PARTE TERZA

Temo che l'insufficienza della mia penna non mi abbia concesso di

esprimere, come io la sento, la dolcezza della vita di provincia,

quando non sia intorbidita dal pettegolezzo o resa manchevole per

speciali aspirazioni dell'intelletto; l'uno e le altre non applicabili

alle mie zie perchè, se la loro condizione apparteneva a quell'aurea

mediocrità lodata dal saggio, non era tal ventura da suscitare

l'invidia, cagione principale di discordia; non era nemmeno il caso

di pettegolezzi galanti. Esse dunque avevano tratto dalla loro vita

ogni possibile bene e potevano legittimamente pensare che avrebbero

continuato fino all'ultimo. Il mio desiderio di far conoscere quanto

fossero libere e felici è per far risaltare in tutta la sua grandezza

il sacrificio d'amor fraterno, da esse compiuto, abbandonando casa,

abitudini, relazioni, indipendenza assoluta, per venire a rinchiudersi

fra i muri di una città ignota, dove non conoscevano nessuno, dove ogni

volto incontrato per via era straniero e solo le cure affannose della

famiglia riempivano i giorni altre volte così lieti del dolce passato.

Il disastro finanziario del nonno di Caravaggio, che aveva inghiottita

la dote di mia madre, contribuì a rendere più difficile il reggimento

domestico gravato di tre figliuoli, per cui le generose donne, che se

ne erano assunto il carico, dovettero sentirne per le prime il disagio

e più cocente il rimpianto della perduta pace.

A consolarle un poco del brusco distacco, mio padre promise loro che

saremmo andati tutti gli anni un paio di mesi a Casalmaggiore. Era

allora un viaggio di non poca importanza. Si partiva alle dieci di

sera colla diligenza Franchetti che stazionava in via Monte Napoleone;

ricordo ancora l'impazienza mia e dei miei fratelli nell'attesa

dell'ultima ora. Seduti tutti intorno alla sala da pranzo, al lume

oscillante di una candela, colle braccia incrociate sul nostro

rispettivo bagaglio, il tempo ci sembrava eterno. Il silenzio era un

abitudine della nostra famiglia, che solo il mio minore fratellino si

permetteva di rompere saltellando intorno alla zia Nina; ma in quella

circostanza speciale arrischiavo anch'io di chiedere di tanto in tanto.

— Sono suonate le nove? — Il gran momento giungeva alfine ed era allora

come un accavallarsi di onde, urtandosi l'un l'altro, a chi faceva più

presto, nel puerile timore di non arrivare in tempo. L'assicurazione di

papà che i posti erano già presi e che la diligenza non sarebbe partita

senza di noi riconduceva la calma. L'illuminazione di Milano non era

mezzo secolo addietro così brillante come oggi e quando si giungeva

dinanzi all'agenzia Franchetti la massa nera della diligenza ferma ad

aspettarci non lasciava scorgere altro. Questa diligenza era composta

qualche volta di due scompartimenti, ma più spesso di tre: il _coupè_ a

due posti, il centro a sei e la rotonda dietro, alla grazia di Dio. Era

tanta la fretta di occupare il nostro posto che non si badava ad altro;

ombre indistinte facevano come noi; entravano, prendevano possesso del

loro cantuccio e scomparivano nelle tenebre; i cavalli scalpitavano,

il mozzo di stalla con una lanterna in mano dava l'ultima occhiata

alle ruote, il postiglione schioccava la frusta e via! Traballando la

grossa mole attraversava la città, ma il bello veniva dopo, in aperta

campagna, quando la diligenza inoltrava per vie maestre completamente

buie colla sola guida dei due fanali, che gettavano fra le ruote un

scialbo raggio giallastro.

Durava ancora il ricordo degli assalti briganteschi alla diligenza

e la zia Margherita, che non conosceva paura, dilungavasi volontieri

a narrare le gesta del celebre Strigelli, intorno al quale aleggiava

una romantica leggenda di amore infelice propria a concigliargli la

benevolenza del sesso gentile; si diceva anche che egli spingesse la

cortesia fino a munirsi nelle sue aggressioni di acqua di Colonia,

per soccorrere le signore che si fossero spaventate. Siccome però non

tutti i briganti somigliavano a Strigelli e fosche storie correvano di

non lontani assalti alla diligenza stessa in cui eravamo, non potevo

impedire alla mia immaginazione di pensarci, e per un gruppo d'alberi,

per un rialzo improvviso di terreno, trasalire quasi vi fosse nascosto

un agguato. E lunga una notte intera trascorsa in un cassone buio

insieme a compagni di viaggio dei quali non si è ancor vista la faccia.

Si tentava di indovinare qualche cosa in un gesto, in una parola;

qualcuno buttato in un angolo come un fagotto non si muoveva durante

tutto il tragitto; qualche altro russava. C'erano invariabilmente delle

donne che soffrivano per dover stare col dorso contro i cavalli: a una

di queste una volta un soldato offerse una presa di tabacco. A tratti

regolari la diligenza si fermava per il cambio; usciva allora da una

osteria un mozzo mezzo assonnato traendosi dietro i cavalli freschi;

due o tre viaggiatori scendevano, gli altri stendevano le gambe con un

largo respiro di sollievo cacciando la testa fuori dello sportello. Si

scambiavano alcune parole: — Dove siamo arrivati? Manca molto? Che ore

sono? — Intanto le bestie staccate dalla diligenza passavano a testa

bassa, col dorso che fumava, avviandosi alla stalla. Il cassone nero

traballando riprendeva la sua corsa nella notte. Quando finalmente

l'alba imbiancava l'orizzonte si sapeva di essere ancora lontani

dalla meta, ma uscendo dalle tenebre ci sembrava di rivivere. Borghi

e paeselli si disegnavano nitidi nel chiarore del sole nascente, si

riconoscevano i luoghi, si salutavano con una tenerezza di vecchi

amici. A mezzogiorno apparivano le torri e le cupole di Casalmaggiore;

battevano i cuori, battevano i piedi impazienti; il postiglione

impettito nella sua divisa a mostre rosse e bottoni dorati schioccava

la frusta ornata di peli di tasso e imboccando la cornetta — _te re

tè, te re tè, teretè_ — con una svolta più sapiente ancora di quella

del vecchio Nicola faceva la sua entrata trionfale nell'albergo della

_Croce Verde_ a due passi da casa nostra.

Uno o due anni, non più, Casalmaggiore fu la nostra villeggiatura; ma

nella prova del tempo gli inconvenienti della lontananza si mostravano

sempre più gravi; spesa di viaggio per sei persone, la casa per una

decina di mesi abbandonata, l'impossibilità di sorvegliare quel po'

di terreno che si aveva, queste e forse altre riflessioni persuasero

mio padre della necessità di vendere e tutto fu venduto; i vigneti

testimoni di tante allegre vendemmie, la casa con tutti i suoi fiori,

coi panciuti cassettoni a riporti di metallo, colle placche civettuole

ancora nei loro platonici amori fra lo specchietto arrugginito e il

candelabro spento. Tutto; anche il susino di S. Anna, anche le belle

incisioni della camera da letto, rappresentanti le scene pietose della

rivoluzione francese e quella povera regina che scontò in un modo così

atroce le leggerezze di una società intera. Il dolore, che deve essere

costato alle mie zie la generosa rinuncia, è segno di una magnanimità

che, vieppiù distanziandosi nel tempo, mi appare in tutta la sua

grandezza. La zia Nina anche in tale eccezionale circostanza non uscì

da quella sua attitudine apparentemente passiva che non la metteva mai

sul primo piano dell'azione, che è in fondo l'istintiva prudenza dei

deboli; anche la zia Margherita, forse per non far pesare su altri il

sacrificio, tentava di mostrarsi rassegnata, ma io la udii nel colmo

della notte la sua voce piena di schianto urlare colla bocca sotto le

coltri: "Non ho più nulla! Non ho più nulla!..." Cara ed eroica donna,

che cosa erano le sue asprezze, le sue collere, i suoi lampi d'ira, se

non l'ombra della gran luce del suo cuore?

Più piccolo cuore, senza dubbio, era al confronto quello della

zia Nina, ma se io, sua vittima appena adolescente, avessi dovuto

giudicarla solo dal male che mi fece mi sarei grossolanamente

ingannata. Io non la giudicai allora, soffersi in stupore e in silenzio

una avversione che non comprendevo. Ora che la scienza della vita mi

ha insegnato a leggere nei cuori, compiango ancora la fanciulla che,

per una fatale deviazione del sentimento, nella persona che doveva

proteggerla ebbe conturbati gli anni primi e sacri della giovinezza,

ma compiango anche colei che il mancato destino aveva trasformata

da creatura d'amore in creatura d'odio. La verità che io imparai è

questa. Ella era nata per l'amore; non l'amore fantastico, nè l'amore

passionale, i quali esigono doti di intelligenza che mancavano a lei,

ma l'amore semplice, l'amore per l'amore. Ho pensato qualche volta

come la sua indole passiva e silenziosa si sarebbe accomodata alle

abitudini della donna orientale, alle lunghe soste su un morbido

divano, seguendo con gli occhi le spire dei profumi accesi nei braceri

d'argento, immobile, senza alcun pensiero tranne quello dell'arrivo del

suo signore. È però quasi certo che la zia Nina non spinse mai la sua

immaginazione così lontano e i suoi sogni d'avvenire non oltrepassarono

il benessere materiale di una comoda casa e di un buon marito. Tale

modesta felicità non le fu concessa; la sognò sempre, la sognò fino

ai limiti della vecchiaia e il sogno aveva un nome. Si era innamorata

di un giovane senza professione e senza beni di fortuna il quale,

lasciandole credere che l'avrebbe sposata quando gli si fosse aperta

una carriera, aveva calcolato bene su quel suo temperamento remissivo,

molle, che non parlava, che non faceva strepito. Ma la vana attesa

di tutta la vita, lavorando inconsapevole dentro di lei, accumulava

acredine, invidia, spasimo di sensi insoddisfatti, di amor proprio

ferito e un sedimento di veleni si era fatto strada nel suo cuore

aspettando una occasione per traboccare. L'occasione sono stata io.

