PARTE QUARTA

Ricompare la zia Carolina, la mia cara Tuina. Poco tempo dopo il crollo

de' suoi affari il mio povero nonno era morto e la casa fu venduta

per conto dei creditori; allora la zia Carolina insieme alla nonna

andarono ad abitare presso lo zio Cecco. Lo zio Cecco, al pari de'

suoi fratelli, era la bontà e la dolcezza personificate; copriva in

quel tempo la carica di vice pretore a Caprino Bergamasco e scriveva

segretamente alcune commedie non mai rappresentate. Suo fratello

Bona, che percorreva pur esso la carriera giudiziaria, occupava i

suoi ozî nel compilare un dizionario dei vocaboli a radice greca.

Miti e semplici anime di galantuomini dalla vita intemerata, anche

voi, o buoni zii, contribuiste a creare in me il rispetto della

tradizione. Lo zio Bona andava a messa, lo zio Cecco era abbonato

al _Libero pensiero_; avevano in proposito vivaci discussioni che

naturalmente lasciavano ognuno nel proprio punto di vista e amici come

prima. Io non dispero di rivederli lungo la valle di Giosafat, l'uno

accanto all'altro, nella tribuna dei giusti. La nonna aveva pure un

fratello consigliere alla Corte d'Appello di Milano, ma quello io

non l'ho conosciuto; vidi appena il ritratto che gli fece il solito

ritrattista della famiglia, Giovanni Moriggia, serio e imponente

nei larghi risvolti della pelliccia di martora. Dove sarà andato a

finire quel ritratto? Guarda esso forse dalla bottega di un antiquario

gl'inconsapevoli pronipoti che passano?

Le due care donne, che in seguito alla perdita della bella casa

di Caravaggio si erano ritirate nel piccolo paesello delle prealpi

bergamasche, non tardarono a trovarvisi bene e ad invitarmi a passare

un mese con loro. Fu un'oasi benedetta. È ben vero che, non essendo

io più una bambina, la nonna non poteva prendermi come una volta sui

ginocchi, nè io stessa compiere carponi attraverso le sedie del salotto

quel viaggio le cui stazioni erano l'Etna o Mongibello e l'arlecchino

ferma-usci cogli occhietti di vetro; l'arlecchino anzi non c'era più.

Ma la zia Carolina era sempre così dolce, così sorridente, e allora

più che mai, portando nel cuore la gioia del suo fidanzamento con un

nobile piemontese, ufficiale nell'esercito liberatore. Oasi di pace

Caprino, che lasciò nella mia mente un ricordo indelebile! Fu a Caprino

che vidi per la prima volta le montagne, e fu là che incontrai la

più cara, la più fedele delle amiche. Io vi godevo inoltre un poco di

quella libertà, che fu in ogni tempo uno de' miei bisogni più ardenti,

così male soddisfatto in casa mia, dove non ero libera neppure alla

notte. In fondo alla vallicella che sottostà al paese, scorre un

torrente detto la Sonna, nelle cui acque la servetta della nonna andava

a sciacquare i panni. Quando ella infilava il braccio nel paniere

della biancheria e la zia Carolina mi diceva: — Vuoi andare anche

tu? — esultavo. Si capisce che insieme a quella ragazza era come se

fossi sola. Correvo, cantavo (falso), recitavo versi, coglievo erbette

sconosciute; una fronda, un sasso, un movimento delle acque, il salto

di una cavalletta, l'iridescenza di una farfalla, l'andare religioso

delle formiche in fila, silenziose monachine brune, mi riempivano di

sensazioni nuove. Non ero mai stata come allora in diretto contatto

colla natura; ad ogni passo facevo qualche scoperta; e la gioia di

sentirmi libera in mezzo all'aria, libera sotto il cielo, conferiva

alle mie membra una leggerezza alata che mi portava in alto; sollevavo

le braccia come per un volo e gridavo forte: — Dio! Dio! — per udire

il suono della mia voce, per fissarlo nell'eco della valle. Tempo di

primavera e quindici anni.... I sentieri laggiù erano sempre deserti,

ma già l'amoroso fantasma dei sogni giovanili batteva alla porta

suggellata del mio cuore; esso mi seguiva ancora senza volto e senza

nome, col misterioso potere del profumo che annuncia la vicinanza del

fiore. Non amavo; eppure pensieri d'amore mi attraversavano la mente e

mi turbava in modo dolcissimo il sapere che a poca distanza dalla Sonna

scorreva parallelo un altro torrente chiamato Sonno e che entrambi dopo

quella corserella «in vicinanza coraggiosa e monda» si riunivano sotto

l'arco di un ponte, altare e talamo, per uscire dall'altra parte, fusi

in un torrente solo. — Come tutto ciò è bello, nevvero? — chiedevo

alla zia Carolina, e la zia Carolina con una sua intima letizia

rispondeva di sì. È passato mezzo secolo e tanti dolori insieme e tanti

disinganni; ma se chiudo gli occhi rivedo Caprino in un raggio di sole.

A Caprino ebbi anche la rivelazione di fiori che non conoscevo. I

primi fiori che ricordo li avevo visti nel giardinetto della zia

Claudia a Caravaggio; una raccolta più ampia e più varia la trovai a

Casalmaggiore colla sua salvia cocinia, le ortiche d'America, le quali

non pungono affatto e vestono graziosamente di rosa e di giallino, poi

il geranio d'Africa, il geranio notturno, le fucsie, i nasturzi dorati,

la madrevite che sostiene sulle esili braccia pensili cuori e quanti,

quanti altri! Appena entrata nel cortile dello zio Cecco a Caprino fui

investita dalla chioma fluente di una serenella che per le vie degli

occhi e dell'odorato prese intero possesso di me. Ah! forse l'albero è

disseccato, l'albero mortale del cortile, non quello che verdeggia in

me ad ogni primavera, e che depongo oggi, fior di memoria, tra queste

pagine. E le peonie fastose che se avessero profumo contenderebbero il

primato alla rosa! E quelle anfore carnose di inebbriante aroma che

sono i piccoli fiori dell'olea fragrans! E i gelsomini, stelle della

siepe! E le tuberose, labbra d'amanti congiunte in un bacio! Ora la

moda dei fiori è entrata in tutte le case, imperversa fin sulle tavole

delle più modeste trattorie; sono fiori stereotipati a seconda della

convenienza di chi li vende, resi volgari dall'abuso e dal carattere

commerciale, privi d'odore, profanati dal filo di ferro che squarcia

i loro teneri seni; così quando parlo di fiori intendo sempre i fiori

coltivati in provincia da mani delicate e amorose, che ne conservano

intatto la freschezza e il profumo. Povera è quella donna che non sa

trovare nei fiori una delle più delicate gioie di questa vita.

