EPILOGO

Eccomi alla fine di queste memorie scritte fra gli spasimi della carne

e i tormenti dello spirito, costretta a tutte le rinuncie, inchiodata

sulla mia croce, mentre intorno a me imperversa l'orribile guerra

facendomi sentire crudelmente l'umiliazione della mia impotenza.

Incominciate senza sapere neppure se il male che mi distrugge avrebbe

consentito di condurle a termine, compie oramai l'anno da quando vergai

le prime parole in una chiara alba di luglio; ed oggi, come allora,

dal breve angolo del mio terrazzo, che mi è consentito vedere, il

caprifoglio spande la sua fragranza, la glicine che non ha più fiore

agita sullo sfondo del cielo le rame vaporose, maggiorana e menta

esalano la canzone silvestre dei giardini primitivi.

Quando, acerba fanciulla, in certi mattini d'inverno indugiavo sola

presso il focolare scrivendo con un fuscello un nome nella cenere,

la vita mi stava davanti ed i miei sguardi vi si figgevano ansiosi,

ma tutto era buio e mistero. Ora che mi sta alle spalle la contemplo

nella sua interezza e mi chiedo se la vita, questa vita che edificai

io stessa colle mie passioni e colle mie illusioni, mi ha dato tutto

quello che io cercavo. Pensando alla infinità dei beni che mi furono

negati, agli ingiusti apprezzamenti, all'infanzia compressa che mi

lasciò per sempre l'incertezza, l'impaccio, la timidità sofferente di

coloro che portarono a lungo una catena al piede, dovrei concludere che

la vita mi fu matrigna e tiranna. Eppure trassi da essa le maggiori

gioie che io abbia mai desiderate: amare e pensare e avere nelle mie

mani un istrumento per esprimere tutto ciò. Poichè non mi prese mai

desiderio di lusso e di ricchezze, e l'ambizione e la vanità mi furono

del tutto ignote; abitai l'anima mia; come i califfi delle novelle

orientali abitavano i loro palazzi, lungi dai rumori della folla,

chiusi tra giardini meravigliosi dove saliva il canto delle fontane

in zampilli d'argento e la sabbia dei viali era cosparsa di pietre

preziose. O meglio, sì, meglio ancora, uno di quei conventi sospesi tra

cielo e mare, sovra un picco inaccessibile, laggiù nell'Asia profonda,

cinti dal misterioso silenzio delle solitudini.

Dovrei lagnarmi della vita se, ad onta dei limiti ristretti tracciatimi

dal destino, ebbi tutto il possibile di ciò che mi piacque? Non ho

io conosciuto gli slanci dell'anima verso la bellezza infinita e le

divine estasi del pensiero, accostandomi riverente alla comunione

dei grandi? Quale rovescio di fortuna, fra quelli che da un giorno

all'altro distruggono la felicità di una famiglia, potrebbe togliermi

la inenarrabile dolcezza delle ore trascorse nell'estasi di un sogno?

Ed anche oggi, che tutto è finito, che i miei giorni si chiudono nel

dolore e nello spasimo, ti benedico mille volte o vita, poi che tu mi

donasti i due grandi beni spirituali di poter pensare e di saper amare.

Nata idealista muoio nella fede ideale. Tutte le colpe del mondo non

riescono a provare che la virtù non esiste; il solo desiderio che noi

abbiamo di essa è un segno della sua presenza fra gli uomini.

Vedere solamente il male è una manchevolezza di chi guarda, non un

errore della natura. Noi possiamo essere tanto sfortunati da non

incontrare, nel corso della nostra esistenza, un solo campione che ci

faccia credere nel bene; ma come avremmo noi coscienza di questo bene

se non lo sentissimo nei più profondi abissi del nostro io? Dobbiamo

credere più agli altri che a noi stessi? Sarebbe come disconoscere

il più alto suggello della divinità posto sulla nostra fronte. Sono

convinta che la forza, dalla quale trassi il modo di resistere alle

scoraggianti esperienze della mia giovinezza, fosse appunto questa

attitudine sicura della mia coscienza, la stessa per la quale ad

onta della mia triste infanzia non mi sono mai sentita interamente

infelice. Citare in proposito un verso di Dante può sembrare soverchia

presunzione ma, è pur vero che l'uomo, pari alla «_fronda che flette

la cima_» non resiste contro i disinganni se non opponendo la propria

virtù.

Siate interni, dice l'Apostolo; queste due parole dischiudono un

mondo. I beni esterni vengono e vanno; solo ciò che noi abbiamo

nell'anima rimane. Rimane immortale quando il genio di Marco Aurelio,

di Leonardo o di Dante ne imprima la vasta orma nei secoli; ma filtra

pure modestamente di generazione in generazione, sorretto dalle piccole

virtù quotidiane, che formano la dignità della famiglia e una non

spregevole forza delle nazioni.