Un semplicismo troppo elementare vorrebbe dividere gli uomini in due

distinte categorie, i buoni e i cattivi; ma non vi è nulla di assoluto

là dove il movimento è continuo e la trasformazione legge di natura.

La zia Nina era buonissima, buona con tutti, pronta sempre a rendere

servizio. Bastava guardarla, quando accarezzava il mio minore fratello

e si scambiavano tra loro a bassa voce paroline e baci, per riconoscere

la donna nel suo istinto primitivo di amante e di madre, l'Eva dal

gesto morbido e consenziente, dal grembo fecondo. Se ella avesse potuto

compiere la sua missione il veleno corruttore non l'avrebbe neppure

intaccata. È con profonda soddisfazione che posso affermare: ella era

buona. Durante gli anni del mio martirio i suoi atti, le sue parole,

i suoi torbidi silenzi cadevano sull'obbiettivo della mia mente non in

modo diverso dei paesaggi che il viaggiatore accumula sugli obbiettivi

della sua kodak ma che sviluppa più tardi. La mia mente, inesperta

allora, accoglieva ciò che solo gli acidi e i reattivi dell'esperienza

mi hanno permesso di classificare secondo il loro valore. Il mio

orecchio udì l'orrenda confessione: — _Non la posso soffrire, la odio_.

— Ma è tutta l'anima mia maturata dal dolore, che mi fa ricordare lo

schianto della sua voce nel pronunciare quelle parole. Era la voce

compressa di una grande sofferenza.

Può a tutta prima non sembrare molto visibile il nesso tra la sua vita

mancata e l'odio per la mia che sorgeva; gli è che questa fanciulla,

sorta improvvisamente al suo fianco, nel momento in cui forse stava

per dimenticare, le rimetteva davanti tutte le sue aspirazioni, i suoi

spasimi, i suoi disinganni. Credendo di odiarmi si ingannava; odiava

confusamente in me la forma derisoria del suo destino, la rivale,

l'usurpatrice giovane, del bene che le era sfuggito. La mia presenza

le sembrava una sfida, la mia supposta felicità un insulto. Se non

poteva più toccare i miei capelli, se non voleva più uscire con me al

suo fianco, era perchè la sua carne martoriata provava al mio contatto

una ripugnanza che doveva farla soffrire nelle sue fibre più profonde.

Povera donna! Vorrei ella sapesse ora, che mai in nessun momento io le

ho voluto male e sono così fiera e sono così felice di aver preso il

suo odio sulle mie braccia portandolo in alto alla luce della verità

che gli ha reso il suo vero nome: dolore.

È in queste lontane impressioni che si deve cercare l'origine delle

molte pagine da me scritte in favore della donna che ha fallita la sua

missione. Certo il caso della mia zia non è dei più comuni, ma come

fondamento della tesi è tipico e il fatto di averlo potuto esaminare

in tutte le sue forme e gradazioni prima, di averlo vagliato poi

attraverso anni ed anni di esperienze, mi dà la piena sicurezza del

mio asserto. Sarebbe giudizio grossolano il credere che dal solo atto

materiale di unirsi ad un uomo dipenda la felicità della donna; essa

dipende da una logica concatenazione di cose, ma è pur vero che il

desiderio del fiore implica la ricerca della semente. Questioni così

delicate vengono purtroppo manomesse da persone superficiali e guaste

di spirito che non sarebbero degne neppure di avvicinarvisi; sono

costoro che gettano una volgare ombra di ridicolo su ciò che avvi in

natura di più santo, di più vicino a Dio. Io dirò ora una cosa che

potrà scandalizzare qualche coscienza austera; prego di rammentare

l'ammonimento di S. Paolo: La lettera uccide e lo spirito vivifica.

Dunque dico che piacere è l'istinto più importante che il fattore

dell'universo ha messo nella donna. Non importa se lungo la corruzione

dei secoli e dei costumi deviò dallo scopo fino a sopprimere lo scopo

stesso; esso è la voce del Creatore che affida con questo mezzo alla

donna l'alto dovere di imporre all'uomo la continuazione della specie,

al quale il suo egoismo lo sottrarrebbe immancabilmente se non vi fosse

l'esca di un diletto. La più frivola delle donne, che si illude di

infiocchettarsi e di civettare per seguire la propria vanità, ubbidisce

senza saperlo a questa legge suprema; ma la donna che sente nobilmente

di sè, che è pronta a tutti i doveri del suo sesso, ne esige pure i

diritti e vuole amare e vuole essere amata, perchè le sue labbra non

devono chiudersi per sempre senza aver conosciuto il bacio dell'uomo,

nè il suo grembo isterilirsi prima di avere comunicato i misteri del

suo essere alle generazioni future. Nessuna vera donna sottoscrive

a questa rinuncia senza soffrire; talvolta la sofferenza è spasimo e

disperazione, tal'altra è profonda mestizia o rassegnazione malinconica

od anche fierezza di silenzio, o vertigine di oblio; ma qualunque sia

il velo pudico che cela la sofferenza, guardatele bene queste vergini

canute e, salvo rare eccezioni, sollevando un lembo di quel velo,

troverete la lagrima, congelata fra ruga e ruga.

Alle eccezioni apparteneva forse la zia Margherita. Temperamento

virile, abbiamo visto con quanta risolutezza si era opposta al

matrimonio con un uomo che pure amava, evidentemente perchè in lei

era scarso l'istinto del sesso e il bisogno sentimentale. Mente agile

ed arguta, procliva alla critica, all'ironia, al sarcasmo (diceva di

leggere volontieri il _Fanfulla_ — il _Fanfulla_ delle prime battaglie

— perchè era sarcastico) tutta scatti e violenza, come avrebbero potuto

trovar posto in lei i divini abbandoni dell'amore? Non riesco nemmeno

a immaginare un tenero bambino sulle braccia della zia Margherita

senza tremare per la sua sicurezza. I fautori estremi del femminismo,

che vorrebbero emancipare la donna dalla casa, dal marito e dai

figli spingendola sulla via delle conquiste maschili col sofistico

pretesto che non tutte possono avere una casa, un marito e dei figli,

dimenticano che la felicità non si trova che nel pieno esercizio delle

proprie attitudini. Le iniezioni di mascolinità, che essi vogliono

fare alla donna, se potranno offrire qualche frutto sporadico alle

poche eccezioni che sono in grado di profittarne, ben maggior danno

recherebbero alla donna e alla società portando il turbamento in

migliaia e milioni di animuccie le quali si persuadono facilmente

di innalzarsi meglio a sgonnellare negli Uffici pubblici, anzichè

raccogliersi vigili e silenziose sopra una culla. Madamigella della

Ramée, nota per diversi racconti pubblicati sotto il pseudonimo di

Ouida, chiese un giorno a un giovinotto, che le si protestava ardente

ammiratore, se la ammirava come scrittrice o come donna. — Oh! come

scrittrice! — disse lui convinto di farle la più gradita delle lodi.

— Quanto avrei preferito — esclamò lei — essere ammirata come donna!

— Sono perfettamente del parere di madamigella della Ramée. E per mio

conto soggiungo che se, nella ipotesi di un rinnovamento di vita, mi

si promettesse la maggior gloria letteraria in cambio dell'amore,

rinuncerei subito, essendo donna, al lauro di Dante, ma non a un

sospiro di Beatrice.

Incominciando a scrivere questi ricordi della mia giovinezza ero

molto preoccupata dalla necessità di dire quanto le mie zie fraterne

l'abbiano resa triste e quanto al confronto dei nonni e delle zie

materne, tutti così buoni con me. Ma accanto a questa necessità di

fatto si ergeva pure dalla mia coscienza il dovere imprescindibile

di difenderle contro i fatti stessi; esempio singolare di una verità

non da tutti riconosciuta, quelle mie zie, che per cuore e per amore

di famiglia non erano inferiori a nessuno, riuscirono a rendermi

infelice perchè, se il male fosse un esclusivo prodotto di coloro che

deliberatamente lo vogliono fare, assai meno ve ne sarebbe al mondo,

ed infinito invece è il male che si fa senza saperlo, senza volerlo.

Se ognuno di noi si esaminasse a fondo troverebbe una quantità di

circostanze che lo indussero a fare questo male involontario, molte

volte credendo di far bene. Nel caso delle mie zie, la poca conoscenza

della vita e la nessuna attitudine educatrice non le rendeva adatte

certamente al difficile impegno che era loro caduto sulle spalle,

quando, già vecchie, avevano da tempo inquadrata la loro esistenza

in forme e modi che non si potevano spezzare impunemente. Lasciate

nella loro casetta, con le loro abitudini, le loro amicizie e la

santa libertà di due esseri che vanno perfettamente d'accordo, nessun

lievito avrebbe fermentato nei cuori che non indietreggiarono davanti

al sacrificio. Le forze non furono pari allo slancio, ma il naufrago,

che è stato salvato dal maggior pericolo, farà colpa al salvatore di

avergli lasciato qualche unghiata sulla pelle?

