I fatti, con mio felice scorno, diedero ragione a Stefano.

Accolto sulle prime con un po' di diffidenza, quel _foresto_

mingherlino dalla gentilezza di fanciulla, la sua franca condotta, la

lealtà del suo procedere, gli conquistarono a poco a poco fabbrica e

paese; i vecchi lo approvavano, lo stimavano i giovani, e le matrone

con figlie da marito non gli lesinavano i loro complimenti. C'era

però sempre la massa imponente di trecento operai da tenere in freno.

Mio fratello si era fatto amare anche da loro sul principio di una

giustizia al pari per tutti; ma della giustizia, al pari di tante

altre belle cose, si possono fare almeno due versioni: una che serve

per chi ha ragione e l'altra per chi ha torto. Avvenne per ciò che

un bracciante, ribelle a qualsiasi persuasione di dovere, si fosse

creato centro di un tale focolaio di discordia e di cattivo esempio da

decidere mio fratello a licenziarlo. Il fatto in sè stesso non usciva

dalle regole di una giusta disciplina, ma pare che l'operaio stesse

meditando quella tale versione della giustizia a modo suo, perchè

qualcuno avvertì mio fratello di stare in guardia, avendo colui giurato

la sua vendetta. "Dite a colui — rispose l'anima blanda del mio Stefano

— che vado tutte le sere a trovare la mia fidanzata a *** e che ritorno

a buio fitto per un dedalo di viuzze tortuose dove non penetra raggio

neppure nelle notti di luna, e che non porto armi".

Il 18 febbraio 1881 fui svegliata da un telegramma di Stefano che mi

annunciava essere la nostra zia Margherita agli estremi. La sapevo da

qualche tempo indisposta, ma ero ben lungi dall'immaginare la gravità

del male. Senza pôr tempo in mezzo corsi a prendere il primo treno

per Genova. Era forse la peggiore giornata di quell'inverno; freddo

intenso e neve a tutto scendere; tuttavia l'impressione più violenta

del maltempo l'ebbi quando, lasciandosi dietro la pianura lombarda,

il treno entrò sbuffando fra le due pareti di roccia che formano la

vallata della Scrivia.

Avevo avuto fino allora l'abitudine di fare quel viaggio nella stagione

dei bagni, per cui uscendo dalla estiva fornace milanese tendevo

ansiosa la gola riarsa al primo apparire della Scrivia, balzante di

sasso in sasso, con una gaia promessa di frescura, e mi trovai invece

in un deserto di neve, così triste e melanconico e desolatamente

freddo, da agghiacciarmi quel po' di calore che mi restava ancora nel

sangue. Oh! come può la condizione del tempo cambiare siffattamente

la fisionomia di un paesaggio? Dove erano più nei villaggi liguri

le piccole case dipinte di rosa colle foglie di basilico messe ad

asciugare sul tetto e le ghirlande di pomodoro appese ai balconi? La

neve copriva, sfondava, inabissava tutto; e insieme alla neve un vento

di burrasca schiantava gli alberi ululando.

Il peggio fu quando, discesa alla stazione di San Pier d'Arena, il

controllore mi strappò di mano il biglietto spingendomi fuori con

grande premura di serrare le vetrate, ed io, per prima cosa, mi trovai

a non vederci più, perchè una folata di vento mi aveva rovesciato

il cappello sugli occhi; nè fu breve impresa districare il cappello

dalla veletta avendo le mani occupate da una valigia, un ombrello, uno

scialle, e il vento che soffiando proprio verso di me, mi cacciava

negli occhi turbini di nevischio e mi sbatteva le sottane contro le

gambe, impedendomi di fare un passo. "Un facchino! almeno un facchino

per portarmi la valigia!" Cacciavo questo grido di disperazione tra i

ghiacciuoli del mio fiato, ma non c'era intorno anima viva. Le poche

persone giunte insieme a me, si erano squagliate in un battibaleno;

attraverso le vetrate chiuse della stazione non scorgevo altro che usci

chiusi. Da quella parte non c'era speranza di aiuto. Mi ingegnai allora

a discendere sola la scarpata che conduce al paese, trascinandomi

dietro il mio bagaglio, aguzzando gli occhi verso lo stradale per il

quale doveva passare il modesto tram che conduce a Rivarolo.