Più avanzavo negli anni e più sentivo svilupparsi in me la pensosa

anima di mio padre. A mezzo secolo dalla sua morte io lo interrogo

ancora e più che mai mi rammarico di non aver prese maggiori notizie

su di lui da quel vivente archivio della famiglia che era stata la zia

Margherita. Ebbi, però, recentemente la fortuna di trovare un grosso

volume di lettere dove figurano quasi tutti i miei parenti e la gioia

della scoperta fu tale che dura tutt'ora, mettendomi nella comunione

così intima della corrispondenza epistolare, non solo con quelli

fra essi che conobbi ed amai, ma anche con altri morti prima che io

nascessi.

Che fascino sottile hanno le lettere dei morti? Si pensa al momento in

cui le scrissero, lo si rivive insieme, si dice: "Mai più immaginava

che io dovessi leggerla!" Ci prende uno scrupolo, un tremore riverente

di fedele in presenza di una reliquia. Come si aprono adagio per timore

di sciuparle! E si fanno delle scoperte, troviamo delle sorprese; un

nome, una data, un accenno che ci rischiarano su tante cose passate;

sorrisi e lagrime di vita vissuta, cuori dei nostri vecchi che si

aprono a noi dai loro sepolcri.

Lettere intorno al 1830-40 della mia mamma in collegio alla mamma

sua ed alle sorelline; foglietti rosei od azzurri e nelle grandi

circostanze incorniciati di arabeschi d'oro; frasette scolastiche

riboccanti di gentilezza e di tenerezza, pari al grazioso cinguettare

di uccelletti da un albero all'altro. Di un interesse più serio, e

per me quasi sacro, è la corrispondenza dei miei genitori prima del

matrimonio. La loro unione ostacolata da gente invidiosa e maligna

che tentava con basse calunnie di staccare i fidanzati è il motivo

dominante di queste lettere, nelle quali l'amore sincero, appassionato

e impaziente di mio padre non si disgiunge mai da una grande elevatezza

di sentimento e di rispetto, a cui la fanciulla risponde con dolce

ritegno, colla riservatezza del pudore femminile e di un affetto al

quale non osa abbandonarsi, finchè non fosse caduta ogni vergognosa

insinuazione e dileguati i sospetti che rendevano esitante il padre a

dare il consenso per le nozze.

È in questa corrispondenza che rintracciai la frase di mio padre posta

per epigrafe alle presenti memorie: «_Che gran dono è il sentire! È

aver Dio in noi_». Si può trovare una definizione più bella, più vera,

più profonda? Essa spiega e completa il motto dell'Apostolo citato più

sopra. Io, quando la lessi la prima volta, ne ebbi un barbaglio come di

rivelazione. Conobbi mio padre e mi riconobbi in lui.

A tutti coloro che lodano il mio talento rispondo sempre con perfetta

buona fede, che ciò che essi chiamano talento non è altro che una

sensibilità superiore alla quota comune. Ognuno crede di averla questa

sensibilità e invero una sensibilità l'hanno, ma non questa. Rammento

che da bambina salii un giorno sul palco altissimo che serviva al

pittore Moriggia per affrescare la volta del Santuario di Caravaggio:

(forse il medesimo dove mia madre prestò la sua delicata bellezza a

impersonare la dolce figura di Ruth, ma più probabilmente in quello

dove campeggia matronale Giuditta reggendo con una mano la testa

di Oloferne) La zia Carolina, che era con me, osservò come alcune

parti delle figure le sembrassero esagerate e Moriggia; a spiegarle

che per ottenere un effetto di naturalezza sullo spettatore che le

avrebbe osservate dal basso della chiesa era necessario tener calcolo

della distanza e dipingerle più grandi del vero. Manco dire che, se

io parlavo poco, ascoltavo però molto e quelle parole di Moriggia,

confermate da osservazioni mie particolari, non mi uscirono più dalla

mente; mi sembra di poter spiegare colla medesima legge delle distanze

la differenza che passa tra la sensibilità dell'artista nell'atto

della concezione e quella del pubblico che la comprende e la gusta.

Perchè una statua, un quadro, una partitura di musica, un libro,

giungano a dare il fremito della vita a quelle fredde cose che sono la

creta, la tela, una cassa di violino o un foglio di carta è evidente

che l'artista deve aver sentito in un modo sovrumano. L'affermazione

magnifica di mio padre «_È aver Dio in noi_» riconosce in Dio la sola

forza creatrice. Dio, il mistero; Dio, la vita. L'ingegno poi è altra

cosa; è quella che unita al profondo sentire crea l'opera d'eccezione,

il capolavoro. Fuori dal campo dell'arte vi è pure la sensibilità dello

scienziato, quella acutezza intuitiva che fa scoprire a Newton e a

Galileo in due fatti di ordine comune due forze nuove della natura.

