Fin dalla vigilia del gran giorno, l’antico cuoco aveva sentito una
voce, che lo chiamava in cucina. Disgraziatamente era questa la parte
più trascurata di _Speranza nostra_; il fornello aveva sei buche
quadre ed una tonda e più ampia per la caldaia dell’acqua calda; ma a
quattro buche mancavano le gratelle da reggere il carbone; l’ingegnoso
Giovanni, dopo essere stato un pezzetto in contemplazione dinanzi
a quelle buche rovinate, trovò il verso di farle servire ancora,
adattandovi dei treppiedi di ferro. Ma ahi! non il fornello soltanto
era in quello stato miserrimo; alcuni utensili della cucina, guardati
da vicino, apparvero ridotti in peggior condizione; la mezza luna aveva
perduto le impugnature, ed era impossibile adoperarla senza bucarsi
le mani come un Cristo; la grattugia era sventrata, lo staccio fesso;
rimaneva il mortaio di pietra, ma si cercava invano il pestello, che,
per essere di legno, era andato a finire nella bocca del camino una
notte d’inverno, insieme col matterello e col tagliere; il calderotto
non aveva manico; la gratella era zoppa. Giovanni, invocando il suo
santo patrono perchè gli desse lume e pazienza, riuscì a conficcare
due pezzi di legno nei codoli della mezzaluna, fabbricò colle proprie
mani un matterello di canna, rammendò lo staccio, diede una gruccia
alla gratella; poi chiamò a sè il professor Silvio, lo trasse con
dolce violenza ad ammirare le meraviglie di cui era stata capace la
disperazione d’un cuoco, e si fece promettere solennemente che in
avvenire si sarebbe anche pensato a riadattare e rifornire la cucina.
Egli diceva ed aveva ragione:
«Se mia madre, buon’anima, nel cucinare il signor me, si fosse
dimenticata di mettermi un po’ di sale in zucca, come avrei fatto io
domani?»
Domani era il gran giorno; era la festa di san Giovanni.
Beatrice aveva promesso di andare a _Speranza Nostra_ di buon mattino,
di rimanervi tutta la giornata e passarvi anche la notte. La sera,
sulla spianata dinanzi alla casa, si doveva accendere un gran fuoco e
fare i _compari_ e le _comari_ di san Giovanni.
Infatti verso le nove del mattino tutta la comitiva era radunata
dinanzi alla casa a bere il latte caldo; vi era Ambrogio colla sua
buona faccia rugosa; vi era Angela, con una gran voglia di correre; vi
era Annetta, tutta vezzi e moine, disposta a far la bimba per divertire
la signorina; e vi era Cecchino Misirolli, il quale offriva umilmente
i propri servigi al cuoco. Silvio, salutata appena la contessa, si
mise ai panni di Cosimo, per cui sentiva una tenerezza grande; il falso
Efisio Pacis si impadronì di sua figlia, e col pretesto di farle vedere
un nido di ghiandaie le propose di condurla fino al querceto.
Un’ora dopo erano tutti sparpagliati per il podere, e _Speranza
Nostra_ echeggiava di grida di richiamo. Non rimasero nella casa altri
che Giovanni e Cecchino in gran faccende per il desinare. Prima del
mezzodì giunsero i pochi invitati. Erano conoscenze recenti: il notaio
Pirisi che aveva fatto il contratto di compravendita del podere;
l’ingegnere Costa, che aveva assistito il conte Cosimo nei lavori del
mulino; due giovani avvocati; il dottor Cubello, proprietario d’una
vigna vicina a _Speranza Nostra_, che era stato molto ostile nella
faccenda delle acque, ma che in ultimo aveva permesso agli operai del
conte di incanalare l’acqua del proprio podere, purchè egli non avesse
a spendere un quattrino. Era una miscela di gente che si conosceva
appena, ma che diventava subito amica, perchè aveva l’arguzia facile,
il riso pronto e delle gran strette di mano da distribuire. Giungevano
colle facce rosse e irrigate dal sudore, e si lasciavano cadere sopra
una panca di sasso nel viale d’ulivi, prima d’andare a dire alla
contessa che la giornata era cocente.
