A Silvio era toccato un letto portentoso, una vera sepoltura imbottita,
in cui si doveva sprofondare sconfinatamente nella regione dei sogni;
ma appena egli fu arrivato al fondo della sua buca, ed ebbe augurato la
buona notte a Cosimo, aprì gli occhi nel buio, e stette in ascolto.
Nella vicina camera, Angela e Beatrice ridevano ancora, prima di
cacciarsi nel lettone del patriarca. Dall’altra stanza, in cui si
supponeva che dormissero i giovani pastori, giungeva uno strano
rumorio, come di risate sommesse, di paglia rimossa, e di spintoni che
ogni tanto facevano tremare la parete di canne; era chiaro che i bravi
ragazzi prima d’abbandonarsi al sonno, si tiravano addosso i letti. Il
professore seguiva colla mente quella scenetta; non era vero che egli
avesse trentatre anni sonati; si sentiva capace anche lui di cacciarsi
ad occhi chiusi in un monte di paglia, e di aprirsi la via colla
testa e colle mani sino a venir fuori dalla parte opposta. Ma a poco a
poco ogni rumore cessò, si spensero i raggi di luce che infilavano le
fessure sotto gli usci, dormirono tutti.
Silvio no.
Tendendo l’orecchio nel buio, egli sentiva la respirazione di Cosimo.
Quella era la respirazione tranquilla di un uomo sicuro della propria
felicità, dalla quale non lo separavano che un tramezzo di canne e
una notte di sonno — e perciò egli si era affrettato a dormire, perchè
sapeva di ritrovare all’alba la sua donna, la compagna di tutta la sua
vita.
Pensando così, Silvio non era invidioso, nè indiscreto; riconosceva
di buon grado che Cosimo era nel suo diritto, e si compiaceva di
vedere che l’amore, entrando ancora una volta nel suo vecchio cuore
disoccupato, non vi svegliava nè desiderii, nè speranze, ma solo una
musica, una gran musica.
Quante volte aveva amato Silvio?
Egli stesso si faceva questa domanda maligna, ma per rispondere che
l’uomo non ama se non una sola volta, l’ultima.
Ora soltanto, egli aveva fiducia in sè stesso; ai fantasmi amorosi
che avevano vissuto un’ora nel suo cervello di giovinetto, non nel suo
cuore maturo, egli poteva dire senza rancore nè ira: «svanite, voi non
foste mai altro che le promesse dell’amore!»
E veramente questa volta, dopo la lunga tregua concessa agli studii di
agronomia e di filosofia sociale, l’amore si annunziava al professore
molto diversamente da quello che era apparso allo studente; dava
all’agronomo, dava al filosofo lusinghe affatto dissimili, salvo in
questo che erano innocenti del pari. — A diciasette anni — se lo
ricordava ancora! — Silvio aveva amato una donna di trentacinque,
bella e piena di giudizio; l’aveva amata perchè a quell’età si ama
l’avvenire, e l’avvenire a quell’età è l’amore. Non così ora, lo
sentiva bene — ma sarebbe stato imbarazzatissimo a dire com’era. Ecco:
era come se, dopo aver camminato lungamente, senza riflettere, per
vie ignote e faticose, si arrestasse a un tratto a guardarsi intorno,
e tentasse invano di riconoscere i luoghi e sè stesso — ed era come
se Beatrice pigliasse per mano questo povero Dante della commedia
umana e gli dicesse: «Amami, e ritroverai te stesso e avrai potenza di
arrestare il tempo che t’inghiotte.»
Nulla di ciò che poteva offendere l’amicizia appannava la lucentezza
di quell’amore, che nasceva appena e già sembrava essere sempre stato.
Silvio si era fatto delle domande brutali, e la coscienza, dopo averlo
torturato un istante, gli aveva risposto tranquillamente: «_Amali._
Sì, _amali!_ Lei e lui, entrambi; confondili nella segreta adorazione
dell’anima tua, veglia tu sulla loro felicità.»
Silvio, quella notte, poichè ebbe così sognato lungamente ad occhi
aperti, si addormentò, continuando il suo sogno. Ma egli era levato
prima del sole e pensava a suo fratello.
L’amoroso egoismo lo aveva trattenuto abbastanza; ora si accusava di
non aver quasi pensato a quel povero padre agonizzante sul limitare
d’un altro amore.
