Il trasporto del cadavere della contessa Veronica, dalla stazione
ferroviaria di Livorno al porto, era stato fatto all’alba, subito dopo
l’arrivo del treno notturno. A quell’ora le vie erano deserte, e pochi
avevano badato alla forma insolita del cassone; ma se la città dormiva
ancora, il mare era sveglio, e lungo la ripa si radunò molta gente a
vedere il morto, che s’imbarcava a bordo della _Lombardia_. La notizia
uscita dal porto, sopra alcune barche pescarecce, corse in brev’ora
un gran tratto di mare, e per tutta la giornata quanto fu lunga, non
rientrò un pescatore senza che passasse col naso per aria rasente la
chiglia della _Lombardia_.
Un magnifico sole baciava la faccia serena del mare; ma alitava ogni
tanto una brezzolina primaverile che la copriva di rughe passeggiere.
Si vedevano sulla tersa superficie quelle scie capricciose d’invisibili
navigli, che solcano variamente il mare in bonaccia. E pure i più
vecchi marinai del porto assicuravano che il tempo si sarebbe guastato
nella notte e che la _Lombardia_ non l’avrebbe passata senza ballare
una tarantella.
«Avere a bordo un morto, dicevano, non fa mai comodo; solo che sia
un’anima del purgatorio ce n’è d’avanzo. Se è un’anima dannata che ci
abbia il demonio al capezzale, non se ne parla.» Intanto un viaggiatore
che si voleva imbarcare sulla _Lombardia_, saputo del compagno che
avrebbe avuto a bordo, rinunziò al viaggio e fece riportare le valigie
all’albergo del Giappone; e dei pochi passeggieri che s’affidavano al
mare quel giorno, qualcun altro forse avrebbe fatto altrettanto, se non
fossero arrivati all’ultimo momento, quando già avevano mandato a bordo
il bagaglio, e la campana dava il primo segnale della partenza.
Erano tutti là, i nostri amici di Milano; mancava solo Ambrogio, il
quale era rimasto per intendersela col Cilecca; ma invece sua si vedeva
a poppa, a prua, sul casseretto, affacciato alle impagliettature, al
boccaporto della stiva, ai camerini del capitano e del secondo, qua,
là, da per tutto, un giovinetto di grandi speranze, Cecchino Misirolli.
Egli aveva ottenuto facilmente il permesso di accompagnare i padroni,
e senza avere speso un quattrino, viaggiava come un signore, in seconda
classe.
Nessuno, vedendolo, avrebbe sospettato in lui l’antico guattero; colle
suo braccia troppo lunghe, egli aveva tutta l’aria d’un indiscreto,
che, come ora metteva il dito da per tutto, così fra poco domanderebbe
al mare nuove terre per regalarle all’umanità.
Annetta, ritta sulla persona, colla testina eretta e gli occhi
inquieti, metteva tutto il suo studio nel rappresentare la parte d’una
inglesina magra e nervosa; e vi riusciva benissimo, aiutata in ciò
da un gran velo verde, sotto la cui salvaguardia la contessa Veronica
buon’anima aveva fatto il suo primo viaggio di mare. L’onesta ragazza
non voleva già ingannare il suo prossimo; era incapace di nascondere
lungamente il vero esser suo, ma provava un diletto inesplicabile nel
pensare che i marinai e i passeggieri la piglierebbero per un’inglese
finchè essa non si degnasse di toglierli dall’errore facendo una
domanda in buon italiano.
La contessa Beatrice, Cosimo e Silvio, raccolti in un crocchio,
parevano non avvedersi neppure che uno degli ultimi passeggieri
arrivati, dopo di essere andato in cerca dei _proprietarii del
cadavere_, aveva gli occhi fissi con severità sopra di loro. Seguivano
sbadatamente la fatica misurata dei marinai occupati a tirar su
l’àncora.
Non parlavano quasi; la partenza imminente empiva il loro cuore di
sensazioni nuove, non tutte dolci; e da certe domande brevi, fatte
unicamente per rompere il silenzio, dalle risposte sollecite, ma
disadatte, appariva chiaro che un pensiero occulto incombeva su quelle
anime. Ogni tanto la faccetta soave di Angela s’illuminava di un
sorriso; ma invano; anche la fanciulla, al momento di partire, sembrava
sotto l’oppressione d’un pensiero poco allegro.
— Avremo bel tempo! diceva Silvio; vedete come è liscio il mare, come è
lucente.
Ah! Sì, il mare aperto era liscio e lucente. Il sole al tramonto
lo tingeva di riflessi rossigni, che facevano contrasto col colore
freddo delle acque chiuse nel bacino del porto. Le vele delle barche
pescarecce splendevano come fuochi lontani; e facendo correre l’occhio
per l’immenso piano si vedeva ogni tanto uscire dalle acque, come
freccia scoccata da un arciero sottomarino, un pesce volante.
