Un momento dopo fu vista arrivare di corsa, latrando forte, una
muta di mastini; Angela e Beatrice ebbero un po’ di paura che quegli
animalacci, saltando intorno ai cavalli, potessero afferrar loro i
piedi, ma i mastini erano ancora distanti quando un fischio li arrestò
di botto. Però non cessarono di latrar forte, finchè non sbucò dalla
siepe d’un chiuso un fanciullo, che, tirando sassate e correndo contro
ai cani, diede ad Angela l’immagine del re Davide nell’esordio della
sua carriera.
I mastini tacquero, e senza aspettare di essere raggiunti dal piccolo
eroe, tornarono di corsa allo stazzo, dove, ricondotti dall’esempio e
dalle pedate a sentimenti più miti, fecero ala, insieme coi pastori,
all’ingresso del piccolo drappello.
Erano tutti là, una ventina almeno, le donne e gli uomini di
Giannandrea _il Lungo_; gli uomini portavano lo schioppo in pugno, e
parevano disposti a servirsene, sparando all’aria per salutare gli
ospiti, ma visto che Angela aveva subito abbandonato il cappottino
del suo cavaliere, per cacciarsi lo dita negli orecchi, Giannandrea
raccomandò ai suoi di non far chiasso e venne cortesemente incontro
alle signore, per aiutarle a smontare da cavallo.
— Benvenute siano! disse da lontano cavandosi la berretta; benvenuta
sia! ripetè presentando le braccia a Beatrice, che vi si buttò senza
paura.
Il vecchio Giannandrea non disse altre parole alla contessa, ma le
sorrise come un padre, e venendo ad Angela e toltala dalla groppa
allo stesso modo, aggiunse: «questa me la bacio!» e la baciò davvero,
sulla fronte. Angela, rallegrata da quello spettacolo nuovo, si prestò
con grazia; tanto, come ribellarsi? era forse la sua missione in
Sardegna questa di lasciarsi baciare! E quando Giannandrea ebbe dato
l’esempio, si fecero innanzi le donne; Angela affrontò i loro baci
coraggiosamente; Mariangela era una bella donnina, cogli occhi neri
come il carbone; Bastiana aveva la bocca piccina, bellissimi denti
e il sorriso aperto e frequente; Nicoletta era alta come un pioppo,
aveva i labbri sottili come una fettuccia; ma la sua carnagione bianca
splendeva alla luce di uno sguardo profondo e dolce, entro una ricca
cornice di capelli castani.
In mezzo a quelle e ad altre donne dei pastori, si vedeva subito
Mariantonia, l’altera Mariantonia, un profilo di scalpello romano,
tagliato nel granito del Limbara. Essa, dopo aver medicato con un
sorriso il suo innamorato, gl’impedì di avvicinarsi con un’occhiata.
Ciccito Scano intese l’occhiata, girò sui tacchi e si confuse colla
povera gente mortale.
Man mano che i cavalli erano liberi, venivano presi da un pastorello e
legati ad un albero, colla corda lunga perchè potessero trastullarsi
a mangiar l’erba, aspettando la loro porzione d’avena. Quando Silvio
e Cosimo ebbero baciato essi pure Giannandrea, andarono in giro a
stringere la mano di tutti i pastori, che toccandosi la berretta colla
sinistra, ripetevano: _benvenuto! benvenuto!_ Dopo di che Giannandrea
pregò le signore di entrare nello stazzo a riposarsi, intanto che
si preparava un boccone di desinare: «La casa è piccola, disse
solennemente, ma il cuore è grande.»
A Silvio era bastata un’occhiata in giro, per accorgersi che suo
fratello non era là; consigliato dall’istinto, egli lasciò che i
suoi compagni seguissero Giannandrea e si trattenne nella spianata
dinanzi alla casa, a guardare il lavoro dei pastori, che avevano
disposto all’aperto parecchi focolari e vi facevano cuocere lentamente,
girandoli ogni tanto all’estremità di lunghi spiedi di nocciuolo, qui
un porcellino da latte, là un capretto intero, sparati sino alla testa
in modo da far vedere le cervella, e tenuti aperti con due asticciuole
di canna.
Silvio ricominciava a domandarsi se veramente quel viaggio non si fosse
compito un po’ alla leggiera.
Infatti dacchè _Su Mazzone_ aveva lasciata la casa del _Mulino a
vento_, chiamato improvvisamente dal suo cagnuolo, non si era più
avuta alcuna notizia di lui. Però prete Emanuele era stato avvertito
dell’arrivo degli ospiti, e Ciccito Scano si era trovato all’alba coi
cavalli. Era stato veramente un errore, non aver preso in disparte
Ciccito Scano per interrogarlo — Interrogarlo su che? — Se Ciccito
Scano non lasciava intendere di sapere qualche cosa, era segno che lo
credeva inutile; ma non poteva esser dubbio che egli obbedisse ad un
ordine del bandito.
Uno dei pastori aveva infilato in uno spiedo il cuore, il fegato e la
milza di parecchi capretti, e li veniva avvolgendo colle minugie, in
modo da legarli e nasconderli. Vedendosi guardato da Silvio, si voltò e
gli disse:
— Faccio _la corda_.
Silvio sorrise; molte volte in vita sua, aveva visto fare e mangiato
quella _corda_ saporita.
— Il professore è lei? gli domandò una giovane donna mettendoglisi al
fianco nel vano dell’uscio.
— Sono io, rispose Silvio voltandosi.
— Io sono Mariantonia, disse la giovinetta, abbassando la voce; il
fratello suo sta in una capanna vicina; l’aspetta, vuole che andiamo a
vederlo?
— Andiamo, balbettò Silvio.
Si avviarono; Ciccito Scano venne subito sull’uscio, ma non osò
seguirli.
— Come sta? domandò Silvio ansimando.
— Ieri stava bene, ma stanotte non ha potuto chiuder occhio, e
stamattina era più malato di prima; ma quello è un uomo che comanda al
suo male.
Mariantonia non disse altro; camminava speditamente, precedendo d’un
passo il compagno.
Dopo un quarto d’ora di cammino, la fanciulla allungò un braccio verso
un gruppo di quercie e disse semplicemente: è là; vuole andar lei, o
devo andar io ad avvertirlo?
Silvio sentì venir meno tutte le forze, si appoggiò al tronco di un
albero, e lasciò che Mariantonia lo precedesse.