Vi erano dei momenti in cui Angela non comprendeva più sè medesima;
essa aveva finalmente trovato una grossa vena di lagrime per la memoria
del suo povero padre, una vena che prometteva d’essere perenne;
ma quando aveva pianto molto, era poi così contenta di sè, che,
pensandoci, inorridiva quasi dei propri sentimenti. Non era nemmeno
sicura che sotto certi aspetti la morte di suo padre non fosse una
bella cosa; sotto l’aspetto del lutto grave, per esempio, che le era
toccato vestire e che si adattava bene alla bianchezza del visino tondo
ed alla capigliatura bionda; ed anche sotto l’aspetto del giornale in
cui ogni sera, prima d’andare a letto, poteva rileggere, correggere
ed aumentare la propria sventura. E sotto quale altro aspetto? Ah!
questo era il segreto di Angela; ancora essa non ne aveva detto nulla
al suo libriccino di memorie, nè a Bice, nè quasi a sè stessa, se
non in maniera dubitativa, perchè si era proposta di aspettare con
rassegnazione che parlasse _lui_. Già un giorno o l’altro, dovrebbe pur
parlare, so non volesse sposarla alla muta.
Però Angela non si faceva illusioni; forse le toccherebbe aspettare un
pezzo. Non già che non si sentisse capace di far la moglie anche fra un
anno, anche subito; era un dito appena più piccola di Bice; se andava
incontro allo specchio, a testa alta, poco mancava che non sembrasse
una matrona. Che cosa le mancava? Un po’ di strascico; quattro palmi di
coda, due palmi di coda, un palmo solo — non le mancava altro. Invece
portava ancora le vesti corte! Perchè mai le gonnelle delle ragazze
stentano tanto a crescere?
Ad ogni modo era contenta anche così; non s’ha a chiedere troppo alla
sorte; la quale, quando ad una fanciulla di tredici anni ha fatto
vedere lo sposo che le tiene in serbo, non ha fatto poco.
Signorine Sassaresi di venti anni sonati e magari di venticinque, le
quali a messa, alla benedizione, alla predica, giravano gli occhi
peggio di Madonne miracolose ricercando nella folla un devoto che
tardava a venire, Angela ne conosceva parecchie. Alla passeggiata dei
giardini pubblici, quando la banda sonava: _Tutte le feste al tempio
o M’apparì tutto amore_, e le meschine a cui ancora non era apparso
nessuno, gettavano le loro occhiate di qua e di là, e si voltavano col
batticuore ad ogni tintinnio di sciabola, Angela poteva fare la sua
via tranquillamente, andare su e giù nel viale, non si curando degli
studenti di liceo, i quali parlavano forte dell’amore di Platone e di
quello di Shopenahuer per farsi udire da lei.
Si sentiva arrivata, si sentiva a cavallo della vita; e se non
l’avessero trattenuta le convenienze, si sarebbe voltata per dire alla
scolaresca che il venirle dietro era tempo buttato, che lei lo sposo
forse ce l’aveva, e non uno sposo da burla, ma uno sposo colla barba
nera e perfino con qualche pelo bianco, uno sposo che non era studente,
perchè era professore. Forse si chiamava Silvio, ma essa non ne sapeva
nulla; toccava a lui parlare, ed egli non aveva aperto bocca.
Il solo che avesse aperto bocca era il parroco. Quel prete consumato
si era lasciato pigliare in una trappola veramente primitiva che la
fanciulla, a cui piacevano le notizie sicure e le cose nette, aveva
preparato col suo garbo d’ingenua. Essa era andata a dirgli piangendo
che sapeva tutto, che aveva udito il sogno di suo padre, e che le era
sacro — e lui: «Non so nulla,» aveva risposto, baciandola in fronte,
e se non le aveva dato la benedizione nuziale, poco vi era mancato.
Solo più tardi prete Emanuele ebbe un sospetto che Angela gliel’avesse
fatta; ma l’ingenua era già partita nel biroccino a fianco del suo
fidanzato.
Era stato un gran lavoro per il cervellino di Angela il provarsi ad
immaginare le parole, l’accento, le maniere con cui il suo Silvio
le avrebbe svelato tutta la faccenda. Preparare la risposta le era
riuscito più facile. «So tutto,» avrebbe detto, e gli si sarebbe
buttata al collo; forse avrebbe soggiunto: «e ti amo,» forse no;
secondo i casi. Ma tutta la strada, da Tempio a Sassari, Silvio non
disse quattro parole più del necessario; e tornati alla casina del
mulino a vento, egli era ancora lo zio d’una volta, tale e quale; e
così rimase.
