La lunghissima mensa era stata imbandita all’aperto; la formavano
certi panconi posti sopra rozzi cavalletti, e ci erano volute parecchie
tovaglie ravvicinate per coprirla. Lo stazzo aveva messo fuori tutte
le sedie impagliate, tutti gli sgabelli e ogni altro arnese che potesse
farne l’uffizio; ma, non bastando ancora, parecchi pastori lavoravano a
rotolare dei grossi macigni da gran distanze.
I piatti non mancavano, e anche di bicchieri non era difetto, nè
per _li stragni_, nè per le donne e i vecchi pastori; quanto ai
giovani, si accontentavano d’avere un bicchiere in due, o di non
averne veruno, purchè sotto i baci comuni non venisse a mancare la
vernaccia nella fiaschetta. Erano venuti dagli stazzi vicini, pastori e
pastoresse, recando in trionfo porcellini e capretti cotti nel forno,
o portando come scettri certe _corde_ spropositate, infilzate in
lunghi spiedi di legno, e pronte per essere messe al fuoco, formaggi
freschi, quagliate, ricotte, giuncate; Giannandrea il lungo, dal
canto suo, per fare degnamente gli onori dello stazzo, non contento
di aver ammazzato una vitella, e di aver fatto preparare la mattina
una tinozza di _miciuratu_[4], aveva chiesto alle acque fredde del
Limbara le più belle trote, e al mare le orate e le triglie e il
tonno fresco. Vi erano lepri del territorio, anitrelle di riviera,
e tordi del vicino bosco, a cui la proibizione della caccia non era
stata difesa sufficiente; e vi erano ciliege dei frutteti lontani,
e grosse lattughe cresciute negli orti tempiesi. Poi nell’interno
dello stazzo, sotto gli occhi delle figliuole di Giannandrea il lungo,
dava gli ultimi bollori impazienti un pentolone di fave e lardo. Non
mancavano le bottiglie di vino, sparse sopra la mensa, ovvero qua e là
come sentinelle, piantate entro piccole fosse, a tiro dei commensali,
pronte ad accorrere nei casi urgenti; ma il grosso dell’esercito faceva
bella mostra sopra il davanzale di un finestrone a terreno, e lungo
una panca di sasso. Vi erano i vini severi di Sassari e di Sorso, i
vinelli mordenti di Tempio, i vini balsamici di Lanusei; vi erano la
vernaccia di Solarussa, il _torbato_ d’Alghero, la malvasia di Sorso,
l’_almadras_, il _cannonau_, la _monica_ e dieci altre qualità di vini
prelibati. Ma bisogna dirlo subito, quell’esercito non era lì che per
fare bella mostra, perchè i Sardi sono sobrii, e i pastori galluresi,
gran bevitori di acque montanine, non si ubbriacano volontieri che di
_miciuratu_, di ciance e di versi.
Un apparente disordine aveva distribuito i posti, e pure quando tutta
la brigata si trovò raccolta intorno alla mensa, e Giannandrea il lungo
si alzò ad augurare «buon appetito a tutti,» toccandosi la berretta,
un occhio curioso avrebbe notato che ognuno dei commensali, a cui la
scelta del posto non era indifferente, aveva per l’appunto il suo che
non avrebbe barattato con nessun altro. Ciccito Scano, per dirne uno,
si era messo alla sinistra di Mariantonia; e il piccolo Gianmartino,
piccolo ma intraprendente, arrivato ultimo, perchè aveva le gambe
corte, come gli dicevano, sfidava le celie degli amici al fianco di
Nicoletta.
Ma perchè rimaneva un posto vuoto tra Angela e Silvio?
— Chi siede qui? domandò la fanciulla.
— Io, se me lo permetti, le rispose una voce tremante.
Angela, voltandosi, incontrò due occhi che mandavano molta luce, e una
faccia pallida e patita, nascosta entro una gran barba nera.
Giorgio sentì che la mano di suo fratello gli stringeva il cappotto
come per dargli forza. Ne ebbe; curvò il capo sul piatto, ed aspettò
che il cuore si acquetasse; poi volle guardare di nascosto sua figlia,
ma sì vide guardato da lei e si turbò.