Si allaccia pure a Caprino l'impressione più complessa che mi rimane

del nostro nazionale riscatto. A Milano ero andata una volta, da

piccina, col papà e colla mamma, in una famiglia di nostra conoscenza,

che aveva le finestre sul Corso dedicato allora a Francesco

Giuseppe, ma chiamato da tutti solamente Corso, per vedere l'entrata

dell'imperatore e dell'imperatrice, e con mia grande delusione

le finestre erano ermeticamente chiuse, le tendine rigorosamente

abbassate, sì che al momento buono, rizzandomi in punta di piedi, mi

fu dato di scorgere appena la cappottina bianca dell'imperatrice e

il suo abito di seta nera rameggiato di verde. Intorno alla carrozza

imperiale, deserto! Era poi venuto il giorno dell'allegrezza, quando

si rise perfino in casa mia, e mio fratello Luigi si diede a preparare

coccarde per tutti. Ma fu a Caprino tutto imbandierato per la festa

dello Statuto, con ghirlande di sempreverdi erette ad arco di trionfo

sulla contrada principale, con musica, con fuochi, con luminarie,

coll'intero paese rovesciato fuori, che sentii per la prima volta

palpitare, in mezzo al popolo entusiasmato, l'anima della patria.

Da Caprino lo zio Cecco fu trasferito a Bergamo. Altra rivelazione di

bellezza e di quel respiro antico, respiro delle cose che vissero prima

di noi, verso le quali l'anima mia volava fin da quando i miei sguardi

indagavano curiosi e soggiogati le forme fuori moda del baule della

nonna. Si intende che la mia ammirazione per Bergamo fin dalla stazione

sorvola la gaia leggiadria del borgo per salire ratta al fastigio della

città medioevale, così fieramente rizzata a vedetta delle Alpi. Amo le

sue porte, le sue chiese, i suoi palazzi e le viuzze sassose in mezzo

al verde delle mura dove battè un giorno la zampa ferrata il destriero

del Colleoni. Amo gli orticelli sospesi tra casa e casa, come panieri

di fresche verdure, che si allietano in primavera di cento e cento

rose. Lo zio Cecco andò ad abitare proprio nel centro della vecchia

città, in via _Porta dipinta_, caro nome arcaico che mi faceva andare

in estasi e fu quella una delle mie ultime oasi felici. Da quel punto

la mia dolce Tuina spiccò il volo per seguire il marito nelle diverse

destinazioni della sua carriera militare e da allora il vederci e, più,

lo stare assieme divenne un piacere raro.

Io intanto continuavo a scrivere nei pochi momenti in cui mi era

concesso di occuparmi a modo mio; vale a dire quell'oretta dopo pranzo

durante la quale le zie o fumavano o dicevano le orazioni. Dopo le

zie prendevano in mano la calza e la prendevo anch'io, perchè mai mi

sarebbe venuto in mente di fare diverso da ciò che esse mi indicavano.

L'obbedienza era talmente radicata in me, che se fossi rimasta

zitellona in casa, avrei continuato a obbedire fino ai quaranta e ai

cinquant'anni, insoddisfatta, rodendo il mio freno, ma incapace di

pensare nemmeno un atto di ribellione. Dando la parte più vitale di

me alla fantasia, che per essa viveva in un suo meraviglioso mondo

e per tutto ciò che era materia e zavorra accettando l'adattamento,

mi ero fatta dell'abitudine un guanciale di riposo, che sotto certi

aspetti, era quasi un piacere. Dirò una cosa straordinaria, dalla quale

risulterà meglio quel complesso di serietà ordinata e di grottesco

candore che fecero della mia giovinezza un organismo a parte, diverso

da tutte le altre giovinezze. Sappiano le mie lettrici che allorquando

mi feci sposa, nella valigetta destinata a raccogliere sommariamente

gli oggetti indispensabili a un breve viaggio di nozze, collocai fra

questi il mio lavoro di calza.

