Quando l’alba luminosa di marzo entrò dalle ampie finestre nella camera
della morta, e impallidirono le candele accese ai lati del letto, due
sole persone facevano la veglia al cadavere — ma una lottava ancora
col sonno, ed era Annetta; l’altra non lottava più da un pezzo, ed era
Geromina.
La contessa Beatrice aveva ceduto alle preghiere del marito, ed
era andata a riposarsi un poco, e Ambrogio aspettava gli ordini del
padrone, il quale da un’ora andava su e giù in una gran sala appartata.
— La commedia è finita! pensava Ambrogio accompagnando mentalmente i
passi del conte, che risonavano nel silenzio con una monotonia severa —
ma che va farneticando ancora?
Alla fine il passo si arrestò dinanzi all’uscio socchiuso, e una voce
rauca disse piano: è ancora lì, signor Ambrogio?
— Signor sì, mi aveva detto di aspettarlo.
— Mi era uscito di mente, scusi.
— Non importa, non ho sonno e non ci è nulla a fare finchè non sia
giorno.
— È giorno, disse semplicemente il conte.
Il vecchio era entrato nella sala, e vedendo il lume che si andava
scolorando alla luce del mattino, si affrettò a spegnerlo. Gli parve
allora che si cancellasse, con quel pallido bagliore, l’ultima traccia
della melanconia notturna.
Si spensero sui mobili i riflessi sanguigni; dove erano ombre si
accesero nuove luci, la zona luminosa si allargò ed invase tutto lo
spazio dal pavimento al soffitto.
Ma le prime parole del conte diedero una crudele mentita al pensiero
di Ambrogio; e pure gli parvero meno amare e più serene in quella sala
interamente trasformata.
— La commedia non è finita ancora! disse Cosimo, tocca a lei, Ambrogio,
una parte tediosa.
— Sono qua, rispose il vecchio.
— È stato nella camera di mia madre, stanotte?
— Due volte, disse Ambrogio, abbassando la voce.
Non disse altro. Nel breve silenzio che seguì, il conte Cosimo domandò
evidentemente se sua madre era proprio morta, se non si era svegliata
nella notte, e Ambrogio rispose che la contessa non si sveglierebbe mai
più.
Ma non parlarono.
— Vada prima di tutto ad avvertire Silvio; gli dica di venir subito,
che ho bisogno di lui; poi vada al Municipio a dichiarare la morte
della contessa e ordinare un funerale di prima classe. Dal Municipio
si rechi alla parrocchia di S. Francesco e faccia preparare un servizio
funebre.
— Di prima classe, disse Ambrogio senza speranza d’essere contradetto.
Il conte accennò di sì col capo, e tirò innanzi.
— Provveda perchè ai funerali intervengano le Stelline e la musica...
— Le Stelline? chiese Ambrogio, tutte?
— Tutte.
— Canteranno? domandò Ambrogio, tanto per dire qualche cosa.
— Credo di sì, Ambrogio; ma se è necessario pagare perchè cantino,
lei paghi. Ai poveri della parrocchia che seguiranno il corteo, la
torcia...
— La torcia... ripetè il vecchio.
— Faccia preparare la ghirlanda di semprevivi per la bara.
— La ghirlanda.
— La doppia bara di zinco.
— Di zinco.
— E s’informi bene delle pratiche che s’hanno a fare per ottenere il
permesso di trasportare il cadavere in Sardegna.
Ambrogio questa volta non ripetè nulla, era senza fiato addirittura.
Tante istruzioni penose pareva che avessero affaticato molto il povero
conte, perchè egli ansimava, e stette un po’ in silenzio, a capo basso,
prima di soggiungere:
— Faccia attaccare la carrozza; si spiccerà più presto. Non ho
dimenticato nulla, Ambrogio? Ci pensi un poco lei... ho la testa così
confusa.
— Farò stampare le partecipazioni... andrò io stesso alla tipografia.
— È vero, ci avevo già pensato; ho preparato la formula, eccola.
Ambrogio seguì lo sguardo del conte e vide sopra un tavolino un foglio
piegato; lo prese, lo aprì, lo richiuse senza leggerlo.
— Faccia anche stampare i nostri biglietti di visita, la carta da
lettere e le buste da lutto.
— Bisognerà anche chiamare il sarto, sospirò il vecchio.
— E la sarta... povero Ambrogio! potrà far tutto? Ah! dimenticavo
il più importante; bisogna avvertire il dottor Parolini, notaio,
perchè venga domani a dar lettura del testamento, alla presenza degli
interessati...
