cacciava in un capannello
di zappatori miscredenti per predicare loro il verbo della nuova
agricoltura sarda, quando non faceva nulla di tutto ciò, pigliava
parte volentieri ai giuochi d’Angela; le dava tempo di nascondersi,
tenendo scrupolosamente gli occhi chiusi finchè essa lo avvisasse con
un grido d’andarla a cercare, o si lasciava proporre degli indovinelli
che non decifrava mai per poter fare la penitenza. Vedendolo in quei
momenti, cogli occhi lucenti, udendolo ridere coll’abbandono d’un
fanciullo, Beatrice, già quasi alla vigilia d’esser madre, sentiva
per quei due ragazzi una tenerezza materna, e lo diceva senza beffa.
Ma allora Silvio cessava di ridere, per pensare un momentino alla
bizzarra trasformazione del proprio spirito e decidere se vi fosse
da vergognarsi o da emendarsi. — Non si vergognava nè si emendava; —
ripigliava a ridere, e un’altra volta faceva peggio.
Ancora si lasciava cogliere da qualche malinconia fuggitiva; faceva
di più, se ne vedeva qualcuna da lontano, la chiamava a sè, per
dar da fare ad Angela, a cui toccava cacciarla. Diceva: «Oggi ti
pare d’amarmi, perchè sogni; domani, svegliandoti, ti domanderai
meravigliata chi è questo vecchio pazzo che ha potuto credere...»
Angela, non gli lasciava mai finire queste frasi cattive; subito lo
picchiava con tutte le sue forze, finchè non lo avesse obbligato a
ridere; poi, facendosi seria, diceva: «Il vecchio pazzo è mio zio —
egli non sa nulla, egli non capisce e non capirà mai nulla.»
Avrebbe voluto fargli comprendere che sorta d’amore singolare,
stranissimo, essa sentiva per lui. — Ma era inutile; non vi riescirebbe
mai. Gli diceva: «Fa conto che, amando te, io ami un altro... ma non un
altro davvero... qualcuno o qualche cosa che non sei tu — come posso io
cessare d’amarti?» Il professore non capiva bene il caso difficile, ed
Angela insisteva: «Io non so come sia, ma mentre ti voglio tanto bene
quando ti vedo, mi basta che tu mi volti le spalle e te ne vada... che
so io? là... in fondo a quel viale, per volertene subito un poco di
più. Ecco come ti voglio bene io... Tu invece!...»
Anche Silvio credeva di volerle bene così; egli pure si era accorto
che, trovandosi separato da lei, qualche volta l’aveva amata di più;
ma siccome poi se essa non gli stava dinanzi, colle sue ariette di
donnina matura per l’amore, cominciavano gli scrupoli melanconici
dell’età, così non era sicuro di vedere chiaro nella natura del proprio
sentimento.
Per tutto ciò quelli erano i giorni belli di _Speranza Nostra_; la
felicità di Beatrice e di Cosimo, più sicura di sè, ma pur non priva
di qualche segreto sgomento, e la felicità dei due innamorati si
compievano a vicenda.
Già Cosimo, quando si provava a leggere tutte le promesse dell’avvenire
negli occhi della sua ammalata d’amore, vi poteva mettere egli pure la
sua piccola promessa, perchè era alla vigilia di ridiventare un’altra
volta ricco. Egli ricomperava i suoi poderi, riappendeva al loro posto,
nella casa di Ploaghe, i ritratti degli antenati, e faceva contenta
la povera madre morta; abbelliva la casa di Florinas, ristorava il
_nuraghe_... ma non abbandonerebbe mai _Speranza Nostra_, salvo che
la faccenda della miniera diventasse così grossa, da richiedere la
presenza di qualcuno in Iglesias.
Non ispiacerebbe a sua moglie diventar minatrice?
No, se lui diventasse minatore. — Ad ogni modo erano invitati e
bisognerebbe pure andarvi! E allora sentirebbe che aria, che bei venti
marini nell’alta gola del monte. Quando Beatrice avesse compiuto il
suo capolavoro, riacquisterebbe la salute più presto, e al piccino non
farebbe male respirare di buon’ora l’aria montana!
Tutte queste speranze, tutte queste promesse, facevano sorridere la
bella donnina, la quale soffriva molto, soffriva sempre, pagava ogni
giorno per sè e pel marito una parte del gran debito che contraevano
colla generosa natura; ma fra tante promesse parlavano al suo cuore di
madre lontane minaccie, crudeli perchè indistinte.
La vendemmia era finita, e Angela si era già fatta la più brava delle
racimolatrici per soddisfare i gusti capricciosi dell’amica sua, che
preferiva i grappoli meschini e terrosi avanzati nei vitigni, alla
bell’uva moscatella appesa nella dispensa, quando il giornaletto di
Sassari portò agli abitanti di _Speranza Nostra_ una gran notizia:
«È arrivata fra noi da Oristano la prima compagnia italiana
acrobatica-equestre diretta dal famoso signor Alfonso, la quale
si fermerà un mese, dando ogni sera rappresentazioni nel Teatro
Diurno, trasformato in Circo. La compagnia comprende quattro
amazzoni: le signore Ada, Maria, Giovanna, Emma, due _clowns_ e un
Alcide. La compagnia vanta pure due curiosità: una è il celebre
nano Battistone, detto l’_uomo palla_; l’altra è Nenna, ragazza
meravigliosa, detta la _rana_. Per domani si annunzia la prima
rappresentazione.»