La Immortalità dell’anima.
La presenza di Santippe presumibilmente contrastava con l’argomento
che Socrate, dopo essersi soffregata la gamba, stava per trattare con i
suoi amici: cioè dell’immortalità dell’anima.
Egli, come già, abbiamo veduto, non appena gli fu tolta la catena,
aveva sentito il piacere, mentre prima sentiva il dolore. Una vera
scoperta come quella di Archimede.
Socrate naturalmente non tripudiò, come Archimede, per la sua scoperta
sulla legge morale del Piacere e del Dolore.
Gli faceva ancora un po’ male la gamba, per saltare; e forse gli
faceva male anche il cuore per la vista di quel suo povero piccino,
che dalle braccia di Santippe si protendeva sino al volto di lui,
invano, per l’ultima volta, tentando e inconsapevolmente di conciliare
gli inconciliabili e pure gli inseparabili, cioè Socrate e Santippe:
inconciliabili ed inseparabili come il piacere ed il dolore: ed aveva
esclamato il povero piccino: — _File pappos, pappos emòs_, caro babbo;
oh, babbo mio! — E poi era stato trascinato via con sua mamma.
Ben fu crudele Socrate verso Santippe e verso il suo sangue! Lo
accerta Platone che non prese moglie, non ebbe figli. Ma forse può
darsi che sia stato così! Socrate stava per isciogliere il suo ultimo
canto sull’immortalità dell’anima. Egli era giunto in vista del
grande oceano; egli, come il cigno morente, sentiva il canto salire
vertiginoso. Santippe co’ suoi piagnistei, avrebbe dato disturbo.
Ma può anche essere un’altra causa, che Platone non dice, cioè che
Dioniso, il dio terribile e insieme pietoso, abbia concesso a Socrate
in quelli estremi momenti quell’ebrietà, che toglie la sensazione delle
cose vere presenti e dona la esaltazione per cui, tanto al savio come
all’infante, la buia morte appare come una continuata vita.
Dunque Socrate, prima di morire, parlò a lungo della immortalità
dell’anima.
Questo famoso discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, conserva
anche oggi una strana forza di attualità. Sì, sì: il problema della
morte rimane ancora uno dei più seri problemi della vita, ma sarà
meglio non parlarne.
Chi ha visto su di un caro volto immobile rinchiudersi il coperchio
della bara, preferisce non parlarne. Dirò soltanto che dei molti
argomenti di Socrate, o di Platone, questo più mi piace, come quello
che più è semplice, tanto semplice che non è nemmeno un argomento: «Se
non ci fosse la vita futura, ben fortunati sarebbero gli uomini malvagi
perchè con la loro anima scomparirebbe anche la loro malvagità».
Come anche pare una cosa assurda che per un bicchiere di cicuta,
una innocente pianticella, propinata da Anito, si debba spegnere la
meravigliosa sensazione del vivere.
*
Cadeva il sole quando il lungo discorso di Socrate sull’_immortalità
dell’anima_ ebbe fine.
Ebbe fine?
Era dal mattino che il servo degli Undici teneva pronto il bicchiere
della cicuta, e con una cortesia del tutto ellenica, attendeva che
Socrate chiamasse.
Infatti Socrate già disse agli amici: — Voi vi avvierete a questo passo
che io transito, alquanto più tardi di me; ma già «ora mi chiama il
fato», come direbbe un poeta tragico.
E disse anche: — E’ mi par meglio prendere ora il bagno e lavarmi bene
e poi bere il veleno, senza dare poi alle donne ed a Santippe la noia
di lavare il cadavere.
E questa fu l’ultima sua cortesia verso Santippe.
Poi gli furono condotti i figli e Santippe anche. Conversò con essi
alquanto, diede alcune sue disposizioni, e poi li rimandò.
Noi non sappiamo altro.
Dopo queste cose egli parlò poco di più.
Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il
modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore.
Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura
di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa.
— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli
amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia.
Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato.
Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto
quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di
Socrate sull’_immortalità dell’anima_, diè in un urlo, e venne fuori
di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe
specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste
lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: —
Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente.
Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore.
Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse
e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste
ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio.
Dateglielo. Non ve ne dimenticate!
*
Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi
si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare
un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico
Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita.
Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul
Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita,
e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi
sappiamo intorno all’_immortalità dell’anima._
Dopo, ancora, ritornò il servo degli Undici. Percepì un fremito sotto
il lenzuolo. Scoperse Socrate e vide che aveva l’occhio fisso.
Questa cosa vedendo, Critone gli chiuse gli occhi e la bocca.
*
Sono passati parecchi secoli da quel giorno che Socrate morì per aver
bevuto la cicuta, propinatagli dai suoi concittadini; ma strana cosa:
io non mi posso raffigurare Socrate morto e la sua bocca sigillata per
sempre. E sì che egli era ben morto corporalmente! Un poeta racconta
che quando fu già dopo il tramonto, uscirono dalla prigione, a capo
chino, in silenzio, quegli amici di Socrate, e poi quella povera
Santippe; e c’erano davanti alla carcere alcuni monelli che giocavano
con gli scarabei, e martoriando una civetta, e cantando:
E gira, gira a tondo,
E gira tutt’il mondo....
Poi quando videro uscire coloro e dilungare così tristamente, capirono
che l’uomo che doveva morire in quel dì, era morto; e allora ruppero le
danze e corsero su dal carceriere, e sì gli dissero:
— È vero che hanno ucciso quell’uomo brutto? Facci vedere l’uomo brutto
che è morto.
E quegli disse: — Se sarete buoni, vi farò vedere l’uomo morto.
E così li condusse, perchè piace a molti che non hanno ancor lagrimato
dentro il loro cuore, andare a vedere il morto.
Ma cosa strana! Io non so imaginare Socrate morto. E la favola degli
eroi che spezzano il marmo del sepolcro e risorgono, mi pare pur vera
cosa! Io me lo vedo ancora tornare davanti, Socrate, col suo sorriso;
e mi domanda con quei suoi grandi occhi tondi: — Che c’è di nuovo? Gli
uomini sono diventati belli e buoni?
— Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando
meccanici.