Non vi era stato modo di resistere alla ospitalità aggressiva di
Giannandrea _il Lungo_; per non aver l’aria di diffidare dei letti
dello stazzo era bisognato dir di sì, e passar la notte fra i pastori.
Strappato quel sì a Beatrice, Giannandrea era andato ad aprire colle
proprie mani la gran guardaroba di pino, e coll’aiuto di Nicoletta
che aveva le braccia lunghe quanto quelle di suo padre, a dir poco,
aveva tirato giù le lenzuola di tela finissima, tenute in serbo per le
grandi occasioni. Tutti i giovani dello stazzo appresero con gioia che
quella notte bisognava dormire sulla paglia, nel primo stanzone, perchè
i migliori letti venivano preparati per _li stragni_, in due camere
diverse, una per gli uomini, l’altra per le donne, secondo consigliava
la decenza, Silvio e Cosimo chiesero invano la paglia del giaciglio
comune, bisognò che accettassero il letto.
Intanto che le donne si affaccendavano a preparare la casa per
l’ospitalità della notte, Giannandrea propose a Beatrice di fare
quattro passi fino al bosco.
Era l’ora del tramonto; il sole, che rallegrava ancora la campagna
seminuda, lasciava però sul terreno ondulato delle gran chiazze
d’ombra, che si venivano allargando a poco a poco. Le cutrettole
saltellavano ancora fra i piedi delle giovenche attonite, ma si
vedevano voli di storni e coppie di ghiandaie accorrere, da vari punti
dell’orizzonte, al bosco. Il paesaggio silenzioso e nudo veniva animato
ogni tanto dalla macchietta lontana d’un pastorello, che correva di
qua e di là, tirando sassate senza fermarsi, per radunare le pecore
sviate; poi fu tutto un gregge di montoni che apparve alla svolta di un
sentiero e pigliò la corsa verso un chiuso con uno scampanio monotono;
e poi più nulla fuorchè qualche muggito lontano; — incominciava il
crepuscolo.
Al rumore che fece la brigata penetrando nel boschetto ceduo, ogni
arbusto sembrò scoccare un messaggio ad un arbusto più lontano; ma non
erano che fringuelli e tordi disturbati mentre si disponevano al sonno.
Più addentro, nel fondo nero della boscaglia, dove pareva che fosse già
notte, un usignuolo narrava ad alta voce una novelletta che gli altri
uccelli stavano ad ascoltare; ma sebbene la brigata stesse zitta, il
piccolo cantore ammutolì al rumore dei passi e volò via per ripigliare
la sua leggenda lamentosa più lontano, nel fondo sempre più nero,
finchè Giannandrea avvertì che era forse meglio arrestarsi e tornare
indietro.
Per solito in quelle passeggiate all’aperto, Silvio non abbandonava
mai il fianco di Beatrice, ma oggi egli lasciava che l’amica sua lo
precedesse attaccandosi al braccio del marito. Si teneva volontieri nel
fitto della brigata, il professore; diventando verboso contro il suo
costume, gli sembrava di parlare della coltura dei campi, di annunziare
a quei pastori increduli che vi era qualche cosa di meglio a fare in
quella campagna, che lasciarvi vagare le capre; gli pareva di discutere
sulla prosperità dell’isola e sul benessere comune; in verità egli non
faceva che ammucchiare parole per nascondere un’immagine balenata un
istante nel suo cervello. Diceva ai mandriani: «Voi sarete gli ultimi
convitati al gran banchetto dell’agricoltura sarda; ma ci verrete voi
pure; avrete distese meno ampie di terreno libero, ma i vostri montoni
saranno nutriti meglio, non passeranno le notti all’aperto, vi daranno
più carne, più latte e più lana; voi farete il cacio secondo i migliori
metodi, arricchirete voi stessi e l’isola vostra;» — ma quando aveva
fatto crollare il capo al suo uditorio incredulo, e suscitato qualche
obiezione vivace, invece di rispondere prontamente, si distraeva: —
Lo vede, esclamava il contradditore imbaldanzito, — lo vede, non sa
rispondere, abbiamo ragione noi. — E Silvio sentiva il bisogno di
gridare forte, così forte da empirne la campagna: — Sì, sì, avete
ragione voi altri, io l’amo, io l’ho sempre amata!
