VI.

Quando l’alba luminosa di marzo entrò dalle ampie finestre nella camera

della morta, e impallidirono le candele accese ai lati del letto, due

sole persone facevano la veglia al cadavere — ma una lottava ancora

col sonno, ed era Annetta; l’altra non lottava più da un pezzo, ed era

Geromina.

La contessa Beatrice aveva ceduto alle preghiere del marito, ed

era andata a riposarsi un poco, e Ambrogio aspettava gli ordini del

padrone, il quale da un’ora andava su e giù in una gran sala appartata.

— La commedia è finita! pensava Ambrogio accompagnando mentalmente i

passi del conte, che risonavano nel silenzio con una monotonia severa —

ma che va farneticando ancora?

Alla fine il passo si arrestò dinanzi all’uscio socchiuso, e una voce

rauca disse piano: è ancora lì, signor Ambrogio?

— Signor sì, mi aveva detto di aspettarlo.

— Mi era uscito di mente, scusi.

— Non importa, non ho sonno e non ci è nulla a fare finchè non sia

giorno.

— È giorno, disse semplicemente il conte.

Il vecchio era entrato nella sala, e vedendo il lume che si andava

scolorando alla luce del mattino, si affrettò a spegnerlo. Gli parve

allora che si cancellasse, con quel pallido bagliore, l’ultima traccia

della melanconia notturna.

Si spensero sui mobili i riflessi sanguigni; dove erano ombre si

accesero nuove luci, la zona luminosa si allargò ed invase tutto lo

spazio dal pavimento al soffitto.

Ma le prime parole del conte diedero una crudele mentita al pensiero

di Ambrogio; e pure gli parvero meno amare e più serene in quella sala

interamente trasformata.

— La commedia non è finita ancora! disse Cosimo, tocca a lei, Ambrogio,

una parte tediosa.

— Sono qua, rispose il vecchio.

— È stato nella camera di mia madre, stanotte?

— Due volte, disse Ambrogio, abbassando la voce.

Non disse altro. Nel breve silenzio che seguì, il conte Cosimo domandò

evidentemente se sua madre era proprio morta, se non si era svegliata

nella notte, e Ambrogio rispose che la contessa non si sveglierebbe mai

più.

Ma non parlarono.

— Vada prima di tutto ad avvertire Silvio; gli dica di venir subito,

che ho bisogno di lui; poi vada al Municipio a dichiarare la morte

della contessa e ordinare un funerale di prima classe. Dal Municipio

si rechi alla parrocchia di S. Francesco e faccia preparare un servizio

funebre.

— Di prima classe, disse Ambrogio senza speranza d’essere contradetto.

Il conte accennò di sì col capo, e tirò innanzi.

— Provveda perchè ai funerali intervengano le Stelline e la musica...

— Le Stelline? chiese Ambrogio, tutte?

— Tutte.

— Canteranno? domandò Ambrogio, tanto per dire qualche cosa.

— Credo di sì, Ambrogio; ma se è necessario pagare perchè cantino,

lei paghi. Ai poveri della parrocchia che seguiranno il corteo, la

torcia...

— La torcia... ripetè il vecchio.

— Faccia preparare la ghirlanda di semprevivi per la bara.

— La ghirlanda.

— La doppia bara di zinco.

— Di zinco.

— E s’informi bene delle pratiche che s’hanno a fare per ottenere il

permesso di trasportare il cadavere in Sardegna.

Ambrogio questa volta non ripetè nulla, era senza fiato addirittura.

Tante istruzioni penose pareva che avessero affaticato molto il povero

conte, perchè egli ansimava, e stette un po’ in silenzio, a capo basso,

prima di soggiungere:

— Faccia attaccare la carrozza; si spiccerà più presto. Non ho

dimenticato nulla, Ambrogio? Ci pensi un poco lei... ho la testa così

confusa.

— Farò stampare le partecipazioni... andrò io stesso alla tipografia.

— È vero, ci avevo già pensato; ho preparato la formula, eccola.

Ambrogio seguì lo sguardo del conte e vide sopra un tavolino un foglio

piegato; lo prese, lo aprì, lo richiuse senza leggerlo.

— Faccia anche stampare i nostri biglietti di visita, la carta da

lettere e le buste da lutto.

— Bisognerà anche chiamare il sarto, sospirò il vecchio.

— E la sarta... povero Ambrogio! potrà far tutto? Ah! dimenticavo

il più importante; bisogna avvertire il dottor Parolini, notaio,

perchè venga domani a dar lettura del testamento, alla presenza degli

interessati...

