III.

_Su Mazzone_ aspettava da un’ora, doveva essere inquieto, portava

certamente una parola di Giorgio; tutto ciò consigliava di correre

subito incontro a lui; ma la prudenza suggeriva il contrario. Beatrice

ed Angela avevano visto arrivare Silvio, e i servi nulla sapevano

della presenza del bandito; prima bisognava salutare le signore, e

allontanare i curiosi.

Fu una faccenda spiccia che il professore sbrigò con una disinvoltura

nervosa; egli mandò Pantaleo e Cecchino in due diversi punti della

città a far qualche cosa inutile, lasciando Giovanni solo in cucina,

coll’intera responsabilità dei fornelli, Ambrogio ed Annetta nella

sala da pranzo ad apparecchiare per la cena. Stringendo la mano

della contessa, e guardandola negli occhi, Silvio vi lesse, come si

aspettava, che essa era informata di tutto; poco badò alla fanciulla,

che guardava lui fisso, in quella sua maniera ingenua ed estatica,

con cui era opinione di Silvio e d’altri che dovesse appiccare gli

incendi amorosi — chiese licenza di allontanarsi un momentino, ed andò

deliberatamente fin sull’uscio della sua camera. Ma qui, s’arrestò

commosso.

Era dunque là quell’uomo formidabile, la cui vita veniva da dodici

anni offerta come un premio a chi la volesse pigliare! Silvio se lo

ricordava benissimo, il furbo pastore della sua casa; lo vedeva ancora

piantato sul suo cavallino nero, col lungo archibugio a pietra focaia,

allegro, audace, affezionato.

Ma rimaneva ancora un dubbio, e prima d’introdurre la chiave nella

toppa, Silvio obbedì ad un istinto, e vi accostò l’occhio per vedere

se l’uomo che si era fatto rinchiudere, abbandonando la propria libertà

nelle mani d’uno sconosciuto, era proprio _Su Mazzone_. Era lui!

Egli stava ritto dinanzi ad un tavolino, su cui aveva deposto un

libriccino lacero; guardava tranquillamente verso l’uscio, e teneva in

pugno una pistola.

— Amici! disse Silvio, in modo da essere inteso: aprì l’uscio e corse a

stringere la mano del vecchio amico della sua infanzia.

— Non sei cambiato, gli disse il bandito scostandolo da sè, ma

tenendolo per mano — ho saputo che hai letto nei libri, e che ti hanno

fatto professore; l’ho saputo e me ne sono rallegrato; ma credi a me,

ritrovarti collo stesso cuore d’una volta mi fa ancora più piacere.

Silvio non trovava parole per rispondere. Guardava il vecchio pastore,

ricercando nella faccia asciutta e nascosta da una lunga barba grigia,

il bandito famoso che da dodici anni veniva facendo la parte di

selvaggina nella caccia aperta dalla _giustizia_.

— Mi guardi, disse _Su Mazzone_ indovinando ciò che passava nella mente

del professore, mi guardi e ti domandi come può essere mai che io sia

un uomo terribile.

— Non è vero, disse Silvio ridendo.

— Sì, è vero; senti.... a te lo posso dire; non sono un uomo terribile,

ma sono un uomo che difende la propria libertà. Questa mia mano la puoi

stringere senza vergogna, perchè non ha mai fatto del male, quando non

era necessario. Se la giustizia non mi ha messo le mani addosso, non è

nemmeno perchè io sia _Su Mazzone canu_[2], come dicono, ma perchè io

sono piccolino, e la Sardegna nostra è grande. E poi, quando un uomo

vuole, è sicuro di morire libero; non mi piglieranno vivo, come è vero

Dio! Se poco fa, invece tua, fosse entrato il maresciallo, mi sarei

fatto saltare le cervella; e tutto sarebbe stato finito... Ma qualcuno

avrebbe pianto, disse, fissando gli occhi nello spazio come in un volto

amato. Tu sai perchè sono venuto? ripigliò bruscamente.

— Mio fratello?...

— È in luogo sicuro; ma non si può muovere perchè è ammalato.

— Ammalato?...