Un articolo di Matilde Serao per la morte di Vittoria Aganoor,

incomincia con queste parole rievocatrici della propria felice

gioventù: "O inobliabili, o inobliati giorni di nostra gioventù in cui

fremeva ed ardeva, nella nostra anima nuova, non una immensa speranza,

ma un'immensa certezza! O primavera della nostra età, in cui nulla

ancora sapevamo esprimere, ma tutto sapevamo comprendere; o primavera

del nostro spirito, in cui potevamo soddisfare la nostra gaia fame

intellettuale e placare la nostra sete inestinguibile intellettuale,

al nutrimento più saporoso e alle sorgenti più cristalline! Sapete,

allora, come vivevamo in Napoli? In continuo contatto spirituale con

Francesco de Sanctis e con Ruggero Bonghi, di cui ogni pensiero e ogni

parola erano nostro soave e forte pascolo; in continuo contatto con

giovani già fervidi di talento e di dottrina come Giorgio Arcoleo,

come Giustino Fortunato; in quotidiano contatto con pubblicisti come

Rocco de Zerbi e Martino Cafiero. Conferenze, discorsi, articoli,

volumi, giornali, in tutto ciò palpitava di una vita indicibile l'anima

nostra, estatica, attraversata da violenti gioie, abbattute da profonde

malinconie, ma capace di tutte le esaltazioni, ma risorgente dai suoi

accasciamenti, come in una costante resurrezione". Non potrei trovare

un'antitesi più stridente con quella che fu la gioventù mia. Quanta

gioia in quell'anima librata a spirituale commercio cogli ingegni

più eletti che placavano la sua sete di intellettualità, cui ogni

parola, ogni pensiero eran forte e soave pascolo! Come si comprende

il palpito indicibile di quella vita in cui fremeva ed ardeva, non

una immensa speranza, ma una _immensa certezza_! Trascrivendo queste

parole rabbrividisco ancora. Sento ancora il freddo invincibile delle

mie giornate d'inverno trascorse nel grigiore del malinconico salottino

a cucire, a cucire, a cucire, coi ginocchi ravvolti in uno scialle,

sulle mani due paia di guanti; e i vesperi desolati del luglio e

dell'agosto, quando abbrancata ai ferri della finestra, nell'abbandono

della rassegnazione, scrutavo sulle finestre lontane il ritmo di altre

vite, poi che alla mia mancava anche la più lieve speranza. Io non so

che sarebbe avvenuto di me se la mia intelligenza si fosse sviluppata

in circostanze di serra calda, di coltivazione intensa, di luminosa

fioritura, di omogeneità infine e di felicità. Non lo so. Forse

sarebbe stato meglio, forse peggio. Al pari dell'albero l'uomo nasce

con una struttura propria, direi un temperamento, a cui il terreno più

o meno favorevole, concede il più o il meno sviluppo. Anima ardente,

ma pensosa e incline alla meditazione, una esistenza di gioia avrebbe

probabilmente isterilita la mia attitudine al raccoglimento; obbligata

invece a cercare in me stessa quella ragione di vivere che è il diritto

di ogni creatura, obbligata a reggermi da sola, a parlare con me

sola, ad alimentarmi da me, feci come uno che esiliato su un palmo di

terra, non potendo espandersi in ampiezza, scava in profondità. Questo

confronto me ne suggerisce un altro; somigliavo anche per molti versi

al palombaro che, lasciandosi dietro lo splendore del sole e il tumulto

della vita, scende silenzioso con una maschera sul volto verso ignorati

abissi.

La mia maschera era tutto quello che si vedeva di me, e giudico mi

coprisse molto bene perchè nessuno, nel breve cerchio delle nostre

relazioni, sospettò neppure lontanamente, che io potessi divenire una

scrittrice; anzi, molti anni dopo, allorchè si conobbe il mio nome, io

lessi su alcuni volti una sorpresa non scevra di incredulità. Veramente

non lo sapevo neppure io, non ci pensavo. Il grande romanziere

Balzac, a cui la gloria arrivò tardi, scriveva a sua sorella; "Laura,

Laura, i miei due soli e immensi desideri, essere celebre ed essere

amato, saranno essi mai soddisfatti?" Io non ero tanto impaziente.

È giusto dire che ero anche più giovane. Ad ogni modo scrivevo per

mio sfogo, per mio piacere, per non so che cosa, non certo in vista

della celebrità. Mi ritrovo meglio nelle Confessioni di S. Agostino a

proposito de' suoi anni giovanili: "Quello ch'io volevo, quello che io

bramavo era d'amare e d'essere amato". Il bisogno di scrivere era bensì

nato in me prima del bisogno di amare, ma quando fui giunta a quella

stagione che fa cantare l'usignolo nella selva, le parole dell'ardente

vescovo africano mi apparvero come il vero specchio dell'anima mia.

Ero anche affascinata dallo stile di S. Agostino, così caldo, così

appassionato, così moderno appena che si allontani dalla disputa coi

Manichei per aggirarsi intorno ai delicati problemi della psiche. E per

il loro calore, per la loro passione, mi entusiasmai successivamente

di Foscolo, di Byron, di tutti coloro che avevano fortemente amato

e scritto d'amore. Se i libri e la penna mi confortavano nel tedio

monotono della mia esistenza, non è tuttavia su di essi che fissavo

lo sguardo per l'avvenire. Scrivevo non pensando a scrivere; all'amore

invece pensavo sempre, senza struggimento e senz'ansia, vestendo qua e

là coi colori della mia immaginazione qualche fantasma stentatello, che

non valeva più dello zufolo di Franklin pagato per argento e che era di

stagno. Ma chi non ha nei propri ricordi uno zufolo di stagno creduto

argento?

Dei classici trovati nella libreria di mio padre non ne lessi neppure

uno; li giudicavo noiosi e freddi. Data la mia ignoranza la questione

della forma non esisteva per me. Era, per disgrazia, anche il tempo

in cui gli autori dei libri più in voga non si mostravano reverenti

alla purezza della lingua; mi mancavano gli esempi nella vita come mi

era mancato l'ammaestramento nella scuola. Molto tardi e per opera di

alcuni pochi critici, che non finirò mai di ringraziare, incominciai

a preoccuparmi della forma. Non studiai ancora, perchè la sola parola

studio mi accapponava la pelle, ma mi guardai intorno, osservai,

cercando di formarmi un gusto più fine, più esigente; compresi a poco

a poco quanto l'aggiustatezza del periodo e la scelta delle parole

aggiungano forza all'idea e sono arrivata al punto di prendere un vero

diletto a vagliare i vocaboli e sentirmi quasi felice quando ne scopro

uno nuovo. Che se talvolta l'antica pigrizia mi arresta sopra una frase

fatta, tentando persuadermi dell'impossibilità di uscirne in altro

modo, allora dò a me stessa questa strigliatina: "Manzoni, D'Annunzio,

tutti coloro che sanno scrivere la troverebbero la frase giusta, la

frase unica; dunque c'è, e se c'è, bisogna cercarla!". Lenti progressi

i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia una parola, un leggerissimo

colpo di sprone per andare avanti.