Si vestì in silenzio, aprì l’uscio, e guidato dalla luce crepuscolare,
attraversò lo stanzone in cui giacevano confusamente i pastori
mezzo sepolti nella paglia. La porta dello stazzo era chiusa con una
stanga; egli l’aprì senza far rumore, e venne all’aperto. L’aria era
rinfrescata da un venticello che correva in silenzio sulla campagna
nuda; una pecora belava sommessamente nel vicino chiuso senza
risvegliare il mastino di guardia; le ultime stelle rimaste accese nel
cielo, lasciavano cadere un raggio melanconico.
Silvio aprì il petto largamente a quell’aria mattutina, e disse ai
campi una nota della musica che gli empiva il cuore; una parola, un
nome: Beatrice!
— Silvio! mormorò una voce accanto a lui.
Si volse — gli stava dinanzi suo fratello.
— Non ho potuto dormire, disse Giorgio, stanotte la mia capanna era
piena di melanconia; _Su Mazzone_ è di malumore, perchè Mariantonia
ritorna a Tempio col suo fidanzato; ma ora dorme almeno; a me non è
stato possibile; il cuore mi ha servito tutto ieri, oggi si vendica.
— Povero Giorgio!
— Non mi compiangere, fratello mio; io sono contento; tutto va bene;
mia figlia non mi conosce, e non sospetta di nulla — mi torneranno le
forze, verrò a vedervi.
Silvio aveva gettato un braccio al collo del fratello, e cercava di
condurlo verso la capanna, per parlare a _Su Mazzone_, ma Giorgio non
faceva un passo.
— A quest’ora, disse Silvio, _Su Mazzone_ è sveglio, andiamogli
incontro.
— No, rispose Giorgio, egli verrà qui; eccolo!
Infatti il bandito svoltava allora dal muricciuolo d’un chiuso;
camminava diritto, guardando innanzi a sè, e _Brigadiere_ spiccava
salti per mettere la testa sotto le mani del padrone, che penzolavano
senza carezze.
Il bandito s’avanzava, svegliando intorno a sè le rondini e le
cingallegre che si levavano a volo con un grido di festa; un momento
dopo, vide i due fratelli, e gridò loro _Buongiorno_ affrettando il
passo e sorridendo; comprendeva che il suo piccolo dolore non aveva
diritto di manifestarsi dove era un padre messo a quella tortura.
I tre amici, andando su o giù senza scostarsi dalla casa, perchè
Giorgio voleva essere là quando sua figlia affacciasse il visino bianco
alla finestra, combinarono lungamente il da fare.
Poco dopo i giovani pastori uscirono dallo stazzo, colle teste
ravvolte ancora nelle pezzuole, e colle festuche di paglia attaccate
al cappotto; per scuotersi il sonno di dosso, si davano a vicenda
gran palmate sulle spalle; i greggi si svegliavano nei chiusi empiendo
l’aria di belati e di muggiti, e i mastini aggiungevano le loro grosse
voci al concerto.
Nessuno avrebbe potuto trattenere il sonno in quel frastuono.
Infatti pochi minuti dopo, erano tutti nel cortile, o alle finestre
che si spalancavano rumorosamente; Bastiana, Anna Maria, Nicoletta,
Giannandrea _il Lungo_, Ciccito Scano e gli altri. Una finestra sola
non si aprì, e Beatrice venne sull’uscio, con suo marito, ad annunziare
che Angela dormiva ancora.
Ma quando arrivarono i pastori con le gran tinozze di latte appena
munto, la finestra si aprì, e Angela si affacciò a chiedere la sua
porzione.
— Babbo Efisio, disse, ho un appetito, un appetito!
Beatrice anch’essa aveva appetito.
E Silvio? Silvio niente affatto.
— Lei vive d’aria, gli disse la contessa accettando da lui una ciotola
di latte.
— Come gl’innamorati! aggiunse Cosimo.
