Un’ora dopo seguivano, fra lo studiolo del conte e la vicina
anticamera, parecchie scenette nuove e singolari, che cominciavano
coll’allegria nervosa ed andavano a finire nel tenerume.
I cinque servi del conte erano là, in anticamera, aspettando d’essere
chiamati ad uno ad uno, e ridevano tutti, perchè Cecchino colle mille
lire ereditate si proponeva di ritirarsi in campagna a vivere di
rendita. Veramente Cecchino non aveva detto questo; egli prometteva
solo di girare così bene fra le dita quel biglietto da mille, da
potersi ritirare in campagna quando fosse vecchio; ma il cuoco pigliò
le prime parole sfuggite al guattero e le condì d’una sua salsa così
ghiotta, che bisognò ridere ad ogni costo, finchè la porta dello
studiolo si aprì per lasciar passare la testa di Ambrogio, il quale
chiamò: Cecchino! Si aspettò che l’uscio si fosse chiuso alle spalle
del piccolo possidente campagnuolo, e allora Giovanni diede in uno
scoppio di risa, che gli spartì la faccia come una mela; gli altri tre
fecero coro.
Ma poco dopo Cecchino riapparve colle lagrime agli occhi e col
biglietto da mille che doveva asciugarle, come il povero figliuolo
pareva tentato di fare, e allora Giovanni fu il primo a domandare sul
serio che cosa era stato.
— È stato, rispose Cecchino, che il padrone se ne va, la padrona se ne
va, tutti se ne vanno, e mi hanno licenziato.
Ambrogio riapparve e chiamò: Giovanni! — e il cuoco non potè
manifestare il proprio pensiero al suo aiutante.
Ma non si tardò a vedere che anche la faccia del cuoco si era
allungata, che pareva così difficile, perchè a lui pure il conte aveva
detto che se ne andava, che se ne andavano, e che non era più in grado
di mantenere tanti servi.
— Non è la cosa in sè, assicurava Giovanni; è il modo con cui me l’ha
detta. — Giovanni, mi ha detto: da quanto tempo eri al servizio di mia
madre? — Da dieci anni; ho detto — E lui ha detto: tu sei un vecchio
amico di casa — Oh! sì! sì! ho detto — E lui: ci dobbiamo lasciare;
ha detto — E aveva la voce tremante. — Vado in un paese dove non avrò
bisogno di essere molto servito, vado per lavorare anche io — Ha detto
così per dire, si capisce, ma l’ha detto, e non so perchè mi ha fatto
pena l’idea di vederlo lavorare. Che cosa vuol fare?
— Stefano! chiamò sommessamente Ambrogio; dalla porta socchiusa si vide
un momento il conte Cosimo, che teneva la fronte appoggiata alla mano
sinistra, mentre colla destra scriveva. A Stefano pure ed a Francesco
ed a Pantaleo in ultimo seguì lo stesso caso. Se non si ride, se non
si fa il chiasso quando si ha un biglietto di mille lire in tasca,
quando mai si può stare allegri? Così diceva il cuoco; e pure Stefano,
Francesco e Pantaleo ne avevano meno voglia di prima — tale e quale
come il cuoco. In quello stanzino del conte si era mostrata a ciascuno
di loro l’immagine confusa di una sventura a cui non sapevano dare
un nome, e mentre si consolavano a vicenda, dicendo forte che essere
licenziati da una buona casa, col _ben-servito_ in regola, non è un
male da morirne, che in Milano le case dei signori non mancano, mentre
dicevano questo, erano stupiti di scorgere dentro il loro cuore un
sentimento, che valeva più di mille lire e che toglieva valore a quel
biglietto della Banca Nazionale. Cecchino, per esempio, era sicuro che
se il signor conte gli avesse detto: «restituiscimi il tuo biglietto
da mille e ti conduco meco in Sardegna,» egli avrebbe detto di sì. —
Giovanni, più sincero o più avveduto, confessava che avrebbe chiesto
tempo a riflettere e che avrebbe finito col dire di no; ma erano tutti
certi d’aver dentro qualcuno, il quale aveva una gran voglia di fare
questo contratto rovinoso.
Mentre duravano i commenti, venne nell’anticamera Ambrogio.