— Un poco; gli si gonfia il cuore, e lo fa soffrire; ma non dubitare,

guarirà! Conosco una donna che ha la medicina per tutti i mali. Una

volta mi entrò una palla nel fianco; andai da comare Petronilla, mi

diede un’acqua da bere, e la palla non mi fa più male; io la porto

in corpo da molti anni, scende sempre, prima era qua, ora è qua. Tuo

fratello guarirà, non dubitare — gli ho messo al collo un breve di san

Francesco, ma andrò a trovare Petronilla, e le porterò un capello di

Giorgio.

— E dov’è?

— Nello _stazzo_ d’un amico, in Gallura; ha un buon letto, il monte

Limbara dinanzi agli occhi, aria buona, buon’acqua; una povera giovine,

che mi vuol bene, lo cura come un fratello; non dubitare, Silvio, egli

guarirà. Troveremo la sua erba.

— E com’è? chiese Silvio commosso; che dice? che cosa gli è accaduto

dopo il suo ritorno? sai che eravamo come anime in pena, non vedendolo

comparire... Dimmi tutto.

_Su Mazzone_ prese la mano del professore, e cominciò con un accento di

disprezzo smentito da un sorriso di compiacenza:

— Devi sapere che ho imparato a leggere...

— Davvero?

— Tutto quello che io ti dico è la verità; _Su Mazzone_ non ha

ingannato mai nessuno, salvo le spie della giustizia, quando non se

l’è levate dai piedi in altro modo. Dunque, caro mio, ho imparato

a leggere; se ti dicessi che io _conosco_ tutte le scritture, mi

vanterei; no, non _conosco_ tutte le scritture, ma _conosco_ il

carattere a stampa, e la scrittura di tuo fratello... È per questo che

ho imparato; e imparo ancora, come vedi.

Prese sulla tavola il libriccino lacero, e lo mostrò a Silvio.

Era un sillabario spiegazzato; sulla prima pagina si vedeva scritto

malamente: _Angela Boni_.

— Questo, proseguì il bandito, è stato il primo libro di tua nipote;

essa aveva sei anni, e lo sapeva già leggere tutto; sapeva anche

scrivere; qui ha scritto lei. Vuoi che ti dica come l’ho avuto? Per

mezzo d’un servo tuo l’ho avuto, a Castelsardo, e mi è costato una

fiaschetta di polvere. Ci è a Tempio una povera ragazza, a cui la

giustizia ha ucciso il padre, che era bandito come me; essa fa la

maestra di scuola; sono andato a trovarla un giorno, e le ho detto

così: «babbo tuo era un uomo di cuore, è morto libero; io l’ho

conosciuto e gli ho voluto bene; per l’amore che gli ho portato, mi

devi insegnare a conoscere tutto quello che sta scritto in questo

libro.» E mi ha insegnato, poveretta; ogni tanto io andava in casa sua,

oppure essa veniva sulla montagna con me, perchè non le facevo paura; e

quando mi giungeva qualche lettera di Giorgio, era essa che la leggeva,

finchè non ho saputo leggere io stesso.

Maria Antonia era bella come un cuore, e non voleva prendere marito;

i Tempiesi la rispettavano, aveva molti giovinotti intorno, e di buone

case, — uno dei passati giorni è venuta sulla montagna, e mi ha detto:

«tu sei il mio secondo padre, conducimi con te; io non posso più

tornare a Tempio.» — Che hai fatto, disgraziata? — «Non so, un giovine

mi ha voluto baciare, e io l’ho colpito; ho visto il suo sangue;

conducimi via, babbo mio, se no m’arrestano, e diranno che doveva

finire così perchè sono la figlia di un bandito.»

L’ho condotta nello stazzo, ed essa è felice; guarda le pecore, legge

e scrive, ed io ho imparato in una settimana più che in tutto il tempo

passato. Ma non posso stare molto nel medesimo luogo; la sorte mia è di

andare vagando, perchè i cavalleggieri capitano ogni tanto a visitare

gli stazzi dei pastori.

— È Maria Antonia...? chiese Silvio.