— Il notaio.... il testamento.... balbettò Ambrogio.... Ma la signora

contessa...

— Mia madre ha fatto testamento, l’altro giorno; lei lo sa, perchè fu

uno dei testimoni...

— E vossignoria intende? cominciò Ambrogio, ma non ebbe cuore di

proseguire, perchè la pietà gli faceva nodo alla gola e gli empiva il

petto di singhiozzi.

— Vado, disse con voce catarrosa — ma non si moveva; solo quando il

conte Cosimo, senza più guardare il vecchio amico, ebbe ripreso, in

quel camerone melanconico, il suo lungo viaggio attraverso il dolore,

solo allora Ambrogio volse le spalle ed uscì in silenzio, come un

fantasma. Ma prima d’andar fuori di casa, intanto che si attaccava

il legno, volle vedere la camera della morta. Anche là dentro era

entrata la bella luce dell’alba, ad imbiancare ogni cosa; le due

candele gettavano a stento un riflesso rossigno sul lenzuolo, che

copriva il cadavere della contessa Veronica e sul damasco giallo del

parato. Annetta aveva finito coll’addormentarsi nelle braccia d’una

poltroncina, e Geromina, chiusa in uno stretto vano, fra due grandi

armadi, colle spalle addossate alle parete, sembrava impietrita dal

sonno. Tutto in giro alla sala, i grandi personaggi della razza spenta,

dimenticati a terra fino a quel momento e avvolti dall’ombra, avevano

l’aria di volersi celare nel loro fondo nero, e di non potervi riuscire

per causa delle cornici verdi. Il solo vescovo Giaime De Nardi,

stando sulla seggiola in cui l’avevano messo e ricevendo la luce dalla

finestra accanto, benediceva ancora l’ultima morta della sua famiglia.

Quella mostra di antenati a quell’ora e in quel luogo parve ad Ambrogio

un’ironia crudele, e intraprese egli stesso l’opera di trasportarli

altrove ad uno ad uno.

Il rumore svegliò Annetta, la quale si stropicciò gli occhi con

grande naturalezza, balzò in piedi, tentennò alquanto, poi disse

con misterioso accento: — Gran Dio! il brutto sogno che ho fatto! mi

volevano far confessare che la contessa era morta, ed io soffriva la

tortura per sostenere che non era vero niente. A che cosa ha servito?

dica lei, signor Ambrogio, a che cosa ha servito?

Il vecchio guardava senza rispondere.

— A nulla, conchiuse Annetta con mistero crescente, la povera anima ci

ha proprio lasciati, se n’è andata.

Essa si arrestò a queste parole, come se improvvisamente le venisse

rivelato un loro significato riposto; con un lungo sguardo alla

finestra accompagnò un tratto la povera anima che se n’era andata,

poi si offrì d’aiutare Ambrogio a trasportare di là il vescovo Giaime

rimasto ultimo.

La notizia della morte della contessa Veronica doveva essere uscita

di casa prima assai di Ambrogio, perchè quando il vecchio scendeva

le scale, si incontrò faccia a faccia con Silvio, che saliva

frettolosamente.

Il professore si arrestò ansimante, poi fece una di quelle mezze

interrogazioni, che non aspettano risposta.

— Dunque? disse.

— Ieri notte alle dieci, rispose Ambrogio.

Ed aggiunse:

— Vado per la dichiarazione di morte, per il funerale, per il lutto...

venivo anche da lei; il signor conte lo aspetta.

— Dov’è?

— Nella sala verde.

— La contessa Beatrice?

— È andata a riposare..... ha vegliato fino ad ora tarda.

— Addio, Ambrogio.

Silvio salì frettolosamente gli ultimi gradini, entrò in casa del

conte, facendosi appena vedere ad un servo in anticamera, e si avviò

difilato alla sala verde.

Sull’uscio si arrestò; si udiva rumore di passi sul pavimento sonoro;

il conte ruminava ancora, qualche cattiva idea forse, e tanto era

assorto in essa, che alla prima non udì la voce dell’amico che lo

chiamava per nome. — Cosimo! Cosimo! — ripetè Silvio stando sull’uscio.

Il conte Rodriguez si volse, e senza dir parola venne a buttarsi nelle

braccia dell’amico. Dopo un breve silenzio: — Ti aspettavo, disse.

Sedettero l’uno accanto all’altro sopra un divano, e Silvio lesse in

faccia all’amico qualche cosa che non si aspettava di trovarvi anche

dopo la temuta catastrofe. — Sarà la veglia — pensò, e lo disse.