Io ero una fanciulla un po' diversa dalle altre, bisogna dirlo; diversa

nelle qualità, diversa nei difetti. A parte le ragioni di antipatia che

poteva avere per me la zia Nina, mancavami affatto quella festevole

leggerezza della gioventù che si fa perdonare tutto. Quando penso

che io non ridevo mai, che anche nei divertimenti la serietà non mi

abbandonava; seria e timida e tutta rivolta dentro di me a cercare la

ragione di ogni cosa, devo convenire di essere stata una adolescente,

priva delle seduzioni naturali di quell'età. Non ero nè graziosa, nè

spiritosa, nè amabile; in una parola non _davo_ ciò che normalmente

si poteva pretendere da me. Se la mia estrema sensibilità avesse

avuto pascolo di carezze e di buone parole come hanno quasi tutte le

fanciulle, anche la grande timidezza che mi paralizzava si sarebbe

sciolta; ma tra l'ironia della zia Margherita e l'odio della zia Nina,

senza altri parenti vicini, senza sorelle, senza amiche, conducendo una

vita rinchiusa, in un ambiente contrario a tutte le mie aspirazioni

non ancora sviluppate, ma latenti in tutto il mio essere, che mai

potevo fare se non rinchiudermi in me stessa, asilo sempre pronto ad

accogliermi? Questa mia solitudine spirituale, questa astrazione da

fatti e detti e persone che non mi interessavano venne chiamata a volte

aristocrazia, a volte egoismo. È singolare la deviazione di significato

che queste due parole assumono nelle menti incolte. Io non so perchè si

debba chiamare egoista la persona che vive delle proprie risorse e non

quella che povera d'animo e di intelletto va mendicando con graziette

e sorrisi l'alimento che non trova in sè. Questo santo, sacro, divino

egoismo è l'economia di forze che il poeta, il pensatore, il veggente

tengono in serbo per l'opera loro, ben più proficua agli uomini che non

la vana dispersione di sorrisi e di grazie fatta da coloro che hanno

la testa vuota e il cuore freddo. Non discuto qui dell'ingegno; molti

sono i chiamati che non potranno sedere fra gli eletti; ma è certo che

quando una vocazione si presenta imperiosa allo spirito, il dovere è

di staccarsi dalla strada maestra nella quale si cammina in drappelli,

per inoltrare, sia pure povero e nudo e solo, sul sentiero dove la

voce misteriosa chiama. Io non sapevo ancora che cosa avrei fatto e

dove volevo andare, ma un contrasto inesplicabile fra me e gli altri

si accentuava ogni giorno più profondo; mi sentivo isolata, separata,

con una sensazione di imbarazzo e di fuori posto che doveva rendermi

abbastanza goffa. Era questo che chiamavano la mia aristocrazia?

Un rettangolo di carta lungo sette centimetri che bacio e ribacio

con accorata tenerezza è il biglietto da visita di mio padre: _Arch.

Fermo Zuccari_. Egli era anche consigliere e assessore comunale e

socio onorario della Accademia di Brera. Nella semplicità di questo

biglietto, in cui nemmeno la sua professione era scritta per intero,

ritrovo tutta la sua semplice e modesta vita; eppure è con un

sentimento di ammirazione che mi fa tremare la mano che mi accingo a

parlare di lui, a condurre la sua nobile personalità sulla scena di

piccoli avvenimenti e di piccole persone fra le quali sono cresciuta.

Nell'articolo di quella mia amica trentina che io venni a conoscere

qualche anno dopo che fu stampato, ritrovo con gioia le parole che a

proposito di mio padre scrivevo in una lettera privata; esse sono là a

testimoniare della sincerità della mia ammirazione. Tuttavia in quegli

anni di nebbia per il mio intelletto e di sovrumana tristezza, ricevevo

di lui, come ricevevo dalle mie zie, il solo obbiettivo fotografico.

Esse mi facevano soffrire, lui no. Dolce, malinconico, distinto in ogni

suo gesto, sobrio di parole, io lo veneravo, ma lo sentivo lontano.

Sulla mia timidezza agiva anche la sua superiorità. Ne avevo un grande

rispetto, alimentato dall'opinione e dal rispetto che ne avevano

tutti quelli che lo avvicinavano; ma l'ottuso bacherozzolo, che io ero

sempre, non lo conosceva ancora. Furono tutti gli uomini incontrati

lungo i sentieri della vita che mi rivelarono veramente chi fosse mio

padre, il suo valore morale, la purezza de' suoi sentimenti, la tempra

adamantina della sua coscienza. Non è che manchino uomini di incorrotta

moralità, sentimenti puri e coscienze oneste; quello che non ho trovato

più dopo mio padre (o in numero di sola eccezione) è l'uomo intero,

l'armonia assoluta fra ingegno e costumi, in una parola l'_esemplare_.

Io vidi, e ancora il cuore ne soffre, talenti insigni guasti dalla

vanità, dall'invidia o dalla sete dell'oro o dalla tabe del vizio; vidi

in anime gentili incredibili leggerezze; in promettenti intelligenze

assenza di ideali; e sempre e dovunque nei curatori delle vergini anime

infantili, padri e maestri, l'insufficenza di ogni criterio educativo

soffocato nella volgarità, nel materialismo, nel non saper dominare le

proprie passioni.

Mio padre era un silenzioso, ma nelle poche parole che profferiva

non perdeva mai di vista i figliuoli che udivano, per cui posso dire

che la nostra educazione morale, mia e dei miei fratelli, venne fatta

non a mezzo di prediche, ma con pochi assiomi saldamente imperniati

sull'esempio. È appunto questo esempio, non mai in difetto, che lo

solleva al di sopra della folla e tanto alto nel mio cuore. Le vere

qualità di un uomo meglio che in pubblico si giudicano fra le pareti

domestiche. Quanti appaiono educati in società che in famiglia si

abbandonano ai loro istinti volgari! Le conosciamo tutti, io credo,

le famiglie danarose che, fra le eleganti suppellettili dei loro

appartamenti, si abbandonano a discorsi da trivio e dinanzi ai

figliuoli, che hanno già la loro fortuna assicurata, non sanno parlar

d'altro che del modo di accumulare ricchezze e tengono in gran conto

A. perchè ha molti soldi e disprezzano B. che è povero. Ah! vivaddio,

noi non eravamo ricchi, ma di denari non si parlava mai e quelle celie

di cattivo gusto e quei bassi intercalari di gente che porta addosso

un patrimonio in brillanti non varcarono mai la soglia di casa nostra.

E questo non solo per la innata signorilità di mio padre; anche le sue

sorelle erano provinciali, erano ignoranti, ma volgari no; neppure

la zia Margherita nei suoi impeti di collera; e non lo erano i miei

fratelli, eredi delle migliori qualità del nostro genitore.

Potrebbe per avventura chiedere qualcuno de' miei lettori come mai un

uomo simile non avesse influito meglio sulla felicità dei miei giovani

anni. Qui si dimostra l'alta missione della donna in famiglia, che

solo i miopi di intelletto credono esaurita nello sferruzzare calze

e quindi inutile agli evoluti tempi moderni, mentre essa è di tale

ed elevata importanza che il migliore degli uomini, ove ella fosse da

meno al compito, non potrebbe surrogarla. Ne fanno fede nella cronaca

giudiziaria di tutti i giorni il fatto delle matrigne che seviziano i

figliastri senza che il padre se ne accorga o sia in grado di porvi

rimedio, mentre assai raramente o quasi mai ciò avviene per colpa

dei patrigni. Egli è che i figliuoli e specialmente le ragazze stanno

colla madre, non col padre; nella casa la vera padrona è la donna. La

donna saggia — dice la Bibbia — edifica la propria casa, la stolta la

distrugge. E dell'uomo non si parla. Solo il matrimonio ideale, che

fonde due anime in una, può dare il risultato di una volontà unica.

Chi può dire che cosa sarebbe stato di me se mia madre non fosse

morta? Nella condizione dolorosa in cui tutti noi fummo posti per

tale perdita, mancava l'elemento primo della felicità, che è l'intesa

perfetta. Ognuno di noi faceva soffrire gli altri senza volerlo, ed a

sua volta soffriva, ma le zie erano due, i miei fratelli due; mio padre

ed io soli alle due estremità della vita.

Non mi sarei accinta a questo esame retrospettivo delle cause che, più

o meno, influirono sullo sviluppo della mia mentalità, se non vi avessi

scorto una situazione psicologica meritevole di studio, non per quanto

riflette la mia piccola persona, ma per gli anelli che la congiungono a

problemi di generale interesse. È questa anche una delle ragioni che mi

distolsero dal farne soggetto di un romanzo a fine di non alterarne la

rigorosa verità. L'intima unione di marito e moglie non poteva esistere

fra mio padre e le sue sorelle, è evidente. Egli rimaneva durante il

giorno nel suo studio, abbastanza lontano dalle altre stanze, per non

sapere nulla di quanto vi accadeva. Se veniva tratto tratto a farci

una visitina, ci trovava intente alle nostre occupazioni; se anche

un momento prima vi fosse stato un diverbio, al suo apparire tutti

tacevano. Per parte mia non so che cosa avrei sofferto piuttosto

che portare a lui le mie recriminazioni; e questo, non solo per la

soggezione che ne avevo, ma anche e più per un sentimento di dignità

superiore ai miei anni e per quell'istintivo abborrimento delle azioni

volgari che mi valse tante accuse di aristocrazia. Sotto questo aspetto

anche mio padre era aristocratico e lo attestano i suoi modi educativi.

Avendo io una volta negato, era la verità, di avere commesso non so

più che fallo, stavo per dargliene la prova quando egli mi arrestò di

botto dicendomi: "La tua parola mi basta, non aggiungere altro". Ah!

che largo respiro! Perchè non ho avuto allora il coraggio di gettargli

le braccia al collo? Che delicatezza di tocco! Quale profondo intuito

delle anime!

Un ritratto a olio di mio padre, che nel nostro salotto faceva di

riscontro a quello della mamma dipinto da Moriggia, lo rappresenta

nel costume da _atelier_ dei giovani allievi delle scuole artistiche

romane: blusa sciolta, largo risvolto della camicia, berretto di

velluto nero detto alla Raffaella. Sotto l'ombra che tale berretto

getta sulla fronte, gli occhi di mio padre appaiono bellissimi, pieni

di fuoco e di pensiero e bello il volto improntato a grande nobiltà.