Ma non si vedeva che neve. San Pier d'Arena era trasformato; case,

botteghe e finestre tutte sbarrate ne avevano trasformato l'aspetto; e

la solitudine e il profondo silenzio di quei luoghi così pieni di vita

e la necessità di combattere ad ogni passo col vento che mi spingeva

indietro incominciavano a confondere la mia abilità topografica, che

non è mai stata forte, finchè vidi un sacco che scivolava lungo il

muro, e sotto il sacco due gambe d'uomo. "Per carità, mi dica dove

posso trovare il tram di Rivarolo!" implorai con tanto impeto che per

miracolo non caddi nella neve io, la valigia, lo scialle e l'ombrello.

Il sacco non si fermò, non si volse neppure dalla mia parte, solo

una voce sgarbata rispose: "Eh! sì, vada a pigliare il tram oggi!"

Scomparso rapidamente l'uomo dal sacco, non si scorgeva alla lettera

più nessuno, nè un cane, nè un gatto, nulla. L'effetto che mi fece

allora la misera vetrina di un mercantuccio, priva di imposte, col

vetro sconquassato, dalle cui fessure il vento penetrava furioso

facendo roteare e ballonzolare tre cuffiette da bimbo appese ad una

funicella! Ma che nascono ancora bimbi in questa fine del mondo?!

Intirizzita, abbattuta dalla cattiva piega degli avvenimenti, pensando

che ogni minuto di ritardo poteva essere fatale per lo scopo del mio

viaggio, mi trovai dinanzi a una porticina vetrata che una tendina

rossa indicava essere una osteria. Non era il caso di starci a

discutere sopra; picchiai risolutamente. Una donna grassa e lenta venne

ad aprirmi, guardandomi con indifferenza, ma alla mia domanda dove

avrei potuto trovare il tram di Rivarolo, disse subito che non c'era

nemmeno da pensarci, con quel tempo, un tempo mai visto! Replicai se

fosse possibile trovare una carrozza. "Ma chi vuol mai che metta fuori

una carrozza con quest'ira di Dio?" soggiunse l'ostessa, e concluse

suggerendomi di dormire la notte a S. Pier d'Arena, che l'indomani si

sarebbe provveduto.

Ma la mia insistenza a voler partire dovette essere stata ben tenace,

perchè mezz'ora dopo salivo in un trabiccolo che giaceva abbandonato

nel cortile, uno di quegli antichi omnibus chiamati in paese scimmie,

non so perchè; una vera carcassa spelacchiata che aveva perduto

l'imbottitura, sulla quale dal soffitto sforacchiato nevicava come in

piazza e vi nevicava certo da parecchie ore essendosi già formato una

specie di rivoletto che dovetti saltare alla meno peggio per prender

posto sullo stretto sedile dove rimasi appollaiata: rassegnata oramai

alla mia sorte apersi l'ombrello. "Cara zia Margherita, in quale stato

l'avrei trovata?" Questo era il pensiero dominante, il pensiero unico,

mentre lo strano veicolo a trabalzi e a scossoni mi portava attraverso

un deserto di neve verso la tristissima meta. Ma prima ancora di

giungervi dovetti abbandonare la mia arca, per il fatto della sua

mole antiquata, che non le permetteva di passare negli stretti vicoli

che precedevano la casa di mio fratello, nella quale potei finalmente

entrare solo dopo di avere sfangato un mezzo metro di neve per

praticarmi un passaggio.

