VII.

La lunghissima mensa era stata imbandita all’aperto; la formavano

certi panconi posti sopra rozzi cavalletti, e ci erano volute parecchie

tovaglie ravvicinate per coprirla. Lo stazzo aveva messo fuori tutte

le sedie impagliate, tutti gli sgabelli e ogni altro arnese che potesse

farne l’uffizio; ma, non bastando ancora, parecchi pastori lavoravano a

rotolare dei grossi macigni da gran distanze.

I piatti non mancavano, e anche di bicchieri non era difetto, nè

per _li stragni_, nè per le donne e i vecchi pastori; quanto ai

giovani, si accontentavano d’avere un bicchiere in due, o di non

averne veruno, purchè sotto i baci comuni non venisse a mancare la

vernaccia nella fiaschetta. Erano venuti dagli stazzi vicini, pastori e

pastoresse, recando in trionfo porcellini e capretti cotti nel forno,

o portando come scettri certe _corde_ spropositate, infilzate in

lunghi spiedi di legno, e pronte per essere messe al fuoco, formaggi

freschi, quagliate, ricotte, giuncate; Giannandrea il lungo, dal

canto suo, per fare degnamente gli onori dello stazzo, non contento

di aver ammazzato una vitella, e di aver fatto preparare la mattina

una tinozza di _miciuratu_[4], aveva chiesto alle acque fredde del

Limbara le più belle trote, e al mare le orate e le triglie e il

tonno fresco. Vi erano lepri del territorio, anitrelle di riviera,

e tordi del vicino bosco, a cui la proibizione della caccia non era

stata difesa sufficiente; e vi erano ciliege dei frutteti lontani,

e grosse lattughe cresciute negli orti tempiesi. Poi nell’interno

dello stazzo, sotto gli occhi delle figliuole di Giannandrea il lungo,

dava gli ultimi bollori impazienti un pentolone di fave e lardo. Non

mancavano le bottiglie di vino, sparse sopra la mensa, ovvero qua e là

come sentinelle, piantate entro piccole fosse, a tiro dei commensali,

pronte ad accorrere nei casi urgenti; ma il grosso dell’esercito faceva

bella mostra sopra il davanzale di un finestrone a terreno, e lungo

una panca di sasso. Vi erano i vini severi di Sassari e di Sorso, i

vinelli mordenti di Tempio, i vini balsamici di Lanusei; vi erano la

vernaccia di Solarussa, il _torbato_ d’Alghero, la malvasia di Sorso,

l’_almadras_, il _cannonau_, la _monica_ e dieci altre qualità di vini

prelibati. Ma bisogna dirlo subito, quell’esercito non era lì che per

fare bella mostra, perchè i Sardi sono sobrii, e i pastori galluresi,

gran bevitori di acque montanine, non si ubbriacano volontieri che di

_miciuratu_, di ciance e di versi.

Un apparente disordine aveva distribuito i posti, e pure quando tutta

la brigata si trovò raccolta intorno alla mensa, e Giannandrea il lungo

si alzò ad augurare «buon appetito a tutti,» toccandosi la berretta,

un occhio curioso avrebbe notato che ognuno dei commensali, a cui la

scelta del posto non era indifferente, aveva per l’appunto il suo che

non avrebbe barattato con nessun altro. Ciccito Scano, per dirne uno,

si era messo alla sinistra di Mariantonia; e il piccolo Gianmartino,

piccolo ma intraprendente, arrivato ultimo, perchè aveva le gambe

corte, come gli dicevano, sfidava le celie degli amici al fianco di

Nicoletta.

Ma perchè rimaneva un posto vuoto tra Angela e Silvio?

— Chi siede qui? domandò la fanciulla.

— Io, se me lo permetti, le rispose una voce tremante.

Angela, voltandosi, incontrò due occhi che mandavano molta luce, e una

faccia pallida e patita, nascosta entro una gran barba nera.

Giorgio sentì che la mano di suo fratello gli stringeva il cappotto

come per dargli forza. Ne ebbe; curvò il capo sul piatto, ed aspettò

che il cuore si acquetasse; poi volle guardare di nascosto sua figlia,

ma sì vide guardato da lei e si turbò.