Mio padre, udendomi una volta cantare nel corridoio interno del nostro

appartamento, ammonì con quella sua dolce voce che anche nel rimprovero

faceva sentire la carezza: "Tu non ti ascolti quando canti; prova

ad ascoltarti". Non si poteva dirmi più garbatamente che stonavo. Mi

veniva infatti di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al

pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti più

amorosi erano tutto ciò che io comprendevo in materia di musica, e

quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: _Ah! forse è

lui che l'anima — Solinga nei tumulti_ mi pareva che neanche la Patti

avrebbe potuto far meglio. C'era poi quel _Lui_ anonimo che andava

subito a posarsi sull'uno o sull'altro de' miei zufoli di stagno e

allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lagrime.

Io sono anche disposta a sorridere ora su queste fanciullaggini della

verde età, nella quale siamo, chi più, chi meno, un po' tutti cavalieri

dell'ideale e corriamo colla lancia in resta ad espugnare mulini a

vento. Sorridiamo pure dei lunghi sospiri e delle veglie e dei primi

fiori dell'anima dedicati a persone che si conoscevano appena; uno

sguardo ricambiato, una mano che s'indugia alla stretta, tanto bastava,

e meno ancora, a immobilizzare il nostro cuore per mesi, per anni.

Il mio fratellino minore, quando smise i calzoncini corti, si prese

di una grande simpatia per una fanciulletta che vedeva qualche volta

all'uscire di chiesa, alla quale non solo non aveva mai parlato, ma che

paventava di accostare. "Il mio unico desiderio — mi disse un giorno in

grande confidenza — è di possedere un fazzolettino, un bel fazzolettino

ricamato, toccare con quello il lembo della sua veste e conservarlo

per sempre". Sorridiamo, ma dolcemente, con riguardosa tenerezza,

per non disperdere la nuvola lieve che ravvolge il bel sogno.

Quanto sarebbe brutta la vita se l'uomo affacciatosi appena dovesse

incontrare l'esperienza già fatta, con tutti i suoi compromessi, il

male già pronto con tutte le sue armi, la laidezza matura con tutti

i suoi orrori! Oh, sia benedetta l'illusione che ci lascia credere,

che ci permette di amare! Dove troveremmo la deliziosa freschezza di

quell'istante in cui, mentre ogni cosa intorno a noi è tranquilla e noi

stessi ci sentiamo tranquilli, un campanello che scatta, un uscio che

si apre, ci dà la sensazione improvvisa di avere al posto del cuore

un uccello che batte le ali? E se la camera nella quale ci troviamo

è buia, tosto si riempie di raggi, e se la percuote il sole noi vi

vediamo danzare miriadi di stelle? Che importa se tutto ciò non ha la

matematica certezza dell'abbaco? Il solo vero è dentro di noi. Quale

afferrabile bellezza sarà più bella del nostro sogno?

Ricordo l'impressione disgustosa che mi diede una bimba di quattro

anni; era il giorno di Natale e, trovandola che giocava con diversi

balocchi degni di ammirazione, uscii ingenuamente a domandare: "Sono

i doni del Bambino, nevvero?" — "Che sciocchezze! — rispose — Io non

credo a queste grullerie; li ha comperati papà". Conosco una quantità

di persone, oh Dio, quante! che in simile circostanza avrebbero

riso; io invece trasalii con quel senso di angoscia che ci prende

quando si spezza improvvisamente una cosa fragile e bella, goccia

di cristallo o candore d'innocenza. Ricordo per antitesi un caldo

meriggio d'estate, ed io in una traballante carrozzella accecata dal

sole e dalla polvere della strada maestra. Avevo quattro volte quattro

anni, buona vista e nessuna tara nel cervello, tuttavia un filo d'oro,

volteggiando nell'aria, mi turbò improvvisamente. Una ninfa, una dea,

forse, avevano nell'alba di quel giorno sciolte in quel posto le auree

chiome ed un capello, conteso dagli zefiri, ondeggiava ancora da un

albero all'altro, dall'uno all'altro cespuglio. Tutta presa dalla

visione gentile, mi esaltavo poetando, senza più sentire la molestia

del polverone e del caldo. Non pensai neanche per un attimo alla

possibilità che un filo, strappato alla frusta del vetturino e indorato

dal sole, avesse potuto creare il mirifico inganno.

Un libro che ebbe una grande influenza sul mio pensiero fu il _Viaggio

sentimentale_ di Lorenzo Sterne. Non avevo mai letto nulla di simile;

mi parve quasi di trovarmi improvvisamente dinanzi a uno specchio che

riflettesse una parte ignota di me. Come mai quel pastore evangelico

conosceva così bene una piega riposta dell'anima mia celata a me

stessa? Erano tutti i miei parenti quel viaggiatore, quel frate,

quella dama della _désobligence_; avrei voluto non staccarmene mai;

proseguire insieme ad essi il giro della terra; e non compresi allora

la psicologia ironica e profonda che spezza nel punto culminante quel

libro unico al mondo. Ma già la verga magica della rivelazione aveva

percosso la roccia chiusa; più tardi, molto tardi al solito, quando

da vent'anni non leggevo più il _Viaggio sentimentale_, lo ritrovai in

certe attitudini del mio spirito, in certi modi di contemplare la vita:

ciò senza mancare di fede alla mia appassionata ammirazione per Foscolo

e per Byron, e leggendo pure con interesse la Bibbia, il dizionario

delle Favole mitologiche e i versi di Guadagnoli. Eccomi assai lontana

dai classici e priva di orientamento, in mezzo a letture disparate.

Continuavo a scrivere, perchè erano questi i momenti più belli della

mia giornata, una valvola per mezzo della quale sfogavo pensieri,

desideri, rimpianti; ed era anche una base di conversazione perchè

tenevo circolo tutte le sere coi personaggi delle mie novelle, de'

miei romanzi e vivevo insieme ad essi come se fossero persone reali.

