II.

Per assestare tutte le faccende del suo padrone, e le proprie, Ambrogio

aveva dovuto trattenersi in Milano più di quanto immaginava; però

arrivava in Sardegna colla coscienza pulita, perchè era riuscito in una

sua idea, piccolina ma bella: appigionare cioè l’appartamento della

contessa e il quartierino del conte già pagati sino a San Michele,

intascando duemila lirette. Nel pagare i vecchi debituzzi egli aveva

poi adoperato così ingegnosamente, che, senza far torto al conte

Rodriguez, riportava in Sardegna parecchie centinaia di lire d’avanzo,

oltre i conti saldati.

Riportava qualche cosa di più ancora, qualche cosa che doveva riuscire

una magnifica improvvisata, riportava il cocchiere e il cuoco, i quali,

a forza di sentirsi dire che la Sardegna è un paese dove quanti vi

sono arrivati da lontano colle maniche della camicia rimboccate fino

al gomito, si sono arricchiti in pochi anni, non avevano voluto perdere

questa buona occasione.

Si sarebbe arricchito in Sardegna tanto volontieri anche Francesco,

e anche Stefano lo stalliere, ma avevano entrambi l’amorosa a cui da

poche settimane soltanto avevano giurato di essere fedeli eternamente.

— Chi sa?.... forse più tardi... Dicevano proprio così quei malandrini!

Quando, preceduti da Cecchino, che era andato incontro ad Ambrogio fino

a Porto Torres, fecero il loro ingresso nella casina bianca del Molino

a vento il cuoco Giovanni ed il cocchiere Pantaleo, parve al conte

Cosimo di ritrovare tutto sè stesso, e nell’affetto dei suoi vecchi

servi vide una promessa.

Egli afferrò loro le mani e le strinse forte; e fu bello veder

Giovanni, il cuoco, uscire da quella stretta colle lagrime agli occhi,

e brancicare il panciotto come se cercasse il grembiale bianco del suo

ministero, per nascondervi la propria commozione.

— Il signor conte, diss’egli con voce rauca, ci aveva licenziati dal

suo servizio, ma non ci aveva proibito di venire in Sardegna; non

abbiamo creduto di far male.

Il conte dovette rassicurarli, protestando che avevano fatto benone.

— Qui c’è posto per tutti, disse.

— così ci ha detto Ambrogio, entrò a dire Pantaleo; in Sardegna, ci

ha detto, basta andarvi colle maniche della camicia rimboccate sino

al gomito, per afferrar la fortuna; in Milano erano trent’anni che

rimboccavo le maniche della camicia sino al gomito, e la fortuna non si

era ancora fatta vedere!

— Nemmeno da lontano, confermò il cuoco.

Quel giorno fu festa nella casina bianca.

Giovanni, impaziente di mettersi all’opera per arricchire, invase la

cucina, dichiarando che il suo padrone doveva riconoscere a tavola la

presenza dell’antico cuoco; e Cecchino, che aspettando di meglio ne

aveva occupate le funzioni, sopportò allegramente quel sopruso e fece

la sua vecchia parte di sguattero, ridendone forse troppo, ma senza

ombra di rancore.

E bisognava vedere Annetta, seduta al posto d’onore, nella mensa di

cucina, quando i padroni ebbero desinato; e bisognava sentire Pantaleo

che le stava al fianco parlandole di Milano, di Francesco e di Stefano,

e delle loro innamorate, per comprendere quante cose può dire una brava

servetta stando zitta, e quante ne può dire un cocchiere felice, quando

il dovere non lo inchioda a cassetta. — Giovanni intanto, cedendo alla

spinta del vino generoso, scendeva dal piedestallo su cui l’aveva messo

la sua pratica culinaria, per trattare famigliarmente con Cecchino.

Sì, fu un bel giorno quello; ma i giorni come quelli non spuntano tutte

le mattine, come fece osservare giudiziosamente Ambrogio; il domani

Giovanni e Pantaleo si preparavano ad andare in cerca della fortuna,

quando il professor Silvio fece loro una proposta.

— Che cosa volete fare? chiese.

— Non sappiamo, risposero.

