V.

Era stata un’impresa difficile condurre a termine il testamento della

contessa Rodriguez-De Nardi, ma il notaio Parolini vi aveva messo

tanta grazia verbosa, e il suo egregio collega tanta docilità muta,

che il negozio era finalmente riuscito. La contessa Veronica aveva

potuto scrivere il proprio nome colla mano mancina, dopo di che aveva

dichiarato «che ora poteva morire,» melanconia subito smentita dal

notaio Parolini, dalla contessina Beatrice e da un sorriso della

medesima inferma, che tutti e tre insieme avevano detto: «ora può

vivere.»

Per incominciare, la nobil donna provò a farsi venire in mente una

di quelle sue bizzarre idee di persona sana, che già avevano variato

piacevolmente la noia d’una carriera mortale tutta percorsa nei

sentieri delle virtù cardinali e teologali.

— Bambina mia, disse a sua nuora, mi pare che se facessi venire un paio

di concertisti che mi sonassero tutta la mia vecchia musica, guarirei

più presto; tu che ne dici?

La contessina stette un po’ a riflettere, e fece notare timidamente che

forse le darebbe noia aver due concertisti nella camera; piuttosto, se

voleva, farebbe spingere il suo Erard nella camera e si proverebbe lei

a sonare la vecchia musica.

La contessa Veronica non disse nè sì nè no, e quel giorno stesso

il disgraziato Cilecca, essendo venuto con un cattivo pretesto per

visitare la sua roba, fu colto da un comico terrore quando notò la

scomparsa del pianoforte a coda dalla gran sala.

Il minuetto di Boccherini e la marcia turca di Mozart non produssero

l’effetto che l’ammalata sperava, e lo confessò essa stessa

svegliandosi, mentre la contessina Beatrice, credendo che avesse chiuso

gli occhi per crescere il godimento, sonava ancora.

— Non è la musica che mi bisogna, disse l’ammalata, ho sbagliato;

siamo tutti soggetti all’errore, bimba mia; sì, l’uomo è una creatura

soggetta all’errore.

— Come la donna, aggiunse Beatrice ridendo, nel chiudere il pianoforte.

— Ma che cosa mai mi piacerebbe? Lo sai tu, fringuellino mio, che cosa

mi piacerebbe?

Beatrice non lo sapeva. Ma la suocera, pensandoci molto, trovò che

forse una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno, — non era

sicura, ma forse... sì, forse, una fetta d’ananasso e un bicchiere di

vino del Reno...

Le fu portata prontamente ogni cosa; invano; l’uomo e la donna sono

due fragili creature soggette all’errore, e la contessa Veronica aveva

sbagliato ancora.

Il conte Cosimo, durante queste scenette che si rinnovavano con poche

varianti ogni giorno, entrava più volte nella camera, si avvicinava

al letto di sua madre, costringendo il proprio sguardo a splendere e

le proprie labbra a sorridere; ma aveva le mosse a scatti, la parola

breve e rauca, e nella faccia pallida un misto di bontà inquieta, di

irresoluzione e di disgusto.

Per fortuna sua madre da molto tempo non si occupava che di sè stessa,

e sua moglie girava la testina leggiadra colla spensieratezza d’un

fringuello, come se avesse la missione di passare sulla terra senza

riconoscere il dolore.

Il povero conte era dunque lasciato solo a portare il peso di un

segreto, che l’opprimeva! Solo no; se Ambrogio da un anno camminava più

curvo, era perchè molto gli pesava la confidenza avuta, e molto tutto

ciò che egli era venuto indovinando man mano cogli occhi dell’affetto.

Vi era di peggio: il buio, in cui il povero vecchio doveva camminare

tentoni, sapeva Dio fino a quando; perchè quel cuor d’oro, quell’anima

bella, quell’uomo generoso, il conte Cosimo, in una parola, aveva avuto

il torto di mettere il vecchio al cospetto d’una rovina e di lasciarlo

solo a frugare nei rottami. Ambrogio aveva frugato molto; ma molto gli

rimaneva da frugare, e in sostanza non sapeva ancora dare un nome al

disastro.