Sì, la giornata era cocente; ma doveva essere così, perchè era il 24
giugno; per altro il dottor Cubello confidò a Beatrice la sua speranza
che una brezzolina di mare avesse ad infilare la gola della vallata
dopo il mezzodì, e l’ingegnere Costa le confidò che ne dubitava. Sotto
tutte le latitudini, le prime confidenze si rassomigliano. Subito il
notaio Pirisi prese animo, ed introdusse nella brigata un argomento
di conversazione, per dar tempo al tempo, essendo che il mezzodì si
annunziava allora dai campanili di Sassari, e si doveva dare in tavola
all’una. Si parlò delle strade ferrate, i cui lavori, cominciati da un
pezzo, erano stati interrotti e ripresi più volte, ed ora, si diceva,
proseguirebbero senza intoppi. L’ingegnere Costa doveva saperne qualche
cosa; a che punto si era? che speranze rimanevano ai vecchi di veder
passare la locomotiva sbuffante attraverso gli uliveti?
L’ingegnere Costa diede le spiegazioni volute, ma lasciò intendere al
suo uditorio che non aveva nella virtù miracolosa delle strade ferrate
tutta la fiducia di tanti altri. Manifestò anzi un dubbio, che parve
un’eresia, cioè che vi potesse essere qualche cosa di meglio a fare
nell’isola, che non le strade ferrate.
Ah! quanto a questo non vi era dubbio per il dottor Cubello; a lui
quella strada ferrata del demonio aveva cominciato dal tagliare in
mezzo il podere. — Però gliel’avevano pagato? — Sicuro; e che per
ciò? Egli era stato vent’anni a far la posta ai vicini; quando era
morto compare Pietro Paolo, buon’anima, lui aveva comperato dagli
eredi un pezzo di terra grande quanto una pezzuola, e l’aveva pagato
dugento scudi sardi; quando si era maritata la prima figliuola di Don
Sebastiano, aveva potuto aggiungere un pezzo d’oliveto e una vigna.
E sul più bello, ora che era riuscito a mettere insieme il più gran
podere del territorio, eccoti la strada ferrata che ha proprio bisogno
di passargli attraverso. Nissuno compianse il dottor Cubello perchè
il suo lamento non era sincero; ma l’ingegnere Costa, stimolato ad
esprimere tutto il suo pensiero, disse che prima delle strade ferrate,
bisognava chiedere al governo la bonificazione dei terreni, il
rasciugamento delle paludi, e magari, mettendo un po’ di faccia tosta,
il dono dei terreni demaniali ai comuni.
— Perchè farne?
— Ah! perchè farne? entrò a dire Silvio con enfasi, per affidarli ai
contadini lombardi, o piemontesi, o svizzeri, che invece di andarsene
in America e in Australia, volessero emigrare in Sardegna.
— La colonizzazione, esclamò il notaio Pirisi, è una utopia; si è
provato tante volte e non si è riuscito a nulla.
— Perchè non si è riuscito? perchè non si è detto agli emigranti: voi
siete miserabili; venite in Sardegna, avrete il viaggio pagato, venti
lire in tasca per ogni testa — anche a costo di pagare quaranta lire
i fenomeni con due teste — e appena arrivati in Sardegna diventerete
proprietari d’un pezzo di terreno con una casetta e gli utensili pel
lavoro; non avrete altro obbligo che abitare la campagna e coltivarla;
dopo dieci anni comincerete a pagare il terreno, e vi sdebiterete in
venti anni, senza avvedervene!
Al dottor Cubello questa bella pensata di chiamare nell’isola gli
straccioni del continente e trasformarli in proprietari come lui, non
poteva entrare. — Ci lasceremo spogliare? esclamava, la terra è la
nostra unica ricchezza; la terra è cosa nostra!...
— Falso! il lavoro soltanto è nostro; la terra è di chi la coltiva,
diceva Silvio; i nostri poderi sterminati, mentre non abbiamo braccia
per coltivarli, sono una ironia; la ripartizione dei terreni dev’essere
proporzionate alle forze della coltivazione; lasciando i latifondi
agli Inglesi, che lavorano la campagna colle macchine, noi ci dovremmo
accontentare dei piccoli poderi!