— Non hai riposato stanotte?

— No, rispose il conte, non avrei potuto chiudere occhio; ho lavorato

un’ora a far conti, poi ho passeggiato fino all’alba.

— Conti? mormorò Silvio.

— Sì, amico; finchè viveva mia madre, rimaneva una partita aperta; ora

l’ho chiusa...

Abbassò il capo sul petto, poi rialzandolo risolutamente, ripigliò:

— Non è più ora di misteri; ho finito di mentire; e ti aspettavo

appunto per dirti tutto.

— Tutto?...

— In due parole: sono rovinato!

Nel silenzio penoso che seguì a questa rivelazione, si udì il respiro

di quei due petti scaldati dall’amicizia. Fu ancora Cosimo che riprese

a dire con voce pacata e monotona, in cui non vibrava nemmeno più la

corda dell’amarezza:

— Sì, amico, sono rovinato; tu ne sospettasti qualche cosa il giorno

che fu annunziato lo scioglimento del Banco Universale. Tu sai come

andò quel triste negozio. Mia madre non ci ha colpa, era stata tentata

con arte a sottoscrivere molte azioni; non mi vanto di averci visto più

chiaro di lei; ebbi fede anche io nella nuova istituzione; le azioni

si vendettero con un premio quasi prima dell’emissione, perchè la

speculazione le aveva accaparrate; pochi mesi dopo il Banco si chiudeva

per difetti di amministrazione. Il premio, che rappresentava un terzo

del capitale, era sfumato. Mia madre perdette in quell’occasione più di

cento mila lire, ma le perdette allegramente, perchè si credeva sempre

milionaria. Aveva il suo denaro collocato in mani sicure, diceva lei, —

non sapeva che due dei suoi debitori non le pagavano più gli interessi

e non le pagherebbero il capitale, perchè avevano fallito entrambi.

— Bisognava dirle... sfuggì a Silvio.

— Silvio mio, gli rispose prontamente Cosimo, ponendogli le mani sugli

omeri; Silvio mio, quando mi provai a dirle qualche cosa, rise del

mio sgomento; e quando volli toccare il fondo della nostra disgrazia,

mi sgomentai io stesso, perchè vidi una rovina irrimediabile; sopra

i terreni, sul palazzo di Ploaghe, sul mulino, sugli oliveti, sugli

orti, su ogni cosa pesavano delle ipoteche antiche, che si mangiavano

le rendite; i terreni, gli oliveti, gli orti e il resto abbandonati

laggiù deperivano; una metà dei fitti non ci era pagata, l’esattore e

le riparazioni si pigliavano l’altra metà. Io vidi il male e vidi pure

il rimedio....

— Andare in Sardegna, disse Silvio, ripigliare l’amministrazione...

— Appunto, disse Cosimo colla inalterabile monotonia dell’accento,

appunto; andare in Sardegna, amministrare i propri beni, vivere alcuni

anni facendo economia e ricuperare il patrimonio dell’antica casa

De Nardi; io voleva far questo, ma mia madre si oppose all’idea di

abbandonare Milano; non sapeva come si potesse vivere a Sassari od a

Ploaghe. Mi ordinò di vendere qualche cosa per rattoppare il resto;

e rise ancora, la poveretta, rise delle mie paure. Ma non era un riso

sano, nè forse sincero. Pochi giorni dopo ebbe il primo segnale della

tremenda malattia, che doveva inchiodarla sul letto per un anno. E

allora, amico, non si parlò più di miserie: ho lasciato che morisse

tranquillamente nel suo inganno; le cose, te lo puoi immaginare, non

si sono migliorate in questo tempo; il palazzo di Ploaghe è vuoto;

dei vecchi mobili di casa De Nardi ho salvato appena gli antenati di

mia madre; sono qua, li vedrai; spero che essi l’abbiano consolata

nell’agonia, più di suo figlio. I terreni di Ploaghe sono venduti; a

Sorso non ci rimane più nulla; ma abbiamo ancora una falda di monte ad

Iglesias, la casa di mio padre a Florinas e qualche terreno; su tutto

pesano ancora delle ipoteche; non ci mancano crediti inesigibili;

aggiungi un capitale di cinquanta mila lire in cedole nominative

e poco meno di trenta mila lire in denaro che Ambrogio ha ricavato

vendendo tutti i mobili di casa al signor Cilecca, col patto di non

ritirarli..... se non dopo la morte di mia madre.

Dicendo queste ultime parole, Cosimo si coprì la faccia colle mani.