— Il notaio.... il testamento.... balbettò Ambrogio.... Ma la signora
contessa...
— Mia madre ha fatto testamento, l’altro giorno; lei lo sa, perchè fu
uno dei testimoni...
— E vossignoria intende? cominciò Ambrogio, ma non ebbe cuore di
proseguire, perchè la pietà gli faceva nodo alla gola e gli empiva il
petto di singhiozzi.
— Vado, disse con voce catarrosa — ma non si moveva; solo quando il
conte Cosimo, senza più guardare il vecchio amico, ebbe ripreso, in
quel camerone melanconico, il suo lungo viaggio attraverso il dolore,
solo allora Ambrogio volse le spalle ed uscì in silenzio, come un
fantasma. Ma prima d’andar fuori di casa, intanto che si attaccava
il legno, volle vedere la camera della morta. Anche là dentro era
entrata la bella luce dell’alba, ad imbiancare ogni cosa; le due
candele gettavano a stento un riflesso rossigno sul lenzuolo, che
copriva il cadavere della contessa Veronica e sul damasco giallo del
parato. Annetta aveva finito coll’addormentarsi nelle braccia d’una
poltroncina, e Geromina, chiusa in uno stretto vano, fra due grandi
armadi, colle spalle addossate alle parete, sembrava impietrita dal
sonno. Tutto in giro alla sala, i grandi personaggi della razza spenta,
dimenticati a terra fino a quel momento e avvolti dall’ombra, avevano
l’aria di volersi celare nel loro fondo nero, e di non potervi riuscire
per causa delle cornici verdi. Il solo vescovo Giaime De Nardi,
stando sulla seggiola in cui l’avevano messo e ricevendo la luce dalla
finestra accanto, benediceva ancora l’ultima morta della sua famiglia.
Quella mostra di antenati a quell’ora e in quel luogo parve ad Ambrogio
un’ironia crudele, e intraprese egli stesso l’opera di trasportarli
altrove ad uno ad uno.
Il rumore svegliò Annetta, la quale si stropicciò gli occhi con
grande naturalezza, balzò in piedi, tentennò alquanto, poi disse
con misterioso accento: — Gran Dio! il brutto sogno che ho fatto! mi
volevano far confessare che la contessa era morta, ed io soffriva la
tortura per sostenere che non era vero niente. A che cosa ha servito?
dica lei, signor Ambrogio, a che cosa ha servito?
Il vecchio guardava senza rispondere.
— A nulla, conchiuse Annetta con mistero crescente, la povera anima ci
ha proprio lasciati, se n’è andata.
Essa si arrestò a queste parole, come se improvvisamente le venisse
rivelato un loro significato riposto; con un lungo sguardo alla
finestra accompagnò un tratto la povera anima che se n’era andata,
poi si offrì d’aiutare Ambrogio a trasportare di là il vescovo Giaime
rimasto ultimo.
La notizia della morte della contessa Veronica doveva essere uscita
di casa prima assai di Ambrogio, perchè quando il vecchio scendeva
le scale, si incontrò faccia a faccia con Silvio, che saliva
frettolosamente.
Il professore si arrestò ansimante, poi fece una di quelle mezze
interrogazioni, che non aspettano risposta.
— Dunque? disse.
— Ieri notte alle dieci, rispose Ambrogio.
Ed aggiunse:
— Vado per la dichiarazione di morte, per il funerale, per il lutto...
venivo anche da lei; il signor conte lo aspetta.
— Dov’è?
— Nella sala verde.
— La contessa Beatrice?
— È andata a riposare..... ha vegliato fino ad ora tarda.
— Addio, Ambrogio.
Silvio salì frettolosamente gli ultimi gradini, entrò in casa del
conte, facendosi appena vedere ad un servo in anticamera, e si avviò
difilato alla sala verde.
Sull’uscio si arrestò; si udiva rumore di passi sul pavimento sonoro;
il conte ruminava ancora, qualche cattiva idea forse, e tanto era
assorto in essa, che alla prima non udì la voce dell’amico che lo
chiamava per nome. — Cosimo! Cosimo! — ripetè Silvio stando sull’uscio.
Il conte Rodriguez si volse, e senza dir parola venne a buttarsi nelle
braccia dell’amico. Dopo un breve silenzio: — Ti aspettavo, disse.
Sedettero l’uno accanto all’altro sopra un divano, e Silvio lesse in
faccia all’amico qualche cosa che non si aspettava di trovarvi anche
dopo la temuta catastrofe. — Sarà la veglia — pensò, e lo disse.