C'erano tutti e due i miei fratelli, e dall'espressione dei loro visi,

compresi che tutto era finito. Mi confermarono che era morta nella

notte e prima di entrare in altri particolari, vedendo che gocciolavo

da ogni parte, mi trassero dinanzi al caminetto acceso e lì stettimo

noi tre, soli superstiti della nostra famiglia, a ragionare di tante

piccole cose lontane che in quel posto e in quell'ora acquistavamo una

trasparenza di rivelazione. A un tratto Luigi mi disse: "Vuoi vederla?"

"Certamente" risposi, ma le forze non erano con pari prontezza sicure e

il cuore mi palpitava di pietà. Tuttavia volli rimanere sola colla mia

cara morta.

Volli che ella mi vedesse in quell'attimo di suprema verità. Giaceva

bianca e morbida nella cassa aperta. Un leggero gonfiore intorno alle

guancie le aveva raddolcito i contorni, rischiarata la carnagione.

Il suo volto asciutto, tormentato dall'ardore, si era composto nella

divinità della morte. Nessuna traccia più delle sue collere violente,

nè de' suoi sarcasmi. O mia Màrgula cara, Dio, che non ti aveva

concesso le ali dell'angelo, in premio delle tue virtù ti aveva dato la

spada del guerriero, e quella brandendo combattesti le tue battaglie

per il bene. Come riposi ora tranquilla, Màrgula, Margulina mia! Le

parlavo a voce alta, non so se colla speranza che avesse da intendermi,

o per il semplice bisogno di intrattenermi ancora una volta con lei,

sotto la protezione del mistero di cui sentivo l'augusta presenza; nè

mi accorsi del tempo che fuggiva, nè mi fu breve l'indugio. La voce

sommessa dei miei fratelli dalla saletta mi chiamò ripetutamente.

Allora mi chinai per l'ultimo addio sul feretro che tra poco avrebbe

risuonato dei colpi, sinistri del martello: Addio per sempre! Una

lagrima cadde da' miei occhi su un ramicello di camelie regalatomi

poc'anzi dalla moglie del dottore e che mi era rimasto fra le dita. Con

movimento istintivo posai fiore e lagrima sul petto della cara estinta,

mormorando: "Lo sai, ora, che ti voglio bene?..."

Uno dopo l'altro tutti i miei vecchi sparivano così, lasciandomi

un gran vuoto nel cuore. La zia Carolina si era abbattuta

sull'inginocchiatoio, un mattino, mentre recitava le orazioni,

chiudendo senza malattia la serena vecchiaia trascorsa nella pace degli

affetti domestici, nella casa avita eretta sulle rocce del castello che

aveva appartenuto alla famiglia di suo marito, serbando fino all'ultimo

il suo dolce e composto sorriso, la sua tenera affezione per me, tanto

ricambiata, ricordata sempre.

Ultima rimaneva la zia Claudia, trascinando quella sopravvivenza a

sè stessa che è la forma più malinconica dell'invecchiare. Il corpo

che si trasfigura perdendo le linee e i colori, il brio di vita che

si ottenebra a poco a poco, anticipando nella mente il buio dell'al

di là, accompagnano la dipartita dell'essere caro di uno sconforto,

quasi una umiliazione che nessuno se non l'ha provata può intendere.

Oh! bello trasvolare, come la zia Carolina, dall'uno all'altro mondo

prima che la malattia ci afferri, che la decadenza ci scomponga,

trasvolare, puri d'anima e di corpo, in una elevazione dello spirito

a Dio! Già da qualche anno la povera zia Claudia era entrata in quella

trasformazione di tutta la persona che fa dire con una frase popolare,

ma efficacissima: "Non è più lei!" E intorno a lei, nell'isolamento

pieno di tristezza e di rimpianti in cui viveva, ogni cosa era

cambiata, logora, sfasciata, morta innanzi ancora che lei morisse. Un

peggioramento improvviso, del quale non fui avvertita, pose fine alle

sue sofferenze.

