Oh, povera Santippe!
Non a pena Santippe venne a sapere che suo marito era stato messo in
prigione, ne fu molto perturbata.
«Lo dicevo io che una volta o l’altra ci sarebbe capitato addosso
qualcosa di serio! Eh, avessi io sposato un onesto trippaio! Suvvia,
figliuoli, vestitevi con i peggiori abiti che avete (già di buoni non
ne avete) e andiamo a metterci sulla porta per dove devono passare i
giudici».
I signori giudici giurati passavano gravemente in lunga fila di
cento giurati, tutti vestiti coi manti bianchi. Essi si recavano al
dikasterio, che vuol dire _la casa di Dike_, quella tale vergine e
troppo delicata Giustizia, la quale vedendo che non c’era modo di
salvare il suo onore, tornò su ancora in cielo: e allora ci andò ad
abitare al dikasterio una buona donna più accomodante, la quale non
essendo niente affatto vergine, era corazzata contro gli oltraggi degli
uomini, da ogni parte, con triplice cuoio, come le navi di Anito.
Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli,
gran corrotto, e tutti quei suoi capellacci rossi e quelle sue strida
mettevano quasi paura, anche ai signori giurati.
— Meschini noi! — urlava. — Or che faremo noi, deserti del nostro uomo?
Adess’adesso vengo su anch’io nel dikasterio, e ci mettiamo tutti noi,
insieme con lui, a piangere!
Ma tutti i signori giurati erano di una gravità nera ed impressionante
benchè vestiti di bianco.
Mostravano verso Santippe la palla bianca degli occhi e le palme delle
mani ai due lati degli occhi come per dire: «È una cosa grave, grave,
grave!»
E qualcuno pur le diceva: — Pare si tratti di un delitto contro lo
Stato. _Crimen lesae maiestatis!_
— _Proditionis insimulatus!_ — diceva un altro.
— L’arconte basileo, oimè, sostiene l’accusa! — diceva un terzo.
— Mah! — sospirava un quarto.
— Sentiremo quello che risponde lui! Ma non sa nè parlare nè star zitto!
— Voi, ad ogni buon conto, la mia buona donna, tenetevi qui pronta con
questi marmocchi; al momento opportuno, quando si farà la votazione, vi
manderemo a chiamare....
E qualcuno più disposto a pietà, diceva piano ai colleghi: — Se non
fosse una cosa sì grave, potrebbe costei tentar di inviare qualche
donativo ad Anito....
— Infatti, — rispondeva ancor più piano il collega, — _mùnera placant
hominesque deosque_.... Ma che può mandare costei?
— Che vai dicendo? — chiedeva Santippe.
— Diciamo, buona donna, che Anito è di animo sensibile.
Così dicevano, nei primi giorni del processo, i giurati alla buona
donna, e lei si stava tutto il dì alla porta del dikasterio. Bene
avrebbe elevato nell’aula le strida, e fatto gran corrotto non appena
l’avessero chiamata!
Mai però Santippe si sarebbe imaginata una simile tragedia, la quale
avrebbe travolto anche il suo umile nome nella rivista della storia!
Ma passavano i giorni, e Santippe non era chiamata su in tribunale.
L’aspetto dei signori giurati era sempre più nero ed enigmatico.
— Bisogna che vi armiate di coraggio, la mia donna, — disse uno dei
giurati; — ma le cose si mettono al male, e quel disgraziato si vuol
rovinare! Invece di star zitto e lasciar parlare il suo avvocato, parla
lui! Invece di lagrimare o di strapparsi quei quattro cernecchi che
gli avanzano in testa, sorride, sorride proprio in faccia all’arconte
basileo, e in faccia ad Anito...., e in faccia a noi! Pare che si sia
come fissato; e i suoi occhi spenti guardano cose lontane! Mah! — e le
teste dei giudici più pietosi crollavano compassionevolmente sopra i
candidi manti.
— Ma lo sapete pure che è un insensato! — urlava Santippe. — Quando
vennero a casa a prenderlo, sorrideva anche allora, e si lasciò portar
via come un pecorino. Io gli volevo sformare il muso a quei sicofanti,
ma lui mi disse di stare cheta e di non contrastare.
— Non è una buona ragione essere insensato, — rispondevano gravemente
i giurati. — Certo parla come insensato. Egli ha dichiarato che
è dolentissimo; ma che per far piacere ad Anito e Meleto non può,
specialmente alla sua età, mutare la sua vita. Lo vorrebbe anche, ma
il suo Dio non vuole, il suo Dio, capite voi? chè per quello che anche
noi se ne può capire, è più misterioso di Demetra, più intelligente di
Minerva, più autorevole di Giove stesso. È l’accusa di Meleto! E lui,
infelice, la ribadisce!
— Meleto e Anito allora hanno ragione!