Era il fallimento, collo strascico vergognoso de’ debiti non pagati,

od era semplicemente la povertà? Chi sa! forse nè l’uno nè l’altro;

un’agiatezza modesta forse, una vita borghese, che renderebbe

infelicissima la contessa Veronica, ma non già il conte Cosimo.

Quell’uomo aveva la fibra capace di sopportare il dolore, Ambrogio

ne era sicuro — ma come lo sopporterebbe la contessa Beatrice? Alla

fragile donnina rimarrebbe, è vero, la sua dote, ma ahi! la sua dote

non era gran cosa; anche gli antenati di Beatrice nel giro dei secoli

si erano coperti di gloria e spogliati quasi interamente del resto;

negli ultimi tempi, per oscurare una borghesia sfacciata, avevano speso

anche essi un po’ più delle loro rendite; nondimeno Beatrice, andando

a nozze, aveva ancora portato la dote; molte amiche sue, discendenti

dagli eroi di Terra Santa, non potevano vantare altrettanto.

Ma era poi integra la dote della contessa Beatrice?

Ambrogio, a forza d’interrogare nel buio, si trovava preparato a tutto.

Ma intanto, quando il signor Cilecca veniva ad informarsi della salute

della contessa Veronica, il vecchio non gustava neppure il sapore

della malignità rispondendogli che si notava nell’inferma un leggiero

miglioramento, che la paralisi progressiva sembrava essersi arrestata e

che il medico non disperava di salvarla.

Il disgraziato Cilecca gemeva, lasciandosi cadere nelle mani

l’occhialetto, e Ambrogio pensava che quello strozzino non era un

ipocrita, che egli gemeva apertamente, alla luce del sole, mentre

lui, il generoso Ambrogio, quando si lasciava sfuggire un sospiro,

era costretto a lasciarlo andare solo, perchè non sapeva bene dove

lo avrebbe menato. La coscienza turbata non gli faceva ancora dei

rimproveri aperti; ma era quasi peggio, perchè così egli continuava

forse il proprio peccato senza potersi nè discolpare nè pentire.

E qual’era il suo peccato? Più volte aveva creduto di indovinarlo,

rannicchiato nel proprio cuore come un codardo, ma non lo vide bene,

nella sua mostruosità orrenda, se non una mattina che la contessa

Veronica, sentendosi un po’ meglio, aveva annunziato dal suo letto

che era guarita e che il giorno anniversario della sua nascita, il

fausto 15 aprile, avrebbe dato una festa da sbalordire tutta Milano —

Sta allegro Ambrogio! E Ambrogio si era provato, aveva sorriso, aveva

riso, l’ipocrita, aveva detto anche qualche parolina incoraggiante,

mentre nel fondo nero del cuore, il suo peccato gli si mostrava tutto,

ed egli lo guardava senza ribrezzo. E qual’era il suo peccato? Era un

desiderio, ma un desiderio robusto, impaziente, feroce che la contessa

Veronica si decidesse a togliere l’incomodo a’ suoi cari e se ne

andasse ad un mondo migliore, su cui non gravano le ipoteche.

Invano Ambrogio ricordò che da vent’anni la contessa Veronica gli

aveva consegnato le chiavi della casa, che era stata con lui generosa,

che anche quando la salute florida le permetteva e il temperamento le

consigliava di dar largamente della bestia alla gente plebea, con lui

non ne aveva abusato. Tutte queste riflessioni servivano a rendere

Ambrogio più docile ai capricci dell’inferma, più maligno col Cilecca,

più scontento di sè, ma a nient’altro; ed egli era press’a poco sicuro

che quando l’anima della contessa Veronica fosse tornata al Creatore,

il proprio peccato uscendogli finalmente dal cuore, avrebbe gridato:

_Deo gratias!_

I giorni passavano, e Ambrogio che veniva interrogando ad ogni ora

la faccia del conte Cosimo, vi leggeva cose nere, miserabili cose.

