VII.

Lo dicevano tutti: era proprio un peccato che l’abitazione della nobile

contessa Rodriguez De Nardi non fosse distante dalla chiesa di San

Francesco di Paola, almeno tanto da lasciar distendere interamente

la lunga processione di preti, di Stelline, di signore velate, di

servitori in livrea, di poveri colla torcia, di carrozze stemmate e di

carrozzelle da nolo. Tutta la prima parte di quel magnifico funerale

— la parte che sarebbe riuscita più solenne, perchè doveva condurre

la folla, a suon di marcia funebre, dinanzi alla facciata della

chiesa coperta di panno nero a strisce d’argento, a leggere a bocca

aperta una gran scritta che raccomandava al cielo l’anima pia della

defunta — tutta questa prima parte dello spettacolo era sciupata. Dal

portone di casa Rodriguez ai gradini della chiesa non vi erano nemmeno

cento passi! E quando i necrofori si furono avviati lentamente, come

se dovessero fare un lungo viaggio, e dietro a loro i preti e poi

la musica, bisognò far seguire il carro inghirlandato e stemmato e

lasciare che il resto uscisse alla meglio dalla confusione per entrare

in chiesa senza ordine e senza solennità.

In compenso la cerimonia religiosa fu lunga assai; la contessa

Rodriguez de Nardi era entrata in chiesa per l’ultima volta alle 10

del mattino, ed alle 11 vi era ancora folla di curiosi dinanzi ai

gradini per aspettare l’uscita. Il carro nero col baldacchino, coi

cordoni d’argento abbrunato, coi grossi fiocchi, coi pennacchi, colle

ghirlande di semprevivi, coi quattro cavalli coperti di gualdrappe

nere, ricadenti fino a terra, non avrebbe fermato i passanti, se non

avesse portato appesi ai due lati gli stemmi gloriosi dei Rodriguez e

dei De Nardi. Persone di buona volontà, alle quali l’araldica non aveva

mai detto una parola, pur s’ingegnavano di decifrare i segni misteriosi

di quei due scudi, arrischiando le più bizzarre ipotesi, per ingannare

il tempo; ogni tanto qualcuno dava una capata in chiesa e veniva ad

annunziare che si era all’elevazione, all’_ite missa est_, al _Requiem

æternam_; allora dal crocchio degli sfaccendati se ne staccava uno

crollando il capo e dichiarando che non aveva altro tempo da buttar

via.

Nell’interno della chiesa lo spettacolo aveva una solennità di

apparato, che non toccava il cuore; i preti seduti tranquillamente gli

uni in faccia agli altri, negli stalli dell’altare maggiore, cantavano

forte, trascinando certi voci voluminose in cadenze pigre, non mai

finite; uno scaccino fendeva a stento la folla brandendo una seggiola

sopra le teste chine dei devoti, finchè non aveva collocato la sua

mercanzia; un sagrestano andava in giro a fare la questua, facendo

sonare sotto il naso dei fedeli una gran tasca che si veniva empiendo

di soldi, non ostante le distrazioni di chi non aveva spiccioli o non

se li voleva cavare di tasca. Tutto ciò faceva un bizzarro contrasto

colle colonne tappezzate di nero, col catafalco eretto nel mezzo della

chiesa, e con quei lunghi ceri, ardenti intorno alla bara.

