Lo dicevano tutti: era proprio un peccato che l’abitazione della nobile
contessa Rodriguez De Nardi non fosse distante dalla chiesa di San
Francesco di Paola, almeno tanto da lasciar distendere interamente
la lunga processione di preti, di Stelline, di signore velate, di
servitori in livrea, di poveri colla torcia, di carrozze stemmate e di
carrozzelle da nolo. Tutta la prima parte di quel magnifico funerale
— la parte che sarebbe riuscita più solenne, perchè doveva condurre
la folla, a suon di marcia funebre, dinanzi alla facciata della
chiesa coperta di panno nero a strisce d’argento, a leggere a bocca
aperta una gran scritta che raccomandava al cielo l’anima pia della
defunta — tutta questa prima parte dello spettacolo era sciupata. Dal
portone di casa Rodriguez ai gradini della chiesa non vi erano nemmeno
cento passi! E quando i necrofori si furono avviati lentamente, come
se dovessero fare un lungo viaggio, e dietro a loro i preti e poi
la musica, bisognò far seguire il carro inghirlandato e stemmato e
lasciare che il resto uscisse alla meglio dalla confusione per entrare
in chiesa senza ordine e senza solennità.
In compenso la cerimonia religiosa fu lunga assai; la contessa
Rodriguez de Nardi era entrata in chiesa per l’ultima volta alle 10
del mattino, ed alle 11 vi era ancora folla di curiosi dinanzi ai
gradini per aspettare l’uscita. Il carro nero col baldacchino, coi
cordoni d’argento abbrunato, coi grossi fiocchi, coi pennacchi, colle
ghirlande di semprevivi, coi quattro cavalli coperti di gualdrappe
nere, ricadenti fino a terra, non avrebbe fermato i passanti, se non
avesse portato appesi ai due lati gli stemmi gloriosi dei Rodriguez e
dei De Nardi. Persone di buona volontà, alle quali l’araldica non aveva
mai detto una parola, pur s’ingegnavano di decifrare i segni misteriosi
di quei due scudi, arrischiando le più bizzarre ipotesi, per ingannare
il tempo; ogni tanto qualcuno dava una capata in chiesa e veniva ad
annunziare che si era all’elevazione, all’_ite missa est_, al _Requiem
æternam_; allora dal crocchio degli sfaccendati se ne staccava uno
crollando il capo e dichiarando che non aveva altro tempo da buttar
via.
Nell’interno della chiesa lo spettacolo aveva una solennità di
apparato, che non toccava il cuore; i preti seduti tranquillamente gli
uni in faccia agli altri, negli stalli dell’altare maggiore, cantavano
forte, trascinando certi voci voluminose in cadenze pigre, non mai
finite; uno scaccino fendeva a stento la folla brandendo una seggiola
sopra le teste chine dei devoti, finchè non aveva collocato la sua
mercanzia; un sagrestano andava in giro a fare la questua, facendo
sonare sotto il naso dei fedeli una gran tasca che si veniva empiendo
di soldi, non ostante le distrazioni di chi non aveva spiccioli o non
se li voleva cavare di tasca. Tutto ciò faceva un bizzarro contrasto
colle colonne tappezzate di nero, col catafalco eretto nel mezzo della
chiesa, e con quei lunghi ceri, ardenti intorno alla bara.