Non giungeva più corriere che non portasse a quel povero rampollo dei

crociati una lettera di qualche creditore indiscreto, che domandava

villanamente d’esser pagato; e una volta la domanda fu presentata in

carta bollata da un piccolo usciere, il quale sul pianerottolo della

scala, a dodici metri di distanza dal suolo sottostante e alla presenza

di Ambrogio, si era nondimeno sentito così sicuro e così forte in nome

della legge, da chiedere la penna e il calamaio per riempire una lacuna

lasciata nello scritto.

Ambrogio afferrò la carta bollata con una mano, spinse coll’altra

l’usciere, stando nei limiti della legalità, e se ne andò nella propria

camera per aver tempo a riflettere sul caso nuovo. Non si trattava

che di tre mila lire, e Ambrogio, guardandosi intorno come chi sta per

commettere una cattiva azione, aprì un cassetto dove celava al mondo i

propri risparmi.

Era ricco Ambrogio. Aveva un libriccino verde della Cassa di Risparmio,

in cui era scritta una somma tonda, che rappresentava per lui

l’avvenire. Quale avvenire? Non lo aveva mai chiesto a sè medesimo,

e pure quel gruzzolo gli era caro. Quante volte aveva aperto il suo

libretto verde! Lo aprì ancora e gli si spianarono tutte le rughe

della fronte, perchè la somma tonda non si era cancellata. Quanto era

ricco Ambrogio! E di quanta pietà non si sentiva preso confrontando la

propria floridezza colla rovina di quella casa, che gli aveva dato il

pane per tanti anni!

Ambrogio non aveva parenti prossimi; nei suoi testamenti, perchè

egli ne aveva fatti parecchi col pensiero, destinava tutte le proprie

ricchezze a rizzare un campanile, che si alzasse nella piazza del suo

paesello come il gran dito della parrocchia, ad accennare il cielo;

oppure all’aggiunta di alcuni letti nell’ospedale provinciale, perchè

vi potessero andare a morire i suoi vecchi compaesani poveri; oppure a

fare la fortuna d’una trovatella ch’egli andrebbe ad arricchire appena

nata; o infine a dar la dote ad una bellissima bambina di sei anni che

egli aveva visto un giorno far la rana nella strada fangosa, sopra un

cencio di tappeto, dinanzi ad un pubblico di monelli. Queste ed altre

ultime volontà egli aveva avuto e mutato più volte; non era punto

frettoloso Ambrogio, si sentiva sano e robusto, e sapeva anche, perchè

lo diceva spesso la sentenziosa contessa Veronica, che molti sono i

modi di spendere il denaro, uno solo quello di conservarlo. Le buone

occasioni di fare il bene, per chi ha dieci mila lire alla Cassa di

Risparmio — diciamo _dieci mila lire_ tonde — non mancano; solo bisogna

saperle aspettare, e Ambrogio sapeva aspettare quanto chicchessia,

meglio di chicchessia.

Delle occasioni di fare il bene, eccone una per esempio: «Ambrogio va

alla Cassa, riscuote tre mila lire delle diecimila; paga il debito del

conte, si fa fare la ricevuta e raccomanda all’usciere di passare in

ogni tempo a conveniente distanza dalla casa della contessa Rodriguez

De Nardi. Il conte non andrà in collera perchè non saprà nulla, e

Ambrogio gusterà segretamente il sapore d’un’azione generosa.»

Ma Ambrogio vide subito che non ne avrebbe fatto nulla, e crollò il

capo mestamente; il desiderio ce l’aveva, e se fosse bastato quello,

non tre mila lire soltanto, ma tutte quante le diecimila egli avrebbe

speso per venire in aiuto del suo padrone; ma poi?... Il conte Cosimo

non si sarebbe trovato meglio niente affatto, e le diecimila lire

sarebbero ridotte necessariamente, inesorabilmente a settemila. Che

bella cosa essere generosi, fare il benefizio e nascondersi, andare

incontro alla rovina, spendendo tremila lire quando se n’ha appena

diecimila, e non fiatare neppure per sottrarsi alla gratitudine!

