Avvertimenti agli infelici figli di Santippe.
Il vostro buon papà, cari figliuoli di Socrate, si è ostinato a voler
bere la cicuta. Ora giace col naso affilato e con le palpebre chiuse:
le sue parole non le udirete mai più. Per questa ragione e per altre
cause, che voi siete figli di un filosofo e di una donna bisbetica, il
vostro avvenire probabilmente sarà infelice.
Il vostro buon papà era un grande ammiratore di Omero, e aveva ragione.
Voi lo ricordate, è vero, il povero babbo, con tutti quei suoi paragoni
semplici e sottili del fabbro, del falegname, degli asini col basto?
Anche il vostro povero babbo fu un gran falegname della verità. Ma ogni
tanto, lo ricordate? veniva fuori con citazioni e versi di Omero. Omero
è stato fra i poeti quello che più si è accostato alla verità umana, e
perciò era assai caro a Socrate, il padre vostro.
E se è vero, che nel mondo dei morti sarà ai poeti strappato un dente
per tutte le bugie che hanno detto, è certo che moltissimi saranno i
poeti sdentati. Ma Omero li ha tutti i suoi denti. Egli non mangiava
lo zucchero filato dell’estetica, ma il nero pane della verità, che fa
bene ai denti. Lo ricordate Omero — o figli di Santippe — quando parla
di Astianatte figlio del re Ettore e di Andromaca, rimasto orfano dopo
che Achille gli ha trucidato il padre e per tre volte ne ha trascinato
il cadavere nudo dietro la furia dei cavalli correnti attorno alle mura
di Troia?
E lo aveva, lagrimando, Ettore sollevato su, il suo bambino, quasi per
accostarlo a Giove che lo vedesse come era carino, e gli avesse un po’
di pietà. Macchè! L’insensato dio non vide! Povero Astianatte, poveri
figliuoli di Socrate e di Santippe!
Astianatte orfano e solo, va ora, con le guance lagrimose e smunte, a
trovare quelli che già furono amici di suo padre, e tocca agli uni il
saio, agli altri il mantello. Ma essi rispondono: — Va, non ti conosco.
— Il più pietoso fra essi gli accosta appena la tazza alle labbra, e i
giovani orgogliosi lo ributtano e dicono: — Non toccare il pane delle
nostre mense! — E i vicini, con la protezione delle leggi, portano via
i termini del suo terreno e lo privano di tutto. Tale fu il destino di
Astianatte, figlio del morto re Ettore; tale sarà il vostro destino,
figli di Socrate.
*
Siete andati, o figli di Socrate, anche voi a tirare il mantello ed
il saio agli amici del babbo? Vi hanno dato niente? Santippe forse era
con voi, più vecchia, più bisbetica, più arruffata che mai. Ella avrà
anche detto villania e vergogna. Avrà detto: — Guarda là! vedili là,
quei bei _gingin_, che facevano bellin bellino a quel povero màrtoro
di mio marito. To’! Fanno finta di non conoscermi. Non la conoscete più
Santippe? la moglie di Socrate, _ne Dia_, per Giove; e questi qui sono
i suoi figliuoli. Non vi hanno nemmeno guardato in faccia, creature
mie, e sì che la fisonomia di vostro padre l’avete!
— Oh, — hanno detto coloro sollevando gli occhi al cielo, — non
dovreste mai nominarlo, voi, Santippe, quel sant’uomo di vostro marito,
dopo tutto quello che gli avete fatto soffrire.
— Soffrire io? Ah, vigliacchi di uomini! Parlano così loro, dopo che
mi hanno sviato di casa quel pover’uomo, che gli hanno messa quella
vesania, quella frenesia nella testa di andare a cercare il segreto
delle cose, e a tener ferma in terra la Dike.
Sì, c’era da lasciarci il ricordo delle unghie in faccia a quei
signori, e Santippe il coraggio di lasciare le impronte delle unghie ce
l’aveva; ma per allora si tenne quieta per la pietà dei figliuoli. Ma
disse:
— Suvvia, voi che foste amici di Socrate, vedete di trovare qualche
impiego a questi ragazzi.
Ma a chi parlava, o sventurata Santippe?
Gli amici di Socrate non c’erano più!
Critone, perseguitato, era fuggito da Atene; il dolce Apollodoro non
aveva saputo sopravvivere. Socrate, il dio per cui viveva, era morto.