I piaceri della fantasia hanno sui piaceri del senso questo grande

vantaggio di non trovare ostacoli alla libera espansione; la fantasia

non conosce limiti nè leggi; il suo dominio oltrepassa lo spazio,

stringe in un solo amplesso il passato e l'avvenire, forza i cancelli

del regno della Morte. Un risveglio crudele era quando, in certe

sere di feste solenni, le mie zie si mettevano in mente di giuocare

a tombola; supplizio indescrivibile per me che detestavo ogni sorta

di giuochi e che vedevo portarmi via i pochi istanti preziosi della

mia libertà per allineare fagioli in un rettangolo di cartone. Ma

poteva l'estrattore gridare tutti i novanta numeri del giuoco, ed

altri ancora, che i numeri della mia cartella restavano sempre vuoti,

suscitando l'indignazione della zia Nina, la quale non mancava di

chiamarmi egoista, mentre io, incorreggibile ragionatrice, andavo

almanaccando perchè il mio desiderio di scrivere, che non chiedeva

sacrifici ad alcuno, fosse egoismo, e non lo fosse l'imposizione fatta

a me di sacrificare il mio unico svago per unirmi a giuocatori che non

avevano alcun bisogno dell'opera mia.

Avevo, ed ho ancora, l'abitudine di disinteressarmi de' miei scritti

appena vi abbia posta la parola fine; la sola differenza sta nel

fatto che ora li pubblico e allora li distruggevo. Non essendo per

temperamento collettrice, tutta quella carta scritta mi dava noia.

Sono d'altronde convinta di non aver disperso nessun capolavoro; vorrei

anche poter distruggere, e sarebbe meglio buona parte delle mie prime

pubblicazioni, ma spero che il tempo lo avrà già fatto. Al modo col

quale mi sono formata, studiando a vanvera, leggendo a sorte, priva di

consigli e di direttiva, dovevo necessariamente procedere a tentoni, a

urti, a sbalzi, a cantonate, arrivando tardi a quella meta dove altri

giungono di primo acchito. È bensì vero che alcuni critici troppo

indulgenti credettero di scorgere una buona promessa in quei primi

lavori abboracciati, superficiali, intinti nella pece delle cattive

letture, e il pubblico, sorpreso forse di trovare nelle mie novelle

la nota di un umorismo assolutamente raro nelle donne che scrivono,

se ne divertì senza badare alla scorrettezza della forma e mi accolse

con grande simpatia; ma io ebbi la fortuna di non inebbriarmi alle

prime lodi. Riconosco in ciò una vera fortuna che auguro e raccomando

vivamente a tutti i principianti. Non la quantità della lode soddisfa

un solido criterio, ma la qualità. Senza fissare propriamente una

meta, c'era latente in me il desiderio della qualità; sentivo di

meritarmi una stima superiore a quella di semplice novellatrice, e se

tanta sicurezza bastava per sorreggermi nella prova, devo confessare

che solamente in seguito alla pubblicazione di _Teresa_ si incominciò

a prendermi sul serio. Ero già maritata e mamma quando scrissi quel

romanzo, raccogliendo elementi psicologici che giacevano da molto tempo

nel mio pensiero; da molto tempo conoscevo la vita di provincia e il

mio spirito di osservazione si era lungamente indugiato sul problema

della donna che rimane nubile.

Tante fanciulle posarono inconsapevoli per la mia _Teresa_, ed una

che si chiamava veramente Teresa mi bastò vederla una volta sola.

Pallida e mesta, seduta in disparte dalle sue sorelle, che giovani

ed allegre scherzavano tra loro, cuciva una camicia per il fidanzato

lontano, fidanzato già da dieci anni, il quale non veniva mai, ed

al quale ella pensava sempre. Queste due antitesi, l'indifferenza di

lui, la costanza di lei: ecco il romanzo sorto in un attimo intero e

vitale. Gli altri personaggi, l'ambiente, l'intreccio, si formarono

da sè; ma il rapido sbocciare di esso, fu come il fiore del pesco che

sforza in un mattino d'aprile la corteccia del ramo nudo, coronando

nell'improvviso sbocciare dei petali il paziente lavoro delle linfe.

Non altrimenti la patetica storia della donna a cui manca l'amore

germinava da lunghi anni nel segreto delle mie sofferenze, nelle

ingiustizie di cui ero stata vittima, nella persecuzione che aveva

attossicato fin dalle sorgenti la mia ingenua giovinezza. Era il dramma

di tante anime femminili che si era ripercosso attraverso la deviazione

di un'anima sulla speciale sensibilità dell'anima mia; e che avessi

colpito nel segno me lo dissero innumerevoli lettere di ignote, e la

loro commozione e le loro lagrime e il melanconico e pur dolce conforto

di sentirsi comprese.