Ambrogio sentiva che avrebbe ammirato molto un altro Ambrogio che

avesse fatto tutto ciò. Ma di farlo lui non se ne sentiva proprio la

forza. Domandava a sè stesso: «Forse che io non voglio bene al mio

padrone, a quel povero conte Cosimo, come ad un figliuolo? Non è forse

vero che, per risparmiargli un dolore, farei venti chilometri a piedi

sotto il sole di luglio? Non è forse vero che darei per lui mezzo il

mio sangue, tutto il mio sangue?» — È verissimo, povero Ambrogio!

Intanto che si accumulavano i nugoli d’uragano sull’anima del vecchio,

il cielo esaudiva i voti del suo cuore feroce. Egli non aveva ancora

riposto nel cassetto il prezioso libretto verde, quando qualcuno,

dietro l’uscio della sua camera, gridò: «Signor Ambrogio, la contessa

muore!» — «La contessa muore!» ripetè Ambrogio, facendosi sull’uscio,

incontro ad Annetta, la quale, giunta impreparata a questo momento

difficile, sbarrava gli occhi e cercava inutilmente le parole.

E una voce suggerì: «È il tuo desiderio che la uccide,» ma la intese

Ambrogio soltanto.

— È un colpo, un altro colpo — assicurò la servetta, ridiventando

padrona della scena — cioè un accidente; non si muove più; gira solo

gli occhi e parla.... Accorriamo, signor Ambrogio, accorriamo.

Annetta non aveva esagerato la sua parte; era proprio un colpo, cioè un

accidente, quello che riduceva all’immobilità la contessa Veronica.

Suo figlio, sua nuora e Geromina, accorsi al capezzale del letto

dell’inferma, le spruzzavano in viso dell’acqua, le accomodavano i

cuscini in modo da tenerle alta la testa. La contessa guardava di

qua e di là inquieta; non si moveva affatto e diceva colla lingua

imbrogliata: «Non posso, non posso,» quasi che gli inutili sforzi di

volontà che faceva per muoversi fossero visibili a tutti.

Si aspettava il medico che tre servi erano andati a chiamare in casa,

in farmacia e all’ospedale, e intanto il conte Cosimo pareva cercare

intorno a sè qualche cosa che desse sollievo a sua madre morente.

Allora Ambrogio, che aveva l’anima turbata dal rimorso, ebbe

un’ispirazione suggerita dal pentimento e si offrì per cavar sangue

alla signora contessa.

— Sai fare un salasso tu? domandò l’ammalata.

Ambrogio confessò umilmente la sua abilità.

— Sono vecchio, disse per giustificarsi.

— Cavami sangue, ordinò l’ammalata.

E Ambrogio, chiedendo al rimorso una forza proporzionata al difficile

cimento, sollevò il braccio inerte della padrona e lo appoggiò con

cautela sopra un ampio lavamani. Già si accingeva senza scrupolo a far

scorrere per l’ultima volta il nobilissimo sangue della razza De Nardi,

quando giunse il medico. Il dottor Serafini, luminare della giovane

allopatia, vide dall’uscio l’errore che si stava commettendo e corse

con impeto alle spalle di Ambrogio per impedirlo.

— La volete ammazzare? — chiese poi freddamente.

Ambrogio fu preso da un tremito, come se avesse commesso veramente

il reato, di cui gli veniva attribuita l’intenzione, e l’ammalata

stessa, per iscusarlo, disse: «Gliel’avevo ordinato io, mi pareva che

dovesse sollevarmi; i De Nardi hanno sempre avuto molto sangue nelle

vene.» Ma il dottore Serafini, senza alcun riguardo per la razza De

Nardi, sentenziò crudamente che ogni uomo ha il sangue necessario alla

propria esistenza e niente più; dopo di che, parendogli aver difeso con

bastante energia il principio sacrosanto che nessuno è padrone d’andare

all’altro mondo senza il consenso del medico, cominciò ad informarsi

del male.