— Si sente male? domandò la fanciulla.
— No, Angela.
— Come fa a sapere il mio nome?
— L’hai scritto sulla faccia, rispose il disgraziato ricomponendosi.
Nessuna meraviglia se quel madrigale andasse a finire in un bacio.
A tavola? E perchè no? Angela oramai non si stupiva di nulla; a buon
conto si affrettò a dir «grazie,» e ad empirsi la bocca guardando da
un’altra parte.
I pochi commensali che avevano seguito quella scena con trepidanza,
respirarono liberamente, e _Su Mazzone_, che si era tenuto in disparte,
venne a pigliare il suo posto accanto a Mariantonia, sparando il primo
razzo d’allegria, una strofetta sarda.
Nessuno dei banchettanti, vedendolo, finse meraviglia o pronunziò il
nome temuto; e un pastore, di rimando, accomodò in versi galluresi un
proverbio, il quale in Gallura e altrove dice che il ventre digiuno è
sordo anche alle muse.
Il desinare fu allegro; solo alle frutta, quando i famigli portarono
in tavola le frittelle e il _miciuratu_, solo allora Giannandrea _il
Lungo_ bevve un sorso nella propria fiaschetta e disse un complimentino
rimato a Beatrice.
— Bevi, e fa altrettanto, disse il pastore a _Su Mazzone_, porgendogli
la propria fiaschetta. Il bandito bevve e fece anche di meglio,
strappò gli applausi di tutti, sebbene non improvvisasse nel dialetto
di Gallura, ma in quello del Logudoro, dove sembra essersi rifugiata
l’ultima eco del Lazio.
Beatrice fingeva di ascoltare attonita, ma al pari di Cosimo e di
Silvio essa non aveva orecchi se non per quello che il povero Giorgio
veniva dicendo a sua figlia. Erano risposte a domande curiose della
fanciulla, parole indifferenti che sonavano sul labbro del disgraziato
come note d’una segreta musica. Ogni tanto la mano del falso Efisio
disegnava un gesto incerto per andare a toccare il braccio o l’omero
della sua piccola vicina. E ogni tanto Angela sfuggiva, senza
avvedersene, a quella segreta carezza, si dilettava, rideva delle celie
ardite dei più giovani pastori, che, facendo il chiasso all’estremità
della mensa, pigliavano il _miciuratu_ a manate e se ne imbrattavano la
faccia.
Allora il povero padre diventava ingegnoso per richiamare a sè la sua
creatura. Ma non vi era pericolo che si tradisse. Indovinando l’ansia
di tutti coloro che gli volevano bene, vedendo quasi una lagrima
sospesa negli occhi di Beatrice, alzava la fronte superba, e mostrava
gli occhi asciutti.
Le mense furono levate in un modo bizzarro; i cani, che da un poco
lavoravano in silenzio a rodere gli ossi, abbandonarono d’improvviso e
di comune accordo il loro pasto per lanciarsi latrando in direzione del
vicino bosco. Tutti i pastori balzarono in piedi, corsero ad armarsi, e
_Su Mazzone_ annunziò, senza lasciare il suo posto: «selvaggina grossa;
un cervo o un cinghiale.»
Angela, per non perder tempo, cominciava a tapparsi le orecchie, e non
udiva già più le dolci parole che l’uomo dalla barba nera le diceva per
rincorarla. — Povera Angela! — le diceva — hai paura del rumore d’una
schioppettata; la tua mamma era bella come te, ed aveva più coraggio.
Intanto parecchi pastori, i più giovani, i più desiderosi della gloria,
correvan dietro ai cani.
_Su Mazzone_ crollava il capo.
— Tutti così, i giovani, diceva; ma se la fiera ha giudizio, non
potendo arrivare al bosco, ripasserà di qua, a farsi ammazzare da uno
di noi.
A queste parole, Angela, che aveva tolto le dita dalle orecchie, si
affrettò a ricacciarvele.
— Che fiera è? domandò Beatrice.