— Sì, è Maria Antonia che cura tuo fratello, che gli legge dei libri

per farlo dormire... Ma non perdiamo il filo — dicevamo.. che cosa

dicevamo? che tuo fratello mi scriveva qualche volta delle lettere

lunghe. Mi diceva tutto quello che gli passava per la testa, mi

domandava notizie vostro, ed io quando non ne avevo, ne inventava per

consolarlo; mi toccava anche rimproverarlo perchè si accusava della mia

sorte, diceva che solo per colpa sua io era bandito, e mi ha perfino

minacciato di venirsi a consegnare alla giustizia per liberarmi.

Ma si è persuaso che sarebbe stato inutile, perchè dopo l’affare di

Castelsardo, di cui siamo innocenti come l’acqua del monte Limbara, tuo

fratello ed io, come è vero che il Signore ci guarda; dopo quell’affare

ho avuto la disgrazia di storpiare un brigadiere, e di uccidere una

spia. Ti assicuro che volevo far il contrario, storpiare la spia perchè

rimanesse al mondo come una lezione, e uccidere il brigadiere che

lo preferiva, ne sono sicuro, perchè era un giovinotto di cuore. Ho

perduto il filo.... Che cosa stavo dicendo?

— Dicevi che Giorgio...

— Dicevo che tuo fratello voleva venire a consegnarsi alla giustizia.

«La verità, mi scriveva, si farà strada... e i giudici sono uomini.»

— I giudici sono uomini, gli ho risposto, e la giustizia è di Dio. I

parenti del morto vivono ancora, i testimoni che ci hanno accusato nel

dibattimento ci accuseranno sempre. — Tuo fratello mi ha dato retta,

e se n’è stato laggiù, in Africa. — Poco tempo fa mi ha scritto che

non voleva morire senza rivedere sua figlia; m’informa del giorno del

suo arrivo, e io gli vado incontro lungo la spiaggia del mare. Era

dimagrato, e aveva una gran barba nera; mi ha riconosciuto, prima lui

di me; ci siamo avviati a piedi. Pareva forte, poveretto, ma ripassando

dinanzi alla vostra casa, gli si è gonfiato il cuore ed ha dovuto

appoggiarsi al muro per non cadere. Come siamo arrivati sino al bosco

non lo so; io vi aveva legato Moro, il mio cavallino nero; aspettiamo

là il tramonto; tuo fratello non ne poteva più, e non era neppur sicuro

di potersi reggere a cavallo.... ma lascia fare a _Su Mazzone_.... me

lo prendo in groppa, mi abbraccia stretto, e Moro ci porta tutta la

notte. Arrivando in luogo sicuro, Moro zoppicava perchè aveva perduto

un ferro, e tuo fratello aveva la febbre calda.

— E poi? chiese Silvio.

— Non è guarito ancora...

— E poi? insistè Silvio.

— E poi che cosa?... ah! Tutte le settimane un pastore veniva a Sassari

per vedere se vi erano lettere alla posta — finalmente la tua lettera

arriva... Dio sia lodato! Pareva che gli tornasse la salute; faceva il

conto dei giorni che mancavano alla vostra venuta, e temeva di morire

prima. E quando ha saputo che eravate in Sassari, voleva balzare dal

suo letto e correre, meschino! ma il male lo impedì; io ti giuro che lo

avrei lasciato fare; mi sarebbe mancata la forza di trattenerlo...

— Quando avete saputo? chiese Silvio.

— Lui otto giorni fa; io l’altro ieri soltanto, perchè mi avevano

avvertito di abbandonare lo stazzo per qualche giorno; gli amici

sapevano le risposte da dare ai cavalleggieri se venissero per me...

— E se venivano per lui?

— Non potevano venire per lui, perchè la giustizia l’ha dimenticato;

nessuno sa che egli sia ritornato nell’isola; nello stazzo i pastori lo

conoscono col nome di Efisio Pacis, Maria Antonia soltanto è informata

di tutto.

Silvio pensò che la stessa Maria Antonia si trovava nello stazzo per

sottrarsi alla giustizia umana, e _Su Mazzone_ gli lesse in faccia una

domanda. Sorrise maliziosamente e rispose:

— I cavalleggieri non hanno nulla da fare con Maria Antonia; il giovine

che essa ha ferito al braccio colle forbici, non ha denunciato il

fatto alla giustizia; si è medicato da sè, ed ha più voglia di prima di

baciare la mia figliuola. È un bravo ragazzo, che ha dei terreni ed una

casetta; si chiama Cicito Scano; uno di questi giorni verrà allo stazzo

a far la pace...