— Si sente male? domandò la fanciulla.

— No, Angela.

— Come fa a sapere il mio nome?

— L’hai scritto sulla faccia, rispose il disgraziato ricomponendosi.

Nessuna meraviglia se quel madrigale andasse a finire in un bacio.

A tavola? E perchè no? Angela oramai non si stupiva di nulla; a buon

conto si affrettò a dir «grazie,» e ad empirsi la bocca guardando da

un’altra parte.

I pochi commensali che avevano seguito quella scena con trepidanza,

respirarono liberamente, e _Su Mazzone_, che si era tenuto in disparte,

venne a pigliare il suo posto accanto a Mariantonia, sparando il primo

razzo d’allegria, una strofetta sarda.

Nessuno dei banchettanti, vedendolo, finse meraviglia o pronunziò il

nome temuto; e un pastore, di rimando, accomodò in versi galluresi un

proverbio, il quale in Gallura e altrove dice che il ventre digiuno è

sordo anche alle muse.

Il desinare fu allegro; solo alle frutta, quando i famigli portarono

in tavola le frittelle e il _miciuratu_, solo allora Giannandrea _il

Lungo_ bevve un sorso nella propria fiaschetta e disse un complimentino

rimato a Beatrice.

— Bevi, e fa altrettanto, disse il pastore a _Su Mazzone_, porgendogli

la propria fiaschetta. Il bandito bevve e fece anche di meglio,

strappò gli applausi di tutti, sebbene non improvvisasse nel dialetto

di Gallura, ma in quello del Logudoro, dove sembra essersi rifugiata

l’ultima eco del Lazio.

Beatrice fingeva di ascoltare attonita, ma al pari di Cosimo e di

Silvio essa non aveva orecchi se non per quello che il povero Giorgio

veniva dicendo a sua figlia. Erano risposte a domande curiose della

fanciulla, parole indifferenti che sonavano sul labbro del disgraziato

come note d’una segreta musica. Ogni tanto la mano del falso Efisio

disegnava un gesto incerto per andare a toccare il braccio o l’omero

della sua piccola vicina. E ogni tanto Angela sfuggiva, senza

avvedersene, a quella segreta carezza, si dilettava, rideva delle celie

ardite dei più giovani pastori, che, facendo il chiasso all’estremità

della mensa, pigliavano il _miciuratu_ a manate e se ne imbrattavano la

faccia.

Allora il povero padre diventava ingegnoso per richiamare a sè la sua

creatura. Ma non vi era pericolo che si tradisse. Indovinando l’ansia

di tutti coloro che gli volevano bene, vedendo quasi una lagrima

sospesa negli occhi di Beatrice, alzava la fronte superba, e mostrava

gli occhi asciutti.

Le mense furono levate in un modo bizzarro; i cani, che da un poco

lavoravano in silenzio a rodere gli ossi, abbandonarono d’improvviso e

di comune accordo il loro pasto per lanciarsi latrando in direzione del

vicino bosco. Tutti i pastori balzarono in piedi, corsero ad armarsi, e

_Su Mazzone_ annunziò, senza lasciare il suo posto: «selvaggina grossa;

un cervo o un cinghiale.»

Angela, per non perder tempo, cominciava a tapparsi le orecchie, e non

udiva già più le dolci parole che l’uomo dalla barba nera le diceva per

rincorarla. — Povera Angela! — le diceva — hai paura del rumore d’una

schioppettata; la tua mamma era bella come te, ed aveva più coraggio.

Intanto parecchi pastori, i più giovani, i più desiderosi della gloria,

correvan dietro ai cani.

_Su Mazzone_ crollava il capo.

— Tutti così, i giovani, diceva; ma se la fiera ha giudizio, non

potendo arrivare al bosco, ripasserà di qua, a farsi ammazzare da uno

di noi.

A queste parole, Angela, che aveva tolto le dita dalle orecchie, si

affrettò a ricacciarvele.

— Che fiera è? domandò Beatrice.