Essa era là, dinanzi a lui, al braccio del marito, ridente e
disinvolta, e non sentiva lo sguardo che le si attaccava alla nuca
ed al collo, e le baciava le due guance, quando nei suoi movimenti
di uccelletto, essa si voltava per ridere di qualche cosa prima verso
Giannandrea, poi verso Cosimo. Ancora non si era voltata verso Silvio!
Ma il professore lo aveva caro. Non ricercato, confuso in mezzo ai
pastori, egli si sentiva più forte, poteva promettere più sicuramente
a sè stesso di non tradirsi. Perchè quell’amore, nato segretamente nel
vecchio cuore di Silvio, aveva tutte le puerilità allettatrici d’un
primo amore; e il professore già non pensava più a strapparselo dal
petto con una confessione brutale, come nel primo momento di stupore;
troppo gli era cara la rifioritura della sua gioventù declinante; ora
i suoi trentatrè anni non gli pesavano, ed egli provava a dire a sè
stesso che non è mai tardi per amare.
Purchè Beatrice e Cosimo non sapessero di nulla, purchè gli riuscisse
di nascondere il petto all’occhio dell’amicizia, che male commetterebbe
egli amando una donna tanto degna d’amore? Già, se d’amarla non si
era accorto prima, non ostante la lunga dimestichezza, era perchè
il cuore di Silvio non si dava nè alla bellezza, nè alla grazia — si
arrendeva ora alla bontà, alla forza, ed alle altre virtù femminili
che Beatrice aveva dimostrato sotto la rovina della vecchia casa De
Nardi. Nobilitato da questo ragionamento, l’amore di Silvio pigliava un
carattere doveroso, sano, che non poteva far male al cuore.
Così pensava Silvio, continuando a baciare cogli occhi questa o quella
guancia di Beatrice, la quale ancora non si era voltata a ricercare
dell’amico suo.
E il professore, continuando a far lezione di pastorizia agl’indocili
alunni, già cominciava a notare che non era naturale quell’indifferenza
di Beatrice, e le attribuiva un significato che gli empiva il cuore
di sgomento. — Ella sa tutto! diceva a sè stesso; mi sono tradito
baciandola! — E a questo pensiero, che lo gettava come un fanciullo in
balìa di un gigante capriccioso, — stranissima cosa! — egli sentiva
pure un’infinita dolcezza, la voluttà dei deboli e degli ammalati,
penetrargli le carni e le ossa. Che importava infine se ella sapesse
tutto? L’amore conosciuto dalla donna che ce lo ha ispirato, anche se
non è corrisposto, ci diventa più sopportabile. Silvio aveva letto in
qualche luogo questa massima confortatrice.
Si avvicinavano allo stazzo; Angela, che era stata trattenuta da una
storiella di banditi, appariva nella luce del crepuscolo, ritta sopra
il muricciuolo d’un chiuso. Il falso Efisio Pacis non l’abbandonava;
stando a piè del muro, egli le si offriva a sostegno, ma la fanciulla,
sicura di sè, appena appena gli sfiorava con una mano la testa. E la
sua voce attraversò lo spazio, gridando nel silenzio: — Bice!
La giovine donna si arrestò un istante, vide la fanciulla, e le fece
un saluto colla pezzuola, ma Angela non si accontentava di così poco,
e chiamò un’altra volta con una cadenza prolungata: — Bice! — Allora la
contessa, accostando le mani alla bocca, mandò all’aria il suo grido di
risposta: «oooh!»
Quel grido echeggiava ancora per la campagna e nel cuore di Silvio,
quando compare Baingio osservò:
— Il professore è distratto.
Ed era veramente così distratto, il professore, che anche a questa
osservazione non rispose nulla.