Queste idee scombussolavano interamente il dottore Cubello; egli era
uno dei rampolli più tenaci di quella vecchia pianta parassita che
si chiama la proprietà fondiaria; egli credeva in buona fede che la
missione dell’uomo sulla madre terra fosse di attaccarsi alle mammelle
di questa gran nutrice, e di succhiarne quanto poteva senza fatica. Le
necessità della coltura lo facevano melanconico; le novità poi, gli
mettevano dispetto: si arrendeva a malincuore agli ingrassi, ma agli
altri concimi non credeva affatto; e s’immaginava d’essere l’ottimo
dei cittadini e il migliore dei consiglieri comunali, perchè, invece
di fidarsi delle banche, delle industrie e del commercio, come tanti
giovinotti, si teneva saldo contro la corrente, e quando aveva messo
quattro soldi da parte, comperava una striscia di terra con quattro
olivastri.
L’ingegnere Costa, una testa rotta, arrischiò di metterlo in gran
collera, dicendogli che lui stesso, il dottor Cubello, quando facesse
bene i proprî conti troverebbe conveniente regalare un pezzo del suo
gran podere ad una famiglia di contadini lombardi o toscani, perchè
abitassero la campagna e la coltivassero meglio.
La colonizzazione, a sentir lui, doveva cominciare alle porte di
Sassari, non nelle campagne perdute, come si era tentato finora; i
Sardi dovevano mettersi bene in testa che a conquistare il terreno
della loro isola non basta un atto notarile.
— E il classico zappatore? — Il classico zappatore, che non vuole
abitare la campagna, scomparirà, sentenziò Silvio; diventerà piccolo
possidente ozioso, oppure continuerà a coltivare il proprio terreno
colla zappetta, finchè la corrente del progresso non lo pigli e lo
butti alle industrie ed al commercio, che in Sardegna ne hanno tanto
bisogno. Ma per affrettare questo giorno ci vuole prima di tutto
l’istruzione...
Il dottor Cubello non ebbe paura che quei due giovinotti rivoluzionari
gli facessero mancare la terra sotto i piedi. — Sono vecchio... disse
con un sorriso di falsa rassegnazione.
Ma si udì lo scampanìo che annunziava il desinare, e il dottor Cubello
fu contento di troncare il litigio con una celia. — Quella sì, disse
alzando gli occhi a guardare la campana che si dondolava sotto gli
strappi di Cecchino — quella sì che parla bene!
Dopo il desinare, la comitiva si era sparpagliata per la campagna;
il dottor Cubello, per non lasciarsi pigliare un’altra volta in una
discussione che poteva turbare il lavoro digestivo del ventricolo, si
era messo accanto a Cosimo ed a Beatrice, e parlava di Milano, dove
egli non era stato mai, e di altri luoghi anche più lontani che egli
aveva rinunziato a vedere in questa vita.
Qualcuno era andato a cacciarsi sotto gli alberi del bosco, per fare
la dormitina igienica, a cui non sapeva rinunziare, e Angela, fatto
portare un seggiolone antico sotto la pergola, vi si era accomodata. Ma
non voleva dormire, voleva pensare.
Sotto la vôlta di pampini e di passiflore, penetrava appena un raggio
di sole, che disegnava in terra, in un breve fondo dorato, alcune
foglie della passiflora; il ronzio degli insetti moriva all’ingresso
dell’arcata; ogni tanto un tafano staccandosi dal nugolo dei suoi
compagni, come per una spinta ricevuta, dava un tuffo nell’ombra, e
ne rifuggiva prontamente; i fili dei ragni tesi sul sommo dell’arco,
da un pilastro all’altro, sembravano d’argento. Angela non voleva
dormire; si voleva godere quella quiete, voleva scandagliare l’avvenire
serbato alla povera orfana, impietosirsi sulla propria sorte se fosse
il caso, come le pareva giudicando all’ingrosso, e rendersi finalmente
ragione di certi piccoli avvenimenti che essa aveva affidato al proprio
quaderno per tornarci sopra con comodo.