— Eccola là, disse Giorgio; è un daino; ed hai ragione, disse a _Su

Mazzone_, non arriva al bosco, piega e ritorna da questa parte.

Si udì una schioppettata, e il daino cadde.

Un quarto d’ora dopo i giovani pastori ritornavano trionfanti, portando

per le corna e per le gambe il loro trofeo.

I cani latravano ancora contro la povera bestia morta, che li guardava

cogli occhi spenti.

— Chi l’ha colpito? domandò Giannandrea.

— Gianmartino!

Il daino era dunque un omaggio a Nicoletta, e Gianmartino glielo andò

a dire, non come avrebbe voluto, in un orecchio, per ragioni che si

comprendono, ma apertamente, al cospetto di tutti, in modo da farla

venir rossa.

Quella caccia fortunata in cui non era apparsa che la valentia del

piccolo Gianmartino, fece venire l’idea di provarsi al bersaglio.

Furono in molti a farne la proposta, e il bersaglio doveva essere

una corda tesa da un albero alla casa. Chi toccasse la corda avrebbe

il diritto di baciare una donna a scelta, chi la recidesse potrebbe

baciarle tutte.

Poteva toccar di peggio ad Angela? Nel suo sgomento essa pensò perfino

a salvarsi colla fuga; ma l’uomo dalla gran barba nera le si trovò

vicino per dirle che se provasse a superare l’impressione nervosa la

prima volta, vedrebbe che era una cosa da nulla.

La corda era già tesa, in distanza, tanto che la si vedeva appena, e i

pastori si erano schierati coi loro schioppi.

Incominciò il fuoco di fila, e Angela, che aveva obbedito al suo

protettore, fu lieta di essere diventata un’eroina, e andò a dire a

tutti che ora ci pigliava gusto.

I giovani pastori scaricarono le loro armi senza alcun risultato;

Gianmartino non fu più fortunato, e guardò disperatamente verso

Nicoletta; Ciccito Scano, non potendo pigliar parte alla gara,

giudicava i colpi falliti e faceva arrabbiare i tiratori. — Se la corda

fosse stata una spanna più su, diceva, tu la tagliavi netta... quando

si dice, la disgrazia!

Venne la volta dei vecchi. Giannandrea _il Lungo_ scaricò la sua arma,

dopo aver mirato un solo istante e fece tremare la corda; da ospite

cortese egli venne in mezzo agli applausi a baciare la mano della

contessa Beatrice.

Seguirono altri colpi sbagliati; poi _Su Mazzone_ spianò l’arma, ed

egli pure fece tremare la corda. Nuovi applausi.

— Io cedo il bacio a cui ho diritto, annunziò egli, lo cedo a Ciccito

Scano che non può tenere in mano il fucile.

Ciccito Scano accorse e si presentò come un esattore a Mariantonia, la

quale pagò senza mormorare. Qualcuno gridò:

— Ora tocca a te, compare Efisio!

Il falso Efisio impallidì, poi prese lo schioppo che gli veniva

offerto, protestando che gli tremava ancora il braccio per la malattia;

e pigliò la mira lentamente, prima di lasciar andare il colpo...

— Sbagliata! disse Angela, che avrebbe voluto veder trionfare l’amico

suo barbuto; peccato!

— E allora, disse Giorgio baldanzosamente, fa come se avessi colpito;

dammi un bacio.

Che importava ad Angela di dare un bacio di più o di meno?

Ma un demonio le suggerì di far la ritrosa.

— Nossignore, disse, bisogna stare ai patti.

— A te Silvio!

Il professore sparò la sua arma senza quasi mirare; e la corda, colpita

nel mezzo, fu recisa con un taglio netto; uno dei due capi ricadde

dondolandosi lungo il muro della casa; l’altro capo si arrotolò intorno

al ramo dell’albero.

Fu un trionfo che Silvio non si aspettava.

— È il caso! dichiarò egli stesso.

Ma la modestia faceva ancora più bella la sua vittoria; il professore

fu menato in giro da due compari a baciare prima le ragazze, poi le

maritate.