Ad ogni parola dell’inferma egli faceva di sì col capo. — Aveva avuto

la signora contessa un gran sonno? — Sì, dopo la colazione, aveva avuto

un gran sonno. — Bene. — Aveva dormito. — Benissimo. — Si era svegliata

con un tremito nervoso. — Benone. — Per un poco le era sembrato di

sprofondare in un abisso. — Sempre bene. — Di perdersi. — Benissimo. —

Poi non aveva sentito più nulla. — Benone.

Era chiaro che il male non aveva violato nessuna delle condizioni

stabilite colla giovane allopatia — era rimasto nel suo diritto, e il

dottor Serafini se ne mostrava proprio contento. Toccò poi lungamente

il polso dell’ammalata, le ascoltò il petto, pregandola di respirare

forte; in ultimo si fece da parte per iscrivere una ricetta.

— Guarirò ancora? chiese la contessa.

— È una cosa da nulla, rispose il medico; tornerò a vederla stassera.

Ma quando fu nell’altra stanza, disse al conte Cosimo:

— La paralisi non ha ancora toccato il cuore, nè i polmoni, nè il

cervello, può vivere qualche giorno; può morire fra un’ora.

Se ne andò.

— Mi pare, disse Ambrogio con un falso sospiro, che se le avessi potuto

cavar sangue...

Il conte Cosimo gli pose una mano sull’omero e gli disse con un

singolare accento, come se gli leggesse nell’anima:

— Povero Ambrogio! poi tornarono entrambi al capezzale della morente.

La contessa De Nardi aveva ripreso animo; non viveva più che col

cervello, ma conservava tutte le sue idee, tutte le sue speranze,

e una forza singolare. Si lamentava che la lingua non le obbedisse

prontamente o che qualche volta le facesse dire degli spropositi. —

Cannetta... — diceva. — Cannetta, no, perchè Cannetta? Aiutatemi a

dire... _Angela_ — pronunciava con forza.

— Vuoi vederla? chiose Cosimo; la manderemo a prendere.

— No, disse l’inferma; — pensavo che quella disgraziata ha nel sangue

la sua corbelleria... bisogna impedirgliela... Stette un po’ in

silenzio, poi disse forte: — Quell’altro non mi piace.

Quell’altro era Silvio.

La lingua dell’ammalata si faceva sempre più ribelle, e le parole

venivano fuori stentate e storpie; nondimeno la contessa parlò fino a

sera, divagando molto.

— Cannetta... disse più volte — no, Cannetta... — e senza perder tempo

a rinnovare il tentativo d’esprimere quel pensiero, ne esprimeva un

altro, sempre colla testa immobile, affondata nei guanciali e girando

gli occhi inquieti.

E la lingua le si impastoiava e le parole storpie erano in maggior

numero delle altre, quando la cameriera portò i lumi.

Appena la vide, l’inferma chiamò:

— Cannetta!

— Cannetta? ripetè Annetta interrogando prima i padroni, poi sè stessa.

— Cannetta! insistè la contessa.

— Sono qua! rispose la cameriera, indicando con uno sguardo al soffitto

che per amore della padrona si rassegnava a tutto, anche a ricevere

quel nome stravagante. Si accostò al capezzale, e la contessa le disse

all’orecchio, ma così forte che udirono tutti: «i quadri.» Nondimeno

Annetta seppe mostrarsi degna della confidenza ricevuta, e venne a

ripetere sottovoce al conte Cosimo che la signora contessa voleva i

quadri.

— Quali quadri? aggiunse con molta ingenuità; lo sa lei?

— Lo sai, lo sapete, disse l’ammalata, presto... essi sono là! uno

addosso all’altro; sono venuti da lontano per far visita all’ultimo

rampollo della loro razza: vengano; fateli entrare ad uno ad uno...

tiratemi su perchè possa riceverli.

Annetta, senza alcuna prova, faceva una parte ingenua alla perfezione;

girava la sua piccola testa ora verso il conte Cosimo, ora verso

l’ammalata, cogli occhi sbarrati e fissi e la bocca semiaperta.