Per esempio, questo buon Efisio Pacis, a cui era sfuggita con un
pretesto, questo babbo Efisio che doveva essere forte nel manipolare
il cacio, interrogato da lei poc’anzi, aveva mostrato che di cacio ne
sapeva pochino. E poi a fare il cacio in _Speranza Nostra_, nessuno più
ci pensava; si pensava all’olio, al vino, all’alcool, ma al cacio no;
dunque che cosa era venuto a fare in _Speranza Nostra_, Efisio Pacis?
La fanciulla era quasi sicura di saperlo. Era venuto a nascondersi.
La magnifica storia di quel bandito, che aveva ammazzato un uomo e se
n’era andato in Africa, forse era la sua. Se poi non era quella, come
Angela sperava ancora, perchè quella le piaceva che fosse la storia
di suo padre, allora era un’altra consimile. Già, essa aveva sempre
inteso dire che la Sardegna era piena di banditi. Ah! quanto si tardava
a svelarle ogni cosa! E pure essa aveva oramai tredici anni, e non
faceva per vantarsi, ma ne dimostrava quindici, ed aveva il giudizio
d’una donna, d’una vera donna. Chi sa che cosa aspettavano! che essa
avesse preso marito? E lo piglierebbe poi? il cuore le diceva di no, e
il cuore, si sa bene, non inganna. La sua sorte doveva essere di vivere
nell’ombra e di sparire nella notte; la sua giornata, si vedeva bene,
non avrebbe meriggio. Era tanto sicura di questo, che l’avrebbe scritto
nel suo giornale, e le dispiaceva di aver lasciato a casa il quaderno;
proverebbe a tenerlo in mente: sì, povera Angela, la tua giornata non
avrà meriggio, tu vivrai nell’ombra e sparirai nella notte. Poi le idee
della fanciulla si confusero, ed essa dormì una buona ora col corpo
abbandonato sulla spalliera del seggiolone. Quando riaprì gli occhi,
vide che il sole, declinando, stava per affacciarsi all’arcata della
pergola, e intanto attraverso il fogliame le aveva gettato in grembo
come una manata di monete d’oro, che le scaldavano le ginocchia.
Un uomo, salito sopra uno sgabello, le voltava le spalle e s’ingegnava,
rizzandosi in punta di piedi, di stendere una pezzuola dinanzi a quei
raggi indiscreti; era Efisio Pacis. Egli faticava molto, si vedeva, a
raccomandare alle spine della passiflora i lembi della pezzuola; ogni
tanto se ne staccava uno.
A un tratto quel pover’uomo mandò un piccolo grido, si portò la mano
al cuore, e rimase immobile, col capo appoggiato al pilastro della
pergola, senza scendere dallo sgabello. «Si sarà punto un dito» pensò
Angela.
Il povero Efisio non si moveva e ad Angela cominciò a battere il
cuore forte. — Babbo Efisio! — disse forte. Babbo Efisio si volse e le
sorrise per tranquillarla: ma aveva la faccia contratta da un dolore
acuto, e si premeva il lato sinistro del petto colla mano.
Allora Angela abbandonò il seggiolone e corse presso al suo vecchio
amico.
— Non è nulla, disse Giorgio, vi sono avvezzo; è il cuore; ogni tanto
mi fa soffrire; — e dimenticava il suo male per accarezzare la testina
bionda di sua figlia.
— Vuole che l’aiuti a discendere? propose Angela; si appoggi pure a me,
sono forte. Come si sente ora? È passato? Bravo, babbo Efisio, ora è
passato.
— Facciamo i _compari_ e le _comari_ di San Giovanni! disse Beatrice
prima del tramonto.
Ma il notaio Pirisi notò che bisognava aspettare che fosse notte.
Allora, per ingannare il tempo, qualcuno propose di gettare gli
oroscopi col piombo.
— Sì, sì, facciamo, facciamo — ma come si fa?
— Si fonde un po’ di piombo, e lo si getta liquefatto entro una
catinella d’acqua; ne vengono fuori dei mariti per le ragazze, dei
figli maschi per le maritate, e tante altre belle cose.