— Non hai riposato stanotte?
— No, rispose il conte, non avrei potuto chiudere occhio; ho lavorato
un’ora a far conti, poi ho passeggiato fino all’alba.
— Conti? mormorò Silvio.
— Sì, amico; finchè viveva mia madre, rimaneva una partita aperta; ora
l’ho chiusa...
Abbassò il capo sul petto, poi rialzandolo risolutamente, ripigliò:
— Non è più ora di misteri; ho finito di mentire; e ti aspettavo
appunto per dirti tutto.
— Tutto?...
— In due parole: sono rovinato!
Nel silenzio penoso che seguì a questa rivelazione, si udì il respiro
di quei due petti scaldati dall’amicizia. Fu ancora Cosimo che riprese
a dire con voce pacata e monotona, in cui non vibrava nemmeno più la
corda dell’amarezza:
— Sì, amico, sono rovinato; tu ne sospettasti qualche cosa il giorno
che fu annunziato lo scioglimento del Banco Universale. Tu sai come
andò quel triste negozio. Mia madre non ci ha colpa, era stata tentata
con arte a sottoscrivere molte azioni; non mi vanto di averci visto più
chiaro di lei; ebbi fede anche io nella nuova istituzione; le azioni
si vendettero con un premio quasi prima dell’emissione, perchè la
speculazione le aveva accaparrate; pochi mesi dopo il Banco si chiudeva
per difetti di amministrazione. Il premio, che rappresentava un terzo
del capitale, era sfumato. Mia madre perdette in quell’occasione più di
cento mila lire, ma le perdette allegramente, perchè si credeva sempre
milionaria. Aveva il suo denaro collocato in mani sicure, diceva lei, —
non sapeva che due dei suoi debitori non le pagavano più gli interessi
e non le pagherebbero il capitale, perchè avevano fallito entrambi.
— Bisognava dirle... sfuggì a Silvio.
— Silvio mio, gli rispose prontamente Cosimo, ponendogli le mani sugli
omeri; Silvio mio, quando mi provai a dirle qualche cosa, rise del
mio sgomento; e quando volli toccare il fondo della nostra disgrazia,
mi sgomentai io stesso, perchè vidi una rovina irrimediabile; sopra
i terreni, sul palazzo di Ploaghe, sul mulino, sugli oliveti, sugli
orti, su ogni cosa pesavano delle ipoteche antiche, che si mangiavano
le rendite; i terreni, gli oliveti, gli orti e il resto abbandonati
laggiù deperivano; una metà dei fitti non ci era pagata, l’esattore e
le riparazioni si pigliavano l’altra metà. Io vidi il male e vidi pure
il rimedio....
— Andare in Sardegna, disse Silvio, ripigliare l’amministrazione...
— Appunto, disse Cosimo colla inalterabile monotonia dell’accento,
appunto; andare in Sardegna, amministrare i propri beni, vivere alcuni
anni facendo economia e ricuperare il patrimonio dell’antica casa
De Nardi; io voleva far questo, ma mia madre si oppose all’idea di
abbandonare Milano; non sapeva come si potesse vivere a Sassari od a
Ploaghe. Mi ordinò di vendere qualche cosa per rattoppare il resto;
e rise ancora, la poveretta, rise delle mie paure. Ma non era un riso
sano, nè forse sincero. Pochi giorni dopo ebbe il primo segnale della
tremenda malattia, che doveva inchiodarla sul letto per un anno. E
allora, amico, non si parlò più di miserie: ho lasciato che morisse
tranquillamente nel suo inganno; le cose, te lo puoi immaginare, non
si sono migliorate in questo tempo; il palazzo di Ploaghe è vuoto;
dei vecchi mobili di casa De Nardi ho salvato appena gli antenati di
mia madre; sono qua, li vedrai; spero che essi l’abbiano consolata
nell’agonia, più di suo figlio. I terreni di Ploaghe sono venduti; a
Sorso non ci rimane più nulla; ma abbiamo ancora una falda di monte ad
Iglesias, la casa di mio padre a Florinas e qualche terreno; su tutto
pesano ancora delle ipoteche; non ci mancano crediti inesigibili;
aggiungi un capitale di cinquanta mila lire in cedole nominative
e poco meno di trenta mila lire in denaro che Ambrogio ha ricavato
vendendo tutti i mobili di casa al signor Cilecca, col patto di non
ritirarli..... se non dopo la morte di mia madre.
Dicendo queste ultime parole, Cosimo si coprì la faccia colle mani.
