Il professore non potè sbrigare la faccenda del filone di piombo
argentifero così presto, come si era immaginato. Prima di tutto
riconobbe che bisognava fare una stima probabile della ricchezza
nascosta sotto il podere di Cosimo, per determinare in quali rapporti
presumibili fosse la spesa col frutto; e poi sebbene egli avesse
dall’amico suo pieni poteri, al momento di stringere il contratto
sociale si trovò che gli mancava una procura regolare, fatta in
carta da bollo, dinanzi al notaio. Nel mandargli la procura, Cosimo
gli scrisse che le uve annerivano a vista d’occhio sotto il bel sole
d’agosto, che i tini erano pronti e che l’albero in faccia alla casa
di _Speranza Nostra_ dava ogni mattina a Beatrice e ad Angela i più bei
fichi del territorio di Sassari.
Allora Silvio fece le sue valigie e dichiarò a quei della miniera che
se ne andava; fu impossibile tenerlo; l’amabile ingegnere Marini sprecò
con lui tutte le sue risatine compiacenti; bisognò accompagnarlo ad
Iglesias in biroccino, e là, dinanzi al notaio Masia, fare il contratto
in carta da bollo. In virtù di questo contratto, il conte Cosimo cedeva
ai proprietari della miniera il diritto di penetrare con gallerie nelle
viscere del proprio podere, per cavarne tutto il piombo argentifero;
prometteva di cedere a giusto prezzo quelle parti del fondo in cui
bisognasse aprire nuovi pozzi per agevolare l’estrazione del minerale
e far giungere l’aria respirabile ai minatori. Gli utili, dedotte le
spese, dovevano essere spartiti fra il conte Cosimo e i proprietari
della miniera, escluso in ogni caso, a favore del conte, il rischio
dell’impresa, se mai non dovesse riuscire rimuneratrice.
Quest’ultima clausola aveva fatto ridere molto l’ingegnere Marini, e
l’altro ingegnere, e i minatori, i quali erano sicuri del fatto loro;
ma a buon conto Silvio aveva voluto che fosse scritta nel contratto, —
perchè, diceva lui, la mia scienza finisce a poco più d’un metro sotto
la superficie terrestre, dove termina il lavoro delle forze vegetative;
e di quello che segue più sotto io non me ne intendo affatto.
Poi Silvio proseguì la sua strada, e giunto alla viottola che menava
a _Speranza Nostra_, fece arrestare la diligenza, raccomandando al
postiglione il proprio bagaglio. — Lo manderò a prendere domattina,
disse. — La diligenza si avviò con gran rumore di sonagli e il
professore imboccò la viottola. Strana cosa! Gli batteva il cuore, come
ad un innamorato. Dove i muricciuoli si abbassavano, dove si apriva
un cancello, egli spingeva l’occhio fra gli ulivi; riconosceva le
piante mutilate dall’ultimo uragano, diceva: — ecco il fico moresco,
ecco l’agrifoglio; dietro quella svolta, vedrò spuntare il noce che
s’affaccia sulla strada per buttare i suoi frutti ai monelli.
E intanto pensava che era prossimo il tramonto e che se la diligenza
avesse tardato ancora un poco, egli, trovando chiuso il portone
dell’oliveto, avrebbe dovuto scavalcare il muricciuolo come un
ladroncello.
L’idea di scavalcare il muricciuolo lo tentò; sì, invece di entrare
dalla porta, per esser veduto da lontano, egli, con un giro lungo,
andrebbe a cacciarsi in mezzo agli amici all’improvviso, come un
fantasma. A quell’ora comare Beatrice, Cosimo ed Angela dovevano essere
sulla panca di sasso fra le palme.
Silvio conosceva un sentiero, che lo condurrebbe alle loro spalle.
S’immaginava la meraviglia allegra di Beatrice, di Angela e di Cosimo.
In quel punto udì rumore di passi dietro la svolta, ebbe paura d’esser
veduto e scavalcò il muricciuolo a sinistra senza riflettere.
Solo quando ebbe toccato terra dall’altra parte e si sentì circondato
dall’alto silenzio degli ulivi, disse: — Sono entrato nell’oliveto di
Don Giacomo.
I passi si avvicinavano nella via sassosa, e col rumore dei passi
giungeva anche una voce grave interrotta da una risatina di donna. I
due svoltarono. La voce grossa diceva:
— Comare mia, non dite di no, ve ne potreste pentire.
— Compare mio, rispondeva la vocetta ridente, siete più vano di un
pavone; che cosa volete che ne faccia d’un uomo tondo come un barile?
La voce grossa insistè.
— Ci è barile e barile, comare mia, ci è il barile pieno d’acqua
piovana...
La vocetta interruppe:
— Ci è anche il barile vuoto.
— E ci è quello che contiene vino generoso, proseguì la voce grossa.
— Vino vecchio, ribattè la risanciona.
Erano passati oltre; si udì ancora:
— Comare mia, non fate lo sproposito di preferire Pantaleo.
Silvio non potè udir altro, ma alzando il capo sopra il muricciuolo,
vide alle spalle quei due e riconobbe di non essersi ingannato. Erano
Giovanni ed Annetta.
— Nozze! mormorò il professore. Egli proseguì la sua via, fra gli
ulivi, mentre i due si allontanavano nella viottola. Giunto al
muricciuolo di cinta che separava il podere di Don Giacomo da Speranza
Nostra, Silvio si arrestò e stette un poco affacciato ad una breccia
del muro. Da quel luogo egli vedeva la casa biancheggiante fra gli
alberi, la via tortuosa che scendeva al sedile di sasso fra le palme,
ma non vedeva le palme, nè il sedile. Era anche là un grave silenzio
fra gli ulivi, ma tendendo l’orecchio si poteva udire il canto degli
usignuoli e delle passere solitarie che saliva dal fondo della vallata.