Quando fu dinanzi a Beatrice, si turbò e ripetè che non aveva alcun

merito, che era stato il caso.

Non chiedeva il bacio a cui aveva diritto.

— Devi baciare anche mia moglie, disse Cosimo mettendosegli al fianco.

— Sicuramente, disse Beatrice.

E presentava la faccia gioconda, con una petulanza tentatrice.

Silvio, accostando le labbra a quella guancia fresca e rosata, non

aveva punto l’aria di un trionfatore.

— Come si è fatto rosso! notò Beatrice.

Silvio non rispose nulla, ma si fece ancora più rosso.

In un altro cortile dello stazzo era ammucchiata la lana della recente

tosatura; già le donne erano andate ad accosciarsi in circolo, e i

giovani avevano seguito l’esempio.

— _Lu graminadojiu! lu graminadojiu!_ si annunziava da ogni parte;

Beatrice ed Angela accorsero, curiose di vedere quel lavoro che

l’usanza pastorale ha trasformato in una festa arcadica.

Nel cortile, dove sorgevano ancora le mense, non rimasero che alcuni

famigli affaccendati a sparecchiare e Silvio.

Il professore, ritto là dove il cuore gli aveva mandato la vampa

rivelatrice, non osava più muoversi. Che cosa aveva risposto alla

contessa? Che cosa aveva detto a Cosimo? «Ma dunque è proprio vero?»

domandava a sè stesso.

La sua rettitudine non mai smentita si provava a dirgli che non era

vero; ma la coscienza, interrogata senza sotterfugi, gli rispondeva che

una strana burrasca seguiva nel suo cervello e nel suo cuore.

Più nel cervello che nel cuore — doveva essere una allucinazione

passeggiera, una di quelle nebbie che si alzano entro il cranio

degli uomini che hanno vissuto troppo colla testa; forse un fenomeno

dell’età; una crisi in cui doveva morire l’arida sua giovinezza, e

cominciare una virilità rassegnata e forte.

Silvio adoperava tutte le forze sane dell’intelletto a scandagliare

il cuore, a studiare la propria inquietudine, a dirne ad alta voce lo

ragioni; egli faceva in buona fede questo lavoro straziante di mettere

la propria infermità in piena luce, perchè voleva guarirne subito,

perchè non poteva reggere al pensiero che un sentimento colpevole

potesse prendere il posto occupato per tanto tempo dall’amicizia e

dall’onore.

— Che cosa fa, professore? gli disse un famiglio; non lo sa che è

cominciato _lu graminadojiu_?

— Guardo, rispose Silvio sorridendo, guardo la campagna.

Sì, egli guardava quella campagna quasi nuda d’alberi, nelle cui

lontananze si movevano le macchie nere dei greggi; lasciava correr

l’occhio fra i lentischi, sul terreno roccioso che splendeva al sole,

ascoltava le campanelle dei montoni e il belato delle pecore, ma non

trovava nulla, nè un colore, nè una nota che confortasse la stordita

anima sua.

— Silenzio! gridò una voce nel cortile vicino; e Ciccito Scano

apostrofò qualcuno così:

Chi vali chi ti ni coi

Chi lu nechi a boci alta?

L’occhi toi so li proi

In l’amori non v’ha falta

È macchini lu nicallu

E pejiu è lu cuallu...[5].

Questa strofa strappò Silvio dalle sue fantasticherie; egli ripeteva

ancora: _è macchini lu nicallu_ — quando sorse una voce femminile a

protestare:

No so l’occhi, no, li proi,

Di lu chi passa in lu cori[6].

Ma la giovane maestra di scuola non potè proseguire, forse perchè

Ciccito Scano, sentendosi oramai sicuro del fatto suo, le troncò sul

labbro medesimo l’eresia che stava per dire. Seguì una gran risata,

poi un lungo silenzio — Silvio volle allontanarsi, fuggire, ma fatti

appena pochi passi girò uno sguardo per l’aperta campagna, e incontrò

gli occhi immobili e sereni di una giovenca, che si era arrestata a

guardarlo come un oggetto molto curioso — rifece lentamente il breve

tratto di via, attraversò lo stazzo, e si andò a mettere nel vano

dell’uscio, donde poteva dominare _lu graminadojiu_.

