Ci fu una breve agitazione dietro l’uscio della gran sala verde; e
solo dopo uno scalpiccio confuso e un bisbiglio sommesso, la porta si
aprì bruscamente, ed irruppe, come spinto da una molla invisibile,
Cecchino, lo sguattero. Il povero ragazzo si arrestò appena gli fu
possibile, per raccomandare a’ suoi padroni, senza guardarli in faccia,
anzi voltandosi verso l’uscio, non istessero a credere che egli avesse
in qualche parte del corpo una molla tanto impertinente, e far loro
intendere che aveva ricevuto uno spintone da Giovanni. Infatti il cuoco
veniva alle spalle di Cecchino, e per quanta falsa bonarietà mettesse
nella faccia carnosa, sotto il piccolo fulmine lanciatogli dal suo
schiavo ribelle, fu visto barcollare come un colpevole. L’ingresso
riuscì meglio allo stalliere Stefano, vestito della sua giacchetta
festiva a grandi scacchi di molti colori, a Pantaleo, il cocchiere più
sbarbato di Milano, e riuscì benissimo al domestico Francesco, il solo
a cui i seggioloni antichi di casa Rodriguez non mettessero soggezione,
perchè egli aveva visto il fondo di queste e di altre cose.
Ritta a breve distanza dal tavolino, intorno a cui sedevano, coi due
notai, la contessa Beatrice e il professor Silvio, Annetta accoglieva
gli ultimi arrivati con un sorriso d’incoraggiamento.
Ambrogio, col capo chino sul petto, guardava sott’occhi il conte
Cosimo, il quale, rimasto in piedi, a testa alta, aveva l’occhio fisso
e lucente.
— Avvicinatevi, disse il Parolini, senza levare lo sguardo dalle carte
che aveva dinanzi — il signor conte lo permette. Allora il cuoco,
abbrancando per gli omeri il suo sguattero, se lo spinse avanti alcuni
passi; il cocchiere e lo stalliere li seguirono, e Francesco, con una
disinvoltura che formò l’ammirazione della cucina e della rimessa, fece
un giro largo, rasente alle pareti, e si andò ad arrestare accanto ad
Annetta, che lo accolse con un saluto dignitoso.
— La nobilissima contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De
Nardi di Ploaghe, cominciò il Parolini, allungando quanto era possibile
i nomi e i titoli, prima di morire si degnò di dettare al dottor
Larucci, mio egregio collega, ed a me, le sue ultime volontà; noi siamo
qui per dare appunto lettura del testamento della contessa.
Pausa.
— Dottor Larucci, soggiunse il Parolini con garbatezza squisita, vuole
compiacersi di legger lei?
Il dottor Larucci, sempre previdente, aveva intanto ripulito le lenti
del suo occhialetto e messolo a cavalcioni sul naso; gli bastò tirare
indietro il capo, e sollevare un tantino la carta per poter leggere
con voce desolata: «Oggi diciannove marzo 18... regnando felicemente
Vittorio Emanuele II, nella casa d’abitazione della nobilissima signora
contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe,
posta in via dei Giardini al numero civico 24, al primo piano nobile,
alla presenza di me notaio dottor Giovanni Parolini e del dottor
Lazzaro Larucci, pure notaio, entrambi di Milano, dell’eccellentissimo
conte Cosimo Rodriguez di Florinas e del signor Ambrogio Cima,
testimoni a me cogniti, idonei e sottoscritti, è comparsa la
nobilissima signora Veronica contessa Rodriguez di Florinas, dei conti
De Nardi di Ploaghe, nata in Ploaghe, Sardegna, con domicilio e dimora
stabile in Milano, la quale nel pieno possesso di tutte le sue facoltà
mentali, sebbene costretta a letto da malattia, mi ha dichiarato di
voler fare testamento ed ha espresso a chiara ed intelligibile voce le
sue ultime volontà in questi termini:»
Pausa.
Cecchino, buona creatura che aveva già dimenticato lo spintone
ricevuto, cercò di leggere sulla faccia del cuoco il significato
occulto di quelle parole insolite — invano; la faccia tonda del cuoco
era come una casseruola appesa al suo chiodo — non diceva ancora nulla.
Allora Cecchino interrogò la faccia del cocchiere, ma ahi! poche ore
prima il rasoio ne aveva raschiato ogni espressione; quando Cecchino
volle interrogare lo stalliere, che aveva l’aspetto meditabondo, la
voce desolata del dottor Larucci ripigliò:
«Nomino erede universale ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo,
che da parecchi anni amministra il mio patrimonio, ascendente a un
milione e dugento mila franchi, sul quale gravano alcune piccole
ipoteche.»
