Paurose voci brontolavano degli enigmi nell’anima del conte: ed egli
porgeva ascolto, costringendo il proprio pensiero ad una inutile
fatica. Nella sua mente, nel suo cuore, come intorno a lui, per
l’immensità dello spazio, tutto era buio. Ma ogni tanto un’immagine
usciva da quella tenebra: la bara di sua madre, chiusa là, in un
casotto di prua, non sospettata dai viaggiatori di terza classe, che ne
avrebbero forse avuto paura. E pensando alla povera donna rasserenata
dalla morte, a quel viaggio che essa aveva già fatto piena di vita e
che ora compiva indifferente, s’immaginava d’essere anch’egli entro
una bara, ma vivo, e buttato là, sopra l’ampio mare, che poteva in un
momento spalancarsi e chiudersi come una tomba.
Dei fuochi di posizione che segnalavano la _Lombardia_ ai naviganti,
delle luci pallide che annunziavano un’altra nave, affidata alle
onde, non entrava un raggio nell’anima di Cosimo. Egli andava e veniva
credendo d’invocare un’idea, ma aspettando invece un proposito. Una
volta, nel tornare dall’albero maestro al posto del timoniere, vide
sopra una panchetta un’ombra nera, che non vi aveva visto prima;
già rifaceva i suoi passi, volendo risparmiarsi un dialogo con un
viaggiatore venuto forse sopra coperta per ingannare il mal di mare,
quando sentì una voce sommessa, che lo chiamava: _Cosimo!_
— Beatrice! e fu subito dinanzi a sua moglie.
— Ti credevo addormentata, le disse, ritrovando per vecchia abitudine
l’accento bugiardo con cui aveva nascosto per tanto tempo il proprio
affanno.
— Non ho potuto chiuder occhio.
— È vero, non si può chiuder occhio, la nave scricchiola come se
dovesse sfasciarsi; eppure il mare è tranquillo, guarda.
— Non potevo staccare il pensiero da quel camerino, continuò Beatrice
senza badargli: mi sta sempre dinanzi; essa è là: ha gli occhi aperti e
pare che ci guardi nel cuore..... Ora sa tutto.....
Aveva preso il braccio del marito e lo tirava leggiermente a sè.
— Ora sa tutto, sospirò, e parve che la brezza notturna le rubasse di
bocca il sospiro e le parole; noi non possiamo ingannare che i vivi.
— Beatrice mia, che cosa dici? esclamò Cosimo, sedendo al suo fianco.
— Essa è là; ripetè la giovine donna, ha gli occhi aperti e ci guarda.
— Beatrice mia, che cosa mi vuoi dire?
— E tu, disse la contessa, abbassando la voce, tu stesso non hai nulla
da dirmi?
Un singhiozzo le uscì dal petto, e Cosimo prima di rispondere volle
baciarla in viso per sentire se piangesse.
— Non piango, disse Beatrice, prevenendo quella malizia; non temere di
me: non sono così debole come ti sembrai finora! Cosimo mio, insistè,
non hai nulla da dirmi?
Cosimo credeva di sognare; era così lontano dall’aspettarsi queste
parole, che dubitava ancora del loro vero significato.
— Che vuoi che io ti dica?... balbettò.
— Ah! Non provare ancora l’inganno; abbiamo fatto male senza volerlo,
entrambi; tu celandomi il vero, io accettando per tanto tempo questa
menzogna che ti ha torturato e mi ha offesa. Ora dimmi tutto — ti farà
bene, mi farà bene.
Tacquero. La campana di quarto sonava il solito segnale; un’ombra venne
lentamente da prua, si accostò alla bussola, scambiò qualche parola
sommessa col suo compagno, che gli cedette la ruota del timone e si
allontanò a gambe larghe con passo sicuro.
— Beatrice mia, cominciò Cosimo stringendosi al seno la compagna della
sua vita, mi perdonerai?
— Dimmi tutto.
— Beatrice mia, noi non siamo più ricchi.
— Lo so.
— Noi lottiamo da molto tempo col mondo che voleva l’apparenza del
fasto; il fallimento d’una Banca, la disonestà di alcuni capitalisti,
sui quali la nostra povera morta aveva fiducia cieca, ci ha rovinati.
— Lo so.
— Io vado a chiedere alla terra di mio padre una tomba per la contessa
Rodriguez, e il pane del lavoro.
— Lo so, disse Beatrice; grazie... ora sono contenta... Sta zitto,
ordinò, credendo che egli volesse parlare ancora; non mi dire più
nulla.
— Mi perdoni? chiese Cosimo.
— Io sono felice, mormorò la giovane donna... sta zitto.
Rimasero un poco colle mani allacciate, stretti l’uno all’altro; nel
fondo nero brillava la luce d’un faro, e per i mobili solchi del mare
correva una parola d’amore.
