XI.

La Immortalità dell’anima.

La presenza di Santippe presumibilmente contrastava con l’argomento

che Socrate, dopo essersi soffregata la gamba, stava per trattare con i

suoi amici: cioè dell’immortalità dell’anima.

Egli, come già, abbiamo veduto, non appena gli fu tolta la catena,

aveva sentito il piacere, mentre prima sentiva il dolore. Una vera

scoperta come quella di Archimede.

Socrate naturalmente non tripudiò, come Archimede, per la sua scoperta

sulla legge morale del Piacere e del Dolore.

Gli faceva ancora un po’ male la gamba, per saltare; e forse gli

faceva male anche il cuore per la vista di quel suo povero piccino,

che dalle braccia di Santippe si protendeva sino al volto di lui,

invano, per l’ultima volta, tentando e inconsapevolmente di conciliare

gli inconciliabili e pure gli inseparabili, cioè Socrate e Santippe:

inconciliabili ed inseparabili come il piacere ed il dolore: ed aveva

esclamato il povero piccino: — _File pappos, pappos emòs_, caro babbo;

oh, babbo mio! — E poi era stato trascinato via con sua mamma.

Ben fu crudele Socrate verso Santippe e verso il suo sangue! Lo

accerta Platone che non prese moglie, non ebbe figli. Ma forse può

darsi che sia stato così! Socrate stava per isciogliere il suo ultimo

canto sull’immortalità dell’anima. Egli era giunto in vista del

grande oceano; egli, come il cigno morente, sentiva il canto salire

vertiginoso. Santippe co’ suoi piagnistei, avrebbe dato disturbo.

Ma può anche essere un’altra causa, che Platone non dice, cioè che

Dioniso, il dio terribile e insieme pietoso, abbia concesso a Socrate

in quelli estremi momenti quell’ebrietà, che toglie la sensazione delle

cose vere presenti e dona la esaltazione per cui, tanto al savio come

all’infante, la buia morte appare come una continuata vita.

Dunque Socrate, prima di morire, parlò a lungo della immortalità

dell’anima.

Questo famoso discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, conserva

anche oggi una strana forza di attualità. Sì, sì: il problema della

morte rimane ancora uno dei più seri problemi della vita, ma sarà

meglio non parlarne.

Chi ha visto su di un caro volto immobile rinchiudersi il coperchio

della bara, preferisce non parlarne. Dirò soltanto che dei molti

argomenti di Socrate, o di Platone, questo più mi piace, come quello

che più è semplice, tanto semplice che non è nemmeno un argomento: «Se

non ci fosse la vita futura, ben fortunati sarebbero gli uomini malvagi

perchè con la loro anima scomparirebbe anche la loro malvagità».

Come anche pare una cosa assurda che per un bicchiere di cicuta,

una innocente pianticella, propinata da Anito, si debba spegnere la

meravigliosa sensazione del vivere.

*

Cadeva il sole quando il lungo discorso di Socrate sull’_immortalità

dell’anima_ ebbe fine.

Ebbe fine?

Era dal mattino che il servo degli Undici teneva pronto il bicchiere

della cicuta, e con una cortesia del tutto ellenica, attendeva che

Socrate chiamasse.

Infatti Socrate già disse agli amici: — Voi vi avvierete a questo passo

che io transito, alquanto più tardi di me; ma già «ora mi chiama il

fato», come direbbe un poeta tragico.

E disse anche: — E’ mi par meglio prendere ora il bagno e lavarmi bene

e poi bere il veleno, senza dare poi alle donne ed a Santippe la noia

di lavare il cadavere.

E questa fu l’ultima sua cortesia verso Santippe.

Poi gli furono condotti i figli e Santippe anche. Conversò con essi

alquanto, diede alcune sue disposizioni, e poi li rimandò.

Noi non sappiamo altro.

Dopo queste cose egli parlò poco di più.

Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il

modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore.

Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura

di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa.

— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli

amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia.

Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato.

Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto

quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di

Socrate sull’_immortalità dell’anima_, diè in un urlo, e venne fuori

di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe

specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste

lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: —

Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente.

Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore.

Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse

e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste

ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio.

Dateglielo. Non ve ne dimenticate!

*

Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi

si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare

un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico

Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita.

Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul

Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita,

e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi

sappiamo intorno all’_immortalità dell’anima._

Dopo, ancora, ritornò il servo degli Undici. Percepì un fremito sotto

il lenzuolo. Scoperse Socrate e vide che aveva l’occhio fisso.

Questa cosa vedendo, Critone gli chiuse gli occhi e la bocca.

*

Sono passati parecchi secoli da quel giorno che Socrate morì per aver

bevuto la cicuta, propinatagli dai suoi concittadini; ma strana cosa:

io non mi posso raffigurare Socrate morto e la sua bocca sigillata per

sempre. E sì che egli era ben morto corporalmente! Un poeta racconta

che quando fu già dopo il tramonto, uscirono dalla prigione, a capo

chino, in silenzio, quegli amici di Socrate, e poi quella povera

Santippe; e c’erano davanti alla carcere alcuni monelli che giocavano

con gli scarabei, e martoriando una civetta, e cantando:

E gira, gira a tondo,

E gira tutt’il mondo....

Poi quando videro uscire coloro e dilungare così tristamente, capirono

che l’uomo che doveva morire in quel dì, era morto; e allora ruppero le

danze e corsero su dal carceriere, e sì gli dissero:

— È vero che hanno ucciso quell’uomo brutto? Facci vedere l’uomo brutto

che è morto.

E quegli disse: — Se sarete buoni, vi farò vedere l’uomo morto.

E così li condusse, perchè piace a molti che non hanno ancor lagrimato

dentro il loro cuore, andare a vedere il morto.

Ma cosa strana! Io non so imaginare Socrate morto. E la favola degli

eroi che spezzano il marmo del sepolcro e risorgono, mi pare pur vera

cosa! Io me lo vedo ancora tornare davanti, Socrate, col suo sorriso;

e mi domanda con quei suoi grandi occhi tondi: — Che c’è di nuovo? Gli

uomini sono diventati belli e buoni?

— Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando

meccanici.

Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno · 第 18 / 24 题