— Eccola là, disse Giorgio; è un daino; ed hai ragione, disse a _Su
Mazzone_, non arriva al bosco, piega e ritorna da questa parte.
Si udì una schioppettata, e il daino cadde.
Un quarto d’ora dopo i giovani pastori ritornavano trionfanti, portando
per le corna e per le gambe il loro trofeo.
I cani latravano ancora contro la povera bestia morta, che li guardava
cogli occhi spenti.
— Chi l’ha colpito? domandò Giannandrea.
— Gianmartino!
Il daino era dunque un omaggio a Nicoletta, e Gianmartino glielo andò
a dire, non come avrebbe voluto, in un orecchio, per ragioni che si
comprendono, ma apertamente, al cospetto di tutti, in modo da farla
venir rossa.
Quella caccia fortunata in cui non era apparsa che la valentia del
piccolo Gianmartino, fece venire l’idea di provarsi al bersaglio.
Furono in molti a farne la proposta, e il bersaglio doveva essere
una corda tesa da un albero alla casa. Chi toccasse la corda avrebbe
il diritto di baciare una donna a scelta, chi la recidesse potrebbe
baciarle tutte.
Poteva toccar di peggio ad Angela? Nel suo sgomento essa pensò perfino
a salvarsi colla fuga; ma l’uomo dalla gran barba nera le si trovò
vicino per dirle che se provasse a superare l’impressione nervosa la
prima volta, vedrebbe che era una cosa da nulla.
La corda era già tesa, in distanza, tanto che la si vedeva appena, e i
pastori si erano schierati coi loro schioppi.
Incominciò il fuoco di fila, e Angela, che aveva obbedito al suo
protettore, fu lieta di essere diventata un’eroina, e andò a dire a
tutti che ora ci pigliava gusto.
I giovani pastori scaricarono le loro armi senza alcun risultato;
Gianmartino non fu più fortunato, e guardò disperatamente verso
Nicoletta; Ciccito Scano, non potendo pigliar parte alla gara,
giudicava i colpi falliti e faceva arrabbiare i tiratori. — Se la corda
fosse stata una spanna più su, diceva, tu la tagliavi netta... quando
si dice, la disgrazia!
Venne la volta dei vecchi. Giannandrea _il Lungo_ scaricò la sua arma,
dopo aver mirato un solo istante e fece tremare la corda; da ospite
cortese egli venne in mezzo agli applausi a baciare la mano della
contessa Beatrice.
Seguirono altri colpi sbagliati; poi _Su Mazzone_ spianò l’arma, ed
egli pure fece tremare la corda. Nuovi applausi.
— Io cedo il bacio a cui ho diritto, annunziò egli, lo cedo a Ciccito
Scano che non può tenere in mano il fucile.
Ciccito Scano accorse e si presentò come un esattore a Mariantonia, la
quale pagò senza mormorare. Qualcuno gridò:
— Ora tocca a te, compare Efisio!
Il falso Efisio impallidì, poi prese lo schioppo che gli veniva
offerto, protestando che gli tremava ancora il braccio per la malattia;
e pigliò la mira lentamente, prima di lasciar andare il colpo...
— Sbagliata! disse Angela, che avrebbe voluto veder trionfare l’amico
suo barbuto; peccato!
— E allora, disse Giorgio baldanzosamente, fa come se avessi colpito;
dammi un bacio.
Che importava ad Angela di dare un bacio di più o di meno?
Ma un demonio le suggerì di far la ritrosa.
— Nossignore, disse, bisogna stare ai patti.
— A te Silvio!
Il professore sparò la sua arma senza quasi mirare; e la corda, colpita
nel mezzo, fu recisa con un taglio netto; uno dei due capi ricadde
dondolandosi lungo il muro della casa; l’altro capo si arrotolò intorno
al ramo dell’albero.
Fu un trionfo che Silvio non si aspettava.
— È il caso! dichiarò egli stesso.
Ma la modestia faceva ancora più bella la sua vittoria; il professore
fu menato in giro da due compari a baciare prima le ragazze, poi le
maritate.