— Lo so io, rispose Silvio; a te Giovanni la vita del campagnuolo

piace di sicuro: invigilare il lavoro dei campi, custodire il bestiame,

far mungere le vacche alla tua presenza; tutte queste cose ti vanno a

genio, confessalo.

— Lo confesso, dichiarò Giovanni, ma non capisco...

— E tu, Pantaleo, se avessi a tua disposizione un carro, un biroccino

e due buoni cavalli, e potessi fare, oggi il carradore, domani il

vetturino, e tutto l’anno andare e venire da un luogo all’altro,

saresti contento; negalo se puoi.

Pantaleo non potè negare, ma non capiva nemmeno lui; e allora Silvio

spiegò la sua idea. Giovanni, se volesse, andrebbe a stare nel podere

_Speranza nostra_, avrebbe, nella casa, una bella camera al secondo

piano; Pantaleo abiterebbe una stanza vicina; si terrebbero compagnia

finchè, un poco alla volta, il fondo non si popolasse di coloni. Di

giorno Pantaleo andrebbe col carro a caricare olive o uva, secondo lo

stagioni, a Sassari, a Sorso; e _Speranza nostra_ farebbe l’olio più

puro, e il vino più squisito di tutto il Logudoro. Punto salario; ma

Pantaleo e Giovanni, oltre che mantenuti ed alloggiati, avrebbero una

parte degli utili dell’impresa.

L’idea allettatrice fece gongolare Giovanni e Pantaleo, ai quali pareva

già che la Sardegna cominciasse a mantenere più di quanto Ambrogio

aveva promesso; quando poi videro _Speranza nostra_, e compresero

all’ingrosso le trasformazioni che quel piccolo paradiso doveva fare in

meno d’un anno, la contentezza divenne entusiasmo.

— Pantaleo, diceva il cuoco, piantandosi in osservazione dinanzi al

finestrino tondo della sua camera. Pantaleo, avevi tu sognato mai

qualche cosa di simile? Osserva tutta questa bella campagna giù giù

fino alla valle, poi quei prati, dall’altra parte quei boschi....

osserva questi olivi, quegli aranci, quei melagrani, osserva quelle

palme con quei grappoli di datteri appesi in alto, come negli alberi

di cuccagna.... osserva lì... osserva là; Pantaleo, tu che sogni ogni

notte, hai fatto mai un sogno così bello?

È a credere che Pantaleo, sognando ogni notte, avesse visto anche di

meglio; ma egli non voleva mortificare, nemmeno con questa restrizione,

l’entusiasmo del suo collega, e rispondeva con un cenno del capo.

— Ma che silenzio! proseguiva Giovanni; qui dunque non ci è nessuno? è

una campagna abbandonata questa?

— Tutta la campagna è così, rispose Silvio; ancora non ho fatto

incominciare i lavori necessarii, il raccolto delle ulive non ci darà

da fare, perchè l’oliveto è povero e quest’anno non ha messo frutto.

— Ma i contadini dove sono?

— I contadini stanno in città, disse il professore con amarezza; si

fanno pagare bene per lavorar poco; come potranno mai persuadersi di

aver torto?

— Oh! bella! — i contadini stanno in città! — esclamò Giovanni; e

i cuochi in campagna! Sarà il mondo alla rovescia, ma se non altro

quegli usignuoli non canteranno la sera senza che nissuno li senta....

Ascolta, Pantaleo, come cantano bene!

Sarebbe stato bello stimolare il cuoco Giovanni, e farlo diventare

arcadico. Ma Silvio aveva altre cose per la testa, e Pantaleo era

incapace di lasciarsi pigliare da simili tentazioni.

Un’ora prima del tramonto, Silvio fece chiudere le finestre e le porte

della casa, e tutti e tre si avviarono a malincuore. Quando il cancello

di legno del muro di cinta fu chiuso, Silvio si voltò a guardare ancora

le belle arcate melanconiche che si aprivano sotto i vecchi ulivi.

Per un poco la strada, sassosa e disuguale, era incassata fra due

muriccioli che non lasciavano scorgere se non le cime degli ulivi,

il cui verde pallido aveva nell’ora del tramonto un’intonazione

soavissima. Quando il sole getta le sue ultime freccie dorate

attraverso i rami dell’alberatura, scende fra gli ulivi una pace

melanconica e dolce, che parla all’anima meglio della prateria nordica,

meglio del più splendido paesaggio tropicale.