Il milione della defunta, col suo strascico dei dugento mila franchi,
fu inteso subito; esso formò l’ammirazione incondizionata di Cecchino;
fece sorridere il cuoco, che aveva creduto più ricca la padrona,
corrugò il sopracciglio dello stalliere, lasciò intatta la faccia rasa
di Pantaleo.
E il dottor Larucci continuò a desolarsi così:
«Voglio che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice,
mia nuora, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non
saranno più di moda.»
Il notaio Parolini a questo punto intervenne per dimostrare alla
contessa Beatrice che l’_obbligo_, di cui parlava la testatrice, si
doveva intendere _cum sale discretionis_, cioè come una preghiera fatta
in modo scherzoso, ma che non poteva avere valore legale. La contessa
Beatrice aveva lo sguardo fisso sul marito, e lo voltò un momento verso
il notaio per ringraziarlo.
Il dottor Larucci tirò innanzi:
«Al mio caro amico Ambrogio Cima lascio l’orticello Giuncheddu che
posseggo in Sorso, oppure una somma di lire _cinquemila_ in denaro,
a sua scelta. Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille;
i miei servi sono cinque: Giovanni Menichi cuoco, Stefano Gabutti
stalliere, Pantaleo Pantalei cocchiere, Francesco Diodato domestico,
Cecchino Misirolli sguattero.»
Era curioso vedere la trasformazione delle faccie dei servi, man mano
che venivano nominati; l’allegrezza del legato, che era difficile
nascondere, cercava per dimostrarsi una via indiretta, e la trovò
all’ultimo, quando fu pronunziato il cognome di Cecchino Misirolli.
Misirolli! Chi aveva inteso mai un casato così burlesco? Era
impossibile star serii, ne conveniva lo stesso Cecchino, il quale fece
anch’egli la faccia da ridere.
La contessa Beatrice sorrideva guardando i suoi servi, segno che
si godeva quella scena; e Annetta esagerava il proprio godimento,
sorridendo a bocca aperta, ma coll’orecchio teso verso il dottor
Larucci.
«Alla mia cameriera Annetta Baroni, lesse il notaio, (e una melanconia
profonda oscurò improvvisamente la faccia della protagonista del
legato), alla mia cameriera Annetta Baroni lascio tutti i miei oggetti
di vestiario e un regalo di lire mille in denaro.»
«Desidero che il mio corpo abbia sepoltura in Sardegna.»
«Ordino che al mio funerale intervengano tutti i poveri della
parrocchia, i quali riceveranno la torcia e un’elemosina.»
«Lascio alla parrocchia di S. Francesco lire mille, da essere spese in
tante messe per la salute dell’anima mia.»
A questo punto Geromina, l’unica persona rimasta in anticamera, si
affacciò all’uscio e agitò la mano cercando evidentemente di chiamare
l’attenzione di Ambrogio, che la vide ed accorse per non disturbare la
testatrice. La quale, per bocca del dottor Larucci, conchiudeva nella
massima desolazione, invocando il perdono dei peccati dagli uomini e da
Dio.
Il vecchio Ambrogio non si fermò sull’uscio ad ascoltare, ma spinse
Geromina nell’altra sala, e allora soltanto intese con raccapriccio che
si era radunato in cortile un esercito di poveri della parrocchia, e
che un signore aspettava da mezz’ora nella gran sala. Nella gran sala?
Un signore? Chi?... Il signor Cilecca!
Egli era là, come in casa sua; andava in giro per la gran sala
con una nota in mano, riconoscendo ad uno ad uno i mobili che gli
appartenevano. E faceva ogni tanto qualche scoperta dolorosa, il
pover’uomo; già aveva notato la cornice d’un quadro scrostata in un
angolo, e Ambrogio lo trovò curvo a guardare fra le gambe torte d’una
mensola, a cui mancava un piccolo fregio di bronzo.
— Signor Cilecca! disse il vecchio dall’uscio.
— Signor Ambrogio! rispose l’intruso senza voltarsi; qui manca un
riccio di bronzo; l’avranno messo da parte, spero...
— Signor Cilecca! ripetè Ambrogio.