Gli ultimi dolori della sua vita però avevano spento il fuoco delle

pupille; egli è rimasto nella mia memoria come il superstite di se

stesso, malinconico, abbattuto, vinto. Il silenzio, velo pudico della

sua tristezza, doveva certo popolarsi per lui delle tante immagini del

passato. Quando veniva ad appoggiare la persona stanca sul divanuccio

della nostra sala da pranzo, sembrava che una nuvola lo sottraesse

alla indiscrezione degli altrui sguardi. Che cosa pensava allora? Che

cosa vedeva nella folla dei ricordi? È abitudine dei giovani il non

occuparsi della gioventù dei propri genitori; così come li vediamo

ci pare che siano sempre stati. Brevi frasi, vaghe allusioni, mi

guidarono più tardi a comprendere quanto deve essere stata interessante

la gioventù di mio padre. Egli non ne fece mai il minimo accenno,

non parlava mai di sè; ma là, su quel piccolo divano, nella penombra

della stanza poco illuminata, somigliava alla statua del dolore china

sull'urna delle illusioni perdute. Troppo tardi io andai cercando

nella vecchia Roma le traccie del giovane studente, soffermandomi con

intensa commozione nei luoghi dove immaginavo egli avesse maggiormente

fermato l'attimo fuggitivo della felicità. E una volta, prima che si

vendesse la casa di Casalmaggiore, da certe vecchie carte discese

dal solaio dove regnava la signora Tintimillia, sfuggì un piccolo

brano sul quale riconobbi subito la calligrafia minuta e regolare

di mio padre; era evidentemente l'ultimo foglio rimasto di un diario

che egli teneva quando studiava disegno a Roma e vi lessi: "_L'oste

vedendo i neri nostri barbigi e i nostri cappellacci ci prese per

briganti_". Sul foglietto la frase spezzata non aveva seguito e invano

lo cercai altrove. La perdita di quel diario, scritto da lui nella

antica Roma papale, la narrazione di quella gita fatta coi compagni

nella vasta e maestosa campagna del Lazio dove era ancora possibile

incontrare dei briganti, forse la relazione di un idillio in alte

sfere, romanticamente troncato dal potere di un cardinale zio, (che

questo ci fosse stato sapevo dalla solita archivista della famiglia)

furono in tutti questi anni ed oggi più che mai oggetto per me di

grande rammarico. È così dolce ritessere su documenti autentici la vita

di coloro che abbiamo amato! Non è quasi un vivere ancora insieme? E

vivrei colla mia anima d'oggi tanto vicino alla sua che non lo fosse

nei giorni della ignara giovinezza.

[Illustrazione: 1913]

Eravamo due tristezze vicine, ma egli era la tristezza del tramonto, io

quella dell'alba e tuttochè vicini i nostri dolori ci dividevano. Ho

pensato tante volte, quando mi guardava in silenzio, ed alla mestizia

della sua pupilla saliva un'ansia inquieta, che egli pure sentisse

vagamente il malessere della mia posizione di fronte alle zie; ma

poichè nessun fatto positivo lo confermava ed egli aveva ben a ragione

piena fiducia nelle sue sorelle, la mestizia rimaneva fluttuante nel

cerchio grigio della fatalità che era piombata su tutti noi colla morte

della mamma. Una sera eravamo rimasti soli nel tinello ed era quell'ora

della mezza stagione in cui il giorno muore e non è ancor scesa la

notte. Mi trovavo seduta, non so come, in un angolo del piccolo divano;

papà venne a sedermi vicino ed a me, che nel turbamento di aver preso

il suo posto stavo per alzarmi, appoggiò dolcemente la fronte sulla

spalla. Io non so che cosa avvenne nel mio cuore rinchiuso e dolorante

cinto da una corazza di spine. Trasalii smarrita nella mia nullità.

Erano così straordinari quel gesto e quelle parole che tremai tutta,

presa da umiliazione per la mia spalla tanto magra, con la paura e la

vergogna di pungerlo, di fargli male, si che mi ritrassi lentamente

nell'angolo del divano, rattenendo il fiato. Egli allora disse: —

Non ami il tuo papà? — Oh! — feci — e non mi fu possibile aggiungere

altro, e non compresi che anch'egli, povero d'amore come me, era venuto

al buio a cercare la mia carezza!... Vi è cosa più triste dì questo

dramma di due anime? Sorvegliata, spiata, oggetto continuo di un mal

volere che svisava ogni mio atto e incapace di reazione, le qualità

di slancio e di ardore, che erano in me, giacevano soffocate al punto

di non sapere io stessa decretarmi qual fosse il mio valore. Andavo

avanti ad occhi chiusi, barcollante, impacciata, timorosa sempre

dell'ironia che mi feriva con veri colpi di pugnale e in tale contrasto

l'affetto per mio padre si rattrappiva in una forma di tenerezza che

portava l'abito del mio dolore. Povero vecchio, lo vedevo aggirarsi

con passo di fantasma in quelle stanze dove era solo, accanto a me,

sola. E me ne veniva uno struggimento, una malinconia piena di rimorsi

impotenti. Come il riso era straniero alle mie labbra, anche il pianto

non era facile in me. Pure una volta che avevo il cuore gonfio di

tutti questi sentimenti in lotta, fermando lo sguardo su di lui che più

accasciato del solito giaceva sul divano, rigido e pallidissimo, fui

presa da tanto affanno che fuggii in camera, dove la zia Margherita,

venuta a raggiungermi, mi trovò immersa in una crisi di lagrime. Alle

sue domande risposi schiettamente che piangevo pensando al giorno in

cui papà sarebbe morto. Uno scricchiolio di mobili mossi nel salotto

attiguo e l'ombra di papà fra uscio e uscio mi fecero capire che

anch'egli mi aveva seguita.

Lagrime invece di baci?... Ahimè! se scrivessi il mio panegirico dovrei

mostrare la fanciulla intelligente e amorosa, la forte Antigone che

sorregge il padre cadente, ma scrivo pagine di assoluta sincerità

e per disgrazia non ero nulla di tutto ciò, allora. Poche persone

rimasero lungamente acerbe quanto me. Avrei l'aria di mancare a questa

dichiarazione di sincerità, se volessi sottrarmi al merito di una certa

intelligenza e di una forza nelle battaglie posteriori della mia vita;

ma allora, ripeto, ero una povera creatura embrionale. Le sciocchezze,

che feci e che dissi nel lunghissimo tempo della mia formazione, sono

incredibili. Quel po' di strada, che mi sono fatta nel mondo, me la

sono scavata da me graffiandomi ai rovi e lacerandomi ai sassi. Tutte

le mie facoltà, anche quello del sentimento, si temprarono nel dolore.

È solo dolorando che ho potuto amare mio padre quando era con me; è

ancora con un doloroso rimpianto che penso a lui, che vi ho sempre

pensato dal dì che lo perdetti. Una o due volte all'anno andavamo

insieme a far visita a qualche signora che era stata amica della mamma.

Erano brevi oasi di piacere, anche dalle quali non sapevo trarre tutti

i vantaggi che avrei potuto nel libero abbandono di me stessa, poichè

il mio spirito non era mai libero dalla ossessione delle zie. Un po'

di colpa era mia? Me lo domando almeno. Perchè non ho saputo uscire

dalle strettoie nelle quali avevano inceppato ogni mio movimento

paralizzandomi al punto che non osavo abbracciare mio padre? Perchè non

sono stata superiore agli avvenimenti? Mi sa male credere che tutto il

male mi sia venuto dagli altri. Conosco una quantità di fanciulle che

poste nel mio caso ne sarebbero uscite con una risata. Io invece non

avevo nessuna delle grazie dell'età; mancavo anche di quella elasticità

di spirito che sa capovolgere una situazione. Ero tutta di un pezzo.

Troppo seria, prendevo tutto sul serio. Anche in età inoltrata, anche

adesso, il primo che capita può farmi credere qualunque cosa. Una di

quelle amiche di mia madre che vedevo a rari intervalli, mi trattenne

un giorno a pranzo. Abitava nella casa di Luciano Manara in via S.

Andrea e dopo pranzo un fratello di Luciano, Achille Manara, venne a

far visita alla signora. Io stavo a un tavolino appartato sfogliando un

libro quando udii la signora che parlava di me accennando alla morte

prematura della mia mamma. Manara mi guardò un momento e abbassando

la voce disse: "_Elle a les yeux assassins_". Evidentemente la sua

intenzione era di non farsi intendere da me, ma io che non ero sorda e

che sapevo il mio francese rimasi grandemente conturbata. Rammentando

che alcuni anni prima uno zio mi aveva detto che i miei occhi erano

tinti di carbone, non dubitai più di essere una creatura assai

disgraziata. Ad onta di questo stato di mortificazione perpetua non

posso dire che mi sentissi infelice; di che natura fosse la forza che

mi sosteneva lo ignoravo affatto, ma è certo che non conobbi mai quegli

accasciamenti, sotto i quali confessano di essersi abbattuti tanti

uomini di ingegno e uomini di cuore.

Giovanni Segantini, che ebbe una infanzia tristissima, mi diceva di

avere provato questa stessa sensazione. Io non conoscevo il poema di

Dante, che nessun professore non mi ha mai spiegato e che ero troppo

ignorante per comprendere da me, ma essendomi venuti sott'occhio due

versi mi piacquero tanto che li scrissi sopra un mio quaderno e sempre

rileggendoli poi mi sentivo invasa da una gran forza e da una sicurezza

come se qualcuno mi portasse. I versi sono questi:

«Sta come torre fermo che non crolla

giammai la cima per soffiar di venti».

E mi compiacevo tutta a notare che Fermo era il nome di mio padre.

Non parmi esagerata l'applicazione a mio padre dei versi danteschi.

Egli era veramente la torre incrollabile, la torre d'avorio

significazione di ogni altezza. Tutti i parenti lo riconoscevano;

alla sua morte si disse che anche gli avversari rendevano giustizia

alla nobiltà della sua vita, alla saldezza de' suoi principi. Tale

saldezza appunto lo rendeva intransigente, poco atto a seguire le vie

comuni che conducono alla fortuna. Gli ultimi anni gli furono forse

amareggiati anche dalla ingiustizia della sorte la quale preferisce

gli intriganti ossequiosi e pieghevoli, all'uomo onesto che non

discende a patti servili. Il maggior lavoro di mio padre fu il disegno,

scelto fra molti concorrenti, e la messa in opera della grande chiesa

abaziale di Casalmaggiore dedicata a S. Stefano titolare della città.