— _Crimen impietatis_, oltre che _crimen lesae maiestatis!_ —
mormoravano i giudici del popolo e non volgevano più nemmeno il bianco
delle pupille verso Santippe.
E venne un nunzio quando fu sera e disse: — Santippe, Socrate vostro fu
giudicato reo!
— Oimè, oimè, deserta, — urlava Santippe fuggendo per le vie d’Atene,
— me l’hanno condannato quel povero uomo. L’hanno giudicato reo! Ma reo
dì che? Disoccupato, scioperato, mentecatto, ma reo di che?
— Datti pace, Santippe, — diceva la gente per le vie, — ogni speranza
non è perduta.... L’hanno giudicato reo: questo è vero, ma la
maggioranza è di soli tre voti. L’ultima parola non è ancor detta.
Domani è l’ultima seduta. Meleto, sì, è vero, proporrà domani la pena;
ma Socrate ha il diritto di fare una controproposta. È per legge! E
allora sappi, Santippe, che sono ancora i giurati quelli i quali devono
stabilire la pena.
*
Or dunque, quando venne l’ultimo giorno, grande fu la trepidazione di
Santippe.
Ma il dikasterio pareva quel dì muto come la casa dei morti. Declinava
ancora il sole.
Ad un tratto fu udito un gran tumulto, un urlo di cento voci, poi
silenzio ancora, poi, dopo alquanto, furono spalancate le porte e tutte
le cento toghe bianche dei signori giurati si precipitarono fuori in
gran tumulto. Travolsero Santippe.
Ultimi, lentamente, uscirono Meleto, Anito ed i notari e fiscali.
— Noi abbiamo salvato la Repubblica! — diceva gravemente Anito.
— Nel presente e nel futuro, — diceva Meleto.
I notari, loro intorno, facevano reverenza, e si ripetevano l’un
l’altro: — Una pervicacia inaudita, signori! Il disprezzo di ogni
tradizione, di ogni legge!
*
Che cosa dunque era accaduto nell’aula del dikasterio?
Questo era accaduto:
I signori giurati avevano il giorno precedente approvato l’accusa di
reità. Ma la maggioranza dei voti era stata assai scarsa. Tre voti
appena!
E Anito e Meleto uscirono dal dikasterio in quel dì con accigliato
cipiglio squadrando i cento giurati, fra cui quarantasette (certo)
erano quelli che giudicavano Socrate, non reo.
Tutta notte Meleto, al lume della lucerna, meditò nel nero cuore la
sua requisitoria. E come spuntò il dì, la recitò, e rimbombò l’aula del
dikasterio. Egli, l’arconte basileo, domandava la pena di morte, _pro
crimine impietatis_!
— Ma perchè, signori giurati, — proseguì Meleto, — nulla la democrazia
ateniese fece e farà mai contro la legge, prima che voi diate sentenza,
a te, Socrate, spetta proporre di quale pena ti giudichi meritevole.
— In verità, Meleto, in verità, Anito, e tutti voi, signori di Atene, —
cominciò allora Socrate, — io ben considerando di avere speso tutta la
mia vita in pro’ vostro e di avere per questo trascurato gli interessi
miei e quelli della mia famiglia, domanderei invece un premio. Ma
sono vecchio oramai, ho settantacinque anni e perciò io mi restringo
a chiedervi una tenue pensione; e quanto a voi, Meleto ed Anito, io
chiedo la nomina nel Pritaneo, dove lo Stato onora e nutre i suoi
cittadini più benemeriti.
(Noi oggi diremmo la nomina a membro del Senato.)
E fu allora che un clamore immenso si levò fra i giudici: — Quell’uomo
schernisce la maestà della legge!
— No, membro del Pritaneo? — continuò Socrate. — Voi mi volete
condannare ad ogni modo? Ebbene: io allora ubbidirò e pagherò una
multa: tutto quello che io vi posso dare, vi darò, signori giudici!
E così dicendo, Socrate levò e presentò alta una moneta: un obolo!
(Noi diremmo: due centesimi.)
E fu così che quegli onesti bruti votarono la pena di morte a totale
maggioranza.
Tutti quei cento bruti da molti giorni soffrivano di una cotale
prurigine alla pelle, come se le parole di Socrate fossero state
un’invisibile, un’impalpabile polvere vescicatoria.
— A morte! — gridarono i giudici.
— A morte, signori Ateniesi? — domandò allora Socrate senza mutar voce.
— Ma ci potremo intendere benissimo, giacchè il Dio solo sa e conosce
se la morte è un male od un bene.
*
E fu così che Socrate, per profumarsi col profumo della verità e più
specialmente per non poter tacere, fu condannato a morte.
Avete ucciso, o Ateniesi, l’usignolo delle Muse, il savio vero,
l’innocente, il miglior uomo che fosse tra voi.
E gli uomini giudicarono savio l’insensato, ma soltanto dopo che
l’insensato era morto!