Facciamola questa buona azione! aveva detto Beatrice a suo marito; e al
primo sorriso di Cosimo si era affrettata ad esclamare: «ho vinto!» —
Non aveva vinto ancora; rimaneva un avversario, appostato dove meno se
lo sarebbe immaginato, nel proprio cuore di sposa; quell’avversario era
una debolezza, a cui Beatrice, nell’impeto della carità e dell’amore,
non si era quasi degnata di guardare.
Presa da quell’ebbrezza baldanzosa che danno le grandi alture morali,
si era creduta padrona di tutta sè stessa, aveva confidato di far
tacere le vocette dell’amor proprio e di poter mettere al posto di
tutti i piccoli sentimenti d’una moglie innamorata, la coscienza della
donna. Ma quando aveva potuto credersi trionfatrice delle riluttanze di
suo marito, si era sentita gli occhi bagnati di lagrime, senza sapere
perchè, e quel giorno non le era riuscito di scrivere alla funambola.
E il giorno dopo Cosimo aveva detto: — Beatrice mia, la lettera a
quella disgraziata aspetta ancora un poco a scriverla; pensiamoci;
io credo che non bisogni fare nessuna cosa a precipizio, nemmeno le
buone azioni. Non sei tu pure del mio parere? — No, che non era di quel
parere, e per convenire che sebbene la pensasse altrimenti, era forse
meglio rifletterci ancora, Beatrice si fece pregare un poco. Ma era
in buona fede; appena lui aveva detto: _aspetta_, essa si era sentita
tornare tutta la baldanza della vigilia, rinvigorita da un tantino di
rimorso; avrebbe scritto lì per lì non una, ma dieci lettere, e nel
rassegnarsi ad aspettare, potè credere proprio di fare un sacrifizio.
Passarono i giorni e lo settimane, e Beatrice non parlò più di scrivere
alla funambola.
Che cosa aspettava? Non lo sapeva nemmeno lei, ma l’idea di pigliare
in casa la figlia illegittima d’una ragazza del circo, che si era data
a suo marito, a poco a poco andò perdendo agli occhi suoi la bellezza
con cui le era apparsa la prima volta, d’improvviso e da lontano, fino
a diventare ridicola, fino a diventare odiosa. Non le pareva vero che
fosse stata tanto sciocca da fare una pensata simile.
Quella Nenna era certamente una fanciulla viziosa, già corrotta dalle
funambule e dagli acrobati, e Beatrice dovrebbe farla venire da Milano
per vedersela lì, sempre davanti, a ricordarle mattina e sera, per
il rimanente della vita, che un’altra donna, una donna volgare... un
giorno!...
E la cattiva madre che speculava sulla propria infamia, forse che
sarebbe possibile tenerla distante, vietarle per l’avvenire ogni
contatto con sua figlia? Perchè la Nenna non cesserebbe mai d’essere la
figlia di Cesira, anche quando avesse imparato a dare a Beatrice quel
nome di madre che la sorte non le aveva voluto concedere. E se venisse
un giorno, quella Cesira? Con qual diritto chiudere le porte in faccia
ad una donna che grida: «voglio vedere la mia creatura?...»
Altre paure, già domate, rizzavano il capo. Se guardando in volto
a Nenna, studiandone le trasformazioni che vi porterebbe l’età,
interrogandone il corpo e lo spirito, Beatrice venisse un giorno a
sospettare che la disgraziata avesse la fronte, la bocca, o solo lo
sguardo, o solo il sorriso di Cosimo. Se non potendo mai accertare
il vero, vedesse nascere nel cuore di suo marito un sospetto, un
dubbio pauroso e dolce, forse peggio, un sentimento istintivo capace
di legarlo a quella creatura ed alla cattiva madre di lei, più che
alla sua sposa legittima, che gli lasciava ignorare le gioie della
paternità! Se il cielo, in premio della sua buona azione, le riserbasse
questo spettacolo! Era pur stata sciocca! Ma come mai Cosimo non se
ne accorgeva egli stesso, e non le veniva a dire colla dolce autorità
dell’amore: «io ti proibisco di giocare su questa posta la nostra
felicità?»
Ah! essa lo sapeva bene perchè suo marito taceva; perchè le leggeva
nell’anima, perchè, vedendo la battaglia che le dava il buon senso,
confidava che s’indebolisse tanto, da dover rinunziare ad una carità
spropositata.
Non le spiaceva che fosse così, tutt’altro, ma si sentiva umiliata. Era
la prima volta che il cuore le aveva detto una bugia nel suggerirle una
buona azione superiore alle proprie forze; perchè ora poteva dubitare
di tutto, e chi sa? forse gli scrupoli che erano succeduti al primo
slancio, non erano già consigliati dal buon senso, ma dalla viltà. Le
mancava il coraggio, ecco — bisognava convenirne apertamente, e nemmeno
questo sapeva indursi a fare, aspettando accidiosamente non già che
le tornasse la primitiva baldanza, ma che le fosse pure risparmiata la
confessione umiliante. Suo marito non le diceva più nulla, ma si vedeva
bene che ci pensava sempre e che egli pure aspettava.
