Quella sera medesima, andando a letto, Silvio disse a sè stesso che
l’amore d’una fanciulla di tredici anni non deve lusingare l’amor
proprio d’un uomo maturo, e si propose d’intraprendere la cura della
sua piccola ammalata. Non si faceva una idea chiara del metodo da
seguire, ma così all’ingrosso gli pareva che se esagerasse la propria
naturale gravità di modi e di linguaggio non istenterebbe ad ottenere
un ottimo risultato.
Egli stette un pezzo ad occhi aperti nel letticciuolo, considerando la
ferita che aveva fatto, senza volere, nel cuore della povera ragazza,
e giudicò in buona fede che non era una ferita senza rimedio. Non si
illudeva, il professore. Gli sembrava di comprendere che la piccina
si fosse innamorata di lui, perchè la natura le aveva svelato ieri
il gran segreto, ed essa s’immaginava di non aver tempo da perdere.
Andava anche più oltre, il professore; confessava che se Angela aveva
preferito lui, che a conti fatti poteva essere suo padre, ai giovinetti
di liceo che erano passati tante volte sotto le finestre della casina
bianca, era appunto per causa dell’età. Quando Angela giocava ancora
colle bambole — questo non accadeva più da un anno — non preferiva
forse una bambolona grossa, la quale aveva una guardaroba da regina?
Era ad ogni modo una cosa singolare che quel cervellino di tredici anni
avesse lavorato così bene a compiere il sogno di suo padre morente.
Quasi era da credere che sapesse tutto... Se lo sapesse! Ebbene, se lo
sapeva, tanto meglio; l’innamoramento, essendo _riflesso_, cederebbe
più presto alla cura del buon senso.
Il professore spense con un soffio la candela, ma continuò a vedere un
raggio di luce che attraversava il fondo nero della camera e svaniva
dinanzi alla finestra. Quel raggio entrava dalla cameretta di Angela.
La fanciulla innamorata vegliava ancora, e Silvio non ebbe cuore di
addormentarsi mentre essa forse penava per lui. Senza contrasto, senza
nemmeno pensarci un momentino, per istinto d’uomo che ha viscere di
carità, cedendo ad un sentimento quasi paterno, il professore deliberò
di stare sveglio finchè il raggio non fosse scomparso. E intanto che
fare? Fantasticare nel buio, così.
Era egli proprio sicuro di essere indifferente a quell’amore infantile
che aveva acceso nel cuore d’una bella fanciulla? Indifferente, no;
forse ne aveva dispetto. Uscendo illeso da una vera passione che poteva
essere fatale, quel trovarsi fra i piedi una bimba gli sembrava una
beffa, un’ironia. Non era il momento buono per accondiscendere ad un
giuoco infantile... Era forse questo che egli sentiva? Forse — ma non
ne era sicuro. Forse era un rammarico dolce, un’indulgenza serena, una
pietà gentile. Egli voleva essere il medico di quella animuccia che
aveva testè indovinato l’amore, non si sottrarrebbe alla promessa fatta
al fratello morente; ma per rendere felice davvero la cara piccina,
bisognava impedirle d’innamorarsi di lui. «Io sono vecchio,» confessava
umilmente. Essere ridiventato padrone del proprio cervello, di tutto
quanto il suo _io_, era la gran miseria, per esser sinceri; ma pareva
una forza, e se non altro bisognava farne buon uso.
Quella notte Silvio cedette al sonno prima che la candela d’Angela
fosse spenta.
La mattina successiva ebbe una curiosità legittima, volle essere il
primo a vedere la ragazza quando si affacciasse alla sua finestra e
sapere da lei stessa che cosa avesse fatto col lume acceso tanta parte
della notte.
Non si udiva nessun rumore nella cameretta di Angela; forse la
fanciulla dormiva ancora, e Silvio dovrebbe aspettare chi sa quanto;
— ma era preparato anche a questo. Per ingannare il tempo si rase la
barba — era una settimana che non si radeva — si pettinò, ed avendo
visto un capello bianco nella tempia destra, lo volle strappare, tanto
per fare qualche cosa.
Angela dormiva sempre; almeno, era ancora un gran silenzio nella sua
cameretta.
Strappato quell’unico capello bianco, che fece il professore per non
istare in ozio? Cercò con poca speranza un altro capello bianco, e fu
fortunato, ne trovò tanti, che gli venne detto con un po’ di sgomento
«quanti...!»
Sempre un gran silenzio nella cameretta di Angela.
Silvio ravviò la capigliatura folta; vide che i capelli bianchi si
nascondevano in modo da sfidare l’occhio più maligno e ne fu contento.
Perchè? Qualcuno fece al professore questa dimanda. «S’invecchia»
rispose il professore. Poi venne alla finestra, l’aprì, buttò lo
sguardo nella campagna... Angela era là, fra i rosai bagnati di
rugiada, più bella d’ogni rosa, più fresca della rugiada.