A Cosimo, che sebbene umiliato per non aver saputo leggere nell’animo
di sua moglie, era felice oltre ogni suo desiderio, quel silenzio
pesava; ed egli tentò più volte di romperlo, ma ogni volta Beatrice gli
strinse la mano per raccomandargli di tacere; e Cosimo taceva un poco
volendo rispettare quel capriccio, poi ritentava.
— Non voglio, disse in ultimo con forza, non voglio che tu creda il
disastro peggiore di quello che è veramente; tu devi sapere che cosa ci
proponiamo di fare. Quando saremo in Sardegna...
— Quando saremo in Sardegna, interruppe Beatrice, ritrovando il suo
accento scherzoso d’una volta, me ne parlerai. Oggi non volevo da te,
altro che la confidenza; mi darai il conforto più tardi.
Cosimo baciò in fronte sua moglie, ed accettò il proprio castigo.
Veramente egli non aveva ancora il diritto di far la parte di
confortatore; misurando la nuova forza che era entrata nel suo cuore,
dopo la confidenza strappatagli da quella donnina senza giudizio, egli
vedeva la debolezza della propria natura, e sentiva che fra loro due,
le parti dovrebbero essere in avvenire così divise: a lui il lavoro
inquieto del pensiero e del braccio, a Beatrice la vigilanza serena del
cuore.
Cosimo quella notte stentava a pigliar sonno; sdraiato sul suo
lettuccio tenne lungamente la faccia appoggiata al vetro dello
sportello, al quale ogni tanto si affacciava un’onda curiosa; poi si
voltò sul fianco, tirò la cortina che lo separava dalla sala comune,
e fissò gli occhi sulla lampada a bilico che si dondolava e strideva,
cercando inutilmente di spegnersi. All’ultimo non seppe più stare
entro il guscio in cui si era cacciato, e ne scese per andarsi a
sdraiare sul divano che correva tutto in giro alla sala. Beatrice lo
aveva prevenuto; essa era là, sembrava dormire, ma quando suo marito,
guardandosi intorno per paura di essere colto dal cameriere, si chinò
a deporre un bacio su quella fronte serena, Beatrice, senza aprire gli
occhi, gli disse: dormo!
Allora Cosimo si buttò sul divano dirimpetto, e volle dormire ad ogni
costo. Ma il suo cervello faceva un lavorio inquieto, e il suo cuore
era pieno d’una festa tranquilla che era un peccato non guardare ad
occhi aperti. Finì col dire a sè stesso: Quando si è felici perchè
dormire? E allora dormì davvero.
Svegliandosi si trovò solo. La dolce sembianza di sua moglie, su cui
aveva fissato gli occhi prima di chiuderli al sonno, era scomparsa.
Sul suo capo si faceva un gran rumore di passi; dalle vetrate del
boccaporto scendeva una luce velata, mentre dagli sportelli laterali
entrava il vivido sole. La lampada si dibatteva ancora sebbene fosse
spenta, e Cosimo sentiva l’impressione d’essere ogni tanto strappato
dal suo giaciglio. Egli ebbe queste sensazioni senza badarvi, perchè
il suo pensiero corse subito a ricercare il tesoro abbandonato nella
notte. Per ritrovarlo intero, per sentirlo suo, gli bisognava veder
Beatrice; balzò in piedi, con due colpi di spazzola e di pettine ebbe
sbrigato la sua abbigliatura; salì sopra coperta.
Qui ferveva una grand’opera di lavatura; un marinaio gettava secchi
d’acqua marina sul ponte, e un altro dimenava come un ossesso una
robusta scopa, accompagnando l’acqua negli ombrinali per restituirla
al mare; un altro marinaio lavorava da un poco ad ottenere che una
maniglia d’ottone luccicasse come oro, e un altro, gettato bocconi
entro uno dei canotti di salvataggio, col capo sporgente e le braccia
penzoloni, metteva una pennellata di nero sopra una scrostatura della
vernice.
Cosimo vide quello spettacolo con piacere, ma tra che la _Lombardia_
beccheggiava e rullava in un modo insolito, tra che l’acqua dei secchi
gli minacciava le gambe, fece forse una ginnastica grottesca, perchè
dall’alto della piattaforma scese una risata. Era sua moglie che lo
corbellava, erano Angela e Silvio che facevano coro.
Cosimo s’affrettò a salire sulla piattaforma, ed a chiedere la sua
parte di quell’allegria.
— Amico mio, cominciò due volte stringendo le mani di Silvio.
Era tentato di confessargli: «Amico mio, io sono felice!» Ma comprese
che era inutile, perchè si vedeva chiaro; e quanto a svelargli la
scoperta fatta nel cuore di sua moglie, al momento di cedere alla
tentazione, resistette eroicamente.
