I.

Andando in Sardegna per chiedere alla terra di suo padre una tomba e

un avvenire, il conte Rodriguez non solo non si era fatto illusioni,

ma aveva immaginato cose nere. L’anima sua, debole quando era

abbandonata a sè stessa, fortissima se la confortava la parola o lo

sguardo d’una persona cara, si era preparata a resistere e a cozzare;

a resistere contro l’umiliazione, a cozzare contro il pregiudizio

e l’inerzia. Nell’ultima ora, entrando nel misero porto dell’antica

Torres, attraversando le vie rotte, disuguali e fangose, e poi la landa

malsana, che si stende alle spalle della città turrita, come una piaga

maligna, egli aveva raccomandato a sua moglie di non affrettarsi a

giudicare l’isola da quelle promesse, e le aveva annunziato da lontano

i primi ulivi, che cingono come una fascia il territorio di Sassari,

ed arrestano l’insidia della landa. Ma Beatrice era salda; in Porto

Torres essa aveva ammirato il Palazzo del Re Barbaro, le colonne e la

travatura del tetto di San Gavino, chiudendo gli occhi al resto, e di

poi non si era sgomentata alla vista della campagna nuda, ed aveva

salutato con festa il primo _nuraghe_. E solo quando si era trovata

in mezzo agli ulivi, e aveva visto serpeggiare qua e là, sul terreno

generoso, i sarmenti della vite, e stendersi i campi verdeggianti di

biade, solo allora aveva confessato di aver avuto un po’ di sgomento.

— Ora sono contenta, aveva detto, questa campagna melanconica mi piace;

se i vostri ulivi riesciranno a temperare le tinte chiassose del mio

umore, dovranno esser bravi; vedrai che saremo felici.

— Vedrai che saremo felici! aveva risposto Cosimo con baldanza: io

porterò la mia sventura a testa alta; e se avranno l’aria di chiedermi

conto delle ricchezze de’ miei morti... io domanderò loro che cosa

fanno del tempo, che è la ricchezza della gente viva.

Un po’ sul serio, ma con accento di celia, Beatrice gli aveva detto:

_bravo!_ poi aveva chiesto chi mai voleva che si occupasse dei fatti

loro.

Ah! Beatrice non sapeva che agonia sarebbe stata giungere impreparati

agli sguardi curiosi, alle interrogazioni maligne, alle compassioni

crudeli della gente oziosa, che in una piccola città non manca mai.

Ma per sua fortuna, Cosimo esagerava le difficoltà di quel cimento, e

portava seco la malìa che doveva renderlo invulnerabile: viaggiava con

sua madre morta.

Si sa; non fa viaggiare un cadavere chi vuole; la locomozione per

terra e per mare è un lusso che pochi morti si possono permettere. E

poi, se le ipoteche e le vendite avevano aperto gli occhi alla gente,

se in Sorso ed in Ploaghe nessuno più credeva al milione di casa

Rodriguez, bastava la semplice venuta del conte Cosimo a guadagnargli

nuove simpatie. Giudicando così, a lume di naso, qualche maligno

aveva sentenziato che la casa Rodriguez era spacciata come tante

altre della vecchia nobiltà, e che il conte Cosimo non avrebbe più

osato rimettere il piede in Sardegna; e invece egli vi tornava come un

trionfatore col suo seguito di vivi e di morti! La sera stessa del suo

arrivo a Sassari, nei caffè e nello farmacie, più d’uno, commentando

quell’avvenimento, aveva notato accortamente che non bisognava credere

tutto quello che si diceva della casa Rodriguez; e quando il giorno

dopo la contessa Veronica fu seppellita nel cimitero di Sassari, fra i

cipressi che tenevano luogo della palma, inutilmente desiderata dalla

povera morta, molti biglietti di visita vennero a dire al conte che la

nobiltà sassarese era sorda alle dicerie maligne. Così dove Cosimo si

aspettava la compassione falsa, non trovò che una curiosità inquieta.

Un Ploaghese, che aveva comperato gran parte dei terreni dell’antico

feudo Rodriguez, era venuto colla diligenza a Sassari, per _vedere un

poco_; ma, poveretto! aveva visto tanto poco, che era quasi nulla.

Aiutato da Silvio, il conte, dopo una breve sosta nel principale

albergo di Sassari, aveva preso a pigione una casina tra la città e la

campagna, sul viale del Molino a vento, una casina piccola e bianca,

non ancora raggiunta dal grosso dell’abitato; e appena erano arrivati

i mobili scampati all’artiglio del Cilecca, il conte li aveva fatti

disporre in modo che a sua moglie potesse qualche volta sembrare di non

aver abbandonato il quartierino di Milano.