Non mi dilungherò a parlare dei libri che io scrissi, rammentando

opportunamente il consiglio di Jacopo Todi: _Dove è chiara la lettera

non fare oscura glosa_. Inoltre preparando queste _Memorie_ la mia

intenzione era solamente quella di far conoscere le circostanze

un po' eccezionali in cui si svolsero i primi anni della mia vita,

quegli anni che sono per lo sviluppo dell'uomo ciò che il sole e la

rugiada sono per la pianta. Poche volte nella storia si avvertirono

cambiamenti così radicali come dalla metà del secolo scorso ai nostri

giorni, e se considero ciò che erano di arretrato, fin da allora,

gli usi e le abitudini delle zie venute dalla provincia a dirigere

la mia educazione, posso credere di non essermi ingannata troppo a

giudicare che un parallelo sarebbe interessante a farsi fra quel che

ero io e quel che sono le fanciulle moderne. Ma non è di ciò che devo

occuparmi, giunta oramai alla fine de' miei ricordi, oltre i quali

la mia personalità scompare entrando in una vita nuova, con un altro

nome, in un'altra famiglia. Questa seconda vita non ho il diritto di

rivelarla al pubblico; essa d'altronde aggiungerebbe ben poco alla

veridica esposizione, che già feci, del come si andò raffinando fra

elementi contrari quella sensibilità che non esito porre alla base del

mio ingegno, qualunque esso sia. È certo che, meno sensibile, non avrei

avvertito le offese fatte alla mia coscienza e ai miei sentimenti, non

mi sarei rinchiusa in me a meditare, forse non avrei scritto o avrei

scritto in modo diverso. Ora è proprio a questo _modo_ che tengo più

che ai maggiori elogi. Non so quanti punti mi darà in definitiva la

critica; ma so che i miei lettori mi amano, so che ho fatto del bene

a molti cuori titubanti, a molte anime in pena, ed è una così grande

dolcezza quando la penso! Dovrei forse giustificare qualcuno de' mie

primi lavori impulsivi, superficiali, sciatti nella forma e acerbi

nel pensiero, ma dopo di avere qui descritta la lunga Via Crucis, che

dovetti percorrere senza aiuto di Cirenei nè pietà di Marie, che cosa

potrei aggiungere che non sia oscura glosa di chiara lettera? La mia

opera parla per me; disuguale, come forse nessun'altra, è nelle sue

stesse imperfezioni la prova migliore dello sforzo continuo verso

un'ideale più alto, e in questo sforzo sta la mia giustificazione.

_De claritate in claritatem_ è la gloria dei grandi; sia il dovere dei

piccoli: _A tenebris in lucem_.

Io fo ora come uno che, avendo colto tutti i fiori della propria

aiuola, fruga ancora le zolle cogli occhi e colle dita per vedere

se ne sia rimasto indietro qualcuno. Eccomi alla fine della mia vita

di fanciulla, Neera non è ancor nata, quantunque il bellissimo nome

scorto in un libro scolastico delle Odi di Orazio mi avesse già

colpita in modo straordinario e così tenace che allorquando, più

tardi, volli scegliere uno pseudonimo non tentai neppure di cercarne

un altro; per il momento solo l'armonico congiungimento delle sillabe

mi attrasse, stringendomi nel fascino di una nota musicale, ben lungi

dal sospettare che una nota personalità fosse già sorta in me. Gli anni

erano passati senza portare nessun cambiamento nella mia esistenza. Mi

vedo sempre nel melanconico salottino dalla tappezzeria cupa, china

sul lavoro, le membra intorpidite, tesa la mente nel vacuo e penoso

sforzo dell'aspettativa che logora l'ingegno e rammollisce la fibra;

etisia morale di tutte le giovinezze rinchiuse. E mi vedo alla sera a

leggere a voce alta il giornale che in quei primi anni di libertà stava

prendendo un grande sviluppo. Dapprima fu il _Pungolo_; naturalmente

gli articoli di politica non mi interessavano, ma fioriva allora una

volta alla settimana l'appendice letteraria e questa me la sorbivo

con compunzione. Vi si parlava di Iginio Tarchetti, di Barrili, di De

Amicis. Scriveva un certo Giulio Pinchetti, giovane di promettente

ingegno che morì suicida e io piansi come se lo avessi conosciuto.

Uscì in quei giorni _Una capinera_ di Giovanni Verga. Chi era Giovanni

Verga? Uno nuovo, un siciliano, non si sapeva altro. Ebbi occasione di

leggere il piccolo volume e ne provai una intima schietta gioia. Ecco,

dissi fra me, uno che si farà strada! Ed era contenta del piacere che

mi immaginavo avrebbe avuto lui. Gli è che sentivo un alito di vita

venirmi incontro, quella che doveva essere la mia vera vita. Perchè

invece erano tutti così lontani coloro che avrebbero calmata la sete

ardente dell'anima mia? Leone Fortis teneva lancia in resta nelle

cronache mondane. Indimenticabile quella che scrisse a proposito di

una magnifica festa da ballo in costume offerta alla cittadinanza

milanese dal Prefetto conte Pasolini. C'era la _Quadriglia delle carte

da giuoco_ colle dame nei quattro diversi costumi di regina di cuori,

regina di quadri, regina di fiori, regina di picche, e i quattro re

in costumi analoghi. C'era una _Notte_ impressionante di brividi e di

mistero; un _Fuoco_ da far desiderar il supplizio di Savonarola ecc.

ecc. Il colmo del successo fu l'entrata nella gran sala del ballo di

due elegantissime slitte russe nelle quali stavano adagiate, in nivee

vesti e pelliccie d'ermellino, due delle più belle signore della nostra

aristocrazia. Il mattino appresso, rimestando sul fuoco il latte della

mia colazione, ripensavo a tutti quegli splendori sembrandomi che il

mondo fosse più bello quando le vecchie fatine regalavano alle piccole

Cenerentole la nocciuola coll'abito di stelle per assistere alla festa

del Principe. Tutto quel fermento di vita, che aveva portato seco la

liberazione del giogo austriaco, pulsava intorno a me. Era il risveglio

di una città che, oppressa da secoli, si riscuote con un prepotente

bisogno di gioia, e i rapporti della vita cittadina, allora più intimi

e più ristretti, me ne lasciavano giungere l'eco tentatrice. Erano

le feste, erano i corsi sul bastione di porta orientale animati dalla

presenza dell'aristocrazia che vi concorreva con bellissimi equipaggi;

i ricchi borghesi facevano altrettanto, e chi non poteva andare in

carrozza, seguiva egualmente a piedi il giro del Corso. La ristrettezza

relativa della città e il buon accordo delle classi, non ancora corrose

dal veleno dell'odio, metteva il piacere alla portata di tutti e

facilitava le relazioni.

Non dico questo per me, immobilizzata nel mio angolo d'ombra e nella

mia parte di spettatrice, specola modesta dalla quale mi fu dato

seguire il sorgere e l'ingrandire di una figura femminile, che la

fortuna del nostro paese ha chiamato alla missione storica di prima

regina d'Italia. Nessun titolo più glorioso cinse nei secoli una

fronte di donna, nessuna donna accorse all'appello del destino, che

le conferiva l'altissimo compito, con mani più colme di grazie. Ella

apparve, nell'ora che l'Italia per opera de' suoi uomini migliori

assurgeva alla dignità di nazione, figlia del nostro sangue, fiore

della nostra stirpe, Margherita di Savoia, l'unica, la predestinata.