— Facciamo! facciamo!
L’oroscopo di Beatrice, che fu il primo, riuscì complicato, e si adattò
a molte interpretazioni. Il dottor Cubello ci vide prima degli altri
una culla, e allora la culla ce la videro tutti, salvo Cosimo, che si
accontentò di sorridere, e Silvio, il quale non disse nè sì nè no.
Beatrice non sapeva darsi pace che gli altri vedessero una culla, e lei
no.
— Dica lei, professore, dove la vede una culla qua dentro?
Silvio guardò lungamente, non vide nulla.
Oltre della culla, nel _piombo_ della contessa si trovò un ramo
d’ulivo, una corona, e cento simili cosine graziose.
Poi il piombo fu liquefatto e gettato un’altra volta per Angela.
Ah! era chiaro come luce meridiana — ecco l’anello, ecco la corona
nuziale. E quella caverna che cosa significava? Un mistero, disse
Angela. E quella croce? e quel cassone? Una bara! rispose Angela. — No,
il cofano delle nozze. — No, una bara.
Il piombo di Cosimo fu letto da Beatrice — vi era una corona, la
contea; una squadra, il lavoro; un’ancora, _Speranza Nostra_!
Quando fu la volta di Silvio, egli ascoltò distratto quel che dicevano
gli altri, ma tenne gli occhi fissi sopra Beatrice. E l’amica sua
lesse l’oroscopo senza turbarsi — Anche qui la squadra... — Dove? Qui,
guardi — la squadra, il lavoro — poi un cuore grosso, in cui ci è posto
per l’amicizia e per l’amore, — è il suo, signor Silvio! — accanto un
altro cuore più piccolo, un cuore di giovinetta; senza dubbio; ecco
l’anello... nozze; e guardi, non sono due colombi che si beccano? — Ma
no — Ma sì, sono proprio due colombi che si beccano.
— Facciamo i _compari_ e le _comari_ di San Giovanni! propose un’altra
volta Angela — è quasi notte.
— Facciamoli.
Fu portata nel mezzo della spianata, dinanzi alla casa, una fascina
di sarmenti e di rami secchi, e le fu appiccato il fuoco. La fiamma si
levò alta e a quel bagliore parve affrettarsi la notte nella campagna.
Si vedevano i pipistrelli svolazzare agitati, strisciando quasi colle
ali il muro della casa; le grosse farfalle nere, disturbate nel riposo,
accorrevano all’improvvisa luce e si bruciavano le ali nella fiamma;
una sfinge abbagliata, si andò a posare sull’omero di Angela che ne
ebbe paura, perchè la credette un uccellaccio, ma poi la prese in mano
e l’andò a deporre nel calice di una rosa, per salvarla da morte.
Quando la fiamma si fu abbassata un poco, vedendo che nissuno dava
il buon esempio, si fece innanzi Annetta, proponendosi per comare a
Giovanni, che l’accettò con piacere. Ma nessuno dei due sapeva bene
come bisognasse fare. — E intervenne il dottor Cubello. — Ci vuole un
bastone lungo — gridò: — Eccolo! — La signora di qua, il signore di là,
il fuoco in mezzo; ciascuno stringa il bastone per un’estremità — bene
— ora dondolate il bastone sulla fiamma — così — e dite: a _compare_
e a _comare_ di San Giovanni; e un bel salto attraverso il fuoco — non
ci è male; ancora: a _compare_ e a _comare_ di San Giovanni, un altro
salto — bene — a _compare_ e a _comare_ di San Giovanni, un ultimo
salto — benone; ora se vi date un bacio, è meglio; ma potete anche
farne di meno... Brava! Brava!
Quell’applauso era meritato, perchè Annetta aveva spiccato l’ultimo
salto come una cerva ed era andata a cadere addosso a compare Giovanni,
scrollandolo tutto. Forte dei suoi diritti, egli chiese il bacio e
l’ebbe.
— Ed ora che cosa succede? domandò Giovanni.
— Chi lo può sapere che cosa succede? gli disse Annetta.