Non gli spiaceva, dopo aver messo un segreto fra sè e sua moglie,
facendo complice l’amicizia, vendicare ora l’amore.
Beatrice lo comprese, e lo ringraziò con un’occhiata.
Si era già entrati nelle tormentose bocche di Bonifacio, e i
passeggieri giravano l’occhio di qua e di là, all’annunzio d’ogni nuova
secca che veniva dato dal secondo. — Ecco Santa Maria; ecco il Cavallo.
— Quello? no, da quest’altra parte. — Ed ecco Lazzoli, ed ecco Lavezzi.
— Il cannocchiale del secondo era preso, restituito e ripreso ogni
momento; un gabbiano, che si alzò dalle scogliere e corse rasente le
onde, venne salutato con esclamazioni vivaci, finchè non si perdette
nell’orizzonte.
Erano tutti lieti, ma più di tutti Cosimo, sulla cui faccia Silvio
veniva decifrando a stento i segni d’una contentezza della quale non
poteva indovinare la cagione.
Angela aveva ripreso i suoi dodici anni, e porgeva spensieratamente la
faccia ad una brezzolina, che le scompigliava i capelli e le faceva
tremare i ricciolini d’oro della fronte e del collo. Annetta metteva
ogni tanto dei piccoli gridi d’uccelletto spaurito, che facevano
voltare i passeggieri. Gran Dio! Essa vedeva laggiù, laggiù, nel mare
alto, un corpo nero che si dondolava; un cadavere forse — o almeno la
reliquia d’una nave naufragata — oppure un mostro marino... Ma no, era
un gavitello.
Beatrice non rideva ancora, come in passato, ma aveva nell’occhio una
luce serena; essa guardava innanzi a sè, alle coste dell’isola che si
disegnavano in distanza, e verso cui la nave pareva correre a balzi
lunghi, ora che il mare era alquanto agitato.
Mancava Cecchino. Il poveretto, solo della brigata, pativa il mal di
mare e giaceva pallido e sbattuto sopra un mucchio di cordami.
Lo si vedeva seguire senza sorrisi le smorfie grottesche di due
saltimbanchi, che davano ai loro compagni di viaggio una mostra
gratuita della loro abilità, accaparrando gli applausi per una prossima
rappresentazione. Uno di costoro specialmente destava l’ammirazione,
e se la meritava. Era alto un metro, e sopra due gambe corte e polpute
faceva ballonzolare una ventraia inverisimile ed un testone massiccio;
non pareva avesse petto e forse non aveva collo; coperto di una
maglia rosea e coi calzoncini serrati alle cosce, doveva offrire uno
spettacolo bizzarro.
Pure quell’uomo così male architettato si mostrava contentone di sè,
perchè la sua architettura stramba era il suo pane. Mentre il suo
compagno, un giovinetto tutto nervi, lo sollevava lentamente con ambe
le braccia, gridandogli: «Battistone vogliamo andare ancora più su?
Vogliamo toccare l’aria col dito?» — la faccia di Battistone era tutta
bocca per sorridere; e quando fu giunto alla massima altezza, cioè
sugli omeri del compagno, allungò il dito «per toccar l’aria» con uno
sforzo così comico, che fu a prua una gran risata. Ma allora il suo
compagno si ritirò prontamente, e Battistone cadde in piedi, pigliando
un atteggiamento da silfide.
Lo stesso Cecchino dimenticò il mal di mare per ridere. Il nano
ricevette gli applausi del suo pubblico con mille moine, girando sopra
una gamba sola come una trottola, e s’arrestò a guardare sopra la
piattaforma di poppa. Rimase così un poco, a bocca aperta, poi salutò
sberrettandosi.
— Saluta noi, disse Angela.
E siccome Battistone continuava a salutare, la contessa Beatrice volse
gli occhi da un’altra parte, poi si scostò dal parapetto. Silvio le
stava ancora al fianco, ma suo marito era scomparso.
Due ore dopo, quando la campana chiamò i viaggiatori ad asciolvere,
Cosimo colse un momento in cui immaginava che nessuno lo vedesse e si
portò a prua. La prima persona che gli venne incontro fu il nano.
— Signor conte, gli disse, è proprio lei? Se ne ricorda ancora di
Battistone?
— Battistone, gli rispose Cosimo, che vai a fare in Sardegna?
