Per assestare tutte le faccende del suo padrone, e le proprie, Ambrogio
aveva dovuto trattenersi in Milano più di quanto immaginava; però
arrivava in Sardegna colla coscienza pulita, perchè era riuscito in una
sua idea, piccolina ma bella: appigionare cioè l’appartamento della
contessa e il quartierino del conte già pagati sino a San Michele,
intascando duemila lirette. Nel pagare i vecchi debituzzi egli aveva
poi adoperato così ingegnosamente, che, senza far torto al conte
Rodriguez, riportava in Sardegna parecchie centinaia di lire d’avanzo,
oltre i conti saldati.
Riportava qualche cosa di più ancora, qualche cosa che doveva riuscire
una magnifica improvvisata, riportava il cocchiere e il cuoco, i quali,
a forza di sentirsi dire che la Sardegna è un paese dove quanti vi
sono arrivati da lontano colle maniche della camicia rimboccate fino
al gomito, si sono arricchiti in pochi anni, non avevano voluto perdere
questa buona occasione.
Si sarebbe arricchito in Sardegna tanto volontieri anche Francesco,
e anche Stefano lo stalliere, ma avevano entrambi l’amorosa a cui da
poche settimane soltanto avevano giurato di essere fedeli eternamente.
— Chi sa?.... forse più tardi... Dicevano proprio così quei malandrini!
Quando, preceduti da Cecchino, che era andato incontro ad Ambrogio fino
a Porto Torres, fecero il loro ingresso nella casina bianca del Molino
a vento il cuoco Giovanni ed il cocchiere Pantaleo, parve al conte
Cosimo di ritrovare tutto sè stesso, e nell’affetto dei suoi vecchi
servi vide una promessa.
Egli afferrò loro le mani e le strinse forte; e fu bello veder
Giovanni, il cuoco, uscire da quella stretta colle lagrime agli occhi,
e brancicare il panciotto come se cercasse il grembiale bianco del suo
ministero, per nascondervi la propria commozione.
— Il signor conte, diss’egli con voce rauca, ci aveva licenziati dal
suo servizio, ma non ci aveva proibito di venire in Sardegna; non
abbiamo creduto di far male.
Il conte dovette rassicurarli, protestando che avevano fatto benone.
— Qui c’è posto per tutti, disse.
— così ci ha detto Ambrogio, entrò a dire Pantaleo; in Sardegna, ci
ha detto, basta andarvi colle maniche della camicia rimboccate sino
al gomito, per afferrar la fortuna; in Milano erano trent’anni che
rimboccavo le maniche della camicia sino al gomito, e la fortuna non si
era ancora fatta vedere!
— Nemmeno da lontano, confermò il cuoco.
Quel giorno fu festa nella casina bianca.
Giovanni, impaziente di mettersi all’opera per arricchire, invase la
cucina, dichiarando che il suo padrone doveva riconoscere a tavola la
presenza dell’antico cuoco; e Cecchino, che aspettando di meglio ne
aveva occupate le funzioni, sopportò allegramente quel sopruso e fece
la sua vecchia parte di sguattero, ridendone forse troppo, ma senza
ombra di rancore.
E bisognava vedere Annetta, seduta al posto d’onore, nella mensa di
cucina, quando i padroni ebbero desinato; e bisognava sentire Pantaleo
che le stava al fianco parlandole di Milano, di Francesco e di Stefano,
e delle loro innamorate, per comprendere quante cose può dire una brava
servetta stando zitta, e quante ne può dire un cocchiere felice, quando
il dovere non lo inchioda a cassetta. — Giovanni intanto, cedendo alla
spinta del vino generoso, scendeva dal piedestallo su cui l’aveva messo
la sua pratica culinaria, per trattare famigliarmente con Cecchino.
Sì, fu un bel giorno quello; ma i giorni come quelli non spuntano tutte
le mattine, come fece osservare giudiziosamente Ambrogio; il domani
Giovanni e Pantaleo si preparavano ad andare in cerca della fortuna,
quando il professor Silvio fece loro una proposta.
— Che cosa volete fare? chiese.
— Non sappiamo, risposero.