A Giovanni, a Pantaleo, ed anche a Silvio, non piacevano i muriccioli,

che chiudono i poderi sassaresi alla vista.

— A che servono? chiedeva Giovanni; contro i ladroncelli notturni, no,

perchè anzi vi troveranno un nascondiglio e un riparo...

— Non servono a nulla, si affrettava a rispondere Silvio.

A questi muriccioli, che con una spesa relativamente enorme, non

danno in sostanza se non lo scarso benefizio d’impedire il passo a

qualche animale vagante, Silvio faceva una colpa nera. A sentir lui,

è impossibile amare una campagna che pare un cimitero, un paesaggio

tagliato a fette, su cui generalmente l’occhio non corre più di

cinquecento passi, in nissun verso, senza incontrare un muro.

E profetava così:

— Quando la campagna sassarese avrà i suoi abitanti, questi muriccioli

ridicoli cederanno il posto ad una siepe viva, o ad un fossatello,

per cui passeranno le acque operose delle sorgenti, che ora ramingano

oziando negli acquitrini; ma noi non vedremo quel giorno!

— Perchè no? esclamò Giovanni.

Il cuoco infervorato non disperava più di nulla, nemmanco di campare

gli anni di Metusalemme.

Uscendo dal sentiero, si trovarono nello stradone. Qui lo spettacolo

era più ameno; i contadini, le loro donne e i loro ragazzi si

affrettavano a drappelli verso Sassari, per giungervi prima delle

_orazioni_, a cena; erano tutti di buon umore; e quando giungeva una

brigata, pareva che si levasse un volo di passeri. Gli uomini, per lo

più sbarbati, colla zappetta buttata sull’omero, colla pipa in bocca,

passavano guardando arditamente in faccia il signor Silvio, senza

nemmeno accennare l’intenzione di toccarsi la berretta. Avevano scritto

in faccia un solo sentimento, quello dell’indipendenza, che li rendeva

simpatici anche nella loro villania; ma del pittoresco costume sardo,

essi non avevano serbato che la lunga berretta nera; invece delle uose,

dei calzoni a campana e delle brache corte di panno, essi vestivano

pantaloni e giacchette di foggie cittadinesche.

Ma quegli indumenti rattoppati o laceri o poco puliti erano per essi un

simbolo d’eguaglianza, e li portavano con decoro.

Le donne, colla pezzuola annodata sotto il mento, non avevano anch’esse

nulla che ricordasse l’antico costume sassarese; qualcuna soltanto,

e delle vecchie, conservava il busto allacciato; passavano tutte,

come i loro uomini, senza salutare la gente che non conoscevano;

alcune portavano sulla testa una corba che pareva dovesse cadere ad

ogni momento; ma mettevano il passo con tanta sicurezza che la corba

non cadeva mai. E passavano, povere e belle, povere e brutte, colla

medesima indifferenza superba, non guardando in faccia a nessuno.

Quella processione di zappatori e di raccattatrici di ulive, accompagnò

sino a casa il professore, il quale da un pezzo non vi badava, perchè

aveva fissi gli occhi a una finestra, in cui si affacciavano i volti di

Beatrice e d’Angela.

— Salute, professore!

— Salute, donna Beatrice; _signoricca_, salute.

Angela aveva riso tanto la prima volta che si era sentita chiamare

_signoricca_ dai popolani sardi, e anche questa volta lasciò cadere

dalla finestra una risata.

Appena Silvio fu entrato sotto il portico di casa, il conte lo prese

per le braccia, e lo trattenne accennando agli altri di andare innanzi.

— Che cosa ci è di nuovo? domandò il professore.

— È venuto un uomo... Ha chiesto di te; ha bisogno di parlare a te solo.

— Dov’è?

— Ha voluto rimanere celato fino al tuo arrivo; e mi ha detto che

la sua vita è nelle mie mani; l’ho chiuso nella tua camera; così ha

voluto, ecco la chiave.

— Giorgio! mormorò Silvio impallidendo.

— No; è piccolo e vecchio.

— _Su Mazzone!_

Amore ha cent'occhi · 第 22 / 59 题