E allora Cilecca si alzò e venne senza paura incontro a quell’uomo
severo. Ahi! l’uomo severo capì subito che la severità era inutile,
e lo capì da un indizio apparentemente frivolo: Cilecca non portava
l’occhialetto; da uomo che sa di non avere bisogno di nulla e di
nessuno, dimenticava quell’ausiliario in fondo al taschino del
panciotto.
— Signor Cilecca, disse Ambrogio mutando accento; so bene che lei è nel
suo diritto... perchè la contessa Veronica è morta...
— Sono entrato in chiesa ed ho seguito per un poco il funerale... un
magnifico funerale; dev’essere costato di bei quattrini...
— So bene che è nel suo diritto, ripetè Ambrogio, ma io faccio appello
alla sua delicatezza...
— Cioè... interruppe Cilecca, asciutto asciutto.
— Sono tutti in casa; si sta leggendo il testamento.... la contessa
Beatrice non sa ancora nulla; fra tre o quattro giorni partiranno....
andranno in Sardegna. Dunque abbia pazienza ancora un poco; non ci
perderà nulla; nessuno vuole portarle via la sua roba.
— Partiranno... disse Cilecca senza nemmeno la ricordanza
dell’amabilità insinuante d’una volta — e chi rimane per assicurarmi?
— Rimango io, balbettò Ambrogio; le farò la consegna io stesso, e poi
lasci passare un paio di giorni, un giorno, ci dia tempo a riflettere,
forse le potremo dire di venirsi a prendere i mobili domani stesso — ma
non si faccia scorgere prima... la contessa Beatrice, poverina...
Argomento inutile quello, e Ambrogio ebbe l’accortezza di cercarne un
altro.
— Nulla di più facile, disse, che ci sia un altro buon negozio da fare
per lei...
— Un negozio...
— Lei ha comperato una gran parte dei mobili; ma il quartierino della
contessa Beatrice e del conte Cosimo, lo sa bene, non sono entrati
nell’affare — se verrà deciso di vendere ogni cosa, lei sarà il primo
offerente, forse il solo...
Cilecca tentennava ancora.
— Che premura ha? insistè Ambrogio.
— Che sicurezza ho? chiese bruscamente l’uomo di affari — nei mobili
il possesso equivale a titolo fino a prova contraria; lo sa lei questo,
signor Ambrogio? Se vi sono altri creditori, se qualcuno si fa innanzi
prima di me e mette le mani sulla mia roba, mi toccherà fare una lite
di rivendicazione...
Ambrogio confortò l’animo pauroso di Cilecca con poche parole.
— Se qualcuno avesse potuto ottenere il sequestro della roba, l’avrebbe
fatto prima d’ora — il padrone di casa è pagato fino a S. Michele,
creditori in Milano non ce n’è; glie lo assicuro io; gli altri
creditori si sono rifatti col patrimonio, in Sardegna.
Dopo molto discutere, Cilecca si rassegnò ad andarsene; ritornerebbe
fra un paio di giorni, se pure Ambrogio non lo mandasse a chiamare
prima per quell’altro negozio, come prometteva.
— Ho un cuore anch’io, annunziò due volte, ma ignorantissimo di
anatomia, come deve essere un uomo d’affari, metteva il dito sulla
regione epigastrica.
Nel passare davanti al camerino del portinaio, chiamò il brav’uomo con
un cenno, e gli disse:
— Il conte Rodriguez, dopo la disgrazia, lascia Milano; credo che se
ne vada in Sardegna; vende tutti i mobili di casa, ed io ne ho già
comprato qualcuno, sto facendo contratto per gli altri.... Io abito in
via della Stella, n. 4, a terreno — se vedete portar via dei mobili o
venire in casa altri negozianti, correte ad avvertirmi subito, ci sarà
una buona mancia per voi... Avete capito?
Il brav’uomo aveva una buona testa, che gli serviva benissimo da un
pezzetto.
— Ho capito, disse.
— E mi posso fidare? insistè Cilecca.
— Ma!... rispose il brav’uomo; dipende dalla sorte, dipende; se io non
mi trovo alla porta, oppure se sono occupato... ci è la mia vecchia,
che è un poco sorda... Sa bene, capisce anche lei: — dipende da tante
cose, dipende.
Allora Cilecca cavò di tasca uno scudo d’argento, e lo pose, senza dir
altro, nelle mani del portinaio, che andò in estasi.
Si può intendere quell’estasi a quello spettacolo senza pensar male del
prossimo; basta considerare che erano già i tempi della carta moneta, a
corso _forzoso_ inconvertibile.