— Succede, spiegò il notaio Pirisi, che siete _compari_ e _comari_,
che vi date del voi, e che vi dovete aiuto ed affetto onesto — ecco
quello che succede; è un contratto, senza concorso di notaio; ci è un
po’ più di confidenza tra di voi, ed allo stesso tempo un po’ più di
rispetto... ma poco. — A chi tocca ora?
Angela si fece innanzi, voleva farsi un _compare_, tanto per vedere se
ci si trovava gusto, e scelse l’ingegnere Leonardo Costa.
Poi toccava a Beatrice.
— Professore, disse ella, mi vuole per _comare_?
— Con piacere!
— Badi che mi dovrà un po’ più di confidenza, e un po’ più di rispetto;
_ma poco_ — l’ha detto il notaio Pirisi; si sente capace?
— Altro!
Essa afferrò il bastone e lo dondolò sulla fiamma.
— A _compare_ e a _comare_ di San Giovanni, a _compare_ e a _comare_ di
San Giovanni, a _compare_ e a _comare_ di San Giovanni. — Fu Silvio che
spiccò i tre salti. Beatrice si accontentò di fare il giro del falò,
poi strinse forte la mano del _compare_. — Non si parlò di baci.
Un’ora dopo gl’invitati si allontanavano nel sentiero fra i due
muricciuoli biancheggianti nel buio, e da _Speranza Nostra_ partiva
ancora una vocetta allegra:
— Buona notte, compare Leonardo!
— Comare Angela, buona notte! rispose l’ingegnere Costa da lontano.
Seguì una risata; poi più nulla.
Accanto alla fanciulla, nel viale buio, fra i vecchi ulivi, rimaneva
ancora qualcuno — Babbo Efisio. Gli altri si avviavano tranquillamente
alla casa.
— Mi dia il braccio, disse Angela, non si sente più male al cuore? Sa?
noi rimarremo in _Speranza Nostra_ tutto domani; e forse diman l’altro;
e poi torneremo qua, per stare in campagna un mese. Allora Bice manderà
il piano-forte, io prenderò i miei libri e i miei quaderni! Senta,
senta, che cosa è stato?
Un frullo d’ala nel fogliame degli ulivi, forse un tordo che sognando
era caduto a terra.
Era notte fitta, quando furono picchiati tre colpi leggieri alla porta
di _Speranza Nostra_. Giorgio, che non potea chiuder occhio, aprì il
finestrino della sua camera, vide _Su Mazzone_ nell’ombra, e comprese
la propria condanna.
— Scendi, gli disse il _bandito_.
Egli non rispose; alzò gli occhi al cielo tutto splendente ancora di
stelle, come per chiamare qualcuno dal mondo degli spiriti, poi scese.
_Su Mazzone_ gli strinse la mani, e gli disse con voce tremante:
«Coraggio!»
Il falso Efisio Pacis impallidì.
— Ti hanno cercato nello stazzo di Giannandrea _il Lungo_, proseguì il
bandito a bassa voce; sono bene informati; sanno che ti fai chiamare
Efisio Pacis, che hai la barba lunga e i capelli ricciuti; Giannandrea
ti ha voluto aiutare, e ha detto che ti eri avviato al mare; non gli
hanno creduto; ti sono andati a cercare negli stazzi vicini e nel
querceto; ti cercheranno prima di tutto in Castelsardo, nella tua casa,
poi verranno qui; non possono tardare. Vestiti, e fuggiamo.
Giorgio si premeva il cuore colle mani. Nel vicino boschetto cantava
l’usignuolo.
— Essa è qui, mormorò; devo partire senza vederla ancora, senza dirle
nulla?
— Non so; fa come vuoi; ho camminato molto questa notte, per venire ad
avvisarti io stesso; non mi fidavo degli altri; la prudenza mi dice
di andar via subito; ma se tu rimani, rimango. Finchè non ti veda al
sicuro, non ti lascio. Io so il mio mestiere di bandito; vuoi fare
quello che ti dico?
Giorgio accennò di sì.
— Piglia un rasoio e raditi la barba; piglia le forbici e mozzati i
capelli; poi piglia una pistola per esser pronto a morire.
— Sono pronto, disse Giorgio.