Si arrestò, poi soggiunse con accento melanconico: «allora Maria

Antonia tornerà a Tempio e il bandito rimarrà un’altra volta solo.»

— Al diavolo le idee nere, ripigliò dopo un breve silenzio, ora s’ha a

combinare il modo di condurre la ragazza dinanzi a suo padre, e poi me

ne vado; di qui a Logu Lentu ci è più di una mezz’ora di buon passo,

e domani prima di giorno bisogna che mi rimetta in cammino per lo

stazzo... Dov’è Angela? la posso vedere?

— Bisognerà dirlo a Cosimo, mormorò Silvio come parlando a sè stesso...

In poche parole ebbe informato il bandito dello stato delle cose;

quando disse che la fanciulla era stata tenuta al buio della sorte di

suo padre, e che ciò era sembrato necessario alla sua felicità, almeno

finchè non fosse in età di comprendere meglio la vita, _Su Mazzone_

allungò le labbra, ma non disse nulla.

Silvio a capo basso pensava.

— Fermati a cenare con noi, propose improvvisamente rialzando la testa,

dirò che sei...

— Efisio Pacis, è un nome che ha già servito e può servire ancora...

— Fermati a cenare con noi, insistè il professore.

— Grazie; Moro mi aspetta.

— Chi è Moro?

— Non te l’ho detto? è il mio cavallo; l’ho legato in un oliveto

sopra Logu Lentu... però ha la corda lunga, e a piè degli ulivi ci è

dell’erba.... _Brigadiere_ gli fa compagnia.

— Chi è _Brigadiere_?

— È il mio cagnuolo.

— Fermati a cenare con noi.

— E perchè no? esclamò il bandito allegramente; non mi tentare,

demonio, se no mi fermo.

— È cosa intesa.

— Nessuno sa chi sono?

— Togline i servi, rispose Silvio ridendo, lo sanno tutti.

— Farò paura alla piccina...

— Anche la piccina non sa nulla.

Il bandito titubava ancora; l’idea di sedere ad una mensa colla

tovaglia, di trovarsi a cena in una sala piena di luce, in faccia ad

una bella signora, di poter dimenticare nella ciancia e nel bicchiere

la propria miseria, quest’idea lo tentava. Silvio gli lesse nell’anima,

e cacciandogli una mano sotto il braccio, gli disse risolutamente: —

Ora è detta; tu rimani.

— Non è detta ancora, protestò _Su Mazzone_ facendosi rosso in viso.

— Ebbene, di’ su, presto; tu rimani.

— Com’è vero Dio, sì! Rimango! ma lascia almeno che pigli il mio

bagaglio... Non si sa mai...

Prese la pistola e il sillabario che aveva deposto sul tavolino,

intascò ogni cosa, e seguì il suo ospite.

Nell’attraversare il corridoio che menava alla sala da pranzo, dalla

cui porta vetrata usciva una luce allegra, quell’uomo temuto metteva

il passo come un fanciullone impacciato. Ma si ricompose subito;

appena entrato nella sala piena di luce, si arrestò sulla soglia

sberrettandosi, e disse con dignità: _salute a tutti e allegrie molte_.

Cosimo gli venne incontro, e il bandito gli porse la mano.

— Cena con noi, annunziò Silvio. — Bisogna aggiungere un piatto, disse

alla servetta che, invece di avvicinare le seggiole, veniva studiando

la propria parte sulla faccia dei nuovi arrivati.

Intanto che Annetta eseguiva, _Su Mazzone_ andò a porgere la mano a

Beatrice, la quale, oramai iniziata a questo rito isolano, fu pronta a

pigliarla.

— Benvenuto!

— Ben trovata! rispose il bandito, guardandola negli occhi; e la

ragazza dov’è?

Angela era nel vano d’una finestra, nascosta nell’ombra; sentendo il

proprio nome, intascò qualche cosa che aveva in mano e cacciò innanzi

il capo.