Silvio scavalcò facilmente il muricciuolo, e fu contento di sè, perchè
nessuno lo aveva veduto. Pensava avviandosi: — chi sa quanto mi credono
lontano! — Ma fatti appena pochi passi, si arrestò. Dinanzi a sè, in un
sentiero, ecco due figure femminili.
— Sono desse! Angela e Beatrice.
Le due donne camminavano lentamente, e parevano dirette alla vigna;
erano sole.
Il professore le seguì da lontano, rallentando il passo; ma quelle
andavano più lente di lui, voltandogli le spalle, ed egli non tardò
ad avvicinarsi. Allora guardando bene, riconobbe di aver sbagliato:
di quelle due donne una non aveva il corpicino snello di Beatrice;
tutt’altro, era grossa, discinta, un po’ sformata; l’altra era più
piccola di Beatrice, ma certamente più alta di Angela. Chi erano dunque
quelle donne?
Silvio si arrestò per lasciarle dilungare senza abbandonarle cogli
occhi — poi riprese le sue mosse prudenti. Le due donne erano giunte al
vigneto; una, la più snella, sparve fra i vitigni e gridò a un tratto:
— Corri, Bice, un grappolo maturo!
E siccome Bice non correva, Angela tornò tenendo in alto un bel
grappolo nero e mostrando il viso splendente di bellezza giovanile.
Silvio comprese subito perchè comare Beatrice gli fosse sembrata
un’altra; ma come mai Angela fosse tanto cresciuta in meno di due mesi,
non lo intendeva affatto. Egli se ne stava dietro un melo nano, e così
nascosto poteva abbracciare coll’occhio le amiche sue. Ancora Beatrice
non si era voltata, ed egli era curioso di accertare da lontano se il
lavoro occulto — anzi non più occulto — della maternità le avesse pure
guastato il visino furbo e soave. In compenso gli si mostrava appieno
la luminosa bellezza di Angela, sul cui volto pareva che il sole
deponesse ogni giorno un raggio.
La fanciulla e Bice reggevano insieme con una mano il bel grappolo nero
e coll’altra lo venivano piluccando di conserva; quando non rimasero
più che pochi acini al raspo, Angela consigliò di buttarlo via. — Vado
a prenderne un altro maturo, disse, ce n’è ancora... — ma la contessa
volle serbare il raspo, perchè le piaceva l’aspretto degli acini
acerbi. E Silvio comprese anche questo.
In quel punto Beatrice buttò via il raspo, che, andato a cadere sopra
un arbusto, vi rimase appeso. La contessa si volse.
Ah! povera donnina, quanto era mutata!
Non si poteva dire che non fosse ancora bella, ma aveva le guance
scarne, gli occhi ingranditi, sporgenti, le labbro scolorite. Beatrice
era di quelle donne nelle quali il lavoro casto della maternità si
compie a spese della bellezza.
Il professore vide agonizzare un’altra volta il suo vecchio ideale che
credeva morto e sepolto, e quasi quasi ne fu contento. Stette ancora
un poco nel suo nascondiglio, poi si mosse; ma per non ispaventare
Beatrice, che in quello stato poteva averne danno, attraversò di corsa
gli alberelli del pometo, si cacciò fra i vitigni ed apparve come un
Dio silvestre agli occhi innamorati di Angela.
La fanciulla lo vide, mandò un grido e venne a buttarglisi fra le
braccia.
Beatrice accorse e stette tranquilla e sorridente ad osservare quel
cattivo zio, che tentava inutilmente di svincolarsi dalla nipote.
Diceva, come rispondendo ad una domanda sommessa: — Sì, sono io, sono
proprio io, lo zio Silvio, tornato or ora colla diligenza. Ho lasciato
andare la valigia a Sassari, io sono sceso nella viottola, sapeva che
vi avrei trovate qui, ed ho voluto farvi l’improvvisata. Ma non ci è
nessuna ragione di piangere; che ragazzata è questa? Comare Beatrice,
come vanno le cose? Benone, si vede. E il mio figlioccio come sta?
Ingrossa, si vede... Ma che cosa ha questa ragazza che piange?
Angela si staccò allora dal petto di quell’uomo tanto amato e tanto
indifferente e volle fuggire.
— Dove vai ora?
— Vado ad avvertire il conte Cosimo, rispose la fanciulla, cercando di
svincolarsi.
Ma Silvio l’aveva presa per le due mani, e tirando il capo indietro la
guardava:
— Sai che non ci capisco nulla; ho lasciato una ragazza che rideva
e trovo una signorina, una vera signorina, che piange. Ma che cosa è
dunque avvenuto?
Egli aveva l’aria di domandarlo a Beatrice, ad Angela e a tutto quanto
il vigneto circostante, il malaccorto.
— È avvenuto che ora porta le vesti lunghe, dichiarò Beatrice.
— To’, è vero! esclamò il professore, lasciando andare Angela, che si
allontanò di corsa.
— E che altro è avvenuto? domandò Silvio.
Comare Beatrice prima sorrise ad un’idea tentatrice, poi si lasciò
tentare, e cacciando una mano sotto il braccio dell’ingenuo:
— Compare mio, lo volete proprio sapere che cos’è avvenuto ad Angela?
È avvenuto che si è innamorata. Indovinate ora il resto, io non ve lo
dico.
Silvio fece una risatina stupida, non indovinò il resto, ma non
insistette neppure per farselo dire.