Il viaggio a Tempio, annunziato una settimana prima, non insospettì
la fanciulla, tanto più che vi pigliavano parte Beatrice ed il conte
Cosimo. Si andava a visitare un pascolo aperto, un _salto_, per farne
acquisto; si andava per convenire col patriarca di una famiglia di
pastori, intorno al prodotto della tosatura. Quali fossero i disegni
dello zio conte e dello zio professore intorno alla lana caprina,
Angela non dimandava.
Le avevano detto che era appunto la stagione della tosatura; dunque
essa e Bice andavano per veder mugnere le pecore e cardar la lana, ed
anche per non rimaner sole.
Sino a Tempio il viaggio fatto in due biroccini non aveva offerto nulla
di singolare alle due donne, salvo la barba crescente di Pantaleo,
il quale, dacchè era uscito dalle funzioni di cocchiere cittadinesco,
aveva l’ambizione di coprirsi la faccia d’una foresta di peli per il
rimanente della sua vita mortale. Pantaleo, che da una settimana viveva
in campagna, saputo del viaggio dei signori, aveva messo innanzi le sue
buone ragioni per essere preso a cassetta e guidare la contessa e la
_signoricca_.
La sua causa giusta aveva trionfato, e per tutto il viaggio, Pantaleo
non aveva fatto che parlare al cavallo, tanto che Beatrice dichiarò di
non riconoscere più il suo Pantaleo d’una volta, quel Pantaleo che era
stato il modello dei cocchieri sbarbati e muti di Milano.
A Tempio, dove giunsero verso sera, l’aspetto severo della città di
granito, delle moli superbe del Limbara, impressionò Beatrice ed
Angela, che dichiararono d’avere fatto un viaggio felicissimo; fu
anche meglio quando seppero che non si andava all’albergo, ma bensì in
casa del parroco, e quando invece d’un oste panciuto si videro venire
incontro un pievano alto e segaligno, vero prete di montagna, che non
portava in mano il solito breviario, e guardava in faccia alla gente
con due occhietti vivaci, nascosti sotto due cespugli di peli.
Prete Emanuele disse ai suoi ospiti che la casa sua era l’unico albergo
di Tempio, in cui una signora potesse passare la notte, e che egli la
metteva tutta a disposizione dei forestieri, _dilli stragni_; si doleva
di non essere stato avvertito in tempo per dare un po’ d’ordine; però
il necessario non mancherebbe.
Il pievano, gallurese schietto, della razza superba e immaginosa dei
pastori di Limbara, sembrava fare ancora una gran fatica, dopo tanti
anni di sacerdozio, per adattarsi alla mansuetudine d’un pastore
d’anime.
Ogni stanza della sua casa parlava d’un cacciatore, non già d’un
pievano. In tutti gli angoli vi erano schioppi sardi genuini, lunghi e
colla pietra focaia, oppure schioppi sardi imbastarditi, colla canna
mozza; carabine a due colpi, pistole, pistoloni e daghe, pendevano
al capezzale d’ogni letto, accanto alle immagini della Madonna
incorniciate coi ricami delle monache.
Se non fosse stata la sottana nera che, in casa, prete Emanuele tirava
su da un lato, cacciandone un lembo sotto la cintura delle brache,
nulla avrebbe svelato in lui il reverendo. Egli non parlava latino
se non dinanzi all’altare, perchè vi era costretto dal rituale;
a quattr’occhi col padre Eterno usava quel garbatissimo dialetto
tempiese, che sfida, nell’accento aperto e dignitoso, il paragone della
parlata toscana.
Dopo una cena, fatale agli inquilini del pollaio, il pievano aprì
le camere che egli destinava agli ospiti. Ed apparvero agli occhi
sbigottiti di Beatrice e di Angela certi lettoni, posti fra cielo
e terra, ai quali bisognava dar la scalata dopo aver invocato
l’angelo custode. Prete Emanuele era un uomo discreto; a tavola
quasi non s’informava dei disegni _dilli stragni_, e quando toccò
quest’argomento, vi si arrestò così poco, da far intendere chiaro
chiaro che egli era informato abbastanza.