Ci era in un canto della chiesa qualcuno che osservava amaramente

queste cose — Silvio; egli era venuto per accompagnare al funerale

la nipotina, che si trovava in compagnia d’Annetta, in mezzo alla

folla di signore; sapeva quanto Angela fosse irrequieta per natura e

l’aveva vista voltare il visino sconfortato; allora aveva pensato di

mandarle una seggiola, come per raccomandarle la pazienza, e infatti

la fanciulla si era messa a sedere e pareva rassegnata alla propria

sorte, perchè non si voltava più. E Silvio, dal suo cantuccio, guardava

e pensava liberamente; immaginava, entro la bara, la salma della

defunta, come se avesse ancora coscienza di quanto si faceva intorno

a lei, e gli pareva che la contessa Veronica dovesse godere di tutta

quella folla, di quei ceri che agitavano le grosse lingue di fiamme,

di quel vocione che ogni tanto intonava il _Dominus vobiscum_ e del

confuso intreccio di voci che rispondeva _et cum spiritu tuo_. Ogni

tanto il pensiero di Silvio usciva di chiesa e risaliva fino alla casa

della vera afflizione, dove Cosimo, asciugando le ultime lagrime di

sua moglie, si lasciava rodere il cuore dal proprio segreto. Ma la voce

grossa dei sacerdoti lo richiamava in chiesa, e quello spettacolo nero

gli sembrava una cosa indifferente al paragone della desolazione che

egli aveva visto nel cuore dell’amico.

L’ufficio funebre finì all’improvviso, con un _Amen_ lungo e sonoro,

dopo il quale il silenzio non parve sincero a Silvio; ma gente di lui

più pratica e più vicina alla porta, imboccò l’uscita.

Un momento dopo la contessa Rodriguez De Nardi era sul suo gran carro,

e la banda cittadina sonava quella marcia funebre della _Jone_, che

sembra scritta in sepoltura.

Cominciò la lunga sfilata. La gente che faceva ala al corteo, vedendo

quello spettacolo, esagerava le ricchezze della defunta; e un filosofo

in maniche di camicia assicurava ogni tanto che egli era più ricco

della contessa Rodriguez. Un’ora dopo la defunta aveva finito di

sbalordire Milano col suo fasto. Già molto prima di giungere al

cimitero, la folla si era dispersa, perchè aveva piovuto da poco e il

viale non lastricato era fangoso, ed anche perchè a quell’ora la gente

viva usa far colazione.

E la contessa Veronica rimase là, in uno stanzino chiuso a catenaccio,

ad aspettare che suo figlio venisse a pigliarla per andare in Sardegna.

Nell’uscire ultimo da quello stanzino, parve a Silvio che l’anima

pentita della contessa gli dicesse lo strazio di dover aspettare

là sola, e il rammarico inutile di non aver voluto una sepoltura in

Milano, e la penosa incertezza di non sapere dove avrebbe dormito il

suo lungo sonno.

— Dove la seppelliscono? chiese Angela, alzando il visino bianco e gli

occhi sereni a guardare suo zio.

Silvio rispose che non lo sapeva ancora; e il suo pensiero era già

lontano.

— Andiamo a casa, disse, è tardi.

— Mi riconduci in collegio? chiese Angela; mi avevi promesso di

togliermi di là.... io voglio rimanere con te, sempre con te... vuoi?

Silvio era distratto e guardò il volto soave della fanciulla e poi

lungamente innanzi a sè, prima di rispondere.

— Fra pochi giorni, disse, sarai contenta.

Annetta, che era andata fra le tombe in cerca di un barone suo parente

lontano, per dirgli che essa pensava sempre a lui, raggiunse allora di

corsa il professore e la fanciulla.

— Non l’ho trovato, disse, ma lo troverò.

— Chi sa come si è nascosto bene! osservò Angela.

Silvio la guardò in faccia. Splendeva proprio un’intenzione beffarda

sul viso di Angela, ma senza ombra di cattiveria: era furba Angela, ed

era bella, proprio bella. E Silvio pensò che sua nipote fra pochi anni

avrebbe fatto girare la testa a più di un giovinotto.

Angela aveva cacciato una mano sotto il braccio di suo zio, e gli

camminava al fianco facendo i passi lunghi come una sposina. Sì, come

una sposina, e fu essa stessa a farne l’osservazione.

— Se non avessi il vestito corto, disse ridendo, la gente mi

piglierebbe per tua moglie.

— Pazzerella! rispose Silvio; e guardò stupito nel proprio cuore, dove

seguiva uno strano rimescolio di vecchi sentimenti dimenticati.

Amore ha cent'occhi · 第 14 / 59 题