Ma quando Beatrice aveva dato un’occhiata rapida a tutto ciò e ripetuto
senza entusiasmo che era un magnifico spettacolo, si affacciava di
nuovo al parapetto per veder la grave àncora di ferro, che veniva
su lentamente, come un gran mostro marino allettato dalla cantilena
monotona dei marinai. Poi Beatrice si mosse, sollevò il capo e cercò
Angela, la quale, ritta sopra un mucchio di cordami, guardava la città
incendiata dal sole.
— Che cosa guardi, Angela?
— Guarda quella finestra, rispose la fanciulla, quella finestra laggiù;
non pare che sia tutto in fiamme là dentro?
Silvio spiegò gravemente il fenomeno, dicendo che era il tramonto del
sole, e Beatrice ed Angela voltarono verso di lui le faccie animate
da un falso stupore. Alla luce di quei quattro occhi bellissimi che lo
corbellavano, Silvio vide la propria sbadataggine e se ne vergognò più
del necessario.
— Lo zio pensava ad altro, disse Angela, si è fatto rosso.
Infatti la faccia del professore era in fiamme, ma egli fu abbastanza
pronto da darne la medesima spiegazione di prima collo stesso accento
grave.
— Effetto del sole che tramonta! disse.
Beatrice rise per la prima volta, e Cosimo, invitato da quella musica
che taceva da un poco, si avvicinò; ma sua moglie lo guardò e non rise
più.
— Che cosa hai detto? domandò Cosimo all’amico.
La campana della partenza impedì la risposta.
L’àncora aveva toccato l’estremità della poppa e pendeva assicurata
al suo uncino; le scale erano già tirate su, chiuso il parapetto, e il
fumaiuolo della macchina cominciava a spingere in alto gran boccate di
fumo. La _Lombardia_ si mosse.
— Ci siamo! dichiarò Angela; e si portarono tutti istintivamente
all’estremità di poppa, come per essere più vicini alla terra che
stavano per lasciare. Silvio soltanto rimase; egli ripeteva a fior
di labbro: effetto del sole che tramonta! e continuando a scavare in
queste parole innocenti, vi trovava qualche cosa che egli non vi aveva
messo.
Le navi ancorate nel porto gli passarono dinanzi come fantasmi e non
gli dissero nulla; egli contava sbadatamente le nuove fiammate che
il sole veniva accendendo sui vetri della città, man mano che se ne
spegneva qualcuna. E quando Silvio si tolse ai suoi pensieri, la nave
aveva passato l’imboccatura del porto e si era spinta in alto mare.
Ora la spiaggia si spiegava come un gran ventaglio, e pareva che la
_Lombardia_ navigasse verso un’altura, da cui si dominava sempre meglio
l’orizzonte.
Tutti i viaggiatori erano sul cassero e stavano ritti, colla faccia
rivolta a quella gran città, che veniva mostrando loro terrazzini,
comignoli, campanili tenuti nascosti fino a quel momento. Poi Livorno
non fu più sola allettatrice impotente; cominciò la tentazione inutile
delle belle campagne circostanti; si alzarono alle spalle della vecchia
città di mercanti leggiadre colline tutte verdi; le si stesero ai
fianchi alberghi e ville e ricami d’alberi scendenti fino al greto
sassoso e frastagliato, che metteva una superba orlatura a quella veste
primaverile. Un quarto d’ora dopo tutta quella campagna non fu che
una lunga striscia di verde pallido all’orizzonte, e la città una gran
macchia bruna indorata dal sole.
Allora l’attenzione dei passeggieri si rivolse al mare, che si stendeva
senza confini dinanzi alla prora della nave. Angela confessò che si era
fatta un’altra idea del mare. Come credeva che fosse? Prima di tutto
più piccolo e poi diverso — non sapeva come, ma diverso — quell’andar
sempre e non vedere mai altro confine all’occhio fuorchè la linea in
cui cielo ed acqua si toccano, le ispirava un’ammirazione strana, una
specie di sgomento piacevole, e una curiosità instancata. Essa stava
là, appoggiata all’impagliettatura di babordo, e spingeva l’occhio a
ricercare le lontananze, come in aspettazione di qualche spettacolo.
Man mano che si andava perdendo di vista la terra, il mare usciva dalla
sua falsa impassibilità di prigioniero ribelle e spingeva le onde basse
e lunghe come per trastullarsi. Ma si vedeva bene che era svogliato.