— Lo so io, rispose Silvio; a te Giovanni la vita del campagnuolo
piace di sicuro: invigilare il lavoro dei campi, custodire il bestiame,
far mungere le vacche alla tua presenza; tutte queste cose ti vanno a
genio, confessalo.
— Lo confesso, dichiarò Giovanni, ma non capisco...
— E tu, Pantaleo, se avessi a tua disposizione un carro, un biroccino
e due buoni cavalli, e potessi fare, oggi il carradore, domani il
vetturino, e tutto l’anno andare e venire da un luogo all’altro,
saresti contento; negalo se puoi.
Pantaleo non potè negare, ma non capiva nemmeno lui; e allora Silvio
spiegò la sua idea. Giovanni, se volesse, andrebbe a stare nel podere
_Speranza nostra_, avrebbe, nella casa, una bella camera al secondo
piano; Pantaleo abiterebbe una stanza vicina; si terrebbero compagnia
finchè, un poco alla volta, il fondo non si popolasse di coloni. Di
giorno Pantaleo andrebbe col carro a caricare olive o uva, secondo lo
stagioni, a Sassari, a Sorso; e _Speranza nostra_ farebbe l’olio più
puro, e il vino più squisito di tutto il Logudoro. Punto salario; ma
Pantaleo e Giovanni, oltre che mantenuti ed alloggiati, avrebbero una
parte degli utili dell’impresa.
L’idea allettatrice fece gongolare Giovanni e Pantaleo, ai quali pareva
già che la Sardegna cominciasse a mantenere più di quanto Ambrogio
aveva promesso; quando poi videro _Speranza nostra_, e compresero
all’ingrosso le trasformazioni che quel piccolo paradiso doveva fare in
meno d’un anno, la contentezza divenne entusiasmo.
— Pantaleo, diceva il cuoco, piantandosi in osservazione dinanzi al
finestrino tondo della sua camera. Pantaleo, avevi tu sognato mai
qualche cosa di simile? Osserva tutta questa bella campagna giù giù
fino alla valle, poi quei prati, dall’altra parte quei boschi....
osserva questi olivi, quegli aranci, quei melagrani, osserva quelle
palme con quei grappoli di datteri appesi in alto, come negli alberi
di cuccagna.... osserva lì... osserva là; Pantaleo, tu che sogni ogni
notte, hai fatto mai un sogno così bello?
È a credere che Pantaleo, sognando ogni notte, avesse visto anche di
meglio; ma egli non voleva mortificare, nemmeno con questa restrizione,
l’entusiasmo del suo collega, e rispondeva con un cenno del capo.
— Ma che silenzio! proseguiva Giovanni; qui dunque non ci è nessuno? è
una campagna abbandonata questa?
— Tutta la campagna è così, rispose Silvio; ancora non ho fatto
incominciare i lavori necessarii, il raccolto delle ulive non ci darà
da fare, perchè l’oliveto è povero e quest’anno non ha messo frutto.
— Ma i contadini dove sono?
— I contadini stanno in città, disse il professore con amarezza; si
fanno pagare bene per lavorar poco; come potranno mai persuadersi di
aver torto?
— Oh! bella! — i contadini stanno in città! — esclamò Giovanni; e
i cuochi in campagna! Sarà il mondo alla rovescia, ma se non altro
quegli usignuoli non canteranno la sera senza che nissuno li senta....
Ascolta, Pantaleo, come cantano bene!
Sarebbe stato bello stimolare il cuoco Giovanni, e farlo diventare
arcadico. Ma Silvio aveva altre cose per la testa, e Pantaleo era
incapace di lasciarsi pigliare da simili tentazioni.
Un’ora prima del tramonto, Silvio fece chiudere le finestre e le porte
della casa, e tutti e tre si avviarono a malincuore. Quando il cancello
di legno del muro di cinta fu chiuso, Silvio si voltò a guardare ancora
le belle arcate melanconiche che si aprivano sotto i vecchi ulivi.
Per un poco la strada, sassosa e disuguale, era incassata fra due
muriccioli che non lasciavano scorgere se non le cime degli ulivi,
il cui verde pallido aveva nell’ora del tramonto un’intonazione
soavissima. Quando il sole getta le sue ultime freccie dorate
attraverso i rami dell’alberatura, scende fra gli ulivi una pace
melanconica e dolce, che parla all’anima meglio della prateria nordica,
meglio del più splendido paesaggio tropicale.