Ma intanto si faceva tardi; Beatrice ed Angela si erano già ritirate
in un camerone, Silvio e Cosimo si guardavano in faccia, non vedendo
comparire nessuno. Allora prete Emanuele si picchiò la fronte, e si
ricordò che la mattina era venuto Ciccito Scano a dire che, quando
arrivassero _li stragni_ del pievano, non istessero in pensiero, che
egli non sarebbe mancato il domani all’alba per andare allo stazzo.
— Vanno a visitare uno stazzo? domandò il pievano; ma senza
aspettare la risposta, annunziò che si divertirebbero perchè era
giunto il momento della tosatura delle pecore, e si doveva fare _lu
graminadojiu_.[3]
— _Lu graminadojiu?_ chiese Cosimo, tanto per dire qualche cosa.
— Già, è la cardatura delle lane, spiegò prete Emanuele; i pastori
cardano la lana, mangiando, bevendo e poetando.
Non disse altro; gli ospiti se ne andarono nelle loro camere; e
riusciti, dopo molto ridere, ad inerpicarsi sui letti, non tardarono a
dormire.
Pantaleo si era buttato sopra una stoia mezzo arrotolata, che serviva
di letto e di guanciale, come aveva visto fare ai famigli del prete,
in un gran stanzone a terreno, coi piedi cacciati quasi nella cenere
tepida d’un braciere spento; e prete Emanuele, dopo aver visitato tutta
la casa, sprangato tutti gli usci e tutte le finestre, si ritirò nella
sua camera, dove accese una lunga pipa e fumò il suo ottimo tabacco di
contrabbando.
Prima di cacciarsi sotto le lenzuola, fece anche un’altra cosa, guardò
sotto il letto, per obbedire ad una vecchia abitudine, ma con poca
speranza di trovarvi un imbecille, che fosse proprio venuto a provocare
le grosse scarpe colla fibbia, mettendosi in quella incomoda positura.
Poi salutò l’Eterno Padre con poche parole galluresi e sincere, entrò
in letto e spense il lume.
Prima dell’alba il pievano, i famigli e gli ospiti furono desti da uno
che tirava calci alla porta di casa. Era Ciccito Scano.
La vittima di Maria Antonia portava ancora la mano destra fasciata,
perchè la selvaggia fanciulla, difendendo con troppo zelo il proprio
pudore, aveva corso il rischio di guastarsi per sempre l’innamorato; ma
Ciccito Scano era allegro, e non poteva soffrire molto della ferita.
Il pievano anzi, riavvicinando i ciuffi di peli delle sopracciglia,
annunziò agli ospiti con severità canzonatoria che il povero giovine
portava ancora la mano fasciata, per pigliare la sposa col rimorso;
perchè lui, Ciccito Scano, non andava già allo stazzo per vedere la
cardatura.
— Ci vado per accompagnare i signori, protestò Ciccito Scano, ridendo.
— Anima dannata, ribattè prete Emanuele, hai da venire a confessarti! E
te la darò io la penitenza!
Intanto Ciccito Scano, aiutato dai famigli, adattava sulla groppa di
due cavallini neri la sella imbottita per le signore.
Il conte Cosimo non aveva portato mai donna in groppa, e non prometteva
nessuna sicurezza a sua moglie nè ad Angela; bisognò dunque accomodarsi
così: Ciccito Scano si prese la fanciulla, Silvio ebbe Beatrice, e
Cosimo non fece che aiutare le due amazzoni, prima di balzare in sella
egli stesso.
Stando sulla porta della sua casa, prete Emanuele salutò colla mano gli
ospiti, e i tre cavalli si avviarono di trotto.
Al rumore degli zoccoli dei cavalli sulla via sassosa, si svegliavano
gli echi nel granito della vecchia città, e facevano un frastuono da
stordire.