Al rumore che fece la finestra aprendosi, la fanciulla non solo
non alzò il capo, ma si chinò a cogliere una rosellina bianca non
ancora sbocciata interamente, se la collocò sui capelli, guardando
all’orizzonte come in uno specchio, poi si allontanò a passo lento per
un sentieruolo del giardinetto.
Il professore aveva voluto chiamarla a nome, ma si era distratto egli
pure; stando ritto dinanzi alla finestra aperta, egli seguiva tutte le
mosse di quell’uccelletto ferito, e invece di sentire un raddoppiamento
di pietà, apriva il labbro ad un sorriso e il cuore alla compiacenza.
Compiacenza di medico, s’intende, anzi di medico che ha portato in
tasca la medicina. Aspettava solo che essa alzasse il capo per dirle:
«Or ora scendo e ti guarisco» — o qualche cosa di simile. Ma Angela
non alzò il capo, diede a quello zio indifferente tutto l’agio di
esaminarla dal capo ai piedi, di notare colla massima freddezza che col
vestito allungato essa pareva proprio una donnina fatta, e che aveva il
corpo snello ma pieno, le braccia bianche, tonde, sul collo una peluria
bionda, sul volto la gravità che v’imprime per solito la sventura,
oltre della bellezza ostinata e della freschezza sfacciata che nemmeno
la sventura riesce a cancellare — poi si allontanò con un fare sbadato,
fiutando tutte le rose che si trovava accanto, strappando le foglie
ai ramoscelli che si allungavano verso di lei per porgere un ultimo
trastullo alla sua infanzia mascherata.
Già era lontana, senza che avesse mai voltato il capo, e il professore
rimaneva alla finestra come uno smemorato, pensando che a quell’età le
ferite del cuore si rimarginano prontamente, e che forse Angela era già
guarita.
— Tanto meglio! — disse.
Ebbene no, non era meglio, perchè avrebbe voluto guarirla lui, colla
propria ricetta. Ma questo non lo disse.
Si guardò nello specchio, scese in giardino e per andare alla vigna
prese la via più lunga, il sentiero tortuoso pel quale Angela era
passata poc’anzi.
Per tutto quel giorno Silvio spiò inutilmente negli occhi stupendi,
nella faccetta bianca, nel contegno di Angela, un bagliore, un rossore,
un turbamento che dessero indizio sicuro di mal d’amore. Pareva davvero
che la piccola innamorata avesse indovinato tutte le malizie del
proprio stato, perchè non si lasciò mai cogliere in fallo; e Silvio
potè quella sera medesima notare in sè i primi indizi dell’impaccio
che nasce dalla incertezza nelle faccende amorose. Ne rise, ed aspettò
il domani. Ma la fanciulla non mutò, salvo che apparve più bella e
singolarmente cresciuta. Silvio non ci capiva più nulla. E veramente
per capire qualche cosa sarebbe bisognato essere alle spalle della
piccola innamorata, di notte, e poter leggere nel suo cuore o nel
suo quaderno, che è tutt’uno, quando, contenta della propria parte di
vittima, si dichiarava preparata a bevere il calice, il famoso calice
amaro, non solo sino alla feccia, che si capisce, ma sino alla morte.
Essa non chiedeva altro che morire d’amore, ed oramai era sicura
di ottenere il suo intento. Però voleva ridere e soffrire, soffrire
e ridere fino all’ultimo. Infatti rideva e cantava; la notte, sola
col suo giornale, non andava a letto se prima non le paresse di aver
invelenito abbastanza la piaga maligna di cui doveva finire sul fiore
degli anni, e la mattina cantava come una rondine, rideva come una
creatura felice. Davvero avrebbe ingannato chicchessia.
I lavori delle vendemmie afferrarono di lì a poco il professore, il
quale non ebbe più tempo di occuparsi molto della fanciulla. Pensava
però sempre al suo caso e cominciava a credere che comare Beatrice
lo avesse corbellato. Una sera poi che fu certo che Angela non
commetterebbe più la stranezza di piangere vedendolo, nè di fuggirlo,
trovandosi solo colla povera comare Beatrice, del cui bel volto e del
cui corpo gentile la maternità veniva facendo scempio, si provò a farla
parlare di Angela. Per vie indirette non riuscì a nulla, e se volle
sapere qualche cosa gli toccò dire il contrario di quello che pensava,
cioè che la nipotina gli sembrava turbata.
— Non ve l’ho detto, compare, che è innamorata? disse Beatrice con
malizia. La piccina ha saputo d’essere fidanzata ad un tale, ad un
certo tale, che ancora non pensa a lei, ed è bastato questo perchè ne
sia cotta.