A Giovanni, a Pantaleo, ed anche a Silvio, non piacevano i muriccioli,
che chiudono i poderi sassaresi alla vista.
— A che servono? chiedeva Giovanni; contro i ladroncelli notturni, no,
perchè anzi vi troveranno un nascondiglio e un riparo...
— Non servono a nulla, si affrettava a rispondere Silvio.
A questi muriccioli, che con una spesa relativamente enorme, non
danno in sostanza se non lo scarso benefizio d’impedire il passo a
qualche animale vagante, Silvio faceva una colpa nera. A sentir lui,
è impossibile amare una campagna che pare un cimitero, un paesaggio
tagliato a fette, su cui generalmente l’occhio non corre più di
cinquecento passi, in nissun verso, senza incontrare un muro.
E profetava così:
— Quando la campagna sassarese avrà i suoi abitanti, questi muriccioli
ridicoli cederanno il posto ad una siepe viva, o ad un fossatello,
per cui passeranno le acque operose delle sorgenti, che ora ramingano
oziando negli acquitrini; ma noi non vedremo quel giorno!
— Perchè no? esclamò Giovanni.
Il cuoco infervorato non disperava più di nulla, nemmanco di campare
gli anni di Metusalemme.
Uscendo dal sentiero, si trovarono nello stradone. Qui lo spettacolo
era più ameno; i contadini, le loro donne e i loro ragazzi si
affrettavano a drappelli verso Sassari, per giungervi prima delle
_orazioni_, a cena; erano tutti di buon umore; e quando giungeva una
brigata, pareva che si levasse un volo di passeri. Gli uomini, per lo
più sbarbati, colla zappetta buttata sull’omero, colla pipa in bocca,
passavano guardando arditamente in faccia il signor Silvio, senza
nemmeno accennare l’intenzione di toccarsi la berretta. Avevano scritto
in faccia un solo sentimento, quello dell’indipendenza, che li rendeva
simpatici anche nella loro villania; ma del pittoresco costume sardo,
essi non avevano serbato che la lunga berretta nera; invece delle uose,
dei calzoni a campana e delle brache corte di panno, essi vestivano
pantaloni e giacchette di foggie cittadinesche.
Ma quegli indumenti rattoppati o laceri o poco puliti erano per essi un
simbolo d’eguaglianza, e li portavano con decoro.
Le donne, colla pezzuola annodata sotto il mento, non avevano anch’esse
nulla che ricordasse l’antico costume sassarese; qualcuna soltanto,
e delle vecchie, conservava il busto allacciato; passavano tutte,
come i loro uomini, senza salutare la gente che non conoscevano;
alcune portavano sulla testa una corba che pareva dovesse cadere ad
ogni momento; ma mettevano il passo con tanta sicurezza che la corba
non cadeva mai. E passavano, povere e belle, povere e brutte, colla
medesima indifferenza superba, non guardando in faccia a nessuno.
Quella processione di zappatori e di raccattatrici di ulive, accompagnò
sino a casa il professore, il quale da un pezzo non vi badava, perchè
aveva fissi gli occhi a una finestra, in cui si affacciavano i volti di
Beatrice e d’Angela.
— Salute, professore!
— Salute, donna Beatrice; _signoricca_, salute.
Angela aveva riso tanto la prima volta che si era sentita chiamare
_signoricca_ dai popolani sardi, e anche questa volta lasciò cadere
dalla finestra una risata.
Appena Silvio fu entrato sotto il portico di casa, il conte lo prese
per le braccia, e lo trattenne accennando agli altri di andare innanzi.
— Che cosa ci è di nuovo? domandò il professore.
— È venuto un uomo... Ha chiesto di te; ha bisogno di parlare a te solo.
— Dov’è?
— Ha voluto rimanere celato fino al tuo arrivo; e mi ha detto che
la sua vita è nelle mie mani; l’ho chiuso nella tua camera; così ha
voluto, ecco la chiave.
— Giorgio! mormorò Silvio impallidendo.
— No; è piccolo e vecchio.
— _Su Mazzone!_