Ci era in un canto della chiesa qualcuno che osservava amaramente
queste cose — Silvio; egli era venuto per accompagnare al funerale
la nipotina, che si trovava in compagnia d’Annetta, in mezzo alla
folla di signore; sapeva quanto Angela fosse irrequieta per natura e
l’aveva vista voltare il visino sconfortato; allora aveva pensato di
mandarle una seggiola, come per raccomandarle la pazienza, e infatti
la fanciulla si era messa a sedere e pareva rassegnata alla propria
sorte, perchè non si voltava più. E Silvio, dal suo cantuccio, guardava
e pensava liberamente; immaginava, entro la bara, la salma della
defunta, come se avesse ancora coscienza di quanto si faceva intorno
a lei, e gli pareva che la contessa Veronica dovesse godere di tutta
quella folla, di quei ceri che agitavano le grosse lingue di fiamme,
di quel vocione che ogni tanto intonava il _Dominus vobiscum_ e del
confuso intreccio di voci che rispondeva _et cum spiritu tuo_. Ogni
tanto il pensiero di Silvio usciva di chiesa e risaliva fino alla casa
della vera afflizione, dove Cosimo, asciugando le ultime lagrime di
sua moglie, si lasciava rodere il cuore dal proprio segreto. Ma la voce
grossa dei sacerdoti lo richiamava in chiesa, e quello spettacolo nero
gli sembrava una cosa indifferente al paragone della desolazione che
egli aveva visto nel cuore dell’amico.
L’ufficio funebre finì all’improvviso, con un _Amen_ lungo e sonoro,
dopo il quale il silenzio non parve sincero a Silvio; ma gente di lui
più pratica e più vicina alla porta, imboccò l’uscita.
Un momento dopo la contessa Rodriguez De Nardi era sul suo gran carro,
e la banda cittadina sonava quella marcia funebre della _Jone_, che
sembra scritta in sepoltura.
Cominciò la lunga sfilata. La gente che faceva ala al corteo, vedendo
quello spettacolo, esagerava le ricchezze della defunta; e un filosofo
in maniche di camicia assicurava ogni tanto che egli era più ricco
della contessa Rodriguez. Un’ora dopo la defunta aveva finito di
sbalordire Milano col suo fasto. Già molto prima di giungere al
cimitero, la folla si era dispersa, perchè aveva piovuto da poco e il
viale non lastricato era fangoso, ed anche perchè a quell’ora la gente
viva usa far colazione.
E la contessa Veronica rimase là, in uno stanzino chiuso a catenaccio,
ad aspettare che suo figlio venisse a pigliarla per andare in Sardegna.
Nell’uscire ultimo da quello stanzino, parve a Silvio che l’anima
pentita della contessa gli dicesse lo strazio di dover aspettare
là sola, e il rammarico inutile di non aver voluto una sepoltura in
Milano, e la penosa incertezza di non sapere dove avrebbe dormito il
suo lungo sonno.
— Dove la seppelliscono? chiese Angela, alzando il visino bianco e gli
occhi sereni a guardare suo zio.
Silvio rispose che non lo sapeva ancora; e il suo pensiero era già
lontano.
— Andiamo a casa, disse, è tardi.
— Mi riconduci in collegio? chiese Angela; mi avevi promesso di
togliermi di là.... io voglio rimanere con te, sempre con te... vuoi?
Silvio era distratto e guardò il volto soave della fanciulla e poi
lungamente innanzi a sè, prima di rispondere.
— Fra pochi giorni, disse, sarai contenta.
Annetta, che era andata fra le tombe in cerca di un barone suo parente
lontano, per dirgli che essa pensava sempre a lui, raggiunse allora di
corsa il professore e la fanciulla.
— Non l’ho trovato, disse, ma lo troverò.
— Chi sa come si è nascosto bene! osservò Angela.
Silvio la guardò in faccia. Splendeva proprio un’intenzione beffarda
sul viso di Angela, ma senza ombra di cattiveria: era furba Angela, ed
era bella, proprio bella. E Silvio pensò che sua nipote fra pochi anni
avrebbe fatto girare la testa a più di un giovinotto.
Angela aveva cacciato una mano sotto il braccio di suo zio, e gli
camminava al fianco facendo i passi lunghi come una sposina. Sì, come
una sposina, e fu essa stessa a farne l’osservazione.
— Se non avessi il vestito corto, disse ridendo, la gente mi
piglierebbe per tua moglie.
— Pazzerella! rispose Silvio; e guardò stupito nel proprio cuore, dove
seguiva uno strano rimescolio di vecchi sentimenti dimenticati.