E una sera, quando si credevano entrambi lontanissimi dall’arrivare
ad una conclusione, ma pensavano tutti e due alla medesima cosa, si
guardarono e s’intesero.
— Quanto siamo mai miseri! mormorò Beatrice.
Cosimo non disse di no.
Vedendosi compresa, Beatrice proseguì:
— Qualche volta ci crediamo angeli, ma siamo poi sempre... donne.
E suo marito le fece intendere con un bacio silenzioso che non gli
spiaceva che essa fosse così.
— Bisogna scrivere a quella disgraziata, balbettò la giovine moglie; ho
pensato... che basterà per ora.... che io le mandi del denaro. Al resto
vi è sempre tempo.
Disse queste ultime parole con dispetto, come se una forza ignota,
superiore alla sua volontà («il buon senso» aveva detto prima) gliele
strappasse dalle labbra.
Cosimo cominciò sorridendo: «brava...» ma essa gli tappò la bocca colla
mano.
— Sta zitto!
Quella buona azione non riuscita, non pesò lungamente sulla coscienza
di Beatrice, perchè due settimane dopo ella potè dire a sè stessa
sul serio che forse — o generosa natura! — sì, forse non era stato il
suo mal animo a farla andare a male, nè il mal animo del suo Cosimo,
ma l’egoismo d’un altro, il primo capriccio d’una creaturina, che
per venire al mondo metteva le sue condizioni. E appena intravide un
bagliore di questa idea grandiosa, e le si fu accostata timidamente
senza uscire ancora dall’ombra che essa lasciava intorno a sè, Beatrice
sentì svanire tutti gli scrupoli di un falso sentimento, e disse forte
a sè stessa, e lo disse a Cosimo, che solo qualche anima buona aveva
potuto impedirle di commettere una corbelleria.
— Ce ne saremmo pentiti dieci volte, non avremmo osato confessarlo e
saremmo forse stati miseri per tutta la vita.
Così assicurava Cosimo, che pure non sapeva... Se poi avesse saputo!
Ma Beatrice, per non gettare l’animo suo nelle ansie di chi sogna la
felicità e teme di svegliarsi, ancora non gli diceva nulla.
Era sola a godersi la speranza, sola pure a temere.
Non erano questi i loro patti, lo sapeva bene, ma era certa di non
far male, violandoli, perchè sentiva pure di non esser stata mai così
vicina al suo Cosimo.
Si provava a dirglielo: — io peggioro, gli diceva ridendo, io sono
sempre più innamorata di te. Ogni giorno scopro che ti voglio bene in
un modo nuovo; ti ho voluto il bene di sposa, di amica, di sorella, ora
credo di volerti anche quello di madre. Mi pare che vorrei fasciarti e
portarti in braccio...
Cosimo, che non voleva essere da meno, rispondeva che anche lui, sì,
anche lui... almeno gli pareva... ma allora Beatrice, col dolce imperio
dell’amore, gli ordinava di smettere.
— Sta zitto... sta zitto... tu non sai!
No, egli non sapeva, non indovinava, non ci si provava neppure, il
malaccorto, e bisognò che dicesse lei ogni cosa, quando non si sentì
più la forza di fare da sola tutta la fatica di aspettare, dubitando e
sperando.
Ma in compenso, appena Cosimo ebbe aperti gli occhi, dichiarò di
vederci per due. Nè ansie, nè dubbi; per lui tutto era chiaro;
aveva fatto dei buoni studi, nel primo anno di matrimonio; poteva
confessarlo, egli aveva di là, nella libreria, un libriccino malizioso,
che gli aveva insegnato molti segretuzzi.
Non aveva essa un po’ di nausea? No? L’avrebbe più tardi. Non sentiva
languori e brividi? No? Li sentirebbe forse fra un mese, forse prima.
Già questi incomodi si sentono sempre troppo presto. Cosimo non
dubitava di nulla, aveva la fede. Se a sua moglie facesse piacere
saperlo, egli si sentiva capace, per via di certi calcoli matematici
e lunari, di dirle il giorno preciso in cui... No? Ebbene, no, essa
brancolerebbe nelle tenebre, egli terrebbe per sè la scienza; ma se
Beatrice preferisse veder brancolare lui pure nel buio, non aveva che a
dirlo.
Pareva ubbriaco, tanto era felice; felice tanto, che sua moglie si
pentì di aver parlato troppo presto, e pianse.
Egli domandò:
— Perchè piangi? Ed essa rispose: Perchè ho paura di essermi ingannata.
— Ma era inutile, Cosimo non si sgomentava.
Se Beatrice l’avesse lasciato fare, egli sarebbe corso subito a
_Speranza Nostra_ per dare la gran notizia a Silvio.