Ma per tornare alla sensibilità psichica e nervosa, sulla quale si

è imperniata tutta la mia esistenza e che impresse il mio carattere

all'opera mia, rammenterò brevemente in qual modo si manifestasse fin

dai più teneri anni nella sensazione di isolamento, che mi faceva

così spesso straniera in mezzo alla gente, nell'urto quotidiano di

asprezze di stonature, di offese alla bellezza ed alla verità, che

gli altri non avvertivano neppure. Per esempio io non posso soffrire

le bestie, di nessun genere; nè grosse nè piccole, intelligenti o

meno. Ho pensato qualche volta che se fossi obbligata, pena la vita,

a tenere in casa una bestiolina metterei un pesce in un boccale di

vetro sul mobile più alto del mio appartamento. Questo per dimostrare

la mia avversione al genere. Tuttavia mi è accaduto infinite volte

di rinunciare a sedermi in un posto che mi faceva comodo, perchè vi

si era già insediato un gatto o un cane che la mia sola sensibilità

mi impediva di smuovere, non il mio amore; e vedevo invece, chi

dell'amore per le bestie si faceva vanto, cacciarnelo allegramente con

una pedata. Comprendo la delicatezza di Maometto che tagliò la manica

della propria zimarra, anzichè disturbare il suo gatto prediletto che

vi si era addormentato sopra; ma si trattava del gatto prediletto e

il fondatore dell'Islamismo aveva senza dubbio molte zimarre. Io fui

prossima a svenire una volta che, scolara disattenta, sforbiciavo

nell'aria con un bel paio di cesoie nuove e una imprudente libellula,

entrata dal giardino per la finestra aperta, guizzò fra le due lame

così repentinamente che, prima ancora di vederla, sentii nelle mie

dita il _crac_ del corpicciolo tagliato in mezzo. Positivamente venni

meno; e ricordo che essendo in piedi dovetti appoggiarmi al muro per

non cadere. Ricordo anche che le mie compagne ridevano. E sempre,

quando narrai questo episodio della mia infanzia, trovai persone che ne

risero.

Sono questi malintesi, in apparenza puerili, ma turbatori delle

coscienze profonde, che alimentano lo sdegno muto dei solitari. Io

compresi a poco a poco il silenzio rassegnato di mio padre, la sua

nobile malinconia che non pesava mai sugli altri, il suo ritiro nelle

arche del passato dove egli trovava ancora imbalsamati tra gli aromi

della memoria i cari fantasmi della sua giovinezza, che dovette essere

ardente e misteriosa. Con quale desiderio di sprofondarmi in lui,

nella sua vita, sperai di trovare il seguito del diario incominciato

a Roma! Ma, come egli non parlava mai degli anni trascorsi, così non

si curò nemmeno di conservarne le traccie. Solo rimane questo fascio

di lettere che io vado sfogliando e interrogando con ansia amorosa,

tutte interessanti, sebbene in diverso modo. Sono letterine brevi,

ma appassionate e piene di nostalgia, che la mamma, sciolta dal

suo ritegno di fanciulla severamente educata, scrive a papà dopo il

matrimonio e durante le assenze di lui (per sorvegliare la fabbrica

della grande Abbazziale di Casalmaggiore). Sono ancora le lettere delle

sorelle, della mamma, specie la Carolina, zeppe di incarichi per la

città. Risorge in questa corrispondenza di giovani donne la Milano

ristretta di quei tempi...

. . . . . . .

_E qui sospese; interrotta nel mesto conforto di riandare gli anni

della giovinezza sul finire della vita, o da un più acuto spasimo del

male che le annientava ogni energia, o dal sollevarsi della portiera

(ricamata da lei con tralci fioriti) di contro al letto ove giaceva,

per l'entrar di qualcuno, forse io stessa. Avrà allora deposta la

matita, riuniti i fogli del manoscritto nella cartella rossa colla

sola mano sinistra, e voleva fare da sè. Avrà pensato di riprendere in

un altro momento _buono_ in cui fosse stata sola; ma non venne più!

Io l'avrò incitata a proseguire, desolata di turbare quel risveglio

dei pensieri di giovinezza, poichè la sua voce era prossima a tacere

per sempre. Ella voleva rivedere, riordinare poi questi cari ricordi

che sbocciavano fra i suoi tormenti, quali fiori pietosi fra le spine

dell'ultimo sentiero; ma non potè nemmeno rileggerli.

Diceva allorchè era interrotta: "Riprenderò" diceva pure: "Se farò in

tempo a finire" e altre volte: "Non potrò terminare le mie Memorie".

Rimasero infatti a questo punto quattro o cinque giorni prima che

morisse; lasciò nel mistero, che le era caro, altre pagine. A quel

filo troncato mi avvinco per seguire il suo pensiero non detto in una

eternità di affetti e chiamo i cuori che Ella ha amato, che l'hanno

amata, quelli che si sentono compresi nella sua appassionata dedica, a

salire in una elevazione ardente di sentimento e d'amore a Lei!_

Una giovinezza del secolo XIX · 第 12 / 15 题