Servire il mondo? Meglio morire! Senofonte, il gagliardo, era esulato
da Atene, gonfio il cuore di sdegno, lontano, per lontane terre,
per lontane guerre; Alcibiade, bellissimo, viveva chiuso nella sua
perfida mente, e dopo aver meditato su la morte di Socrate, si era
convinto della necessità di divenire magnificamente belluino, e perciò
era diventato uomo politico, come Anito e Meleto; Platone, il soave
Platone, quando ebbe visto il suo povero Socrate ridotto a quel modo,
col naso all’insù, si era messo in un gran spavento, ed aveva giurato
a se stesso di non occuparsi se non di cose tanto alte e sublimi che
nessuno ci trovasse a che dire.
«Anche nella storia dei filosofi, — meditava l’antiveggente Platone,
— c’è puzza di sangue e di bruciaticcio. Ê bene cercare la immortalità
per altra strada che non sia la prematura morte.»
Perciò Santippe, che si era recata a trovare il buon Platone, non lo
trovò.
Andò da Alcibiade. Ma la casa di lui era guardata da cento servi in
livrea, che non lasciavano passare.
E gli altri? Gli altri, fatti già uomini, si ricordavano della
avventura socratica tutt’al più come di una scappata di giovinezza.
Qualcuno, forse, come Pietro, seguace di Cristo, si vergognava di
essere riconosciuto quale discepolo di Socrate; qualche altro, come
Giuda Iscariota, si era dato al traffico delle monete d’argento ed allo
sfruttamento dei pezzenti. Dunque dagli ex-amici di Socrate non c’era
proprio da sperar niente!
Povera Santippe! Una piccola pensione dallo Stato non la avrà
potuta ottenere, nemmeno. — Capisco, — le avrà risposto qualche capo
divisione, — vostro marito è morto in servizio della Repubblica; è una
tesi che si può sostenere. Egli esercitava l’ufficio di calabrone,
come si qualificava da se stesso, il quale deve pungere un nobile
ma indolente cavallo come era il popolo d’Atene. Ma era un servizio
non richiesto, ed il cavallo ha dato una zampata ed ha schiacciato
il povero calabrone. Una disgrazia, ma se la poteva aspettare la mia
donna! Denari no, non ve ne possiamo dare, perchè sapeste quanto costò
il rivestimento di cuoio per le navi! Volete dei biglietti gratuiti
per il teatro? delle tessere per le cucine economiche? Stendete una
regolare domanda.
*
Andò Santippe infine a trovare Eritreo. Eritreo, faccia ossuta, glabra,
color limone, sorriso acido, volontà di macigno, erudizione spaventosa,
ma senza Demone. Era il professore del Lyceum.
Abitava una bella casa, ben ordinata e provveduta a cura dello Stato.
Santippe, quando potè arrivare sino a lui, vide la sua gran faccia
pallida sollevarsi dai codici.
— Lei è?
— Io son Santippe, moglie di Socrate, e questi sono i suoi figliuoli.
Guardali in faccia, son lui nati e sputati!
— Oh, pover’uomo! — esclamò Eritreo.
— Cosa, pover’uomo! — garrì Santippe. — Pover’uomo lo posso dir io, non
lei; perchè per quelle cose lì dei libri valeva più di tutti. Oh, non
l’ha proclamato l’Oracolo di Delfo il più sapiente di tutti gli uomini,
_andròn apànton Sòcrates sofòtatos?_
Eritreo, oltre ai codici, aveva alcuni fidi discepoli che studiavano
sui codici ed erano come nascosti dietro i codici.
Un sorriso acido increspò le labbra di Eritreo all’esclamazione di
Santippe e tutti i suoi discepoli sorrisero a quel modo, acidamente.
— Ah, ah, — disse Eritreo, — la sentite, bennati giovani, codesta
donna? Anche lei ripete, come taluni, che Socrate _primus deduxit
philòsophiam de cœlo in terram!_
— Ah! — esclamarono i discepoli.
— _Deduxit nèbulas_, — disse Eritreo. — Ci portò delle fantasticherie!
Buon uomo, che diceva di sentire un dio ignoto parlare.... Lo sentite
voi?
— Mai sentito! mai visto! — risposero premurosamente i bennati
giovani, i quali, come Eritreo, avevano l’occhio lucido soltanto per le
superficie non per gli abissi profondi.
— E quale cosa — disse gravemente Eritreo, rivolto a Santippe — più
contraria alla vera saggezza, al vero positivismo che volere gli uomini
diversi da quello che sono? E quale cosa più ingenua che vivere la
propria filosofia? Si professa, non si vive una filosofia.