Quando fu dinanzi a Beatrice, si turbò e ripetè che non aveva alcun
merito, che era stato il caso.
Non chiedeva il bacio a cui aveva diritto.
— Devi baciare anche mia moglie, disse Cosimo mettendosegli al fianco.
— Sicuramente, disse Beatrice.
E presentava la faccia gioconda, con una petulanza tentatrice.
Silvio, accostando le labbra a quella guancia fresca e rosata, non
aveva punto l’aria di un trionfatore.
— Come si è fatto rosso! notò Beatrice.
Silvio non rispose nulla, ma si fece ancora più rosso.
In un altro cortile dello stazzo era ammucchiata la lana della recente
tosatura; già le donne erano andate ad accosciarsi in circolo, e i
giovani avevano seguito l’esempio.
— _Lu graminadojiu! lu graminadojiu!_ si annunziava da ogni parte;
Beatrice ed Angela accorsero, curiose di vedere quel lavoro che
l’usanza pastorale ha trasformato in una festa arcadica.
Nel cortile, dove sorgevano ancora le mense, non rimasero che alcuni
famigli affaccendati a sparecchiare e Silvio.
Il professore, ritto là dove il cuore gli aveva mandato la vampa
rivelatrice, non osava più muoversi. Che cosa aveva risposto alla
contessa? Che cosa aveva detto a Cosimo? «Ma dunque è proprio vero?»
domandava a sè stesso.
La sua rettitudine non mai smentita si provava a dirgli che non era
vero; ma la coscienza, interrogata senza sotterfugi, gli rispondeva che
una strana burrasca seguiva nel suo cervello e nel suo cuore.
Più nel cervello che nel cuore — doveva essere una allucinazione
passeggiera, una di quelle nebbie che si alzano entro il cranio
degli uomini che hanno vissuto troppo colla testa; forse un fenomeno
dell’età; una crisi in cui doveva morire l’arida sua giovinezza, e
cominciare una virilità rassegnata e forte.
Silvio adoperava tutte le forze sane dell’intelletto a scandagliare
il cuore, a studiare la propria inquietudine, a dirne ad alta voce lo
ragioni; egli faceva in buona fede questo lavoro straziante di mettere
la propria infermità in piena luce, perchè voleva guarirne subito,
perchè non poteva reggere al pensiero che un sentimento colpevole
potesse prendere il posto occupato per tanto tempo dall’amicizia e
dall’onore.
— Che cosa fa, professore? gli disse un famiglio; non lo sa che è
cominciato _lu graminadojiu_?
— Guardo, rispose Silvio sorridendo, guardo la campagna.
Sì, egli guardava quella campagna quasi nuda d’alberi, nelle cui
lontananze si movevano le macchie nere dei greggi; lasciava correr
l’occhio fra i lentischi, sul terreno roccioso che splendeva al sole,
ascoltava le campanelle dei montoni e il belato delle pecore, ma non
trovava nulla, nè un colore, nè una nota che confortasse la stordita
anima sua.
— Silenzio! gridò una voce nel cortile vicino; e Ciccito Scano
apostrofò qualcuno così:
Chi vali chi ti ni coi
Chi lu nechi a boci alta?
L’occhi toi so li proi
In l’amori non v’ha falta
È macchini lu nicallu
E pejiu è lu cuallu...[5].
Questa strofa strappò Silvio dalle sue fantasticherie; egli ripeteva
ancora: _è macchini lu nicallu_ — quando sorse una voce femminile a
protestare:
No so l’occhi, no, li proi,
Di lu chi passa in lu cori[6].
Ma la giovane maestra di scuola non potè proseguire, forse perchè
Ciccito Scano, sentendosi oramai sicuro del fatto suo, le troncò sul
labbro medesimo l’eresia che stava per dire. Seguì una gran risata,
poi un lungo silenzio — Silvio volle allontanarsi, fuggire, ma fatti
appena pochi passi girò uno sguardo per l’aperta campagna, e incontrò
gli occhi immobili e sereni di una giovenca, che si era arrestata a
guardarlo come un oggetto molto curioso — rifece lentamente il breve
tratto di via, attraversò lo stazzo, e si andò a mettere nel vano
dell’uscio, donde poteva dominare _lu graminadojiu_.