— Angela! disse _Su Mazzone_ con voce commossa.

Angela abbandonò il suo cantuccio e venne colla testa alta, col viso

audacemente bello, a porgere la mano al visitatore.

— Benvenuto! disse anch’essa; ed aveva tutta l’aria d’una donnina.

— Ben trovata! rispose il bandito; quanti anni ha? chiese voltandosi ad

interrogare Silvio.

Ma fu Angela che rispose: — Ne ho quasi tredici.

— È vero... ne hai quasi tredici; non ti ricordi più di me?

Non piaceva ad Angela sentirsi dare del tu, ma oramai si era

rassegnata; in Sardegna pareva che si fossero messi d’accordo per

mortificare la sua vanità di signorina; tutti le parlavano con questa

confidenza bizzarra.

— Aspetti, rispose senza amarezza, mi pare, ma ero tanto piccina...

— Ti ho portato in braccio; ti ho portato in groppa; disse _Su

Mazzone_, e gli tremava la voce, mentre continuava a tenere gli occhi

fissi su quel visino adolescente, che gli ricordava un vago sembiante

di donna.

— Mi sembra di vedere tua madre, disse poi, è per questo che ti guardo;

e dimmi, non me lo vuoi dare un bacio?

— Perchè no? disse Angela e scoccò un bacio sulla faccia barbuta.

— Questo non è mio, scappò detto a _Su Mazzone_, ora me ne darai uno

per me — non ho figliuoli, io, e tutti i bambini mi baciano.

— Io la bacio, protestò Angela, ma non sono una bambina.

— È vero, tu non sei una bambina... ripetè il bandito guardandola.

_Su Mazzone_ non provava più verun impaccio; sedette a mensa nel posto

che gli fu assegnato, e non si avvide neppure che, rimettendosi la

berretta in capo senza chiederne licenza alla contessa, dava scandalo a

Cecchino, il quale fu ingegnosissimo nel vendicare i suoi padroni; e ad

ogni piatto che portò in tavola, riuscì a cacciare il gomito sotto il

naso del bandito.

Era un uomo amabile _Su Mazzone_; una volta avviato a cianciare,

trovava facilmente l’aneddoto e la barzelletta; conosceva tutta la

Gallura, tutta l’Anglona e tutta l’arma dei carabinieri a piedi ed

a cavallo. Beatrice che si trovava per la prima volta a contatto con

un uomo di quella fatta, veniva stuzzicando le confidenze, per tenere

sveglio quello sgomento piacevole che si era impadronito dell’anima

sua. E _Su Mazzone_, continuando a spacciarsi per Efisio Pacis, frugava

nella propria vita per alimentare quella curiosità femminina da cui si

sentiva lusingato. Una volta gli venne sulle labbra il suo vero nome.

— _Su Mazzone_! interruppe prontamente Beatrice, ha conosciuto _Su

Mazzone_?

— Un poco, rispose il bandito con un sorriso.

— Com’è? Vuol parlarci di lui? disse la contessa.... Cecchino, guarda

che cacci il gomito nella faccia del signore.

Cecchino ritirò il gomito, ma non diede alcun indizio di pentimento.

— Ha le braccia lunghe, osservò scherzosamente il bandito, ed è un

ragazzo serio — come ti chiami?

Cecchino guardò l’audace, che lo interpellava così, e finse di non

intendere; _Su Mazzone_ gli ghermì il braccio, lo guardò fisso, e

senza cessare di sorridergli, ripetè la domanda in sardo: _comente ti

naras_? Al povero Cecchino si aprì un orizzonte in quello sguardo, e il

dialetto lugudorese commentato da quella stretta, divenne la più chiara

dello lingue.

— Cecchino! si affrettò a rispondere, Cecchino Misirolli!

Il bandito disse che Cecchino Misirolli era un bel nome, e l’ex

guattero si ritrasse in un canto giurando di vendicarsi.