Il bandito proseguì:
— Ti ho scritto questa lettera; mettila in tasca; ricordati, sono
io che te l’ho data, io _Su Mazzone_, per portarla a Efisio Pacis; è
suggellata e tu non sai che cosa contiene; tu ti chiami Pietro Cugusu,
sei pastore in Alzaghena. Tutto questo, caso mai ti fermino e ti
chiedano chi sei e dove vai, se dovremo separarci.
— Che cosa hai scritto in questa lettera?
— Ti avviso che la giustizia ti cerca e ti dico di fuggire e di
raggiungermi domenica a Florinas alla messa grande. Ricordati; tu sei
Pietro Cugusu, sei venuto qui in cerca di Efisio Pacis, per dargli
la lettera mia, ma Efisio Pacis era partito. Ho mandato un’altra
lettera simile a Castelsardo; se abbiamo la fortuna che cada in mano
dei carabinieri, essi andranno a cercarci in Florinas, mentre noi
viaggeremo verso la Nurra.
Giorgio non si provava nemmeno a lottare col proprio destino; ascoltava
ogni parola del suo vecchio amico, cercando di imprimersela bene in
mente.
— Io dico che non ci è tempo da perdere; ora fa’ tu. Se vuoi aspettare
che sia giorno, dimmelo, andrò a buttarmi sotto quella pianta; un’ora
di sonno mi farà bene.
— Vengo; rispose Giorgio, con voce fioca ma deliberata.
Egli risalì le scale, _Su Mazzone_ si andò a sdraiare sotto un ulivo.
L’usignuolo continuava a dire strane cose piene di rassegnazione e di
melanconia.
Giorgio, passando innanzi all’uscio della cameretta di sua figlia,
camminò in punta di piedi per non risvegliarla, ed andò a picchiare
all’uscio vicino.
Angela non dormiva. Essa, che per la prima volta passava una notte in
campagna, era stata un pezzo alla finestra ad ascoltare l’usignuolo
nel gran silenzio. Poi si era buttata in letto, lasciando la finestra
socchiusa, e non aveva preso sonno, perchè quell’usignuolo continuava
ad empir la campagna d’un canto lento, che sembrava un discorso.
Ai tre colpi picchiati al portone, la fanciulla, che teneva gli occhi
chiusi, gli riaprì, e venne anch’essa alla finestra; non riconobbe nel
buio chi aveva detto _scendi_, e non comprese neppure che chi scese
subito dopo era babbo Efisio. Le parole dette nel vano dell’uscio
furono perdute per Angela, perchè la voce lamentosa dell’usignuolo non
tacque un momento.
Angela però comprese che accadeva qualche fatto strano, ed ebbe paura.
Non sapeva nemmanco lei di che; voleva accendere il lume, ma non osava,
perchè un tale era rimasto ucciso nel letto, per aver commesso questa
imprudenza. Il nemico di quel tale era in faccia alla finestra, sopra
una pianta. Angela di giorno non aveva nemici, — almeno credeva — ma
di notte... Le venne in mente di picchiare al muro per risvegliare lo
zio Silvio, che dormiva nella camera vicina, ma udì un rumore leggiero;
qualcuno risalì le scale, ripassò in punta di piedi nel corridoio ed
andò a fare quel che voleva far lei, a svegliare lo zio Silvio.
— Non sono ladri, nè assassini; pensò allora la fanciulla; è babbo
Efisio.
Infilò la veste e stette ad ascoltare.
Non si udiva più nulla, salvo, ogni tanto, qualche passo
sull’ammattonato.
«Lo zio Silvio si veste!» pensò Angela.
Continuando il misterioso silenzio, la fanciulla venne un’altra volta
al davanzale, e vide nell’immensa cornice nera della campagna un gran
quadro luminoso, il riflesso della vicina finestra, e in quel quadro
l’ombra di una mano che si moveva rapidamente — ogni tanto spariva
la mano, e si affacciava un profilo enorme. Poi la luce scomparve, i
passi di Silvio e di babbo Efisio si avvicinarono fino all’uscio della
cameretta di Angela, e dopo un silenzio breve, un bisbiglio attraversò
l’uscio.