Angela e Beatrice avevano chiesto d’esser lasciate l’una all’altra, e

Silvio aveva acconsentito di buon grado, perchè ciò gli risparmiava il

pensiero di metter su casa in Sassari, e gli permetteva di stare gran

parte del giorno in campagna.

Tutto codesto, fatto con giudizio, ma senza grettezze, era già sembrato

magnifico a chi guardava la casina della strada, senza potervi entrare;

fu ancora meglio quando si seppe che Silvio Boni e il conte Cosimo

avevano comperato, a breve distanza dal Molino a vento, tutta una

vallata splendida e insidiosa, che dopo aver buttato sul lastrico di

Sassari cinque proprietari legittimi, aspettava da un anno, sotto la

protezione del conservatore delle ipoteche, il corbello che volesse

fare la mezza dozzina giusta.

La compera era stata fatta con regolare contratto notarile, e col

pagamento immediato di quarantamila lire tonde. Quarantamila lire non

erano molte, poichè la vallata era ampia, e comprendeva i due versanti

della collina, per un’estensione di territorio che l’occhio stentava ad

abbracciare; ma messe lì, sul tavolino d’un notaio, una sull’altra, in

biglietti puliti della Banca Nazionale, avevano fatto una figura che si

stenta ad immaginare, quando non si ha vissuto in una città agricola,

dove, i più ricchi proprietari, quelli che possono viaggiare un giorno

intero a cavallo nei propri poderi, tante volte non sanno dove metter

le mani, per trovare poche migliaia di franchi.

E che diamine voleva fare il conto Cosimo, di quella vallata, che

richiedeva una coltura grande per fruttare poco più di nulla? Ciccio

Maria, il vecchio Ciccio Maria, che aveva cominciato zappando a

giornata i campi degli altri ed ora faceva il cittadino possidente,

senza smettere la berretta lunga e i calzoni a campana; Ciccio Maria,

il famoso Ciccio Maria che aveva sulle dita il conto delle piante

d’ulivo e dei ceppi di vite d’ogni podere del territorio, diceva chiaro

a chi lo voleva intendere (e ce n’era sempre qualcuno) che il negozio

del conte Cosimo e del _professore_ era una rovina.

— Statemi a sentire, compare Baingio, diceva; la vallata maledetta io

la conosco come la palma della mia mano; entrando, ci è l’oliveto; è

piantato in terreno buono, asciutto, calcinoso; ma è vecchio; vi sono

piante là dentro che non fruttano più che pei tordi; erano ottocento ai

miei tempi, il temporale di tre anni fa ne ha spezzato una trentina;

i proprietari che vi si sono rovinati ne hanno tagliato altrettante,

per far legna da ardere; facciamo un conto tondo e diciamo settecento

alberi di ulivo, vecchi e un po’ malandati. — Va bene? compare

Leonardo?

— Va benone.

— Andiamo innanzi, compare Baingio; dopo l’oliveto, vi è la casa;

di questa non me ne intendo, ma si sa che è stata una pazzia di Don

Antonio Mela; una casa grande, a due piani, con troppe stanze tutte

tappezzate e il bagno... il bagno!... cose da manicomio. Il tetto avrà

bisogno di riparazioni, ci sarà qualche trave da cambiare, lasciamo

stare... s’ingegnerà il _professore_. Poi vi è una gran vasca d’acqua;

il _professore_ vi metterà dei pesci rossi, immagino; poi ci è il

giardino, colle due palme secolari, gli oleandri, le rose arboree, e

tante altre belle cose che danno da fare al giardiniere, e non fruttano

un soldo; e poi comincia la vigna; anche qui le piante sono vecchie,

rare, il terreno cede ad ogni pioggia e mette le radici a nudo; il

_professore_ rincalzerà le viti e dirà al terreno di non andarsene

alla vallata. Del piano della vallata non ci è nulla a dire; il grano

e l’orzo vi vengono su bene, l’ortaglia ha dell’acqua fin troppa; e

il frutteto dà delle frutta saporite, se però un vento di levante non

infila la gola una bella mattina, e soffia la fioritura sotto il naso

del _professore_. Dico bene, compare Leonardo?

Ottenuta l’approvazione di compare Baingio e di compare Leonardo,

Ciccio Maria lasciava il piano della vallata maledetta e saliva il

versante opposto, che era tutto un bosco di olivastri, di faggi e di

pini, in cui correva il muricciuolo di cinta; faceva il conto della

rendita che poteva dare un taglio giudizioso, e finiva col conchiudere

che gli dispiaceva per il conte Cosimo, il quale aveva fatto una

corbelleria, senza averne colpa, ma che quanto al professore, non

avrebbe che il fatto suo.