Diveniva chiaro che la contessa Veronica vaneggiava; le sue parole

erano ancora abbastanza limpide, ma nelle sue idee cominciava la

confusione delle immagini colla realtà.

Il conte Cosimo non si lasciò ingannare dalla controscena di Annetta, e

le fece intendere alla muta che aveva capito benissimo, poi si accostò

al capezzale del letto.

— Madre mia, disse, sono i ritratti che tu vuoi vedere?

— Vengano! rispose la contessa dando gli ordini a molti servi

invisibili — entrino ad uno ad uno.

— Avevo pensato di farti un’improvvisata, balbettò il conte arrossendo.

Ma l’inferma non gli badò.

— Imperio! disse; e strinse le labbra aspettando che l’illustre

antenato rispondesse all’evocazione.

Ad un cenno del conte, Ambrogio aveva lasciata la camera; e un momento

dopo rientrava camminando di fianco, abbracciato ad un quadro colla

cornice verde che andò a deporre sopra una seggiola in faccia al letto.

Sciolto da quell’amplesso plebeo, apparve agli occhi della contessa

Veronica, il suo illustre antenato.

— Imperio! disse allora l’inferma, biascicando le parole. Imperio, mi

riconosci? Sono mutata molto; è un pezzo che non ci vediamo. Anche tu

hai sofferto.

Infatti Imperio De Nardi aveva una scrostatura maligna sulla punta

del naso, e sul petto una ferita da taglio che riduceva a poca cosa il

prestigio della sua corazza.

Gli astanti guardavano muti quella scena grottesca, cui la morte

concedeva una strana solennità.

L’ammalata si trattenne lungamente con Imperio De Nardi, poi lo

licenziò con due parole: ho sonno!

Essa chiuse gli occhi, ma Imperio rimase sulla seggiola, perchè nessuno

pensava a portarlo via, e continuò a guardare la sua ultima nipote,

con un’occhiata fissa e severa, che metteva paura. Infatti, quando la

contessa Veronica si destò e vide ancora dinanzi a sè quell’illustre

fantasma, gli disse che essa non aveva fatto nulla, che era innocente,

che non stesse a guardarla a quel modo. E allora Ambrogio avvinghiò

un’altra volta Imperio De Nardi con un amplesso plebeo e lo depose a

terra colla faccia rivolta alla parete, perchè non potesse fulminare

collo sguardo la moribonda.

— Gli altri, balbettò l’ammalata.

Molti erano lì, schierati lungo le pareti, in giro alla camera, e

Ambrogio andava e veniva portando sulle braccia quelli che ancora

mancavano. Fecero così il loro ingresso Sofia De Nardi, antica madre

badessa del Convento delle Cappuccine, Efisio De Nardi, giudice della

Reale Udienza, e presero il loro posto accanto agli altri.

Ma la contessa Veronica li vide appena.

— Mi sento male! disse — mi pare di morire! Dio mio! così presto?

Il terrore arrestò sull’uscio Ambrogio e Baingia De Nardi, bisnonna

della morente.

— Un prete! disse Veronica, come se pensasse finalmente all’anima sua;

fate venire un prete... Dov’è Giaime De Nardi?

Giaime De Nardi era rimasto ancora di là, e Ambrogio depose Baingia in

un canto per andarlo a prendere.

Quando il vescovo Giaime De Nardi, posto sulla seggiola in faccia al

letto, alzò due dita a benedire sua nipote, la contessa Veronica mandò

un gran sospiro... La razza De Nardi era spenta.

In un momento la camera fu piena di singhiozzi.

La contessa Beatrice si era buttata sul corpo inerte della defunta e

piangeva in silenzio, ma Annetta e Geromina facevano la loro parte

rumorosamente. Il conte Cosimo si era lasciato cadere sopra una

seggiola. — Il solo Ambrogio si sforzava inutilmente a piangere. Il suo

cuore di sasso non gli dava una lagrima.

Tutt’in giro alla camera, i membri della razza spenta guardavano

impassibili e severi, nei loro atteggiamenti teatrali.

Amore ha cent'occhi · 第 12 / 59 题