— _Su Mazzone_, cominciò il bandito, è un uomo come me; piccolo,

asciutto, magro, come me; non è vero che sia terribile; non ha mai

fatto del male a nessuno; non sa che difendersi; gli piacciono le

belle donne, e se i carabinieri gli lasciassero un po’ di pace, vecchio

com’è, colla barba lunga e grigia come la mia, non andrebbe no a farsi

cappuccino, ma si piglierebbe in moglie una ragazza bella e un po’

matta...

— Perchè un po’ matta?

— Perchè per pigliarsi un marito colla barba grigia una bella ragazza

non ha bisogno d’esser savia. Non è vero forse?

Beatrice rise, dicendo che era verissimo, e così disse Cosimo; Silvio

stette zitto, ed Angela, che non istaccava gli occhi dal bandito, non

intese neppure.

La cena fu allegra. Alle frutta, fu mandata in giro la vernaccia di

Solarussa, ma il bandito vi bagnò appena le labbra, e rivolgendosi alla

padrona di casa, e sberrettandosi con una galanteria campagnuola degna

dei tempi pastorali, incominciò in versi così:

Nadu m’ana cosas mannas

De tua belesa e buntade...

ma mentre tutti applaudivano al commensale, che si rivelava a un tratto

improvvisatore, il poeta perdeva il filo.

— Avanti! avanti! disse Beatrice; io non ne capisco nulla, ma mi

diverto lo stesso; avanti signor Efisio!

Il falso signor Efisio sembrava in ascolto, tenendo gli occhi fissi

nella finestra.

— Quella finestra dà sulla strada? domandò tranquillamente.

— Sì.

Il bandito ascoltò ancora in mezzo ad un silenzio penoso, poi rise e

disse: mi era sembrato d’udire il latrato d’un cane...

— Non ci sono cani, annunziò Cecchino, che si era avvicinato alla

finestra; la strada è deserta.

— Grazie, Cecchino, disse il bandito, e Cecchino buon figliuolo, senti

svanire tutto il suo rancore per amor delle Muse.

Il bandito, colla berretta in una mano e il bicchiere nell’altra,

ripigliò, parlando alla contessa:

Nadu m’ana cosas mannas

De tua belesa e buntade....

Como però no m’ingannas.

Furbo _Su Mazzone_! A queste parole fece seguire una sospensione

maliziosa, col pretesto di aspettare i comodi della Musa.

— Che cosa ha detto? domandò Beatrice a Silvio; e il professore spiegò:

«mi hanno detto tante cose della tua bellezza e della tua bontà; ora

però non m’inganni...»; ha detto così.

L’effetto era ottenuto; sulla faccia della contessa, _Su Mazzone_

cominciava a leggere quell’ansia penosa di chi teme che una persona

amica commetta o dica una villania; e subito proseguì con grazia:

Chi ses bella già lu ido,

E chi ses bona già l’isco;

De s’oju meu mi fido!

Angela, dilettata da questa scenetta, che le risvegliava nella mente

la memoria d’un tempo in cui, bambina, assisteva alle gare dei pastori

nelle feste campagnuole, e premiava i vincitori e i vinti con un bacio,

fu la prima a battere le mani.

— E ora che cosa ha detto? domandò Beatrice a Silvio.

«Che sei bella lo vedo; che sei buona lo so; mi fido dell’occhio mio.»

— Grazie tante.

Ma _Su Mazzone_ non badava più a nulla; aveva deposto sulla mensa il

bicchiere di vernaccia, dopo avervi bagnato le labbra appena, e stava

in ascolto.

Questa volta non vi era dubbio; un cagnuolo latrava a piè della casa.

— È _Brigadiere_! disse il bandito, come parlando fra sè; si levò

da tavola tranquillamente, porse la mano alla contessa e le disse

celiando: _a nos bidere_, poi tradusse egli stesso in italiano:

_arrivederci_, baciò Angela sulla fronte, ed uscì dando un buffetto a

Cecchino, che cominciava ad ammirare quell’ometto senza saper bene il

perchè.

La fama poetica del bandito, raccomandata ad Annetta, era scesa in

cucina e nella dispensa; Ambrogio, Pantaleo e Giovanni si trovarono

per caso sul limitare dell’uscio per veder passare quell’uomo

bizzarro che nessuno aveva visto venire, e che si era trovato

improvvisamente commensale alla cena dei padroni. Annetta, attraverso

la porta d’ingresso, parlava al cagnuolo che si lamentava in istrada,

raccomandandogli di star zitto ed annunziandogli l’arrivo imminente del

suo padrone; poi si voltava al suo amico Pantaleo, per osservare che i

cani sono pieni di giudizio.