E così rimaneva da parecchie settimane. Era andato a Sorso, era andato
a Sennori; sebbene fosse sempre occupatissimo di _Speranza Nostra_,
trovava tempo a colloqui lunghi con Cosimo, con Beatrice, cogli
avvocati di Sassari. Una volta era ricomparso nella casina bianca
Efisio Pacis, quell’altro, quello che faceva delle poesie, e una
mattina il pastore e suo zio erano partiti insieme di buon’ora, poi lui
era ritornato solo, poi... insomma, ci era in tutta la casa la presenza
continua d’un’idea nuova. Angela da principio non vi badò, perchè
anch’essa aveva un gran lavoro da fare per dar sesto al suo avvenire,
ma quando vide che lui non si risolveva proprio a parlare, ed ebbe la
prova sicura che nè Beatrice, nè il conte Cosimo erano informati del
gran segreto, allora volle sapere che sorta di propositi togliessero il
riposo al suo Silvio.
— Lo sai? gli disse una mattina, trattenendolo nell’uscio di casa
mentre stava per andare pe’ fatti suoi. Lo sai che da qualche tempo non
ti occupi di me?
Silvio la guardò un momentino e sorrise, assicurandola che sbagliava e
che invece s’occupava molto di lei.
— Non mi guardi neppure! insistè Angela; non hai nemmeno badato al
mutamento che ho fatto; vedi... soggiunse tirandosi indietro un passo e
facendo un giro largo nel vestibolo.
Silvio la guardò e non vide nulla.
— Il vestito!... suggerì Angela con accento di misericordia, i
vestiti!.... non ti sei accorto che sono più lunghi? Bice me gli ha
fatti allungare tutti.... prima scendevano appena fin qua, ed ora
guarda...
— Se non me lo dicevi, confessò Silvio, non me ne sarei accorto; manca
ancora una spanna perchè tocchi terra, si vede tutto lo stivaletto.
Fu una rivelazione per la fanciulla; l’uomo che suo padre le aveva
destinato per marito non si dichiarava ancora, perchè non credeva la
sposa abbastanza matura.
— Quest’inverno li porterò lunghi, disse Angela, quest’inverno avrò
quasi quattordici anni.
— Lo so, disse Silvio.
Non disse altro. Egli si avviò tranquillamente, almeno in apparenza,
e ad Angela non venne neppure in pensiero di trattenerlo. Rimaneva
lì, nel vestibolo, un po’ indispettita, ma punto scoraggiata da tanta
freddezza; poi ricordandosi che le fidanzate non lasciano mai uscire di
casa il loro promesso senza accompagnarlo cogli occhi da un uscio o da
una finestra, venne ad affacciarsi al terrazzino. Egli se n’andava con
passo celere, diritto e superbo. Guardato alle spalle, pareva un uomo
incapace di voltarsi nella sua via per nulla al mondo, e invece... e
invece prima di scantonare, si voltò.
A questo grave indizio d’amore, Angela non seppe, non volle resistere,
e subito, senza mettere tempo in mezzo, andò a dire ogni cosa al suo
giornale. Già, lo sapeva bene, fino a tanto che non avesse scritto
nel quaderno che Silvio era lo sposo suo dinanzi al Cielo, l’uomo
più bello, più amabile e più amato di questa terra, non potrebbe dire
d’esserne innamorata abbastanza. Da questo momento ne era cotta; era
scritto.
Ora non le pareva vero che avesse potuto vivere tanto tempo al fianco
di Silvio senza vedere in lui altro che uno zio; però, a pensarci
bene, _qualche cosa_ ci era sempre stata fra lui e lei; fin da quando
era bambina, fin da quando gli saltava sulle ginocchia, essa aveva
sempre sentito _qualche cosa_. Ora se ne ricordava benissimo. Era forse
l’istinto o il presentimento, forse il destino, ma qualche cosa era.
E tutto ciò a dispetto della sua fantasia tanto diversa dal proprio
cuore. Perchè, bisogna pur dirlo, l’ideale di Angela in altri tempi
era stato uno sposo che avesse avuto vent’anni appena, i baffi e la
mosca e nemmeno un pelo di più sulla faccia. Non sembra vero, ma è
così. Gli uomini dell’età di Silvio le erano sembrati vecchi! Che poco
giudizio aveva allora! Per fare ammenda onorevole, Angela sentenziò
nel suo quaderno che l’uomo non dovrebbe mai prender moglie prima dei
trent’anni.
Si può credere, sebbene Angela non abbia lasciato scritto nulla in
proposito, che non sia così quanto alla donna.