— Ha saputo! balbettò Silvio... Da chi?
— Volete proprio saper tutto; l’ha saputo da prete Emanuele... Non
andate in collera, ve ne prego.
No, no, non andrebbe in collera.
— Essa mi crede il suo sposo, ed aspetta!... — pensò Silvio — e questo
pensiero empì l’anima sua di un turbamento dolce non mai provato.
Sapersi amato da una fanciulla tanto bella, in un’età in cui si sta lì
lì per credere che l’amore sia un giuoco proibito è una tentazione a
cui difficilmente anche un professore può resistere. Silvio si arrese.
In fin dei conti non bisognava sofisticare. La prima medicina che deve
dare un medico ad una inferma innamorata di lui è certamente lasciarsi
amare. Già egli non era poi tanto vecchio come gli era piaciuto
farsi per ipocondria. Aveva moltissimi capelli, quasi tutti neri; a
differenza dei fannulloni incanutiti o fatti calvi nell’ozio o nel
vizio, egli, studiando agronomia e facendo una vita semicasta, aveva
ottenuto di poter entrare in rifioritura quando volesse. Quanto alla
ragazza, non importava che essa avesse poco più di tredici anni. La
natura aveva fatto moltissimo per rimediare a questo difetto, il tempo
farebbe il resto. Due anni passano prontamente. E questo tempo era
necessario anche a Silvio per prepararsi alla felicità.
Guardando ora comare Beatrice, che gli sorrideva colle labbra scolorite
come se gli leggesse ad uno ad uno i pensieri man mano che si venivano
formando nel suo cervello, si meravigliava che un giorno avesse
potuto....
Ma già l’amore, per chi viaggia solitario nella vita, appare
spesso, come il miraggio, riflesso ingannevole d’una felicità che ci
aspetta.... o che ci fugge. Egli aveva visto Angela in comare Beatrice
— doveva essere così — perchè ora comare Beatrice gli stava davanti, lo
guardava cogli occhi sporgenti, gli sorrideva colle labbra ingrossate e
scolorite, ma non riusciva nemmanco più a dirgli com’era fatto l’ideale
d’una volta.
Davvero era impossibile riconoscere la contessa Beatrice in quella
donnina pallida, che si slacciava il busto a tavola e che aveva sempre
una minaccia di mal di mare.
Il professore non aveva ancora detto al proprio cuore: «Ama un’altra
volta;» ma era pronto ad innamorarsi al primo segnale, e se tardava
tanto, è perchè quella nipotina misteriosa cominciava a fargli perdere
la testa. Essa non faceva più come in passato, non gli andava più
dietro come un’ombra, non gli metteva più in faccia quei due occhioni
pieni di luce, e Silvio, per sua scienza maligna, era quasi indotto
a sospettare che egli non fosse stato che un pretesto alla fanciulla
impaziente, tanto per amare l’amore. Quella freddezza apparente di
Angela, riuscì come un’astuzia; venne un giorno in cui Silvio — dopo
aver appreso inutilmente un’arte rimasta ignota a lui per tanto tempo,
quella di variare il nodo della cravatta; dopo di aver contratto
l’abitudine di radersi ogni mattina — venne un giorno, anzi una notte,
che si dichiarò stanco e volle finirla.
— Angela! chiamò, mettendosi alla finestra della propria camera; e la
fanciulla venne alla finestra accanto.
— Che cosa vuole, zio Silvio?
— Ora nulla, rispose il Savio, ma domani mi rammenterai che ho una cosa
da dirti.
Angela rispose di sì con un filo di voce, rientrò subito nella sua
cameretta, e il professore l’udì piangere attraverso l’uscio.
Era la notte alta; tutti dormivano in _Speranza Nostra_, e il pianto
della fanciulla, sebbene soffocato, rompeva il silenzio. Allora Silvio
tornò alla finestra e chiamò un’altra volta:
— Angela!
Ma Angela non venne.
Il professore si guardò intorno, cercando un’idea, e ne trovò una
fanciullesca. Era lecito ridiventare fanciullo per un quarto d’ora di
quella notte d’autunno; prese un foglietto di carta e scrisse: «Angela,
non piangere; il padre tuo, morendo, affidò a me la cura di asciugare
le tue lagrime; io lo farò se tu vuoi, fino all’ultimo giorno della mia
vita.»
Egli picchiò due colpi all’uscio, piegò il foglio, e lo spinse
attraverso la fessura, rasente terra.
La fanciulla asciugò le lagrime e rispose per la stessa via: «Non
piango più, non piangerò più. Sono troppo felice!»
Bisognava crederle: ricevere una lettera di Silvio e rispondergli,
attraverso l’uscio, era troppa gioia. Una felicità simile Angela non
era stata capace nemmeno di sognarla.