— Non vi era rimedio, soggiunse con voce sorda, bisognava far denaro

in qualche modo, per le spese d’ogni giorno, e anche per quelle del

funerale.... che non potevano tardare, ce lo assicurava il medico.

— Amico mio, cominciò a dire Silvio; amico mio, coraggio...

— Ne ho, rispose il conte con fermezza; il coraggio non mi è mancato

quando era difficile averne; al capezzale di quella povera donna che

soffriva, che mi parlava dell’avvenire colla fiducia d’una bambina

e si pagava ogni giorno un capriccio di falsa milionaria allora ci

voleva coraggio per tacere, per sorridere, per aspettare la morte senza

aggiungervi nemmeno l’ombra d’un desiderio. Questo coraggio l’ho avuto.

Silvio stringeva la mano dell’amico, ma ancora non sapeva trovar parole.

— Mia madre è morta e quel che mi rimane a fare è facile al paragone,

disse il conte ripigliando la sua pacatezza; ho fatto chiamare il

notaio, domani si leggerà il testamento della contessa De Nardi.

— Il testamento?...

— Non aver timore, l’erede universale sono io stesso; i piccoli legati

ai suoi amici ed ai suoi servi sono già entrati nel mio conto; li so a

memoria; credo di non averne dimenticato alcuno; domani faremo pure il

funerale e doman l’altro le valigie.... perchè noi partiremo, amico,

lasceremo questa gran città, a cui ci siamo fatti credere milionari e

che si è vendicata affrettando la nostra rovina.

— E dove andrete?

— Me lo chiedi?

— In Sardegna?

— Sì, verremo teco; quando ti proponi di partire con Angela?

— Noi siamo pronti.... disse Silvio; ma se dobbiamo partire per non

ritornare forse mai più, la cosa muta; qualche giorno ancora.

— Qualche giorno mi basta.

— E Giorgio? domandò Cosimo, mentre Silvio chiedeva: — E la contessa

Beatrice?

La faccia del conte si oscurò.

— Va di mala voglia in Sardegna? insistè Silvio cercando di leggere il

pensiero dell’amico. Non ha torto; non è la sua patria; ed è l’ignoto

per lei.

Ma Cosimo aveva abbassato il capo sul petto e non rispondeva.

— Che cosa ci è? domandò allora Silvio abbassando la voce.

— Ci è, disse il conte, rialzando il capo e stringendo le braccia

dell’amico colle mani tremanti, ci è che Beatrice non sa nulla; ci è

che essa ha vissuto finora come un uccelletto prigioniero, empiendo

di canti la sua gabbia dorata, e della vita non conosce se non ciò che

si può vedere in teatro, nelle sale dell’aristocrazia, e sulle vie...

attraversandole di trotto in carrozza.

— Tua moglie ha buon senso... osservò Silvio.

— Non dico il contrario, e mia madre non aveva forse buon senso? Una

cosa è il criterio, e un’altra la volontà. Che cosa può volere mia

moglie, lo sai tu? Come accoglierà essa la notizia che non siamo più

milionari, te lo immagini tu?

— Bisognava dirglielo prima, osservò Silvio, bisognava prepararla.

— Bravo! così dicevo anch’io, ogni giorno: «bisogna dirglielo, bisogna

prepararla;» ma poi la vedevo spensierata e sorridente accanto al

dolore e mi mancava il coraggio di far tacere quella musica e di

spegnere anche quel po’ di luce intorno a me. Sono stato un egoista,

non lo nego. Del resto in questi ultimi mesi Beatrice era più di mia

madre che mia; la povera paralitica me l’aveva presa. Ero paralitico

anch’io, perchè tutte le mie speranza erano morte; ma io rappresentai

la commedia dell’uomo sano, e forse mi sembrò virtù soffrire senza

guastare la spensieratezza di mia moglie, che tanto tanto non avrebbe

potuto darmi alcun rimedio.

— Dov’è ora?

— Dorme, ed io mi sono appostato qui, aspettando che si svegli e che

mi venga incontro sbigottita ancora dallo spettacolo della morte, per

dirle che si prepari a vedere altre cose orrende.

— Non si può nasconderle ancora?...

— Il signor Cilecca verrà certamente domani a prendersi la sua roba.

— Finchè la contessa non sia partita gli vieteremo l’ingresso.

— A chi vuol vietare l’ingresso, signor Silvio? domandò Beatrice

entrando improvisamente.

— Buon giorno, contessa, disse Silvio un po’ turbato, come sta?

Beatrice non aveva negli occhi e nel sorriso la luce d’ogni giorno;

sorrideva e guardava con una certa stanchezza, e nella faccia pallida

le si vedevano le tracce d’una notte insonne ed agitata.