Cosimo e Beatrice lo videro subito e gli sorrisero; quanto bene fece

quel sorriso al povero Silvio! Egli potè dire al proprio cuore: «fa

pure, tu non commetti alcun male; io lo dirò a Cosimo, io lo dirò a lei

stessa.»

Ora poteva guardare al _graminadojiu_. — L’ampio circolo di donne e

uomini occupava tutto il cortile; il monte di lana ora stato spartito

in piccoli cumuli dinanzi ai pastori, che erano tutti abilissimi nel

ridurre a fiocchi la lana della tosatura, senza altro arnese che le

mani.

Angela e Beatrice, sedute esse pure in giro, si provavano a quell’opera

con poco profitto; ma ciò aveva colmato d’ammirazione le pastoresse,

che erano contente di poter dire: «non sono superbe!» Anche Silvio

voleva lavorare come faceva Cosimo, come faceva suo fratello accanto ad

Angela, e prese bravamente il suo posto chiedendo scusa di non averlo

fatto prima.

Egli fu subito informato che Ciccito Scano aveva dato il fiore a

Mariantonia.

— Ma ci è qualcun altro che ha voglia di dare il fiore! annunziò _Su

Mazzone_.

Sicuramente, ci era Gianmartino che teneva in mano una rosellina

selvatica.

Il piccolo pastore, stando seduto e voltando il capo con una moina non

priva di grazia, guardò un momento verso Nicoletta, e disse:

No ti dimandu amori,

Mancu ti cilcu affettu,

Socu bè chi lu tò pettu

È di nii, ma no ha cori,

Lassa solu chi m’ajiaccia

Fijulendi la tò faccia....[7]

Ma l’audace ebbe la risposta che si meritava; e l’ebbe da Giannandrea

_il Lungo_, il quale disse che, perchè sua figlia non sapeva poetare,

risponderebbe lui in nome di Nicoletta. E rispose così:

Sai chi no ajiu cori,

E comu la mè faccia

Di nii ajiu lu pettu;

No pò scaldi la jiaccia,

Nè eu pruà affettu;...

E sei infattu a tutti l’ori?...[8]

La risposta andava al segno; e Gianmartino ne rimase sgominato; non

voleva negare la verità, Gianmartino, ma nelle gare del _graminadojiu_,

come in ogni altro giuoco della vita, bisogna sempre dir qualche cosa,

segnatamente quando si ha torto, e il piccolo pastore invocava l’estro

ribelle.

Allora intervenne il falso Efisio Pacis; egli chiamò a sè l’attenzione

con un gesto, e troncò il litigio rivolgendosi con accento persuasivo

prima alla ragazza indocile, poi al pastore ardimentoso. E disse a

Nicoletta:

Pal te, bedda, labbri di vetta

Era natu Giommaltinu.

E disse al pastore:

Pesatinni, altu pinu,

E basciadi a Niculetta...[9]

Gianmartino non se lo fece dire due volte; con un balzo da capriuolo

egli fu in piedi, ma anche Nicoletta fu pronta a rizzarsi.

Non per questo il pastore si perdette d’animo; egli sorrise guardando

a quell’altura, dove la fanciulla aveva messo la tentazione in forma

d’un sorriso; disse che gli dispiaceva fare la parte della volpe

della favola, che non poteva addentar l’uva perchè era troppo alta; ma

improvvisamente, quando tutti consigliavano a Nicoletta d’arrendersi,

Gianmartino spiccò un salto e carpì il bacio. — Qualcuno assicurò che

Nicoletta si era chinata un poco, senza di che Gianmartino non sarebbe

mai riuscito in quell’impresa, ma tutto questo a Gianmartino non

importava menomamente.

— Se si è chinata, tanto meglio, diceva lui.

— Sì, si è chinata!

— No, non si è chinata!

Nicoletta non diceva nè sì nè no; si contorceva ridendo.

Amore ha cent'occhi · 第 28 / 59 题