— Ragazzi, disse egli con voce sepolcrale, il signor conte partirà fra
due giorni; sono incaricato di pagarvi, oltre il salario, un’indennità
per gli otto giorni d’uso. Assesteremo i conti domattina; ma se
qualcuno di voi vuole andarsene subito, lo dica.
— Se io me ne vado, disse Giovanni, chi fa la cucina?
— Non si fa più cucina, si mangia dal trattore.
— Ed io rimango! disse Giovanni con enfasi; io farò la cucina fino
all’ultimo momento; le ultime due braciuole che il conte Cosimo e la
contessa Beatrice mangeranno in Milano, devono passare per le mie mani.
I colleghi di Giovanni lo guardavano a bocca aperta, ammirandolo senza
domandarsi perchè.
— Anch’io rimango fino all’ultimo! annunziò Francesco.
— Anch’io! Anch’io!
Era cosa intesa. Rimarrebbero fino all’ultimo tutti.
E Ambrogio? E Annetta?
Ambrogio e Annetta facevano anche di meglio, accompagnavano i loro
padroni in Sardegna. Nessuno fiatò a questa notizia; ma l’invidia parlò
nel silenzio.
— Bella prova! disse; chi di noi non andrebbe volentieri in Sardegna
per continuare a servire la contessa Beatrice e il conte Cosimo? Ma non
ci vogliono, ci hanno licenziato.
— Questa Sardegna, domandò poi Giovanni, che cosa è?
— È un’isola, rispose Cecchino, affrettandosi a far pompa del profitto
fatto a scuola; le grandi isole del Mediterraneo sono tre: la Sicilia,
la Sardegna e la Corsica.
— Lo so che è un’isola; ma io domando che isola è, se è come da noi,
se la gente parla un linguaggio che si capisce; questo domando io,
nient’altro. Perchè, caro il mio figliuolo, tu non eri ancora venuto
al mondo, quando io sapeva che l’isola è una cosa, la terra ferma
un’altra. La terra ferma è questa qui: Milano, Como, Pavia e Brescia.
La Sardegna invece è un’isola.
Cecchino, umiliato dalla dottrina prepotente del suo tiranno, non osò
fiatare.
— Da quel poco che ho potuto capire, disse allora Ambrogio, la Sardegna
è un paese grande grande, un paese che ha ogni ben di Dio, un paese
dove non ci è nemmeno bisogno di lavorare la terra. Voi date due
colpi di zappa prima di seminare, tirate quattro calci dopo seminato,
e vedete spuntare le biade alte un metro e mezzo, con certe spighe
grosse quanto il pugno, con certi grani grossi più de’ fagiuoli. E vi
fanno un vino! un vino!... — Ah! poi si va a caccia dei cinghiali e dei
cervi come da noi alle quaglie — E che altro? ah! invece di pescare
gli agoni cogli ami e col tramaglio, si fa la pesca dei tonni grossi
come vitelli. — In Sardegna non vi è polenta, ma non vi sono affamati;
il contadino mangia il pane di farina, non abita la campagna, lavora i
campi colla pipa in bocca e fuma tabacco di contrabbando.
Le cognizioni di Ambrogio sulla Sardegna non andavano molto più in
là; egli ne aveva inteso parlare tante volte in vario senso e se n’era
fatta un’idea a mosaico, in cui entrava un po’ di tutto, non escluso
lo sgomento. Credeva, per esempio, che in Sardegna bastasse mettere il
naso a una finestra, di notte, per buscarsi la terzana; era certo che
la campagna fosse popolata di banditi; e che le vendette e gli omicidi
funestassero le famiglie. Diceva per conchiudere: «Insomma è un paese
che vi nutre bene e vi fa vivere senza fatica, quando non vi uccide
colla febbre o con una schioppettata tirata da una siepe di fichi
d’India.»
La conseguenza immediata di quella diceria sconnessa, fu che Cecchino
buttò all’aria la berretta e dichiarò che egli pure se ne andava in
Sardegna.
— E che ci vai a fare? chiese Giovanni.
— Con questi qui, disse Cecchino allungando due braccia da quadrumano,
e _con questo qua_, non ho paura dell’aria. Quanto costa il viaggio per
andare in Sardegna?
Egli spiegava il biglietto da mille e ne studiava il disegno; diceva
modestamente che quando l’avesse perduto di vista, non ne ritroverebbe
mai più un altro in tutta la sua carriera mortale.
Egli diceva così; ma pensava il contrario.