Cosimo, venendole incontro amorosamente, pensò che per quella creatura

fragile cominciava il mattino d’un lungo giorno melanconico, fra le

privazioni e la solitudine, in un paese non suo, e si sentì mancare

un’altra volta il coraggio di dirle tutto.

— Sto bene, disse la contessa, cercando una seggiola intorno a sè, ma

mi sono levata or ora e mi sento già stanca.

Cosimo e Silvio si precipitarono ciascuno ad offrirle una poltrona, e

questa premura di due uomini che le volevano bene, fece sorridere la

pallida donnina.

— Dunque, disse poi facendo uno sforzo visibile sopra sè stessa,

dunque, a chi voleva vietare l’ingresso, signor Silvio?

— Al dolore, alla sventura, alla noia, a tutte le cose brutte e

tediose per non lasciar entrare in casa nostra, che la pace, il lavoro,

l’affetto.

— E tutto questo dove?

— In casa nostra, in Sardegna. Noi ce ne andiamo in Sardegna, contessa

Beatrice; Angela ed io siamo pronti; stavo tentando suo marito..... ma

non ne vuol sapere...

— È vero che non ne vuoi sapere? domandò Beatrice guardando la punta

del proprio stivaletto, ed aspettando la risposta a capo chino.

— Non ho detto nè sì nè no; e se tu avessi tardato un poco a venire,

avrei detto forse sì; un viaggio in Sardegna lo dobbiamo fare; ma non

sarà un viaggio allegro, come lo immagina Silvio.

— Lei non sa, disse Beatrice a Silvio, che la povera mamma vuole essere

sepolta in Sardegna, in una delle sue terre; dovremo accompagnarla.

— La contessa Veronica?... domandò il professore.

— Ha ordinato così nel suo testamento.

— Nel suo testamento...

Il professore mandò giù il rimanente di quanto stava per dire.

— E allora tanto meglio, disse, faremo una piccola carovana; si andrà

in Sardegna tutti insieme, e chi sa che la contessa Beatrice non

s’innamori di quei luoghi e non si appassioni al nostro disegno...

— Qual è il loro disegno? dimandò Beatrice fissando lo sguardo in

faccia al marito, ma ritirandolo subito.

— Di farci agricoltori... non è vero, Cosimo? industriali

all’occorrenza, commercianti se si darà l’occasione, di dar l’esempio

dell’operosità e del coraggio...

— Del coraggio? ripetè Beatrice senza alzare il capo.

— Dico per dire... dell’operosità soltanto, dell’operosità senza

coraggio...

— E a chi s’ha a dare questo esempio?

— Agli oziosi, agli inerti, agli eterni scontenti — anche in Sardegna

ce ne è più di uno.

— Ed è questo il tuo disegno? domandò la giovine donna rivolgendosi

finalmente al marito.

— È il mio, rispose Silvio; mi sembra venuta l’ora di far servire quel

poco che ho studiato a qualche cosa; devo andare in Sardegna e credo

che vi rimarrò.

— E che bisogno ha lei di far servire quello che ha studiato a

qualche cosa? domandò Beatrice con una ingenuità, che poteva sembrare

esagerata, non è ricco lei?

La domanda offrì a Cosimo una risposta, ed egli la fece prontamente,

rubando le parole di bocca a Silvio.

— La Sardegna ha un tarlo, ed è che la gente fornita d’un po’ di

cultura non conosce il bisogno; i veri bisognosi sono pochi; ignoranti

e schiavi dei pregiudizi. Arricchirsi in Sardegna è un’opera buona;

perchè vi è quasi impossibile far danaro senza insegnare qualche cosa a

chi sta a guardare.

Cosimo pronunziò queste parole con una vivacità, di cui fu

impressionato egli stesso.

— Andremo in Sardegna, disse semplicemente Beatrice.

Tanta docilità stupiva i due amici, che non vi erano preparati. Per

un poco nissuno trovò parole, e fu ancora Beatrice la prima a porgere

la mano alla conversazione sviata. Lo fece in un modo poco allegro

veramente, ma il più naturale.

— Vorrei _vederla_, disse, e ognuno intese di chi parlava; quando me ne

dimentico un momento, mi sembra di essere un’ingrata.

S’avviarono tutti e tre alla camera della morta, ma prima di lasciare

la sala verde, Silvio, con uno sguardo, fece intendere all’amico che

era meglio non dir nulla ancora.

Amore ha cent'occhi · 第 13 / 59 题