_Su Mazzone_ non era punto agitato, e neppure frettoloso; egli

trattenne, nel principio del corridoio, Cosimo e Silvio, e disse loro:

— Non abbiamo potuto combinare nulla; un bigliettino a Efisio Pacis

fermo in posta, che mi dica il giorno.

— È inutile, disse Cosimo; non bisogna ritardare; fra otto giorni.

— Giovedì venturo, confermò Silvio, saremo a Tempio, in casa di prete

Emanuele.

— Giovedì venturo a Tempio, in casa di prete Emanuele, disse il

bandito, verrà un amico a prendervi e vi accompagnerà fino allo

stazzo; io non posso venire, me ne dispiace, soggiunse celiando. _A nos

bidere._

Volle baciare Silvio, od andarsene; il professore, inquieto, si rifiutò

a quell’addio.

— Ti accompagnerò un tratto, disse; ma _Su Mazzone_ gli prese le

braccia e lo costrinse a rimanere, ripetendo: _a nos bidere_!

Fu aperto l’uscio di strada da Ambrogio, e il cagnuolo irruppe

chiassosamente nel corridoio.

— Zitto, _Brigadiere_, ordinò il bandito, e _Brigadiere_ tacque.

— _A nos bidere!_ disse il vecchio per l’ultima volta; si serrò

il cappotto ai fianchi, tirò sulla testa il cappuccio e scese

tranquillamente lo scalino che lo separava dalla strada.

Cosimo e Silvio, venuti sull’uscio, lo accompagnarono cogli occhi.

_Su Mazzone_ seguì per un breve tratto la strada deserta, col cagnuolo

attaccato ai calcagni come l’ombra del suo corpo; si arrestò dinanzi a

un muricciuolo che cingeva un terreno non ancora fabbricato, afferrò il

cagnuolo per il collo e lo buttò dall’altra parte, dopo di che scavalcò

egli stesso quella barriera.

Pochi minuti dopo il bandito era scomparso nel fondo nero della

campagna.

— Noi non sappiamo che cosa sia seguito, disse Cosimo a Silvio, ma

_egli_ pareva tranquillo e sicuro di sè; a buon conto non sarà male che

nessuno parli del commensale che abbiamo avuto a cena.

— È vero, rispose Silvio.

— Amici, disse il conte, affacciandosi alla cucina; nessuno di voi ha

visto l’uomo che se n’è andato; nessuno di voi sa che un pastore ha

cenato qui stanotte; mi raccomando.

Non disse altro, ma ce n’era d’avanzo.

Fu interrotta la lavatura dei piatti, e l’immagine di quell’omino,

tutto pelo, e niente sostanza, empì la cucina per il resto della

serata.

— Dov’è Angela? chiese Cosimo, rientrando nella sala da pranzo e

trovando Beatrice sola.

Angela era di là, nella sua cameretta bianca.

E che faceva Angela?

Ritta dinanzi alla sua scrivania, essa rileggeva furtivamente alcune

pagine scritte da lei stessa in un quaderno nuovo; quando fu giunta

al termine, guardò verso l’uscio per paura di essere veduta, trasse di

tasca e contemplò un istante una fotografia sbiadita, poi si curvò sul

quaderno, e scrisse col suo bel rondo:

«10 Maggio. — Non è lui! Il supplizio ricomincia! Dio mio! quanto

sono....»

La fiamma della candela, su cui si era curvata troppo, volle baciarle

i capelli, e Angela mandò un piccolo grido di terrore. Subito,

abbandonando il quaderno, andò col lume in mano a guardarsi nello

specchio, e riconobbe con gioia che solo un ricciolino ribelle al

pettine era stato danneggiato.

Tornò gravemente alla scrivania, scostò da sè la candela e finì la

frase incominciata:

«Dio mio! quanto sono infelice!»

Amore ha cent'occhi · 第 23 / 59 题