Il professore si chinò prontamente ad attingere nella tinozza una
ciotola di latte, e la bevve d’un fiato. Rialzando il capo dalla
ciotola, trovò che Beatrice aveva preso la mano di Cosimo e lo
trascinava per fargli ammirare il curioso spettacolo d’un gregge che
voleva saltare un chiuso, ma che era tenuto a segno dai latrati del
mastino. Silvio, come spinto dal suo demonio, li volle seguire. «Ho
freddo» disse allora Beatrice stringendo le spalle in un brivido, e
il professore si precipitò a prenderle uno sciallo — ma tutta la sua
baldanza era svanita, perchè comprendeva che Beatrice aveva voluto
rimaner sola col marito.
— Gli vuol dire qualche cosa, — pensava — che cosa mai gli vuol dire?
Tornando collo sciallo, trovò infatti che Beatrice non ne avea più
bisogno; non era stato altro che un brivido, ora era passato, e Silvio
si domandò invano: «che cosa mai gli ha detto?» Nulla che dovesse
offendere lui, certamente, perchè gli sorridevano entrambi. — Lo ama
tanto! pensò allora Silvio; ma non disse a sè stesso come la vigilia:
«veglia tu sulla loro felicità!» Ora si sentiva troppo debole.
Un’ora dopo i cavalli venivano condotti dinanzi allo stazzo, e gli
ospiti dissero addio ai pastori.
Giorgio si ora appoggiato ad un albero e chiedeva al proprio cuore un
ultimo sforzo.
— Babbo Efisio, addio, gli venne a dire Angela.
Il falso Efisio non rispose, ma prese fra le sue mani la testina
d’Angela e la baciò in fronte. Gli occhi degli amici erano fissi sopra
di lui in quel gran momento, ma egli fu forte.
— Addio! disse; io verrò a Sassari e ci vedremo ancora.
Silvio, già montato a cavallo, aspettava la sua donna, senza fiatare.
Suo fratello gli disse:
— Ciccito Scano riconduce a Tempio Mariantonia; chi porta in groppa
Angela?
— E la Contessa? balbettò Silvio.
— Mi porta Cosimo, disse Beatrice, non abbiamo paura.
Allora Giorgio aiutò la fanciulla a salire in groppa del fratello,
mentre Giannandrea aiutava Beatrice.
Salute! salute!.... Si avviarono.
Giorgio rimase in piedi finchè potè vedere sua figlia, che se n’andava
lieta com’era venuta, empiendo l’aria di domande allegre. Quando la
cavalcata sparve dietro un gruppo d’alberi, il povero padre abbandonato
sentì che tutte le forze gli venivano meno e cadde bocconi mormorando:
«il cuore non le ha detto nulla!...»
— Compare Efisio! Compare Efisio! Vi sentite male?
— Non è nulla, entrò a dire _Su Mazzone_, egli è ancora debole, ed ha
fatto uno sforzo per mettere in sella la ragazza — sono cose da lasciar
fare ai sani!
Si curvò sul corpo dell’amico, e gli disse in un orecchio: «vuoi
vederla ancora?»
— È possibile? chiese Giorgio balzando in piedi.
— Sì, se affrettiamo il passo; fra mezz’ora i cavalli saranno
all’entrata del bosco, la strada fa un lungo giro; tagliando diritto
pei campi, vi possiamo giungere in mezz’ora anche noi.... Ma dopo?
— Non importa, disse Giorgio, e si avviò, senza dare alcuna spiegazione
ai pastori che lo guardavano maravigliati. _Su Mazzone_, voltandosi a
Giannandrea, spiegò quel mistero così: — ha dimenticato di dire qualche
cosa a Mariantonia, bisogna arrivare prima di loro al bosco.... si va e
si torna.
E in pochi salti ebbe raggiunto il compagno.
— Anch’io mi sento solo, disse al bandito; Mariantonia se ne va!
— Dio mio! mormorava Giorgio, costringendo il suo compagno a fare
ogni tanto un lieve tratto di corsa per istargli a paro; fatemi questa
grazia!
E non si fidando nella bontà divina, affrettava ancora il passo.
Quando il giorno dopo, a tarda sera, la piccola brigata faceva ritorno
a Sassari, nei due biroccini, la prima persona che Silvio, smontando,
si vide venire al fianco nel buio fu _Su Mazzone_.
— Che cosa è stato?
— Egli è qua, rispose il bandito, stringendosi nelle spalle — non mi è
stato possibile tenerlo; ora che ha visto sua figlia, dice che non può
vivere lontano da essa. Bisogna compatirlo. Mi ha promesso che non farà
pazzie.