Eretto sull'area di una antichissima chiesa distrutta, ampliato per la

generosa cessione di località limitrofe, il nuovo tempio si presenta

isolato e imponente su tredici gradini di elevazione; un pronao ad

archi introduce all'interno che ha forma di croce greca, decorato per

ogni lato da un ordine di colonne corinzie. Somiglia un poco, fatte le

debite proporzioni, alla chiesa di S. Alessandro in Milano; non ha,

per esempio, di questa i numerosi e ricchi affreschi, quantunque ne

fosse fatto invito ai giovani pittori concittadini allievi del Diotti.

In complesso manca a questo tempio troppo giovane la suggestione delle

preghiere salite per anni e per secoli al trono di Dio insieme agli

aromi dell'incenso ed ai singhiozzi ed alle lagrime sparse ai piedi

dell'altare, o soffocate nell'ombra dei confessionali, che tanto

fascino di mistero dànno a certe vecchie chiese. Ma invecchieranno

le pietre, i marmi, gli argenti; il tempo stenderà il suo mantello

bruno sulla rosea nudità delle pareti; nuovi peccati e nuove lagrime

deporrà l'uomo bisognoso di fede e altre generazioni cogli stessi

amori, cogli stessi dolori, verranno qui a cercare il fascino del

mistero. Un curioso episodio sconosciuto e che mi piace di conservare

a giustificazione del coro e dell'abside giudicati da qualcuno troppo

ristretti in confronto alla mole del tempio, è che sul disegno di mio

padre le proporzioni erano più ampie, appunto per conservare l'armonia

dell'insieme, e che dovette cedere con grande malavoglia alle pretese

di Monsignore Abate, al quale faceva comodo lo spazio per transitare i

carri che al tempo della vendemmia portavano le tinozze cariche d'uva

nelle sue cantine. Per tal modo la ragione superiore del tempio la

vinse sulla ragione meschina dell'uva di Monsignore ed i cittadini,

che avevano ceduto con slancio i propri stabili pur che il monumento

religioso usufruisse della maggiore ampiezza, dovettero accontentarsi

di sapere che le vendemmie prelatizie non sarebbero disturbate.

In Milano, oltre a lavori secondari per diverse case, mio padre eresse

il teatro Fossati, ben diverso però dall'attuale che venne ampliato

e modificato in seguito. Era un teatrino popolare, senza pretese

architettoniche, con una vivace decorazione floreale ricorrente lungo

i palchi e una abbondanza di tappi di gazose che andavano alle stelle.

Fu inaugurato, mi pare, dalla compagnia Moro-Lin con _Angelo, tiranno

di Padova_. Il teatro era gremito fino al soffitto. Grandi piene

vi fece anche il Preda, l'ultimo dei Meneghini, e vi recitarono il

Bellotti Bon, la Marini, la Celestina Paladini esordiente nelle parti

di ingenua. Anche Tommaso Salvini fece una comparsa nei _Masnadieri_.

Quella sera noi eravamo in un palco di proscenio e proprio lì venne

a fermarsi il Salvini con una faccia truce e minacciosa. Come non

bastasse, gli viene in mente di chiedermi a un palmo di distanza: "Ha

paura lei di un colpo di pistola?" Mi affrettai ad accennare di no col

capo, perchè di voce non ne avevo neppure un filo; ma che grossa bugia

avevo detta! Le fortunate vicende del cinquantanove, che liberarono

Milano dalla dominazione austriaca, portarono sul palcoscenico

del Fossati le rappresentazioni patriottiche e il direttore

dell'orchestrina, un tipico vecchietto, che tra un atto e l'altro

teneva a bada il pubblico coll'inno di Garibaldi era ben preparato

a sentirselo chiedere tre, quattro, cinque volte. Appena taceva,

dalla platea e dalle gallerie era un grido solo: L'Innoo! L'Innooo!

Pareva il finimondo. Il vecchietto sorrideva e, dimenando il capo

da destra a sinistra con un'aria di contentezza come se gli applausi

fossero per lui, alzava la bacchetta del comando. Avendo narrato più

su l'episodio di Monsignore a proposito della chiesa di S. Stefano

non voglio tacere quest'altro relativo al teatro Fossati. Chiunque

passa da corso Garibaldi può osservare sul portone del suddetto teatro

una statua rappresentante l'eroe di Caprera sul punto di sfoderare

una scimitarra sollevata in alto con gesto bellicoso; orbene, quel

Garibaldi, comperato a prezzo d'occasione, teneva originariamente una

spada; ma al momento di metterlo in opera i proprietari si accorsero

che la spada non entrava nella nicchia del frontone. Che fare? Non era

possibile privare un soldato della spada lasciandolo colla mano vuota

ad acchiappare mosche nell'aria. Si tenne consiglio di famiglia e il

più furbo propose di cambiare l'arma a lama diritta colla scimitarra,

la cui lama curva segue a puntino la cornice della nicchia. Ed ecco in

qual modo Garibaldi divenne turco.

Pochi de' miei lettori ricorderanno il Circo Ciniselli eretto al posto

dove ora vediamo il teatro dal Verme; esso ebbe un'esistenza breve

ma brillantissima. Destinato ad un uso di pochi anni, perchè l'area

era già accaparrata dal teatro attuale, il Circo Ciniselli presentava

nel suo genere una semplicità elegante che piacque subito; tutto in

legno, fresco, leggero, coi palchi scoperti che pieni di belle signore

somigliavano a canestri di fiori, fiancheggiati da un corridoio che

permetteva agli eleganti di vedere e di essere veduti, fu trovato

nuovo, geniale. Gli spettacoli equestri erano allora in gran voga;

i signori dell'aristocrazia vi andavano ad esaminare da vicino il

cavallo regalato dal Re, e un poco, io penso, la figlia e la nuora di

Ciniselli, bellissime entrambe — la figlia, amazzone impeccabile di

puro stile inglese; la nuora, audace volteggiatrice sul destriero in

corsa. Eseguìvano poi col concorso di tutta la compagnia quadriglie

e caccie presentate con molto lusso di vestiari. Il gusto per questi

spettacoli mi sembra assolutamente tramontato, nè io me ne dolgo certo,

chè non sono mai riuscita a farmeli piacere, specie quando veniva il

turno dei pagliacci e, peggio ancora, quello dei ginnasti che sopra

una corda tesa o sopra un trapezio arrischiavano ogni sera la vita.

C'era un'altra compagnia rivale di questa, la Guillaume, che ebbe due

celebrità: il moro _Muller_, il quale cavalcava a bisdosso senza sella

e senza redini, sicuro come se fosse nella più comoda delle poltrone

e miss Ella, da molti supposta un uomo per la forza straordinaria de'

suoi garretti; saltava senza interruzione trecento cerchi sfondandone

la carta a corsa del cavallo e poi dal medesimo cavallo balzava sovra

un palco eretto all'altezza della prima loggia. Una specialità di _miss

Ella_ era il breve abito di velo semplicissimo invariabilmente bianco

e la sorella, che non la lasciava mai standosene in mezzo al circo con

una lunga frusta in mano a dirigere il passo del corridore, ufficio

riservato abitualmente agli uomini. In complesso la compagnia Ciniselli

era più elegante e giustificava le preferenze dell'alta società. Negli

ultimi anni cambiarono gli spettacoli e il piccolo teatro decadde,

ma a' suoi tempi buoni fu durante l'estate un ritrovo scelto. Opera

anche questo di mio padre, vi si andava qualche volta ed era per me

come uno spiraglio aperto sul mondo. Le signore dell'aristocrazia, gli

uomini politici, i giornalisti, vi si davano convegno. Naturalmente non

conoscevo nessuno, ma una volta che mio padre mi mostrò Leone Fortis

in colloquio con Paolo Ferrari apersi tanto d'occhi a rimirarli. Due

scrittori?! Nemmeno il Re mi avrebbe fatto battere il cuore a quel

modo.

L'idea di pubblicare non mi era venuta ancora, non pensavo affatto a

divenire scrittrice, ma i libri e coloro che li scrivevano esercitavano

sulla mia mente un fascino singolare. Un opuscolo che trovai nella

libreria di mio padre con questa dedica: _Al carissimo amico Fermo

Zuccari, Tullio Dandolo_, mi sorprese come se avessi scoperto un

titolo di nobiltà nella mia famiglia; e in casa della signora Cirilla

Cambiasi, una delle superstiti amiche della mamma, mi accadde di vedere

il manoscritto di una poesia che Giovanni Prati aveva scritta per

lei; ricordo i due primi versi: "_Dal molle serto delle tue chiome —

Sull'arpa, o bella, gettami un fior_" e me ne venne tanta esaltazione

per cui quella signora mi pareva un essere straordinario. Ispiratrice

di un poeta! Vi poteva essere fortuna maggiore? Noto anche una sera in

cui mi avvenne di parlare con un vecchio avvocato e la conversazione,

innalzandosi dal campo ristretto dei fatti quotidiani al volo delle

idee, mi lasciò in un tale stato di orgasmo che per molte ore non

potei prender sonno. Conobbi più tardi altre estasi, ma posso dire

che la commossa impressione di quella sera non ne rimase offuscata;

prima ancora che all'amore il mio cuore si aperse a questo bisogno di

intellettualità, che contribuì per molta parte all'isolamento in cui

dovevo trovarmi per tutta la vita. Nella modestia delle aspirazioni che

già parte della mia naturale timidezza si faceva sempre più ritrosa

per la mancanza di incoraggiamenti e dalla ironia e dallo scherno

spesso, nei migliori dei casi da un silenzio indifferente, non mi

sono mai creduta un solo istante superiore agli altri; ma che fossi

diversa tutto me lo diceva, ad ogni passo, ad ogni parola. E perchè

ero diversa mi trovavo sola. E perchè essendo sola mi nutrivo di me

stessa, non cadevo nel languore che a taluni fa ricercare evidentemente

un sostegno nella compagnia altrui. Questo fatto di bastare a me

stessa era la forza che mi impediva di essere infelice fino in fondo.