Le vampe salgono alle gote di Santippe.
Dice quasi singhiozzando: — Ma se l’ha proclamato l’Apollo in Delfo....
— E dov’è, buona donna, l’Apollo Delfico? Chi l’ha visto mai? Povero
Socrate, in materia di religione egli è morto da ieri, ma ci pare già
un antenato, uno dei tempi semplici del buon Solone. Un disgraziato
che andava soggetto ad esaltazioni ed allucinazioni liriche! _Verum
enim vero, quando quidem, dubio procul, edepol, meus deus fidius_,
quand’anche fosse che vostro marito sia stato un valentissimo uomo,
io sono desolatissimo, ma io prego di lasciarmi in pace, e di non
compromettermi. Quel vostro marmocchio più piccolo già mi ha quasi
sgualcito un codice.
*
E Santippe se ne andò peregrinando coi figliuoli nella Focide dove
era il santuario di Apolline in Delfo. Ma il dio, che, in mancanza
d’altri, ella voleva interrogare, non c’era, in fatti, come affermava
quel letterato. Aveva emigrato per sempre; e Santippe non trovò che una
scritta, un ben curioso geroglifico, inciso su di un macigno enorme.
E il povero Socrate aveva camminato con quel macigno enorme sulle
spalle nel cammino della sua vita; ed era stato schiacciato. E dopo
Socrate verrà Cristo e rimarrà schiacciato, ed altri verranno nei
secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito
profondamente su quel macigno, e conteneva queste tre parole: _conosci
te stesso!_ E rimarranno schiacciati!
*
Ora è ben più triste la casa di Socrate: nemmeno più le strida di
Santippe! Ella fa andare sul tagliere il setaccio per cuocere sul testo
una focaccia, una crescia, un pulmento qualsiasi.
Come nei tristi silenziosi tramonti invernali il raggio del sole balena
su le pareti scialbe; dispare, riappare con un ultimo guizzo sanguigno;
poi incombono le tenebre fredde violacee; così l’imagine di lui, di
Socrate, si sofferma ancora nella povera casa, balena, scompare.
Fra il ciarpame, in un angolo, stanno vecchie masserizie, che paiono
avere quasi l’anima infranta; v’è anche una povera cuna. Quivi
giacquero i figli di Socrate. Ed al mattino, quando il sole indorava la
stanza, il sole scopriva i cari volti infantili: la dolce primavera,
il cinguettìo dal nido ridesto al tepore del sole: «Ba.... ba....
babbo, pappas!» Salutavano gioiosamente lui che li aveva chiamati, non
richiedenti, alla faticosa vita: — _Pappas! Pappas, file pappas,_ bel
papà!
Ma tu non le udisti le care voci, o Socrate, tu col tuo cupo demone nel
cuore che ti spingeva a cercare che cosa ci fosse nell’intima natura di
ogni cosa: _ti en écaston!_ Va, va a ricercare _ti en écaston_, chè non
lo saprai mai e quando l’avrai saputo, le cose saranno come prima.
— Se vi salta in mente di andar dietro all’_Andreia_ (valore),
all’_Aretè_ (virtù), alla _Sofrosine_ (sapienza), all’_Encratia_,
al _Ti en écaston_, — dice Santippe ai figliuoli, — vi sbatto questo
setaccio sulla testa e ve ne faccio una berretta.
*
E la notte è venuta.
Ma di chi è il suono dei vecchi sandali? Di chi è quella voce armoniosa
ed ironica?
Chi è?
E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui
rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lagrime cadenti,
e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito....
*
E per tutto ciò ci sembra opportuno terminare questa narrazione con un
passo o citazione autorevole, come è costume dei nostri eruditi.
Esso è del gigante Gargantua, figlio di Rabelais. Gargantua, mangiando
una certa insalata, non si era accorto menomamente di avere inghiottito
sei pellegrini errabondi, che erano in essa. Ma se ne accorse ad un
certo pizzicore che sentiva nello stomaco. Ed allora li rimandò fuori e
così li ammonì:
«D’ora innanzi non siate propensi a codesti oziosi ed inutili viaggi
nei deserti dell’umano sapere. Rimanete nelle vostre famiglie, lavorate
secondo l’animo vostro, educate i vostri figliuoli e vivete come vi
insegna il buon Apostolo San Paolo. Per tale modo avrete la protezione
di Dio e dei Santi, nè mai danno o peste graverà sulle vostre case».