Nel treno, che mi conduceva a Caravaggio il giorno del funerale,

pensai che vedevo questo paese per l'ultima volta, e nel mettere piede

sull'ampio viale del Santuario, mi sentii battere il cuore. Tutta la

mia vita risorgeva da quell'oasi, dove avevo passato i più bei giorni

della mia infanzia e dove sapevo di dover trovare solo una nuda bara.

A passi lenti, con una esitazione sacra per tutte le memorie che si

ridestavano in me, mi avviai verso il paese, fermando gli occhi su

ognuna di quelle fronde, su ognuno di quei muricciuoli o di quelle

panchine tra albero e albero come per fissarne il disegno nella mia

mente. Entrai nella piccola chiesa di San Bernardino, alquanto profana

nel suo barocco voluttuoso e nelle pieghe delle cortine che abbracciano

gli altari con morbidezza di alcova, ma tanto cara alla mia visione

fanciullesca per i bei colori dell'ornamentazione e per quell'aria

vecchiotta che in ogni tempo mi tenne sotto il suo fascino. Dinanzi

all'arco a tre porte che mette al paese, colla statua della Madonna

campeggiante nel mezzo, fiancheggiata da due angeli che imboccano la

tromba, una attrazione magnetica mi fece volgere gli sguardi sullo

squallido fabbricato, a destra entrando, così squallido e repulsivo,

ma che si illuminava a' miei occhi di ridenti e splendenti immagini

perchè, appena voltato l'angolo, sapevo di trovare quella reggia di

tutti i sogni, che era la casa dei miei nonni. "Dopo, dopo — dissi per

calmare la mia impazienza — anzitutto il dovere"; e voltai a sinistra

dove per viuzze secondarie delle quali improvvisavo il ricordo passo a

passo, giunsi a quella che era stata la dimora della zia Claudia.

Nelle rare ed affrettate visite, che le facevo durante gli ultimi anni,

per non perdere un solo istante della di lei compagnia, non uscivo

nemmeno dal salottino angusto in cui si spegneva la sua attività,

che era stata così grande, così prodiga di sè stessa. Questa volta

invece, sapendo di non tornare più, volli compiere un giro pietoso

nelle stanze deserte, sotto il portico, attraverso il giardino, un

giorno così lieto di fiori, di frutta e di fanciulli. Ad ogni passo

era una desolazione; del giardino non restava più nulla; alberi e

fiori divelti, appena qualche erbaccia, pestata dai gatti, macchiava

qua e là il terreno di chiazze giallastre fra le quali razzolavano

tre o quattro galline, sollevando mucchietti di terriccio. Filosofo e

prigioniero, solo l'alloro rimaneva appoggiato al muro, curve le rame

sulla fossa dell'immondezzaio. Mi sovvenni allora che egli mi aveva

ispirato una delle mie prime riflessioni sui rapporti fra la natura

e l'uomo. Dovunque girassi lo sguardo i ricordi sorgevano. Riconobbi

la sedia sulla quale la zia Claudia faceva sedere le povere donne che

venivano a farsi strappare un dente o a prendere consiglio dal dottore;

non serviva mai per nessun altro e giaceva ancora sotto il portico,

quantunque il dottore fosse morto da molti anni; giaceva rudero

abbandonato in mezzo alle altre rovine, ai muri che si scrostavano, ai

parati stinti, ai mobili appannati, agli specchi opachi; vecchiaia e

distruzione di tutte le cose intorno a una povera vecchia, che si era

sentita morire ogni giorno un poco, insieme alla sua casa che moriva.

Salii, da ultimo, la breve rampa dello scalone, dove volava un tempo

il mio piede leggero per andare a beccuzzare i chicchi oblunghi d'uva

galletta, che dal giardino saliva a vestire il terrazzo di grappoli

biondi, dei quali rimaneva, unico ricordo, un macabro intreccio

di ceppi arsicci e contorti. Posava sovr'essi in quel momento una

cocciniglia rossa che mi parve l'anima sopravissuta della mia prima

gioventù. E sulla parete dello scalone — oh! sorpresa dolcissima — ecco

intatti i versi dell'_Edmenegarda_ quali io ve li scrissi:

«O giovinette, gioia vereconda....».