In fondo del mio pensiero, in fondo della mia coscienza, una flora

misteriosa ed occulta, come quella che si forma negli abissi del mare,

dava fosforescenze di luce e incanti di forme all'anima rinchiusa. Non

odiavo, non mi vendicavo, non facevo nè volevo male ad alcuno; mancando

intorno a me l'ossigeno di vita vivevo altrove, nell'ideale, nel sogno

che erano per me la sola verità, la sola felicità, qualche cosa di

indivisibile dalla mia carne e dal mio sangue.

Il nostro appartamento era ampio e per buona metà aperto sulla vista di

tre o quattro giardini soleggiati; lo studio di mio padre si trovava da

questa parte e la camera da letto anche; ma la mia giornata si svolgeva

tutta intera nella sala da pranzo che era la più brutta, angusta, con

una sola finestra a tramontana, col parato dei muri di un colore fosco

che aiutava a renderla tetra e malinconica: essa fu per me il carcere

di quelli che chiamano i più begli anni della vita. Seduta fin dal

mattino, agucchiavo senza posa, tenendo qualche volta un libro sui

ginocchi, nascosto dietro il cuscinetto che, a quei tempi ignoti alla

macchina da cucire, serviva per appuntare orli e sopragitti. Oh! le

giornate d'inverno trascorse in quel salottino dalla tappezzeria cupa,

davanti al tavolinetto dove ammucchiavo i miei cuciti, i rammendi che

non finivano mai.... Quanta neve ho visto cadere, un'ora, due ore,

tante ore di seguito, da quella sedia dove avevo sempre freddo. La

stufa era accesa, portavo due paia di guanti, i piedi ravvolti in una

sciarpa di lana, ma avevo freddo, sempre freddo, incommensurabilmente

freddo. E l'anima ardente volava!... Aveva ragione la zia Margherita.

Quando qualcuno vuol sapere gli studi preparatori che feci per scrivere

la trentina di volumi da me pubblicati, rispondo: calze e camicie,

camicie e calze. Questa vita sedentaria e rinchiusa non favoriva certo

il mio sviluppo fisico; lo peggiorava la mia repulsione per qualsiasi

esercizio dei muscoli, fosse pure scopare una stanza o saltare una

sbarra; anche la passeggiata domenicale, la sola in tutta la settimana,

mi riusciva di peso; se si aggiunge che parlavo pochissimo, è presto

concluso che la mia esistenza si riassumeva nel pensiero e nessun

igienista ha mai detto che sia questo la cura di una fanciulla sul

crescere. Certe ore del giorno e dell'anno le ricordo anche oggi con un

brivido. In febbraio, passato S. Antonio, nel qual tempo al dire delle

mie zie, il giorno si allunga di un'ora, non si accendeva la lucerna

a pranzo e dopo pranzo non la si accendeva ancora perchè, dicevano le

zie, non era necessario vederci.

Era l'ora in cui mio padre stava più a lungo sul divano, immerso in

quel suo riposo melanconico che nessuno di noi osava disturbare. Pareva

che dormisse; e non dormiva, perchè tra il chiaro e lo scuro i suoi

sguardi cadevano su di me; io li vedevo bene ed erano sguardi inquieti

e soavi dove la tenerezza si mesceva a qualche cosa di accorato, come

un dubbio. Le zie, sedute l'una di fianco all'altra, ritte contro il

muro a guisa di due marmoree cariatidi, recitavano mentalmente le loro

orazioni. La luce moriva a poco a poco, fuggendo prima dagli angoli,

lambendo gli ottoni della stufa, le cornici dei quadri, le bullette del

divano, fermandosi un istante tra le pieghe bianche delle tendine, alle

quali dava una flessuosità vaga di fantasmi, finchè le tenebre cadevano

improvvisamente sul nostro silenzio. Non si scorgeva più nulla, nè

mobili, nè persone, ma al posto delle zie si accendeva un piccolo punto

luminoso, come un occhio di fuoco. Era il sigaro della zia Nina che

passava poi alla zia Margherita. Ora la brutta moda delle donne che

fumano è purtroppo entrata nei nostri costumi; non così allora, si che

questa abitudine delle mie zie, faceva parte della loro originalità, ed

era esente da qualsiasi civetteria, molto più che non si trattava di

eleganti sigarette, ma di veri virginia, aspri e forti. Esse però non

fumavano in pubblico; è una attenuante.

Dolce è il crepuscolo della sera ai vaneggiamenti delle anime felici;

ma io, nonchè felice, non ero nemmeno libera. Per la soggezione che

mi dominava sempre non avrei ardito di accendere un lume e rimanevo

così, àpata, nella tristezza snervante delle tenebre, immobile anch'io

e silenziosa. S'avrebbero potuto udire i nostri quattro respiri. Mi

domando ora che cosa sarebbe avvenuto, se non fossi stata supinamente

ligia a quella specie di regola conventuale che strozzava in germe

ogni mia volontà e sono convinta che non sarebbe avvenuto nulla, come

non avvenne nulla ai miei fratelli che, più o meno, facevano quello

che volevano. Ma io avevo già preso l'abitudine di ripiegarmi su me

stessa, avversa per istinto alla lotta, che mi avrebbe sottratto tempo

ed energia. Da quando abitai la mia anima come si abita una fortezza, e

ciò avvenne prestissimo, il piano della mia resistenza si tracciava da

sè e non mi accorgevo che uscendo da una prigione entravo in un'altra,

tagliando i ponti che dovevano congiungermi alla vita.

Altre ore ricordo. D'estate, nei tramonti afosi di luglio e di agosto,

spalancavo le finestre verso i giardini e là, accoccolata accanto ai

ferri del balconcino, lasciavo errare lo sguardo sulle sale aperte

di un appartamento signorile, dove uno sciame di fanciulle ridenti

scherzavano con alcuni giovani amici sotto gli occhi carezzevoli delle

madri, con quella sicurezza di gesti e di parole, colla libertà di

movimenti e la fede in sè e la gioia di vivere, quale hanno solamente

le fanciulle che si sentono amate. In altre stanze vedevo persone che

si adornavano per il passeggio, donne davanti allo specchio, uomini

che leggevano il giornale sdraiati nelle poltroncine, fumando. Poco

a poco le abitazioni si facevano deserte, la frescura della sera

attirava fuori, al largo, ai concerti delle piazze; la vita notturna

si sovrapponeva alla vita giornaliera. Alle finestre apparivano e

sparivano lumi, vagolavano ombre incerte, ondeggiavano ventagli,

fluttuavano gonne. La brezza faceva dondolare nappe di coltroncini,

veli di culla e nella penombra luccicava la sponda nitida di un letto,

la maiolica fiorata di un lavabo; dolci intimità di alcova che si

abbandonavano alle tenebre nascenti diffondendo nell'aria un profumo

sottile di voluttà. Oltre i tetti, tra le sagome dei fumaioli, altri

bagliori di lucerne invisibili, note di cembalo, trilli di canzoni,

un nome, un grido, allargavano la cerchia del brulichio umano, tutto

quel mondo di passioni che si agitava intorno a me, così vicino, così

lontano!...

Tra me e i miei fratelli non vi fu mai il menomo screzio. Ma essi

vivevano la loro libera esistenza di maschi; non erano obbligati

come me a stare giorno e notte sotto la sorveglianza delle zie.

Avevano in comune gli studi, i giuochi, le tendenze. Appena usciti

dall'adolescenza si trasferivano all'università; quando venivano a

casa erano accolti in festa. Nostro padre si occupava di loro con

grandissima cura e sempre con quel suo sistema di pedagogia elevata,

che mirava a sviluppare i più nobili sentimenti, innalzando la dignità

della coscienza a mezzo della fiducia, anzichè deprimerla con sospetti

ingiuriosi o ferirla con grossolani castighi. Ed anche verso di loro

covava quell'ansia inquieta, quella preoccupazione dell'avvenire

che tanta ombra spargeva sul malinconico tramonto della sua vita.

Presentiva forse di doverci lasciare prima che si compisse il giro dei

nostri destini. Per questo i suoi sguardi erano sempre carichi della

tristezza del suo cuore; e non ebbe, povero padre, la soddisfazione

così meritata, di vedere in qual modo i miei fratelli continuarono la

tradizione della nostra famiglia mostrandosi degni del suo esempio.

La parola aristocrazia è troppo di sovente usata in senso contrario

al suo vero significato; mi si permetta di ricondurla alle sue vere

origini fissando il motto che ne riassume tutto lo spirito: _Nobiltà

obbliga_. Che cosa vuol dire in fondo aristocratico, se non uomo

superiore, uomo migliore? E far suo l'obbligo degli avi per conservarsi

superiori, per diventare migliori, non è raccogliere un ideale di

bellezza e diffonderlo nel mondo? Solamente un cervello ben meschino

può credere che il prestigio dell'aristocrazia consista in un titolo

sonoro o in uno stemma variopinto, mentre questi non sono che segni

esterni privi di valore e di significato, ove manchi il principio

conservatore dei caratteri di una razza. Tutte le supremazie che,

abbiamo visto decadere, religiose, politiche o aristocratiche che

fossero, decaddero per abuso di potere non per difetto del principio.

Al principio di ognuna di esse sta una verità immortale che solo

passando attraverso le mani impure degli uomini, degenera in colpa.

Il bel cavaliere che moveva incontro alla morte, professando fedeltà a

Dio, alla sua donna, al suo re, creava un codice dei doveri dell'uomo

del quale possono alla lunga cambiare i nomi, non l'essenza vitale. La

borghesia, raccogliendo il potere sfuggito alla classe aristocratica,

fece suo l'obbligo e, se volle vincere, dovette ripristinare in tutto

il loro vigore le virtù dell'avversario, traversando fiumi di sangue,

perchè il dovere, la famiglia, la Patria, tornassero a splendere fra le

idealità umane. Ed è giusto riconoscere i meriti della borghesia in un

tempo in cui il senso di questa parola è stato svisato e corrotto per

farne arma sleale di combattimento. Ognuno di noi che abbia la fortuna

di una tradizione risalga il corso degli anni e saluti con rispetto,

con riconoscenza, la memoria dei precursori che primi scrissero

sullo stemma simbolico della loro famiglia la parola =dovere= che nel

probo esercizio delle loro cariche, custodirono religiosamente quel

tesoro di fede che donò all'Italia gli uomini del suo risorgimento.