Quando entrò diciassettenne in Milano, sposa da pochi giorni,

sembrava una bambina. Seduta per la prima volta al posto d'onore nella

carrozza, coi lunghi capelli biondi fluenti sull'abito di mussolina

rosa, terminando di calzare sulla mano il piccolo guanto, sorrideva

al pubblico con amabile candore. Piacque subito, quantunque per

l'età immatura non si potesse chiamare bella, piacque e si attese;

nè l'attesa fu delusione. Di volta in volta che veniva a Milano, e

veniva spesso, il pubblico si mostrava sempre più conquistato; la

gentilezza, il tatto, l'intelligenza colla quale rappresentava la sua

parte di futura regina erano davvero sorprendenti. La maternità le

portò anche il dono della bellezza, una bellezza tutta sua che sfuggiva

all'analisi, bellezza di luce e di colori come una fiamma accesa

improvvisamente dietro la trasparenza di una immagine. Mi indugio

a proposito in questa descrizione sperando di lasciare un ritratto

veritiero di Margherita di Savoia che la fotografia si è affaticata a

riprodurre in centinaia di pose invano, sempre invano; che i pittori

in possesso della tavolozza credettero di rendere accumulando l'oro

e la madreperla, le più tenere rose e l'azzurro più delicato senza

avere maggior fortuna. Solo un poeta ci diede di lei la nota giusta,

Carducci. Già nei primi versi dell'Ode, in quella magnifica invocazione

così travolgente di entusiasmo:

Onde venisti? quali a noi secoli —

Sì mite e bella — ti tramandarono?

sentiamo di trovarci dinanzi a una donna non comune. Quali a noi

secoli ti tramandarono? Che lunga schiera di eroi, di guerrieri, di

re, composero la psiche di costei che ha lo sguardo d'aquila e di

colomba? Tale era veramente lo sguardo di Margherita quando nella prima

floridezza dei vent'anni passava in mezzo alla folla dominandola.

Ella aveva un modo speciale di guardare e di salutare in pubblico,

per cui ognuno restava convinto di avere avuto individualmente quel

saluto e quello sguardo. La sua presenza dava la gioia, e di questa

gioia era prodiga uscendo tutti i giorni per le vie più frequentate,

esercitando colla sua fine intelligenza, colla sua femminilità sempre

vigile, l'arte difficilissima di farsi amare dal popolo. Aveva a tal

uopo delle trovate geniali. Comparve una volta al corso estivo sui

bastioni portando, invece del cappello, un velo nero alla lombarda,

capricciosamente rialzato, coi cinque grossi spilloni d'argento

delle contadine brianzole. Fu un ardimento e fu un successo. Ella era

d'altronde una di quelle rare donne a cui tutto sta bene; le tinte

più arrischiate impallidivano al confronto della sua carnagione di una

freschezza meravigliosa. Ma mi accorgo di accumulare anch'io parole su

parole e non riesco a far comprendere che cosa sia stata per l'Italia

nuova questa regina fanciulla, come senza eccezionalità di mente,

senza bellezza assoluta, senza ambizione di dominio, per la sua sola

grazia, per la luce della sua anima, traesse a sè tutti i cuori. Opera

profonda di politica compresa con geniale intuizione del momento, vero

trionfo di femminilità regale accanto ai trionfi del re guerriero.

L'Italia non deve dimenticare quanto contribuì Margherita di Savoia

a rendere cordiali i legami fra reggia e popolo. Dopo il delitto di

Monza non venne quasi più a Milano. La incontrai poco tempo appresso

in una via solitaria della Roma moderna. Nella carrozza abbrunata che

avanzava lentamente, una forma indistinta si intravedeva appena sotto

il fittissimo velo di lutto; celato il dolce sguardo tra d'aquila e di

colomba; assente il sorriso che aveva dominato le folle; ermeticamente

chiuso il bel volto sul mistero della sua luce. Pure attraverso un

movimento quasi impercettibile del velo riconobbi la linea elegante

del suo saluto, quel chinare del capo così grazioso, come non vidi

in altra donna mai. L'ultima visione che me ne era rimasta portava la

data inaugurante la prima Esposizione di belle Arti in Venezia, dove

Ella apparve nella maturità della sua avvenenza, circonfusa ancora dal

duplice fascino femminile e regale che la faceva sovrana per diritto

di natura e, a ritrovarla in quella via deserta della Roma moderna

tanto mutata d'animo e d'aspetto, mi si strinse il cuore. Lesse Ella

forse il rispettoso compianto nel breve inchino della sconosciuta,

poi che con tanta grazia rispose; e se mai questa pagina dovesse per

singolare fortuna cadere sotto gli occhi della Augusta Donna, voglia

Ella accogliere con pari grazia l'omaggio di una suddita, che non brigò

mai l'onore di esserle presentata, ma che ammirò sempre in Margherita

di Savoia l'ideale realizzato della prima regina d'Italia.

Tra le molte esperienze che mancarono alla mia giovinezza, devo tener

conto anche delle malattie. Io non avevo ancor visto un ammalato,

quando mio padre si lagnò di un malessere per il quale fu chiamato il

medico. Bassotto, tarchiato, rosso in viso, cogli occhi che sprizzavano

salute, questo giudizioso seguace di Esculapio (che seppe vivere quasi

novant'anni) formava un contrasto perfetto col mio povero padre, sempre

triste e malinconico, alto, sottile e pallido come un cero. Il dottore

tuttavia non tenne conto di questi sintomi e non ordinò medicine.

Disse appena: "Su, su, non si lasci abbattere, non è il caso, lei

è sanissimo, stia allegro, mangi dei buoni risotti e non pensi agli

anni. Ne abbiamo sessanta? Ebbene siamo uomini, uomini capisce? non

vecchi!" Se ne andò lasciandoci nel cuore una sicurezza che ci rese

tutti ciechi; così all'indomani mentre egli si lagnava ancora di essere

stanco e le sue sorelle gli ripetevano le parole del dottore, io,

chinandomi per baciarlo, sentii che diventava freddo. Al contatto delle

mie labbra mormorò una sola parola: "Mi raccomando" e mi guardò; ma la

pupilla era già spenta, il suo sguardo veniva dall'al di là.