Ed ora l'ultimo pellegrinaggio, il più tenero, il più doloroso.

Da molti anni non attraversavo il paese, dall'infanzia forse.

Affacciandomi alla piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose intorno

si interponeva uno spazio confuso, come se il tempo trascorso vi avesse

sospesi veli di nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qualche

indizio di tale stato d'animo dovette trapelare dalla mia persona,

perchè dalla soglia delle botteguccie, dinanzi ai canestri delle

ortolane, alcuni curiosi stavano a guardare questa incognita con una

certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va a Caravaggio,

ci va per il Santuario e non per vedere il paese. Avevo una gran

voglia di gridare: "Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo

paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". Fantasticava:

"se incontrassi la mia nutrice? o i suoi figli? o la mercantina che

mi vendeva gli spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti

sono morti!...". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad un ammasso di

calce mostruosamente tormentata e sforacchiata che mi diede l'esatta

impressione di un pugno negli occhi. Oh! Dio, cos'è questo? Una casa in

stil novo, in stile _liberty_? E ciò a Caravaggio!

Una malinconia sottile si impossessò del mio spirito; mi sentii

straniera, atomo disperso di una generazione lontana. Il senso della

morte non mi era mai apparso così generale e profondo negli uomini,

nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. Ma quando la vidi, essa,

l'arca santa dei miei anni migliori, la casa benedetta dei miei

nonni, non ebbi più alcun pensiero, nè di morte, nè di vita. Dovetti

appoggiarmi alla casa di contro, perchè mi si piegavano i ginocchi, e

di là guardai attraverso le palpebre umide, le sei finestre della bella

facciata semplice e la finestretta dell'ammezzato dove la zia Carolina

mi insegnava:

«Arlequin tient sa boutique».

Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Giovanni dove mio padre e

mia madre si erano sposati, e una grande tenerezza mi disfaceva il

cuore. A passi guardinghi, come se stessi per commettere un delitto,

traversai la strada e mi avvicinai alla porta. Era chiusa. Trattenendo

il respiro mi posi in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo in

tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sul quale le mie pupille

si fissavano ipnotizzate era il saliscendi che la mano piccoletta

aveva premuto tante volte.... La mia commozione è al colmo, non posso

resistere, il desiderio è più forte di me. Appoggio un dito e la porta

si apre scampanellando. Che momento!

Al suono improvviso accorse una servetta chiedendomi chi cercavo.

Non avendo alcun piano prestabilito, dissi a caso il primo nome che

mi passò per la mente, intanto che i miei occhi frugavano ansiosi

l'andito, delusa di trovarlo non più quale era rimasto nella mia

memoria, ma scialbo, triste e muto, imbiancato da cima a fondo come un

sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata d'un tempo che sembrava

trattenere sulle pareti il palpito della vita. Avrei voluto andare

avanti, penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, splendente

di terse stoviglie, vedere se qualche vestigio rimanesse ancora dei

tempi felici; chiudere gli occhi e trovare al buio la bella sala colle

paradisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul soffitto, l'angoluccio

dova la vecchia Teresa preparava il corredo della mia bambola, la

camera ridente dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre

a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i primi raggi del

mattino; ma la servetta teneva aperta la porta con un tacito invito.

Per guadagnar tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa; mi disse

che vi abitava il direttore dell'ospedale, e questo fu l'ultimo colpo

della realtà che disperse i dolci fantasmi del passato. Un istante

ancora, un ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l'impossibile

miracolo, poi uno scroscio di pianto ricacciato in gola e la fuga.

Una giovinezza del secolo XIX · 第 11 / 15 题