Cosimo e Beatrice lo videro subito e gli sorrisero; quanto bene fece
quel sorriso al povero Silvio! Egli potè dire al proprio cuore: «fa
pure, tu non commetti alcun male; io lo dirò a Cosimo, io lo dirò a lei
stessa.»
Ora poteva guardare al _graminadojiu_. — L’ampio circolo di donne e
uomini occupava tutto il cortile; il monte di lana ora stato spartito
in piccoli cumuli dinanzi ai pastori, che erano tutti abilissimi nel
ridurre a fiocchi la lana della tosatura, senza altro arnese che le
mani.
Angela e Beatrice, sedute esse pure in giro, si provavano a quell’opera
con poco profitto; ma ciò aveva colmato d’ammirazione le pastoresse,
che erano contente di poter dire: «non sono superbe!» Anche Silvio
voleva lavorare come faceva Cosimo, come faceva suo fratello accanto ad
Angela, e prese bravamente il suo posto chiedendo scusa di non averlo
fatto prima.
Egli fu subito informato che Ciccito Scano aveva dato il fiore a
Mariantonia.
— Ma ci è qualcun altro che ha voglia di dare il fiore! annunziò _Su
Mazzone_.
Sicuramente, ci era Gianmartino che teneva in mano una rosellina
selvatica.
Il piccolo pastore, stando seduto e voltando il capo con una moina non
priva di grazia, guardò un momento verso Nicoletta, e disse:
No ti dimandu amori,
Mancu ti cilcu affettu,
Socu bè chi lu tò pettu
È di nii, ma no ha cori,
Lassa solu chi m’ajiaccia
Fijulendi la tò faccia....[7]
Ma l’audace ebbe la risposta che si meritava; e l’ebbe da Giannandrea
_il Lungo_, il quale disse che, perchè sua figlia non sapeva poetare,
risponderebbe lui in nome di Nicoletta. E rispose così:
Sai chi no ajiu cori,
E comu la mè faccia
Di nii ajiu lu pettu;
No pò scaldi la jiaccia,
Nè eu pruà affettu;...
E sei infattu a tutti l’ori?...[8]
La risposta andava al segno; e Gianmartino ne rimase sgominato; non
voleva negare la verità, Gianmartino, ma nelle gare del _graminadojiu_,
come in ogni altro giuoco della vita, bisogna sempre dir qualche cosa,
segnatamente quando si ha torto, e il piccolo pastore invocava l’estro
ribelle.
Allora intervenne il falso Efisio Pacis; egli chiamò a sè l’attenzione
con un gesto, e troncò il litigio rivolgendosi con accento persuasivo
prima alla ragazza indocile, poi al pastore ardimentoso. E disse a
Nicoletta:
Pal te, bedda, labbri di vetta
Era natu Giommaltinu.
E disse al pastore:
Pesatinni, altu pinu,
E basciadi a Niculetta...[9]
Gianmartino non se lo fece dire due volte; con un balzo da capriuolo
egli fu in piedi, ma anche Nicoletta fu pronta a rizzarsi.
Non per questo il pastore si perdette d’animo; egli sorrise guardando
a quell’altura, dove la fanciulla aveva messo la tentazione in forma
d’un sorriso; disse che gli dispiaceva fare la parte della volpe
della favola, che non poteva addentar l’uva perchè era troppo alta; ma
improvvisamente, quando tutti consigliavano a Nicoletta d’arrendersi,
Gianmartino spiccò un salto e carpì il bacio. — Qualcuno assicurò che
Nicoletta si era chinata un poco, senza di che Gianmartino non sarebbe
mai riuscito in quell’impresa, ma tutto questo a Gianmartino non
importava menomamente.
— Se si è chinata, tanto meglio, diceva lui.
— Sì, si è chinata!
— No, non si è chinata!
Nicoletta non diceva nè sì nè no; si contorceva ridendo.