. . . . . . .

Che dolore fu quello, non di parole nè di soverchie lagrime! Ma, come

vuole il mio temperamento, discesi più profondamente in me, scavai

nell'anima mia il sepolcro per quel padre adorato e da allora, non più

divisa da ostacoli, soli noi due, vivemmo sempre insieme. Già fin dalla

prima notte che me lo portarono via andai nella sua camera; le finestre

erano aperte e vi entrava la luna. Subito fui presa da una grande

dolcezza come se egli fosse ancora presente e mi dicesse "Vedi? non

ti abbandono". Perchè non sarebbe vero? Io intanto lo sentivo vicino a

me e mi pareva che mi guardasse. Il raggio della luna si era adagiato

sul letto fluido e molle a guisa di fantasma. Mi avvicinai, tesi le

braccia... "Oh! se egli potesse vedermi davvero, vedere una volta

almeno quanto lo amo!" La vita ci aveva divisi, la morte ci univa in

uno sposalizio d'anime. Nessuno ci avrebbe disgiunto mai più. Da quella

notte il mio dolore divenne la mia forza. Incominciai allora veramente

a vivere con mio padre, a interrogarlo e in ogni circostanza difficile

a pensare in qual modo si sarebbe comportato lui stesso. Tenendolo così

sempre presente mi sembrava di prolungare il suo soggiorno sulla terra

e, poichè era entrato a far parte della mia vita interiore, non avevo

quasi bisogno di parlargli: lo sentivo respirare nel respiro della mia

coscienza. Pochi giorni prima di morire mi aveva detto che gli piacevo

con un certo nastro rosso intorno al collo, ed io _per fargli piacere_

lo misi ancora un giorno. La zia Nina dichiarò che ero senza cuore.

[Illustrazione: Bassorilievo di LINA ARPESANI]

Se lasciando la sua forma terrena, lo spirito di mio padre non fosse

rimasto così tenacemente avvinto al mio proprio spirito, se non mi

fossi sentita io stessi la continuatrice, la mia solitudine non avrebbe

avuto conforti. Nutrivo per il maggiore de' miei fratelli, Luigi, una

ammirazione appassionata che poteva sfogarsi solamente nelle lettere

di famiglia essendo lui quasi sempre assente, prima per l'Università

alla quale si iscrisse giovanissimo, poi per la campagna garibaldina,

poi per la scuola alla Veneria di Torino, uscendone ufficiale

d'artiglieria e dando nello stesso tempo gli esami al Valentino per

la laurea di ingegnere. Egli aveva ricevuto dalla natura tutti i doni

del corpo e della mente, per cui un alto problema di matematica gli

riusciva altrettanto facile quanto un esercizio di equitazione, di

nautica o di ballo. Di esame in esame, passò allo Stato Maggiore, alla

direzione della scuola di guerra, alle Ambasciate; mai una volta gli

venne assegnata in sede la sua città nativa, e per quanto il nostro

reciproco affetto non ne subisse menomazione di sorta, la vita ci

tenne lontani non solo, ma divisi da tutto un ordine di fatti e di

idee; lui brillante ufficiale della nuova Italia a contatto colle

lusinghiere realtà de' suoi vent'anni, io meschina Cenerentola nutrita

di magre fantasie. L'altro fratello era più giovane di noi, e il

candore, la semplicità dell'animo suo me lo facevano considerare un

eterno fanciullo. Aveva delle manie innocenti: per un po' di tempo

si pose a fabbricare scatole e scatolini; in seguito furono libri e

libriccini, detronizzati da una raccolta multicolore di bastoncini

di ceralacca. Studiava anch'egli matematiche e basta l'evocazione di

questa parola per comprendere la differenza intellettuale che esisteva

tra me e i miei fratelli; erano orizzonti inesplorati di idee, campi

di osservazione sui quali non potevamo incontrarci. Io restavo sempre

prigioniera della esuberante mia attività interna. Essi discutevano del

calcolo integrale e differenziale, mentre a me cantavano nelle orecchie

i versi di Byron e per contrapposto gridavo al vento: "No, no, Ossian

non mi piace! È noioso".

Gli ultimi avvenimenti della mia famiglia paterna corrono al loro

fine. La povera zia Nina morì di vaiolo nero in due o tre giorni e

Stefano, poichè io ero già accasata, rimase solo colla zia Margherita;

l'anziana e il più giovane rampollo. Stefano si era appena laureato

ingegnere e dal Politecnico stesso gli fu proposta la direzione di un

grande stabilimento industriale a Rivarolo Ligure. Mi ero immaginata

qualche volta il mio ingenuo fratellino curato di villaggio o medico

condotto ad ascoltare con paziente benevolenza i peccatucci de' suoi

parrocchiani, od apparire sulla soglia dei miseri casolari apportatore

di sollievo a chi soffre, od anche, poichè egli era di spiriti gai e

festevoli ed incline alla onesta allegria, seduto sotto una pergola

brindare alla festa della vendemmia. Tutto questo sì. Ma il bamboccione

che scherzava sui ginocchi della zia Nina, il timido giovinetto

che sognava di toccare con una pezzuola aerea il bianco lembo di un

abito verginale, il neo ingegnere che non aveva mai passato una sera

fuori di casa, lanciato così di punto in bianco nel bailamme di una

officina genovese, capeggiando trecento operai di modi risoluti e

d'ostica favella, era una cosa che non mi persuadeva. Egli invece partì

tranquillo e sereno come per una partita di pesca, portando seco la

nostra cara vecchietta, o _vecchiorla_, secondo il mio vizio inveterato

di storpiare i nomi delle persone care.

Una giovinezza del secolo XIX · 第 10 / 15 题