— Vado ad Oristano, vado; sono scritturato come primo _clown_ buffo
da una compagnia equestre, che fa la _prima piazza_... Si sa, bisogna
aiutarsi a vicenda; è un amico che ha fatto qualche risparmio, il
signor Alfonso, se lo ricorda? quello che cavalcava a dorso nudo,
un bravo ragazzo; ora ha messo su compagnia e cavalli; lavora in una
baracca di legno, ma fa quattrini! Gli mancavano due _clowns_, si è
ricordato di me, e mi ha scritto; ho preso meco un altro bravo ragazzo,
e sono qua. E dica un poco, lo sa che la Cesira ha fatto una caduta ed
è rimasta zoppa? Sicuro, ha dovuto rinunziare all’_arte_; dicono però
che ci abbia uno che la soccorre...
— Battistone, interruppe Cosimo, buona fortuna!
— Grazie; e dica un poco, lo sa che la Cesira ha avuto una bimba?
Sicuro ha avuto una bimba, che è nell’_arte_, e _lavora_ anche bene...
— Battistone, interruppe il conte un’altra volta, bisogna dimenticare
il tempo passato.
Battistone alzò il capo a guardare il conte, e lo chinò subito per dir
di sì. Il conte gli aveva messo in mano un fogliolino, che spiegava
ogni cosa.
Il conte Cosimo scese subito a raggiungere i compagni. Erano tutti a
mensa, mancava Beatrice.
— Eccomi! annunziò essa allegramente venendo alle spalle del marito.
Sono ripassati i delfini.
— Ecco Castelsardo! annunzia una voce. E i passeggieri di poppa si
radunano a bordo a guardare quel nido umano costrutto sopra una rupe,
d’onde una razza forte, posta come a sentinella dell’isola, sembra
chiedere al mare inquieto i destini della povera abbandonata.
Castelsardo, colle sue case bigie, che si alzano una alle spalle
dell’altra, per vedere chi giunge da altri mondi, ferma per un poco
l’attenzione; poi il crocchio dei passeggieri si discioglie e si
sparpaglia in cerca d’altre vedute. «Quella è l’isola dell’Asinara,
annuncia una voce, e quei monti laggiù sono la Nurra.»
Ma Angela e suo zio non istaccano gli occhi dal paesello che si
allontana. È entrata nel cuore di Silvio una specie di tenerezza
filiale per la terra che lo ha visto nascere; gli si riapre dinanzi
alla mente il vecchio libro della sua gioventù; guardando quel greppo
povero e forte, attraverso un velo di lagrime che non sgorgheranno,
gli si avventano al cuore memorie dolci e crudeli. Ecco il castello
diroccato, nei cui androni scoperchiati egli dava la caccia alle
lucertole, e tendeva le trappole ai gufi; ecco la campagna verde, per
cui s’aggirava collo schioppo armato, abile e pronto cacciatore egli
pure quanto suo fratello, ed ecco il greto sassoso dove scendeva a far
bottino di conchiglie.
Il velo che gli sta dinanzi agli occhi si oscura sempre più, e
Castelsardo si allontana; ma Silvio non piangerà.
— Zio, gli dice Angela con voce rotta, qual’è la casa nostra? Si vede
di qua?
E Silvio cerca la sua casa abbandonata, ma non la trova.
— Di qua non si vede, risponde. Si vergogna di dire che non è sicuro di
riconoscerla.
Castelsardo non è più che una macchia bigia, e la gran madre comune
apre il suo seno ai viaggiatori.
Quelle linee mutevoli delle coste, quei monti che si affacciano da
lontano, tutto parla un dolce rimprovero al cuore di Silvio. Perchè
ha egli abbandonato una terra infelice, che ha bisogno dei suoi figli
migliori?
Intanto Cosimo e Beatrice, ritti dinanzi al parapetto, colle mani
strette in un patto amoroso, fissano gli occhi nella costa che viene
incontro alla nave; Angela voltando le spalle alla prua, si ostina
invece a guardare un punto bigio che si va perdendo; Annetta ha già
messo il cappellino col velo verde, che si tende e si dibatte sotto
la brezza; e Cecchino, non ancora ucciso dal mal di mare, guardando a
terra con occhi imbambolati, pensa senza ribrezzo, quasi con desiderio,
alla sepoltura che aspetta la contessa Veronica.
— Porto Torres! dice una voce.
I viaggiatori impazienti hanno già portato su le piccole valigie, e
curvi sulla gran bocca della stiva, additano ai marinai le parti sparse
dei loro bagagli.
Alcuni viaggiatori di terza classe, contadini toscani, pallidi e magri,
colle loro donne cenciose, col loro fardelletto ravvolto in un sacco o
in una pezzuola, stanno dinanzi alle scale che saranno abbassate fra
poco; e Battistone portato sugli omeri del suo compagno, nel fare un
ultimo giro sul cassero, incontra gli sguardi del conte Cosimo, come se
non l’avesse mai conosciuto.
— Vogliamo andare più su, Battistone, vogliamo toccare l’aria col dito?
— Porto Torres! ripete un’altra voce.
— O patria mia! mormora Silvio, e non sa dir altro.