— Non vi era rimedio, soggiunse con voce sorda, bisognava far denaro
in qualche modo, per le spese d’ogni giorno, e anche per quelle del
funerale.... che non potevano tardare, ce lo assicurava il medico.
— Amico mio, cominciò a dire Silvio; amico mio, coraggio...
— Ne ho, rispose il conte con fermezza; il coraggio non mi è mancato
quando era difficile averne; al capezzale di quella povera donna che
soffriva, che mi parlava dell’avvenire colla fiducia d’una bambina
e si pagava ogni giorno un capriccio di falsa milionaria allora ci
voleva coraggio per tacere, per sorridere, per aspettare la morte senza
aggiungervi nemmeno l’ombra d’un desiderio. Questo coraggio l’ho avuto.
Silvio stringeva la mano dell’amico, ma ancora non sapeva trovar parole.
— Mia madre è morta e quel che mi rimane a fare è facile al paragone,
disse il conte ripigliando la sua pacatezza; ho fatto chiamare il
notaio, domani si leggerà il testamento della contessa De Nardi.
— Il testamento?...
— Non aver timore, l’erede universale sono io stesso; i piccoli legati
ai suoi amici ed ai suoi servi sono già entrati nel mio conto; li so a
memoria; credo di non averne dimenticato alcuno; domani faremo pure il
funerale e doman l’altro le valigie.... perchè noi partiremo, amico,
lasceremo questa gran città, a cui ci siamo fatti credere milionari e
che si è vendicata affrettando la nostra rovina.
— E dove andrete?
— Me lo chiedi?
— In Sardegna?
— Sì, verremo teco; quando ti proponi di partire con Angela?
— Noi siamo pronti.... disse Silvio; ma se dobbiamo partire per non
ritornare forse mai più, la cosa muta; qualche giorno ancora.
— Qualche giorno mi basta.
— E Giorgio? domandò Cosimo, mentre Silvio chiedeva: — E la contessa
Beatrice?
La faccia del conte si oscurò.
— Va di mala voglia in Sardegna? insistè Silvio cercando di leggere il
pensiero dell’amico. Non ha torto; non è la sua patria; ed è l’ignoto
per lei.
Ma Cosimo aveva abbassato il capo sul petto e non rispondeva.
— Che cosa ci è? domandò allora Silvio abbassando la voce.
— Ci è, disse il conte, rialzando il capo e stringendo le braccia
dell’amico colle mani tremanti, ci è che Beatrice non sa nulla; ci è
che essa ha vissuto finora come un uccelletto prigioniero, empiendo
di canti la sua gabbia dorata, e della vita non conosce se non ciò che
si può vedere in teatro, nelle sale dell’aristocrazia, e sulle vie...
attraversandole di trotto in carrozza.
— Tua moglie ha buon senso... osservò Silvio.
— Non dico il contrario, e mia madre non aveva forse buon senso? Una
cosa è il criterio, e un’altra la volontà. Che cosa può volere mia
moglie, lo sai tu? Come accoglierà essa la notizia che non siamo più
milionari, te lo immagini tu?
— Bisognava dirglielo prima, osservò Silvio, bisognava prepararla.
— Bravo! così dicevo anch’io, ogni giorno: «bisogna dirglielo, bisogna
prepararla;» ma poi la vedevo spensierata e sorridente accanto al
dolore e mi mancava il coraggio di far tacere quella musica e di
spegnere anche quel po’ di luce intorno a me. Sono stato un egoista,
non lo nego. Del resto in questi ultimi mesi Beatrice era più di mia
madre che mia; la povera paralitica me l’aveva presa. Ero paralitico
anch’io, perchè tutte le mie speranza erano morte; ma io rappresentai
la commedia dell’uomo sano, e forse mi sembrò virtù soffrire senza
guastare la spensieratezza di mia moglie, che tanto tanto non avrebbe
potuto darmi alcun rimedio.
— Dov’è ora?
— Dorme, ed io mi sono appostato qui, aspettando che si svegli e che
mi venga incontro sbigottita ancora dallo spettacolo della morte, per
dirle che si prepari a vedere altre cose orrende.
— Non si può nasconderle ancora?...
— Il signor Cilecca verrà certamente domani a prendersi la sua roba.
— Finchè la contessa non sia partita gli vieteremo l’ingresso.
— A chi vuol vietare l’ingresso, signor Silvio? domandò Beatrice
entrando improvisamente.
— Buon giorno, contessa, disse Silvio un po’ turbato, come sta?