La tradizione, questa specie di sanità morale che imprime un passato

dolcemente radioso alle generazioni uscite dal suo grembo, non è

un sentimento fittizio ideato per il vantaggio di una casta; noi

la vediamo continuata in certe famiglie di montanari, di semplici

contadini vissuti lungi dai centri corruttori; tradizione rudimentale

di ricordi, di abitudini, di pensieri successivamente sovrapposti,

pari agli strati di terreni preistorici insaldati nella roccia. È fra

queste persone modeste e fiere che noi troveremo l'attitudine severa e

religiosa del patriarca, il gesto umile e pur dignitoso, rivestito di

intima nobiltà, che certe vecchie donne conservano ancora come riflesso

di una antica corona.

Se io cerco sul dizionario il significato della parola aristocrazia,

trovo: "forma di politico reggimento nella quale il potere è in

mano dei nobili". E sarà benissimo detto. Io però penso ad un'altra

missione dell'aristocrazia, quella, che avendo creato il motto _nobiltà

obbliga_, creò in pari tempo una tradizione conservatrice di bellezza.

Coll'affievolirsi della tradizione molte forme di bellezza scompaiono;

nè serve il dire che altre nascono. Noi siamo attaccati da secoli alla

bellezza degli astri e dei fiori e se scomparissero, non credo che gli

aeroplani e le macchine agrarie ci compenserebbero; l'uomo assetato di

bellezza rimpiangerebbe pur sempre le stelle e le rose.

Vi è inoltre un genere di bellezza, che non si improvvisa, nata da

millenni di civiltà, che nessuna scoperta per quanto intelligente

può sostituire. I ritratti del patriziato antico sono una guida

interessante per studiare i segni delle razze che si sono conservate

pure; quelle donne dal collo lungo e sottile, dalla fronte liscia,

dalle mani perfette, hanno nell'espressione del volto e nella dignità

del portamento, nel fine sorriso e nello sguardo dominatore, un non

so che di sovrano, che si impone anche ad un esame superficiale. E

come si comprende che esse sole possano adornarsi di quelle trine, di

quegli abiti sontuosi, di quei broccati, di quegli ermellini sui quali

poggiano i gioielli fantasiosi degli orafi del cinquecento! Par di

vedere lo stuolo delle ancelle intente al complicato edificio di quelle

chiome divise a ricci, a onde, a treccioline, con giri di perle, con

svolazzo di nastri e di nodi da richiedere parecchie ore di lavoro.

Perfino le bimbe di cinque anni in abito scollato e guardinfante

rivelano la principessa educata per tempo al contegno nobile, al

gesto e al riserbo delle corti. Produzione artificiale, lungamente

elaborata attraverso filtri di raffinatezza e di gusto, questo tipo

della gran dama agì da fulcro elevatore e ispiratore in tempi lontani

ma non dimenticati. Anche oggi subiamo il fascino di queste creature

d'eccezione, che ci guardano dalle vecchie cornici colle loro pupille

estatiche e sentiamo la malinconia di una bellezza che muore, che forse

è già morta.

Infatti torna inutile cercarla questa bellezza nelle generazioni sorte

ieri, portate in alto dai rapidi guadagni, sotto le quali piegarono

vinte le antiche famiglie, ma che non riusciranno neppure coll'aiuto

del tempo a formare la misteriosa catena della tradizione, poichè

non esiste più il sentimento di essa. Il progresso per sua natura

distruttore, ha bisogno di abbattere per edificare; la sua marcia

trionfale procede fra mucchi di rottami. L'altera principessa che si

faceva dipingere dal Van-Dyk o da Leonardo era conscia di affidare la

propria bellezza ai secoli futuri in un esemplare unico; la milionaria

d'oggi non sdegna di posare, magari in veste da camera, davanti

all'obbiettivo fotografico che la riprodurrà in dozzine di copie per la

soddisfazione delle sue cameriere. Ho qui un giornale quotidiano, uno

dei più diffusi, dove è riprodotto il gruppo fotografico più recente

della famiglia imperiale germanica; e mi domando se mai, invece di una

fotografia autentica e legalizzata, non sarebbe questa una caricatura

immaginata dal più feroce nemico degli Hoenzollern; tanto la volgare

espressione dei personaggi armonizza colla sciatteria della posa. Sono

sei i campioni, tre principi e tre principesse, che si presentano

di fronte infilati tutti e sei a braccetto l'uno dell'altro, quasi

per sorreggersi a vicenda, come operai che ritornano alticci dalla

fiera; gli uomini insaccati in certi panni che sembrano lo spoglio del

basso personale di una compagnia equestre; le donne spettinate, senza

busto... Oh! ritratto di Beatrice d'Este così severamente agghindata

in una rete di perle; gemme sfolgoranti e trine meravigliose di Maria

de' Medici; pettinatura da dea che sorreggi le chiome fluenti di

Lucrezia Tornabuoni, che figura faranno accanto a voi nelle pinacoteche

dell'avvenire le sembianze ultra democratiche di questi ultimi

rappresentanti dell'imperialismo ad oltranza?

Una delle buone qualità antiche era anche il giusto senso del

risparmio praticato serenamente come un dovere, non solo, ma anche

con quell'amore della tradizione che ci affezionava alle argenterie

di famiglia, ai mobili, ai ritratti come a un tenero e sacro ricordo.

"La spada di mio padre, la croce di mia madre" è una frase che ora

fa sorridere; ma si ha torto, poichè essa conteneva un principio di

felicità e di sicurezza che le famiglie moderne non conoscono. Nata

alla metà di un secolo, che divise nettamente due società e cresciuta

in un ambiente di provincia, il quale arretrava il progresso di venti

o trent'anni almeno, sono certo un ben raro testimonio sopravissuto

al morire di usi e costumi che, se avevano dei difetti, nutrivano

pure forti virtù. La mia famiglia, composta di sei persone con un

reddito modesto e il solo lavoro di un uomo declinante, viveva su un

piede di economia, sto per dire, naturale, in cui non vi era nessuna

privazione, perchè i nostri desideri oltrepassavano difficilmente la

possibilità di soddisfarli. Inoltre mancava in casa mia, parmi averlo

detto, quell'assillo della ricchezza, quel continuo parlar di denaro,

giudicare una persona su quanto denaro possiede, scegliere moglie

e carriera in base al maggior denaro che rappresentano e col denaro

pesare la considerazione e riporre nel denaro la somma del bene, cose

tutte che, a mio giudizio, oltre la volgarità insopportabile per uno

spirito delicato, conducono all'invidia al malcontento, al pessimismo,

veleno dell'anima. Per il fatto di avere minori bisogni non v'ha

dubbio che si era allora più felici o, per lo meno, era maggiore il

numero dei felici, potendolo estendere anche a coloro che non avevano

grandi fortune; nè si giudicava minore il piacere di stare insieme

bevendo un bicchiere di vino bianco o un siroppo di lamponi perchè

non si usavano tovagliette di pizzo e rinforzo di _marrons glacés_.

L'esempio della semplicità veniva dall'alto e da tutti i paesi. Lady

Giorgiana Fullerton, nota filantropa e una delle più grandi dame

dall'aristocrazia inglese, lasciò scritto che lei e i suoi fratelli non

avevano mai a colazione più di una tazza di latte con pane raffermo;

pane raffermo era pure il sistema generale delle nostre famiglie e dei

nostri collegi; in molte case poi, alle persone di servizio veniva

misurata anche la quantità, sì che per dimostrare l'agiatezza di

una casa, dicevano che il pane vi era libero. In alcune città della

Francia famiglie milionarie offrivano ai visitatori serali un piatto

di mele delle loro campagne; e a Venezia, dalla contessa Albrizzi, che

riceveva le più alte personalità d'Europa, il trattamento usuale era

una guantiera di ciambelle fatte in casa. Il conte Alessandro Verri

da Roma esortava il fratello, rimasto a Milano, a non risparmiare

passi affinchè il sarto gli restituisse le pezze avanzate da un certo

draghetto consegnatogli per fare un vestito e soggiunge ad avvalorare

la raccomandazione: "Così vuole la buona economia delle nostre

entrate".

Voglio dire qualche cosa di più. L'economia praticata per tradizione e

con piacere era un elemento di forza e di serenità. Io l'ho conosciuto

largamente il piacere di ridurre a nuovo una vecchia gonna e di

ammucchiare nel cassettone tante e tante paia di calze fatte da me

punto per punto. C'è in questi umili lavori un orgoglio di creazione,

di lotta superata, di tempo bene speso, che è per sè stesso un premio

e un incitamento. Gusto ancora, dopo tanto tempo trascorso e tante

vicende, la soddisfazione di avere composto e cucito io stessa gli

abiti di mio figlio fino ai dieci anni e compiango (non disprezzo

forse anche un poco?) le giovani madri di mezzi limitati che non sanno

preparare neppure il camicino per il pargolo che deve nascere. Non si

dica che questo è un argomento di nessun conto. Non è vero! La donna,

che ama i lavori femminili e li applica all'economia della famiglia,

trova in casa tanto da occuparsi che non sente il bisogno di fondare

comitati e associazioni per ingannare la noia e illudersi di fare

qualche cosa. E anche questa tradizione di lavoro rimonta alle classi

aristocratiche. Ai ricevimenti della duchessa di Chartres le dame,

imitando la duchessa, portavano con sè un lavoro; Maria Luisa, seconda

moglie di Napoleone I, quando era ancora fanciulla si sferruzzava

allegramente da sè una maglia di lana per star calda, e c'è un ritratto

poco noto della marchesa di Pompadour che la rappresenta mentre sta

ricamando con un telaio sui ginocchi.

