II.

Che Silvio si occupasse di Angela, era verissimo; che se ne occupasse

molto, era anche vero.

Dal giorno che il fratello gli era spirato fra le braccia, dopo

avergli detto d’un certo suo sogno paterno, generato dallo sgomento

di dover abbandonare la propria creatura a un mondo ingiusto, che

per farle scontare la pena inflitta al padre, o non le avrebbe dato

marito, o glielo avrebbe dato pessimo, da quel giorno, l’amoroso zio

non si era occupato quasi d’altro che della nipotina. Egli aveva

acconsentito a tutte le idee stravaganti del fratello, perchè non

bisogna contraddire ai moribondi, ed anche perchè gli pareva che il

disgraziato Giorgio, facendo la vita del bandito in Africa, avesse

perduto la pratica del mondo, dimenticato di che imprese sia capace

l’amore, e perciò fosse più pessimista del ragionevole. Ma che si

avesse a trovare un eccellente marito per Angela, anche senza uscire

dal territorio di Sassari, per ogni persona di questo mondo non poteva

essere dubbio. Solo che il musetto della ragazza mantenesse la metà di

quanto prometteva, e lo zio Silvio era pronto a scommettere che tutti

i giovinotti sassaresi la vorrebbero sposare, ad occhi chiusi. Fosse

anche la figlia d’un brigante, per andare a nozze Angela non avrebbe

che a scegliere; era come se lo vedesse. — Forse che la storia del

padre non era nota? E forse che perciò tutti gli studenti di Liceo, e i

più arditi del ginnasio, non le lasciavano gli occhi addosso?

Dunque i terrori di Giorgio non avevano fondamento, e la promessa vaga

fatta da Silvio al fratello morente non gli metteva paura.... «Sta

tranquillo, gli aveva detto, a far felice tua figlia ci penso io.»

Ci pensava.

E intanto, a voler essere sincero, prima condizione di felicità

futura per Angela, era di non pigliar sul serio nemmeno un momento la

possibilità d’un matrimonio così bizzarro.

Non si faceva illusioni, il professore. Egli aveva ora più del doppio

dell’età della ragazza, e quando questa fosse appena appena a tiro, a

diciannove anni poniamo, egli ne avrebbe ancora il doppio.

Non era egoista Silvio; avesse anche potuto carpire la felicità, non

l’avrebbe voluta, sagrificando una fanciulla innocente. Nemmeno l’amore

ottenuto coll’inganno da un’ingenua lo poteva contentare. Angela era

una ragazza bella, buona, piena di seduzioni e di grazie, degna di

tutte le dolcezze dell’amore spontaneo e corrisposto. Pigliarsela lui

già stanco della vita, già disilluso, già quasi vecchio, sarebbe stata

una colpa — e Silvio aveva peccato abbastanza. Chi sa? forse peccava

ancora, forse l’uomo non ha il diritto di accarezzare col pensiero un

ideale femminino, quando questo ideale è la moglie d’un amico. E pure

non gli pareva di far male; non si era egli accertato che Beatrice non

sentirebbe mai nulla per lui? Sì, mai nulla, salvo che l’amicizia.

Se Silvio avesse solo immaginato che la sua santa potesse scendere

dall’altare per dirgli: «t’amo,» si sarebbe creduto il più indegno

degli uomini. Egli era sicuro di non aver mai immaginato nulla di

simile, altro non voleva che vivere e morire del suo gran male occulto.

Ahimè! sì, occulto.

Beatrice, accecata dall’amore per suo marito, non sembrava nemmeno

sapere di che malattia Silvio languiva. Si era però accorta che non

istava bene; e glielo diceva spesso. — Lei dimagra, gli diceva, lei non

si cura abbastanza, signor Silvio; lei a _Speranza Nostra_ si costipa,

si scalmana; lei avrebbe bisogno di qualcuno al fianco che l’obbligasse

a riposarsi un poco ed a pigliare qualche medicina... — Così diceva la

cieca Beatrice. Non è vero che, se essa avesse solo potuto sospettare

il tarlo segreto, che mordeva il cuore di Silvio, non sarebbe

stata tanto crudele e tanto stupida? Quando, a quattr’occhi, in una

stanzetta, oppure attaccata al braccio di Silvio nella passeggiata, gli

parlava di Cosimo, gli diceva la confidenza intera che ora Cosimo aveva

messo in lei, e gli descriveva, con tanta ingenuità da parer malizia,

la festa del proprio cuore e quella del cuore di Cosimo, certamente

Beatrice era un pochino stupida. Fra una donna giovine e bella e un

uomo ancora giovine, quand’anche non sia bello, ci è sempre qualche

cosa che ammette, anzi richiede, anzi pretende l’esclusione tacita

del marito; non è nulla d’impuro, non è nulla d’illecito; chiamatelo

l’_eterno mascolino_.

Dunque Silvio si occupava molto della nipotina.

Sebbene egli non dubitasse menomamente che a suo tempo le

fioccherebbero i mariti, voleva pure che il passato non potesse gettare

ombra sulla festa nuziale, voleva rivendicare la memoria del povero

padre e correggere la sentenza che ne aveva fatto un assassino volgare.