— Ho paura di cadere, disse Beatrice dopo un tratto di via.
— Perchè non si attacca a me? mi abbracci, è necessario.
— Perchè non me l’ha detto prima? domandò la contessa.
Perchè mai Silvio non gliel’aveva detto prima?
— Mi dia la mano destra, così... ed ora stringa pure, che non mi fa
male.
Ma sotto la stretta di quel braccio di donna, al contatto di quel
corpo leggiadro, Silvio gustava invece una dolcezza che gli faceva
male; sentiva come un alito caldo nella faccia, ed ebbe bisogno di
spingere il cavallo ad un breve galoppo, perchè l’aria mattutina gli
rinfrescasse le guance ed il cuore.
— Op! op! esclamava Beatrice pigliando gusto a quella corsa.
Cosimo e Ciccito Scano raggiunsero il professore.
— Il cavallo fa delle pazzie? domandò Ciccito.
Silvio confessò umilmente che non era il cavallo; Beatrice rise.
Dall’altipiano di Tempio, scendendo per viottole leggermente tortuose
attraverso bei vigneti, i tre cavalieri ebbero in poco tempo raggiunto
il fondo d’un valloncello, in cui scorreva un rigagnolo, povero ed
incerto tributario del Liscia; i cavalli si cacciarono senza paura
nell’acqua, ma Beatrice e Angela empirono l’aria di esclamazioni
allegre.
Ciccito Scano, che andava innanzi, ogni tanto voltava il capo gridando
il nome d’uno dei paeselli che si lasciavano alle spalle. Ecco
Agius!... dove? a sinistra sulla costa, sospeso come un nido al granito
dei contrafforti del Limbara. — E quest’altro a destra? — È Luras. —
E quel campanile quasi nascosto? — Nuchis. — E laggiù quel mucchio di
case disposte a gradinata? — Colangianus.
Tutto ciò alle spalle. In faccia, fin dove arrivava l’occhio, nessuna
traccia di paesi, ma solo una distesa continua di collinette.
Si viaggiò un gran pezzo attraverso alla natura più arcadica che sia
forse al mondo, guadando ogni tanto dei ruscelletti formati dal rapido
squagliamento delle nevi raccolte sulle più alte vette del Limbara, che
si alzavano splendenti in mezzo ai rosei vapori dell’alba.
Silvio, vinta la strana impressione che aveva avuta sentendosi
stringere dal braccio dell’amica sua, ora si godeva non visto
quell’amplesso innocente, e quando nelle chine rapide sentiva il corpo
della sua compagna pesare leggermente sopra di lui, non sentiva più il
brivido che gli aveva fatto paura, ma solamente un solletico dolce, una
leggiera ebrietà di gratitudine e di amicizia. E diventava ciarliero,
il professore, per descrivere a Beatrice, senza voltarsi, gridando le
parole al vento, la natura sassosa e feconda dei terreni galluresi,
dove cresce benissimo la vite, dove invecchiano le più belle quercie,
dove vengono su i più bei corbezzoli dell’universo.
— Corbezzoli! esclamava Beatrice; e allora diventava ardito, il
professore, fino a voltarsi a guardare la sua dama, che lo corbellava
con ingenuo vezzo, od a picchiare con un colpetto la mano bianca
aggrappata alla sua giacca.
Poi, se Cosimo, udendo ridere, si accostava, Silvio era tentato
di abbandonare le redini sul cavallo e di buttarsi nelle braccia
dell’amico, per dirgli... che cosa? Qualche cosa..... che la natura era
come una fidanzata e quel mattino di maggio come una festa nuziale.
Dopo una trottata di altre due orette, all’ingresso d’un bosco di
quercie i tre cavalieri si radunarono, e Ciccito Scano annunziò che la
selva apparteneva già alla _cussorgia_ di Alzaghena, nel cui territorio
erano compresi alcuni stazzi grandi e piccoli; fra i quali lo stazzo di
Giannandrea _il Lungo_.