Compare Leonardo gli dava ragione, compare Baingio non gli dava torto,

e Ciccio Maria si tappava la bocca colla mano per annunziare che non

aveva più nulla da dire, o che non voleva dire più nulla. Non bisognava

però dimenticare l’acqua sorgente, che stillava da una rupe e mandava,

per vie palesi e nascoste, un ruscelletto alla pianura. Il ruscelletto

era pigro e si indugiava qua e là facendo pozzanghere, da cui nel mese

di agosto si alzavano le zanzare e le terzane.

Ciccio Maria era convinto di quel che diceva, ma parlando del

_professore_ Silvio, obbediva ad un segreto istinto di ribellione,

e diventava maligno. Che cosa gli aveva fatto il povero Silvio? Era

andato al continente a studiare il modo di coltivare la terra, ed era

tornato a Sassari _professore_, il che significa: coll’opinione di aver

molto da insegnare ai vecchi zappatori di Porta Sant’Antonio.

Così almeno si diceva, e finchè il professore non fosse andato a

smentire questa diceria, domandando consiglio a Ciccio Maria, non

isperasse mai di essere assolto.

Ma questa buona idea a Silvio non era ancora venuta. Egli andava

e tornava periodicamente da Sassari a Castelsardo, da Sassari alla

«vallata maledetta,» da Sassari a Muros, come un’anima in pena, senza

che nessuno potesse indovinare perchè; ma fino a Ciccio Maria non si

era spinto ancora.

Il conte Cosimo intanto viaggiava anche lui; era andato a Ploaghe,

era andato a Florinas, colla giovine sposa e con Angela, aveva fatto

un’apparizione fuggitiva nel palazzo vuoto dei De Nardi, un’altra nella

casa di suo padre, tanto per far sapere che avendo affittato le poche

terre che gli rimanevano, non era sua intenzione di venderle per pochi

quattrini, come si sperava; aveva tolto di mezzo o addormentato qualche

creditore, cancellata qualche ipoteca. Così assestate alla meglio le

proprie faccende, aveva detto a Beatrice: — Abbiamo cinquemila lire

di rendita, una campagna che, per bocca di Silvio, ci promette più

d’altrettanto, e i frutti della tua dote.

Di questa dote non si era mai parlato, e Beatrice si fece rossa di

piacere, vedendo per la prima volta che essa era utile, e che suo

marito non si vergognava di confessarlo. E fu lieta che si mostrasse

un altro aspetto dell’indole generosa di Cosimo, il quale, se peccava

di debolezza quando aveva timore di affliggere gli altri, non conosceva

nessuno di quegli scrupoli che offendono il matrimonio colle sembianze

del decoro.

— Quanto sono felice! aveva detto la povera donnina.

— Davvero?

— Sì, davvero, sono felice di vivere in questa isola, che è una grande

decaduta come noi, con questi Sardi semplici e fieri, nella mia casina

che è un ninnolo, nella nostra campagna che è un paradiso.

Una volta, durante l’assenza di Silvio, Cosimo aveva chiamato a

consulto Beatrice ed Angela per fare una cosa seria: ribattezzare il

podere acquistato.

— Come si chiama ora? — aveva chiesto Angela.

— Lo chiamano la _Valle maledetta_, oppure la Valle indiavolata.

— Chiamiamolo il _Paradiso_ — aveva suggerito la fanciulla.

— Chiamiamolo _Valle Angelica_!

— Chiamiamolo _Valle Beatrice_!

— Chiamiamolo _Speranza nostra_! — disse Beatrice gravemente.

— Dove hai preso questo nome? domandò Angela, dove hai preso questa

gravità?

— In una barca di contrabbandieri, rispose la contessa guardando suo

marito in faccia — e soggiunse allegramente: il battesimo s’intende,

non la gravità; questa te la immagini tu, bambina mia.

Silvio, ritornando, avea trovato il podere ribattezzato, ed aveva detto

egli pure cogli altri: «chiamiamolo _Speranza nostra_!»

Ma non era allegro Silvio! Egli combatteva, con un’operosità inquieta,

il lavoro segreto d’un tarlo che gli rodeva il cuore; ma, in verità,

non era punto allegro Silvio.

Alla fanciulla che gli chiedeva: «zio, che cos’hai?» rispondeva con una

carezza; a Beatrice ed a Cosimo rispondeva che non era riuscito ancora

ad avere notizie di Giorgio.

Che cosa rispondeva a sè stesso?

Amore ha cent'occhi · 第 21 / 59 题