Santippe nella prigione di Socrate.
Vi sono nella vita certe cose meravigliose ed indomite che la ragione
di un galantuomo non riesce a capire.
Io, per esempio, non capisco perchè Socrate non volle fuggire dal
carcere quando quel giorno, che non era nè notte nè l’alba, venne
l’amico Critone e gli disse: — Socrate, fuggi!
E glielo disse con quella sollecitudine e con quell’affanno con cui noi
avvertiamo una persona molto cara di campare da un grave pericolo e la
sollecitiamo, perchè essa non vede, non cura, non è sollecita.
E Critone trovò Socrate non stoicamente «impassibile», nel suo carcere,
come spesso si legge di alcuni grandi eroi che erano condannati a
morte; ma lo trovò, come sempre, buono ed affabile. Era forse un po’
disturbato, in quanto che Critone lo aveva allontanato dal sonno, e
pareva quasi voler rimproverare il suo giovane discepolo con quelle
parole: — Come, Critone, a quest’ora? È già spuntato il sole? — e
pareva volesse dire: — Perchè mi hai tu chiamato alla vita?
— Perchè tu devi fuggire, — dice Critone, — devi salvarti: tutto è
pronto per la fuga, le guardie del carcere sono state comperate da noi.
E Socrate disse che non voleva fuggire, e Critone vide la faccia di
Socrate distendersi nel suo umile sorriso come se dentro un lume di
letizia si fosse improvvisamente acceso.
Critone cominciò a lagrimare. E Socrate cominciò a spiegargli le belle
ragioni perchè non voleva fuggire.
Ed è proprio vero quello che noi sappiamo, cioè che Socrate non
volle fuggire per non far del male alla sua adorata, unica patria
disubbidendo alle sue leggi?
Sì, questo può darsi. Allora non usavano le nostre grandi patrie; ma
usavano piccole patrie, le quali si abbracciavano con un’occhiata, e si
abbracciavano anche col cuore più facilmente che non le nostre troppo
grandi patrie. Ma può anche darsi che Socrate udisse al di là della
voce di Critone che supplicava: «Socrate, fuggi!», la voce dell’umanità
che diceva: «Socrate, non fuggire; Socrate, per carità, fatti
ammazzare!». Perchè è un fatto che l’umanità ha bisogno, ha bisogno,
ogni tanto, come l’Orco della favola, di divorare qualche uomo giusto.
E potrebbe darsi inoltre che Socrate avesse sentito in quell’ora tutta
la verità di quelle parole inebbrianti che egli già aveva dette ad
Assioco: «Da quest’ora in avanti la mia anima desidera la morte».
E potrebbe anche darsi che Socrate provasse in quell’ora quel furente
entusiasmo, quella follia che Dante colloca nell’animo di un altro eroe
tutt’altro che ingenuo, quando lo sospinge, vecchio, ad affrontare
l’immenso mare, ignoto, delle tenebre: «Suvvia, Socrate, facciamo
l’esperimento della morte! Scagliamo la nostra vita, con ancora tutte
le fiaccole dei sensi vive ed accese, contro la morte!»
Ma che ne sappiamo noi?
Noi sappiamo che egli non volle fuggire e che la mattina in cui, a
giorno già fatto, gli amici suoi, Fedone, Critone, Apollodoro, Cebete
e altri entrarono nel carcere, per l’ultima volta, vi trovarono già
Santippe.
Povera e calunniata signora!
Quante volte abbiamo letto nei libri, nei giornali, che mentre il
marito sta per morire, la moglie consulta la sarta sull’abito da lutto!
Ma Santippe, no: ella era nel carcere di suo marito perchè aveva
saputo che in quel giorno Socrate doveva morire. Ella non disse: «Oh,
finalmente se ne va quel buon uomo».
Ella seguiva il marito.
*
Però la sentenza non potè subito essere coronata dalla esecuzione;
passò più di un mese tra la sentenza e l’esecuzione. Ciò avvenne perchè
non sarebbe stato legale uccidere Socrate in quel frattempo! Quello
era un sacro tempo! Ogni anno una nave salpava dal porto di Atene per
portare doni _ex voto solemni pro accepta gratia_, al dio Apollo che
abitava l’isoletta di Delo. Ora per tutto quel tempo era per legge
vietato di ammazzare. Dopo, sì, si poteva ammazzare! Ma a cagione del
mare cattivo e dei sacri banchetti, la sacra nave tardava ad arrivare.
Ora finalmente era ’arrivata ed era permesso ammazzare.
Ad Anito e Meleto, all’aristocrazia ed alla democrazia, stava a cuore
la più scrupolosa legalità.