Chi era Giannandrea _il Lungo_?
Ciccito Scano spiegò che Giannandrea _il Lungo_ era il capo stipite
d’una ricca famiglia di pastori, i quali vivevano insieme, uomini e
donne, in una casa grande e tutta di pietra, come ce n’erano poche
nei territori circostanti. Giannandrea era il padre di Mariangela, di
Gavino, di Maurizio, di Bastiana e di Nicoletta; i primi quattro figli
erano tutti accasati, ed avevano già figliuoli; Nicoletta soltanto,
la lunga Nicoletta, l’ultima delle figliuole, il ritratto del padre,
era ancora ragazza. Ma non doveva star molto a trovar marito; anzi, in
confidenza, Gian Martino, il più piccolo pastore della _cussorgia_,
un giovinotto temerario, a cui piacevano tutte le imprese difficili,
si era messo in capo di dar la scalata a Nicoletta; la ragazza aveva
cominciato dal ridere, ma non avrebbe riso un pezzo, perchè si sa,
l’uomo non si misura col palmo.
Si entrò nel bosco, dicendo quasi addio alla luce, tanto era fitta
l’alberatura, tanto erano frondosi i rami; sotto i piedi dei cavalli si
levavano lepri e volpi, e Ciccito Scano avrebbe volentieri scaricato
lo schioppo, se la prima carezza della sua futura sposa non lo avesse
ridotto nella condizione di dover lasciare a casa le armi e viaggiare
come un seminarista.
Angela ne fu lieta e non nascose la propria contentezza; le pareva che
se Ciccito Scano avesse dovuto tirare schioppettate contro le lepri o
le volpi, essa, stando a cavallo, sarebbe stata imbarazzata a turarsi
le orecchie colle dita senza abbandonare il proprio sostegno.
Durante la traversata del bosco, Ciccito Scano spiegò ancora che la
corteccia delle quercie dava ogni anno un ricco prodotto di sughero a
Giannandrea _il Lungo_, perchè anche Giannandrea aveva il suo bosco, un
po’ più su, e che l’ingrassamento dei maiali nel solo mese di novembre
gli doveva fruttare una bella sommetta. L’anno precedente, il giorno
d’Ognissanti, egli si era trovato in uno stazzo, ed aveva visto una
mandra di mille suini, magri come cagnuoli, che venivano da Ozieri
per entrare a dozzina. Il pastore riceveva i maiali, gl’ingrassava, e
riscoteva il diritto _del piede_.
Avere il _piede_ significa avere diritto ad un piede di ogni quattro; i
maiali, come se lo sapessero, non vanno mai soli all’ingrasso; ci vanno
a centinaia, ed a migliaia.
Il pastore riceveva dunque mille maiali magri, e s’impegnava a
restituirne settecentocinquanta grassi, tenendo gli altri per sè.
Ciccito Scano parlava ancora, e già nessuno gli dava retta; all’uscire
dal bosco, mettendo il piede nel pascolo di Giannandrea _il Lungo_,
anche il tempiese ammutolì per prepararsi all’incontro con Mariantonia.
La fantasia di Silvio, che aveva fatto la pazzerella per tutta la
strada, rinsaviva di repente, al pensiero di rivedere fra pochi istanti
Giorgio. L’aspettazione medesima faceva battere il cuore del conte
Cosimo e della contessa Beatrice.
Angela soltanto, non sospettando di nulla, domandò inutilmente due
volte che piante fossero quelle che vedeva sparse qua e là, tutte
coperte di fiori bianchi; nessuno le rispose.
— Zio Silvio, che piante sono? insistè la fanciulla, credendo che
Ciccito Scano non lo sapesse.
Allora Ciccito Scano risvegliato dal suo sogno ad occhi aperti rispose:
— Sono lentischi.
Silvio sarebbe stato imbarazzato a rispondere; passando rasente alla
siepe d’un chiuso per le pecore, gli era sembrato di udire un gemito.