Vedendo la fanciulla così attenta, Beatrice prese in una valigetta uno
sciallo e glielo pose sulle spalle; poi attraversò il ponte barcollando
un poco e scese nel camerino.
Appena si fu allontanata, Silvio e Cosimo si guardarono come due
colpevoli, e Cosimo disse:
— Non ti sembra più mesta del solito?
— Sì, rispose il professore; non è punto allegra.
— Mi fa male, insistè Cosimo; mi pare che sarei più tranquillo se le
dicessi tutto, a costo di vederla piangere fra le mie braccia.
— Non sa nulla, e soffre, mormorò Silvio.
— È vero; non sa nulla, e soffre!
— Zio, interrogò Angela senza voltarsi, dove vanno queste onde che
s’inseguono?
— Alla spiaggia.
— E perchè ci vanno? E che cosa fanno?
— Non fanno nulla!
— Non fanno nulla e continuano tutto il giorno così, e tutta la
notte... forse...
— Se non cambia il vento.
— Io voglio che facciano qualche cosa; dirò a quella là che è più
grossa delle altre, che porti alla spiaggia il mio mazzolino di
viole...
E senz’altro buttò il mazzolino, ma l’onda prese i fiori, li portò un
tratto e li abbandonò ad un’altr’onda che sopraggiungeva. Per un poco
Angela, che aveva buona vista, seguì la corsa di quelle spensierate,
che si trastullavano col suo mazzolino di viole.
— Sono contenta, dichiarò poi burlescamente, se non altro ora fanno
qualche cosa.
Stette un poco in silenzio, poi soggiunse:
— Chi troverà il mio mazzolino di viole in alto mare, sì, che sarà
fortunato! Ma lo troverà poi qualcuno? Potrebbe essere un naufrago....
— Potrebbe essere un pesce, disse Silvio.
E perchè no? Dei pesci con un mazzolino in bocca Angela ne aveva
visti... A tavola? Appunto a tavola!
Si rise molto; poi la fanciulla appoggiò ancora la testina romantica al
parapetto e il professore gettò un braccio sull’omero di Cosimo.
— Andiamo a veder Cecchino, gli disse per distrarlo, dov’è Cecchino?
Il piccolo sguattero, insensibile alla poesia del mare, non ammirava
altro che il meraviglioso scafo e le singolari attrezzature della nave;
appena vide da lontano il suo padrone, venne a dirgli che a bordo ci
era anche la buca delle lettere.
— E che altro ci è a bordo?
Oh! tante cose; Cecchino aveva scoperto che il cuoco, per fare il
brodo, invece di gettare nel pentolone dell’acqua, una manata di sale,
vi mesceva una ramaiolata di acqua marina, e che i liquidi dell’acquaio
andavano pure direttamente in mare.
Cadeva il giorno; il disco del sole ingrossato e rovente, sospeso sul
limite estremo dell’orizzonte, era già roso dal mare; pochi minuti
dopo, di tutti i riflessi rossigni che giungevano, sull’acqua e
sull’aria, dall’uno all’altro orizzonte, non ne rimaneva più alcuno
sulle onde; nel cielo qualche cirro vagante raccoglieva ancora una
pennellata di sangue; poi si cancellarono anche quelle tinte, e solo
un bagliore, come riflesso d’incendio lontano, persistette lungamente
nell’aria. A levante l’azzurro si era oscurato, e il mare aveva preso
una tinta bigia uniforme. Cominciò allora la corsa scapigliata dei
delfini, che giungevano a frotte spingendo in aria zampilli di acqua e
presentando ora il dorso nero ora il grosso muso ai viaggiatori.
Angela li credette balene, e Annetta, che le si era posta accanto, non
la tolse dall’errore.
Quei monelli del mare accompagnarono un tratto la _Lombardia_, poi
mutarono gioco, si rituffarono e sparvero.
— Peccato! disse Angela.
Poco dopo era notte; la campana di quarto diede tre tocchi; un vecchio
marinaio venne a prendere il timone, in vece del suo compagno; ritto
sulla piattaforma un uomo che pareva un fantasma dava ogni tanto un
ordine entro un portavoce; i fanali di posizione salirono lentamente
in cima agli alberi. Poi fu un gran silenzio. Girando gli occhi per lo
spazio nero, Angela s’avvide d’essere rimasta sola.
Allora trasse di tasca un ritratto, lo presentò al raggio del lampione
dell’albero maestro e lo guardò lungamente.
— Angela! chiamò la voce di Silvio, Angela, che fai? La notte è fredda,
soffia un po’ di tramontana... Scendiamo.
Angela nascose il ritratto e scese con suo zio.
Cosimo continuò a passeggiare sul cassero.
La gran voce del mare non gli dava ancora un consiglio.