Beatrice non aveva negli occhi e nel sorriso la luce d’ogni giorno;
sorrideva e guardava con una certa stanchezza, e nella faccia pallida
le si vedevano le tracce d’una notte insonne ed agitata.
Cosimo, venendole incontro amorosamente, pensò che per quella creatura
fragile cominciava il mattino d’un lungo giorno melanconico, fra le
privazioni e la solitudine, in un paese non suo, e si sentì mancare
un’altra volta il coraggio di dirle tutto.
— Sto bene, disse la contessa, cercando una seggiola intorno a sè, ma
mi sono levata or ora e mi sento già stanca.
Cosimo e Silvio si precipitarono ciascuno ad offrirle una poltrona, e
questa premura di due uomini che le volevano bene, fece sorridere la
pallida donnina.
— Dunque, disse poi facendo uno sforzo visibile sopra sè stessa,
dunque, a chi voleva vietare l’ingresso, signor Silvio?
— Al dolore, alla sventura, alla noia, a tutte le cose brutte e
tediose per non lasciar entrare in casa nostra, che la pace, il lavoro,
l’affetto.
— E tutto questo dove?
— In casa nostra, in Sardegna. Noi ce ne andiamo in Sardegna, contessa
Beatrice; Angela ed io siamo pronti; stavo tentando suo marito..... ma
non ne vuol sapere...
— È vero che non ne vuoi sapere? domandò Beatrice guardando la punta
del proprio stivaletto, ed aspettando la risposta a capo chino.
— Non ho detto nè sì nè no; e se tu avessi tardato un poco a venire,
avrei detto forse sì; un viaggio in Sardegna lo dobbiamo fare; ma non
sarà un viaggio allegro, come lo immagina Silvio.
— Lei non sa, disse Beatrice a Silvio, che la povera mamma vuole essere
sepolta in Sardegna, in una delle sue terre; dovremo accompagnarla.
— La contessa Veronica?... domandò il professore.
— Ha ordinato così nel suo testamento.
— Nel suo testamento...
Il professore mandò giù il rimanente di quanto stava per dire.
— E allora tanto meglio, disse, faremo una piccola carovana; si andrà
in Sardegna tutti insieme, e chi sa che la contessa Beatrice non
s’innamori di quei luoghi e non si appassioni al nostro disegno...
— Qual è il loro disegno? dimandò Beatrice fissando lo sguardo in
faccia al marito, ma ritirandolo subito.
— Di farci agricoltori... non è vero, Cosimo? industriali
all’occorrenza, commercianti se si darà l’occasione, di dar l’esempio
dell’operosità e del coraggio...
— Del coraggio? ripetè Beatrice senza alzare il capo.
— Dico per dire... dell’operosità soltanto, dell’operosità senza
coraggio...
— E a chi s’ha a dare questo esempio?
— Agli oziosi, agli inerti, agli eterni scontenti — anche in Sardegna
ce ne è più di uno.
— Ed è questo il tuo disegno? domandò la giovine donna rivolgendosi
finalmente al marito.
— È il mio, rispose Silvio; mi sembra venuta l’ora di far servire quel
poco che ho studiato a qualche cosa; devo andare in Sardegna e credo
che vi rimarrò.
— E che bisogno ha lei di far servire quello che ha studiato a
qualche cosa? domandò Beatrice con una ingenuità, che poteva sembrare
esagerata, non è ricco lei?
La domanda offrì a Cosimo una risposta, ed egli la fece prontamente,
rubando le parole di bocca a Silvio.
— La Sardegna ha un tarlo, ed è che la gente fornita d’un po’ di
cultura non conosce il bisogno; i veri bisognosi sono pochi; ignoranti
e schiavi dei pregiudizi. Arricchirsi in Sardegna è un’opera buona;
perchè vi è quasi impossibile far danaro senza insegnare qualche cosa a
chi sta a guardare.
Cosimo pronunziò queste parole con una vivacità, di cui fu
impressionato egli stesso.
— Andremo in Sardegna, disse semplicemente Beatrice.
Tanta docilità stupiva i due amici, che non vi erano preparati. Per
un poco nissuno trovò parole, e fu ancora Beatrice la prima a porgere
la mano alla conversazione sviata. Lo fece in un modo poco allegro
veramente, ma il più naturale.
— Vorrei _vederla_, disse, e ognuno intese di chi parlava; quando me ne
dimentico un momento, mi sembra di essere un’ingrata.
S’avviarono tutti e tre alla camera della morta, ma prima di lasciare
la sala verde, Silvio, con uno sguardo, fece intendere all’amico che
era meglio non dir nulla ancora.