Gli ufficiali di giustizia, che erano Undici, si erano affrettati
di buon mattino a slegare Socrate, che per tutto quel mese era stato
incatenato come una malvagia bestia, e il servo dei magistrati — noi
diremmo, il boia — pestava tranquillamente la cicuta nel suo mortaio.
Era press’a poco l’ora lugubre in cui l’_esecutore delle grandi opere_
— come i Francesi, eleganti sempre, chiamano il carnefice — sorveglia
al lume delle fiaccole se la ghigliottina è montata a dovere; e si
veste l’abito nero: l’ora lugubre in cui gli elettricisti in America
provano la bontà della corrente nella sedia elettrica: in cui in altri
paesi il boia impiccatore sporge per l’apertura della carcere la sua
pupilla per vedere sul condannato di quale lunghezza deve essere la
corda della forca. Ai tempi di Socrate non esistevano questi lugubri
progressi tecnici e la morte legale era somministrata in una maniera
più intima e meno spettacolosa.
Si dava la cicuta.
La cicuta è una pianticella che cresce nei luoghi umidi. Essa è molto
simile all’utile prezzemolo e produce una morte — dicono — quasi
tranquilla, come quella che spesso avviene naturalmente, quando questo
povero nostro cuore improvvisamente si ferma per non riprendere più.
Certo non così estetica e tranquilla come la descrive Platone, ma
insomma una cosa discreta!
Dunque gli amici entrarono e trovarono Santippe nella prigione.
Ella era venuta di buon’ora insieme con i magistrati, detti gli Undici.
Si era levata presto quella mattina perchè aveva saputo anche lei che
la sacra nave era giunta. Il più piccino dei figliuoli si era svegliato
di soprassalto sentendo che la mamma si levava che era quasi notte, e:
— No via, no via anche tu, come il babbo! — aveva detto e poi si era
messo a piangere; e allora Santippe lo aveva infagottato alla meglio
per non farlo piangere di più e non svegliare gli altri due fratelli
che, per fortuna, dormivano.
E per le vie ancor buie di Atene, era corsa alle carceri e aveva
veduto entrare i signori Undici. Allora s’era messa a galoppare col suo
figliuolo in braccio; li aveva raggiunti e: — Oh, Madonna, oh, Signore,
è vero — chiedeva all’uno e all’altro degli Undici — è vero che oggi
mio marito deve morire?
— E arrivata infine la sacra nave da Delo, — risposero gravemente gli
uomini della legge.
— Andate là, vedete di aspettare, lasciatemi andare da Anito, — chi sa
che non gli possa parlare, che non abbia pietà di noi meschinelli.
— La mia buona donna, — disse uno degli Undici — intanto a quest’ora
Sua Celsitudine Anito dorme, e poi dite un po’, dove andrebbe a finire
il mondo se si potesse così leggermente fermare la spada punitrice
della Giustizia?
— Ma infine, — urlò Santippe, — cos’ha fatto questo pover’uomo? Ha
rubato? Ha ammazzato? No! Diceva delle cose senza capo nè coda perchè
aveva come una fissazione! Eh, se si dovessero ammazzare gli uomini per
le sciocchezze che dicono, allora non ci resterebbe neppur più la cria
della vostra brutta razza prepotente.
— Delle «sciocchezze»? — disse il più grave degli Undici, spalancando
la bocca ammirativa dentro la sua venerabile barba, mentre gli altri
degli Undici già salivano le scale della prigione. — Delle sciocchezze?
Ha fatto grande scandalo!
— Ma che scandalo?...
— Ha disprezzato la legge della città! Ma sapete voi cos’è la legge? La
legge è quella cosa......
— Che la fa chi può, e la mangia chi deve, — disse Santippe.
— Vi compatisco che non sapete quel che vi dite. E l’avere offeso Giove
Olimpio che è il padre degli dei e degli uomini, vi par poco?
— Eh, che non ci credete più neppur voi a Giove Olimpio, buffoni!
E a quell’invettiva il bambinello che aveva, coi grandi occhi attoniti,
sull’alto della spalla di Santippe, assistito a quella scena al lume
delle lanterne che ingiallivano già, per l’alba nascente, scoppiò in
pianto dirotto.
— Sta buono, cocco di mamma tua, sta buono; ora andiamo dal babbo. Vuoi
vedere il babbo? Sì? Ora lo andiamo a vedere. Ma non piangere.
E salì dietro gli Undici, i quali erano molto seriamente occupati a
levare le catene a Socrate.
Ora appena fu entrata: — Socrate, Socrate, Socrate, — esclamò Santippe
— ma dunque è vero? Ma perchè ti sei difeso così male? Anche Pericle
si è messo a piangere davanti ai giurati, e tu perchè non l’hai fatto?