Già una volta egli si era raccomandato ad un celebre avvocato milanese

per averne un buon consiglio, ma la risposta era stata breve e crudele:

«non vi è altro mezzo di correggere la sentenza contumaciale, aveva

scritto l’avvocato, fuorchè purgare la contumacia, cioè provocare

un nuovo giudizio consegnandosi alla giustizia...» Ma ora Giorgio

era morto e certamente la cosa mutava aspetto. La legge doveva aver

preveduto il caso d’un uomo accusato e condannato ingiustamente in

contumacia, poi morto e non più in grado di purgare nè la contumacia nè

altro.

Quando un testimonio, o un documento, o checchessia venisse a dire

ai giudici che essi avevano errato condannando un uomo, certamente

i giudici non chiederebbero di meglio che riabilitare la memoria del

defunto con una nuova sentenza da affiggere alle cantonate.

Così credeva il professore d’agronomia, ma gli avvocati sassaresi

erano di diverso parere, e il celebre giurista milanese, a cui Silvio

si era rivolto nuovamente, tardava a rispondere. Intanto Silvio,

persuaso che una qualunque via dovesse pure aprirsi alla riabilitazione

della memoria d’un morto e che tutto stava nel trovarla attraverso i

labirinti della legge e delle procedure, lavorava a radunare le armi

della difesa. Aveva messo le mani sopra due galantuomini di Sennori,

che si erano trovati presenti nel momento in cui il marito di Bebbia,

scampato all’agguato, aveva ucciso il suo rivale, per difendere la

propria vita.

I due sennoresi narravano d’aver visto ogni cosa stando dietro il

muricciuolo dell’oliveto di fronte, che era l’oliveto di Don Antonio

Muras, e di non essersi mostrati prima, nè aver parlato poi, per

prudenza, considerando ch’essi medesimi non avrebbero avuto nessuna

ragione di trovarsi dietro al muricciuolo, se non fosse stato che

le ulive quell’anno abbondavano e che nell’oliveto di Don Antonio

si tardava troppo a raccoglierle. Ora il sentimento della giustizia

combinato colla prescrizione dell’azione penale pei furti di campagna,

lo stimolo del rimorso e quello d’una mancia avrebbero fatto dire ai

due galantuomini tutta la verità e nient’altro che la verità.

_Su Mazzone_ dal canto suo, purchè la giustizia gli assicurasse che

non sarebbe arrestato durante il dibattimento, e dopo il dibattimento

gli concedesse un paio di giorni tanto da mettere un po’ di campagna

fra i reali carabinieri e lui, era disposto a presentarsi alla Corte

d’assise, per ispiegare appuntino come erano andate le cose.

Ma tanta buona volontà si ruppe contro l’inerzia del Codice di

procedura penale, che a questo caso non aveva pensato.

Come avevano detto e ridetto gli avvocati sassaresi, così scrisse

l’avvocato di Milano.

«Lei mi domanda, — scrisse — che cosa possa fare la famiglia del

condannato a morte in contumacia, quando, morto il condannato e

saputasene la irresponsabilità, voglia far sparire la macchia della

condanna.

«Purgare la contumacia a _sensi_ dell’art. 545 del Codice penale, no —

perchè il morto non può presentarsi.

«Ottenere la revisione del processo, no, perchè il Codice ammette

questa revisione in tre soli casi, che sono: 1.º che l’_ucciso_ non

sia _morto_ — 2.º che l’uccisore sia un altro e venga condannato in

contradittorio — 3.º che un testimone venga condannato per falso.

L’irresponsabilità del condannato, accertata dopo, non è _contemplata_

dalla legge. E poi la revisione a prò dell’onore dei morti non si

riferisce che alle sentenze esecutive, a termini degli articoli 688

e seguenti; le sentenze contumaciali, sebbene vengano pubblicate ed

affisse (art. 339), sono sempre escluse da questo beneficio.

«Si può pensare alla riabilitazione, ma la riabilitazione della legge

non riguarda che i vivi, senza dire che non si occupa dell’onore, ma

solo dell’incapacità risultante dalla condanna. (Vedi art. 636).

«Non è il caso dell’amnistia che abolisce l’azione penale (art. 830),

perchè questa è già estinta dalla morte (art. 13).

«Non è neppure il caso della grazia, prima di tutto perchè la grazia

non ripara l’onore e poi perchè la grazia si riferisce solo alle

condanne passate in giudicato (art. 826).

«Tutto ben considerato, non ci è nulla a fare. La legge però non vuole

sembrare indifferente alle conseguenze morali d’un errore giudiziario,

e dispone coll’articolo 24 del Codice penale, che l’infamia non si

estenda oltre la persona del condannato.»

Silvio pure si era provveduto di tutti i codici del Regno d’Italia, e

ne aveva sfogliato qualcuno, e si era sentito pigliare dalla collera

più d’una volta, quando non capiva gran cosa e quando non capiva

niente; ma dopo la lettera dell’avvocato milanese, sentì un bisogno

prepotente e andò a prendere tutti i colpevoli per dare un esempio. Li

trovò dove li aveva lasciati, ma ne mancava uno.

— Dov’è andato il Codice civile?

— L’ho preso io, rispose Angela, l’ho di là in camera, è un libro che

diverte.

— Zio Silvio! proseguì la fanciulla, picchiandosi la fronte, «gli

affini del medesimo grado» chi sono?

Lo zio Silvio, preso alla sprovveduta, non seppe rispondere; ma i

Codici furono salvi.

Amore ha cent'occhi · 第 43 / 59 题