Pochi passi ancora, ed egli avrebbe raggiunto Beatrice e Cosimo, i
quali si erano arrestati; ma una singolare diffidenza di sè stesso
gli consigliò di arrestarsi alla sua volta per mantenere le distanze,
finchè fosse interamente quetato un piccolo tumulto del suo cuore.
Poichè veramente pareva che Cosimo e Beatrice si fossero dimenticati
di lui, nè si voltavano a guardarlo, tanto meglio. Ma in quella appunto
Beatrice domandò forte al marito:
— E il professore? e soggiunse voltandosi: eccolo là, il signor Orso!
Il signor Orso accorse, come se avesse le ali.
— Avete bisogno di me? chiese con sufficiente disinvoltura.
Parve a Silvio che Beatrice lo guardasse in un modo curioso, ma senza
dubbio s’ingannò perchè la contessa gli prese una mano tranquillamente,
e gli disse:
— Abbiamo bisogno che venga un po’ con noi, signor Orso.
L’accento con cui gli parlava era il solito, il sorriso era quello con
cui gli aveva aperto, inconsciamente, le porte dorate dell’amore.
«Meglio così! disse Silvio a sè stesso, il segreto è tutto mio, e di
qua non deve uscire.»
E si toccava il cuore, traboccante di felicità.
Quando furono a pochi passi dal chiuso, Angela spiccò un salto dal
muricciuolo e cadde nelle braccia di suo padre, che, indebolite dalle
febbri, appena appena la trattennero.
La fanciulla, toccando terra, barcollò un momentino, poi corse come una
cervetta incontro agli amici; Giorgio la seguì cogli occhi e sorrise.
— Povero cuor di padre! quanto deve soffrire! mormorò Beatrice.
— Ah! sì! poveretto! disse Silvio sospirando.
E fu stupito del suono falso che mandò la pietà sulle sue labbra
d’innamorato contento.
— Che cosa ci è di bello nel bosco? domandò Angela prima d’arrestarsi.
— Bisognava venirci, rispose Beatrice; perchè la signorina è rimasta?
— Mi ha contato la storia d’un bandito, disse la fanciulla accennando
con un moto del capo al falso Efisio, la storia d’un bandito buono....
il quale non aveva fatto altro male che difendere il proprio onore...
però, per difendere il proprio onore, aveva ucciso un uomo.... la
giustizia andò per pigliarlo, ma lui fuggì, attraversò il mare a nuoto,
e si nascose in un paese lontano lontano...
Silvio e Beatrice si guardarono alla sfuggita. Angela, ansimando ancora
per la corsa fatta, aggiunse:
— Non l’hanno preso, e lui non ha più fatto male a nessuno... e la
storiella è finita. Zio Silvio, quanti Efisio Pacis ci sono?
— Perchè?
— Perchè quello là si chiama Efisio Pacis, e l’altro che ci venne a
trovare la settimana scorsa a casa si chiamava pure Efisio Pacis....
— È vero; ce n’è due, rispose Silvio senza turbarsi.
— Anche questo qui ha conosciuto mia madre! conchiuse Angela,
abbassando la voce. E non disse altro, perchè Giorgio si veniva
avvicinando colle mani dietro la schiena, come un indifferente.
— Brav’uomo! gli chiese Angela; come si chiamava quel bandito?
— Ah! Non chiamarlo così, disse Beatrice.
— Come devo dire? Signor Efisio, ripetè, come si chiamava quel bandito?
Giorgio si avvicinò, e mettendo una mano sull’omero di Angela:
— Non mi chiamare: _signore_; io sono un poveretto.
— Come la devo chiamare?
— I fanciulli dello stazzo mi chiamano _babbo Efisio_.
Angela fece una smorfietta colle labbra per fare intendere che essa
non era da mettere a confronto coi fanciulli — però non si ribellò, e
chiese per la terza volta:
— Babbo Efisio, come si chiamava quel bandito?
A babbo Efisio tremò la voce nel rispondere che non lo sapeva.