Perchè non hai gridato «è Anito che mi odia»? E adesso come si fa? E
per gli affari chi ci pensa? E come si rimedia a quell’ipoteca che ci
mangia tutta la casa? Ah, vedi, che guadagno ci hai fatto con quella
tua idea fissa del _kaloì kagathoì_!
Intanto gli Undici avevano tolto la catena e se ne erano andati,
lasciando Santippe, giacchè le antiche leggi ateniesi non erano così
formaliste come le nostre, in quanto che non era stata ancora ben
perfezionata la burocrazia.
E quando fu sola con lui, gli si assise vicino sul letticciuolo,
col bimbo, che tirava al babbo la barba con le sue dolci manine, e
proseguì: — Ma se ieri l’altro, prima che arrivasse quella maledetta
nave, Critone aveva combinato tutto, aveva pagato i carcerieri, era
venuto a casa a dirmi di tenerci pronti! Io avevo messo da parte
quei quattro stracci per poter scappare tutti insieme.... Io pensava:
To’, non tutto il male vien per nuocere. Andremo a vivere a Megara, a
Tebe; là, lontano dalle occasioni, senza più tutti quei suoi cattivi
compagni che lo fanno parlare, chi sa che lui non badi di più alla sua
famiglia. Così io pensava e chi sa anche che non gli entri in testa che
il primo dovere di un uomo serio è quello di badare a sè ed alla sua
famiglia.... Ma cosa ti saltò in mente, povero infelice, di rifiutare?
Ma almeno parla, rispondi, ma di’! Se non lo vuoi fare per me, chè
non mi vuoi bene, lo so!, fallo per questa creaturina qui, che è tuo
sangue.... Non vedi come è pallidino, smorto? Ha un’anima anche lui,
sai! Alza la testa.
E fu in quel punto, che già il giorno era ben chiaro, che entrarono gli
amici di Socrate; e allora Santippe, come una lampada su cui è versato
dell’olio, scoppiò in un gran pianto, e la realtà imminente della morte
le si affacciò nel suo orrore.
— O Socrate, Socrate, — gridava fra i singhiozzi, — ecco l’ultima volta
che io e i tuoi amici parleremo con te e tu con noi!
E allora Socrate infine parlò. Si rivolse specialmente a Critone e gli
disse: — Suvvia, amici, conducete via quella donna e rimenatela a casa.
E allora avvenne una dolorosa scena perchè Santippe non voleva
andar via, e ingiuriava e piangeva, lei e il bimbo. Ma finalmente fu
trascinata a forza e spinta fuori e poi fu chiusa la porta.
E stavano gli amici in mortale silenzio, quando Socrate, che era seduto
— come dicemmo — sul lettuccio, soffregandosi la gamba che era stata
per quasi un mese stretta nel morso della bestiale catena, sorridendo
disse: — Ecco qui, — e indicava il lividore delle carni piagate dalla
catena, — io provo un grande piacere, mentre prima provavo un grande
dolore. Sapete che è una gran cosa, una meravigliosa cosa quella del
dolore e del piacere? Che cosa sono essi? Ci stavo appunto pensando
quando entrò colei, anzi mi era venuto in mente di comporre una
favola come quelle di Esopo, nella quale volevo dire quello che me
ne pareva, cioè che il Piacere ed il Dolore sono così strettamente
congiunti insieme, che quando l’uomo vuole prendere l’uno è costretto
a prendere anche l’altro. Vi pare? E perciò imaginavo che Esopo
componesse così la favola, che il Dio volendo far fare pace a questi
due nemici inconciliabili, il Piacere ed il Dolore, e non potendo, li
legò insieme. Ed è quello che è avvenuto a me. Nella gamba, prima, per
effetto della catena vi era il dolore, adesso, tolta la catena, vi è
il piacere. Bella la favola, è vero? Più bella del ragionamento. Ora ci
vorrebbero i versi. Ma chi ne ha tempo?
Ora urgeva il tempo della morte.
Mentre così parlava, Santippe col figlioletto si era rincantucciata,
disperata e piangente, in fondo a un corridoio della prigione.
*
Che peccato che Sofocle, il vecchio immortale, che fu trascinato anche
lui dai figli davanti ai giudici perchè pe’ suoi sogni negligeva gli
affari di casa, che peccato — dico — che egli fosse morto da qualche
anno! Se fosse stato in vita allora, avrebbe scritto su la povera
Santippe una nuova tragedia, più potente assai delle molte che scrisse
su gli eroi e sugli Dei.