Non ci sarebbe che da regolare la vita un po' troppo rinchiusa delle

donne di una volta, col frenetico sgonnellare fuori di casa delle

modernissime, per trovarsi nella giusta via di mezzo; ma purtroppo

indietro non si torna. La vecchia borghesia saggia, econonoma, dalle

abitudini semplici ha disertato i provinciali palazzi aviti, le pingui

fattorie dove la vita era comoda e dolce; attratta dal miraggio delle

grandi città, ruppe il contatto immediato colla terra, i rapporti

giornalieri coi contadini e, giunta nei grandi centri dell'industria,

si trovò in mezzo alla nuova borghesia dei rifatti privi di tradizione,

di esempi, di memorie, frettolosi di distruggere fino il ricordo del

loro passato, avidi di lusso e di gioia, intenti solo ad arricchire. I

figli delle grandi rivoluzioni, coloro che avevano conservato intatto

il patrimonio di secoli, si trovarono improvvisamente accerchiati e per

forza delle cose travolti nel turbine della democrazia distruggitrice

di tutto ciò che fu. Alcune famiglie resistono ancora, ma non sarà

per molto tempo. Le donne si mostrano particolarmente accanite alla

distruzione dei domestici lari, perchè non so chiamare in altro

modo quella specie di orrore per la casa che le spinge nel cuore

dell'inverno a prendere il treno per l'una o per l'altra città, per

un paese, per un monte, per un lago, o anche per un ghiacciaio, pur

di non passare in casa propria, anzi per annientarla, la dolce e

pensosa poesia del Natale. Anche le nozze, questa festa intima fra

tutte, è ora di moda esibirla alla triviale curiosità dei servitori

d'albergo..........

A nuova conferma della mia teoria sul valore della tradizione, abbiamo

un detto popolare che ne mette in rilievo la grande importanza per

l'individuo e la Società, ed è quello di colui che ad una cattiva

azione risponde: "Il figlio di mio padre non farà mai ciò". Posso

citare per controprova il fatto di una di quelle disgraziate orfane

di parenti vivi, abbandonata alla carità cittadina, una esposta. Io la

esortavo a crearsi indipendente col suo lavoro per mantenersi onesta;

ella mi ascoltò un poco, e poi disse crollando il capo con un cinismo

quasi ingenuo, tanto era sentito: "È inutile sa, noi siamo figli della

colpa, come ha fatto nostra madre faremo anche noi". Questi problemi

educativi e sociali mi hanno sempre interessata moltissimo, ed essi

e altri, a cui diedi la mia attenzione, più che sui libri mi piacque

studiarli alla viva fonte dell'umanità. Se poi trovavo in un libro gli

argomenti in appoggio alle mie osservazioni, amavo quel libro come

un amico, e tanto più lo amavo in quanto non avevo materialmente nè

amici nè amiche; ovvero qualche amica potevo contarla, ma tutte fuori

di Milano, e anche le poche volte che ci riusciva di stare insieme, i

nostri cuori erano vicini, i nostri pensieri no. Esse pensavano come

tutti, ma io non so come chiamare quel tarlo che lavorava nel mio

cervello assorbendo ogni mia attività, rendendomi sempre più incapace

di contatto cogli altri, fuggendo ciò che gli altri ricercavano.

Chi non ama le passeggiate campestri in lieta compagnia? Io non le

potevo soffrire; sia per la passeggiata che mi riusciva di fatica,

sia per la compagnia, allo spirito della quale non sapevo unire il

mio. Vagheggiavo allora di trovarmi con una persona di mia fantasia,

triste e selvaggia come me, al pari di me sola e andarcene insieme sul

sentiero più appartato e dirci tutto quello che non avevamo mai detto

a nessuno, e ridere e piangere e cogliere fiori e ringraziare Dio di

essere nati.... ma quella persona non l'ho trovata mai. Mi condussero

invece un giorno a visitare un'officina di non so che cosa, e non lo

so perchè appena posto piede sulla soglia di un camerone dove stavano

allineate macchine e uomini e donne tra un assordante rumore di manubri

e di pulegge, presa da una repulsione istintiva come se avessi visto

un mostro, mi aggrappai disperatamente ad una ringhiera che dava verso

il verde dei prati, scongiurando che mi lasciassero a quel posto. Ero

allora poco più che adolescente, ma la mia particolare sensibilità,

anticipando l'intuizione, mi dava nel quadro che avevo dinanzi agli

occhi la sensazione materiale dell'idea per la quale dovevo più tardi

combattere non poche battaglie. Null'altro che una sensazione, ma,

come sempre, una sensazione che mi appartava dagli altri; che non

andò tuttavia perduta se a tanti anni di distanza la ritrovo intatta

alla base delle mie idee sulla santità della tradizione famigliare

violentemente minata dal crescere delle officine, progresso forse

necessario ma pauroso, che strappa la donna dalla casa e distrugge

brutalmente le care intimità del focolare.

La disgressione mi è riuscita più lunga che non volessi e sopratutto

che il lettore desiderasse; ma è pur necessario che tenti di spiegare,

e non sono sicura di riuscirvi, il lavoro caotico della mia mente, non

secondato e non guidato da chi mi stava intorno; nessuno dei quali

poteva immaginare neanche lontanamente le aspirazioni che giacevano

soffocate in me, che non conoscevo io stessa.

Uscita dalla scuola poco meno che ignorante, la volontà di studiare non

mi venne neppure dopo. Tanto il pensiero mi attirava colle sue divine

libertà, altrettanto detestavo la meccanica dell'insegnamento freddo,

pedante, ammalato di miopia cronica, vecchio corpo disfatto che deve la

sua resistenza all'appoggio che gli danno tutte le mediocrità. Leggevo

con passione, ma pur che fossero libri divertenti e romanzi e poesie

d'amore. Mio padre si allarmava qualche volta di questa mia passione,

esortandomi a scegliere bene e di abbandonare i romanzi, ma non ebbe

il gesto assoluto di indicarmi lui i libri che dovevo leggere, forse

in omaggio al suo grande rispetto della libertà individuale od anche

perchè sapeva che il miglior mezzo per ottenere buoni risultati da

figliuoli moralmente sani è quello di mostrare fiducia in essi. Libri

cattivi in verità non ne leggevo, ma inutili quasi tutti e nocivi in

rapporto a quelli che dovevo poi scrivere io stessa perchè, presi a

casaccio, mi traviarono nella lingua, nello stile, in tutto ciò che

dovrebbe formare il buon scrittore. Ma di ciò allora non mi curavo

affatto, paga di poter dare attraverso alle pagine di quei volumi uno

sguardo nel mondo che non conoscevo.

Desideravo anche molto di avvicinarlo questo mondo pieno di belle cose

a me ignote, desideravo specialmente con ardore soffocato di poter

andare ad una festicciuola da ballo. Amavo il ballo con passione,

ma dove battere il capo se non avevamo relazioni? E andare con chi?

Non certo colle vecchie zie di provincia che non avevano mai visto

un ballo. Il mio buon padre si sacrificò accettando l'offerta di un

conoscente che ci avrebbe presentati in una famiglia; ma sorse subito

una grossa questione. — Che vestito metterai? — mi chiese papà con una

certa inquietudine. Io che temevo di perdere l'occasione, che non avevo

alcuna idea di abiti da sera, mi affrettai ad assicurarlo che non mi

mancava nulla. E i guanti? — soggiunse mio padre. — Ho anche i guanti.

Allora, felice, combinai la mia toeletta colla zia Margherita.

Premetto che manco di buon gusto naturale. Se sono riuscita, molto

tardi, a vestirmi press'a poco convenientemente, mi ci vollero grandi

sforzi; nè le mie zie attempate non avrebbero potuto in capitolo moda

aiutarmi di consigli. Incominciai dunque a stringere i miei lunghi e

folti capelli in due trecce fitte fitte che me li ridussero a metà;

indossai poi un abito di mussolina bianco e celeste, accollato come

il soggiolo di una monaca, che era stato della mia mamma e che lasciai

tale e quale benchè non avessimo la stessa corporatura; ma a me, poichè

era stato della mia mamma, sembrava una meraviglia. Per la stessa

ragione mi piantai in testa una camelia bianca che aveva servito alla

mamma nel ritratto che le fece Moriggia e che riposava da anni in una

scatola di cartone fiancheggiata di carta velina. Infine pescai alla

stessa fonte un paio di guanti nuovissimi, mai messi, che portavano a

farlo apposta il mio numero e che erano di un bel color giallo zampa

d'oca. La zia Margherita mi ammirò e strinse un po' più le mie trecce,

così, diceva, non c'era pericolo che si sciogliessero danzando. Volevo

farmi vedere da papà, ma la solita vergogna mi trattenne e mi ravvolsi

subito nel mantello. Appena entrata nell'appartamento di quella

famiglia, che non conoscevamo, ci passò davanti, attraverso gli usci

aperti, in uno sfolgorio di lumi, una eterea apparizione vestita di

bianco colle bionde anella incipriate sparse sull'omero nudo. — Oh!

oh! — fece mio padre al quale avevano assicurato che si trattava di

quattro salti alla buona. Io non dissi nulla, ma inoltrandomi nelle

sale osservai che nessuna delle signore presenti era pettinata come me,

nessuna aveva fiori in testa e tutte portavano guanti candidissimi.

Verificata così la mia zotica figura, senza impressionarmene troppo,

andai tranquillamente a sedermi nell'angolo meno in vista aspettando

gli eventi. Dico subito che essi non furono all'altezza di quelli che

leggevo nei romanzi, ma ballai tutta notte, quantunque non conoscessi

alcuno, e per una ragazza così mal vestita ce n'era d'avanzo.

Le occasioni di trovarmi in società continuavano ad essere molto rare,

e dicendo società abuso un poco dell'elasticità del vocabolo. Dovunque

però il malinteso fra me e il mio prossimo mi isolava. La titubanza,

che irrigidiva i miei movimenti, toglieva ad essi la grazia della

gioventù; non ero più una bimba e non ero ancora una giovane donna;

l'abitudine quotidiana dei colloqui con me stessa mi rendeva inetta

alla conversazione; mancavo poi in modo assoluto dello spirito di

società, della risposta pronta, del motto che fa ridere, di quello

che provoca e che istiga. Il terribile dono dell'osservazione non mi

permetteva di restare indifferente; vedevo bene con quali poveri mezzi

le reginette mondane ottenevano i loro trionfi; e mentre esse avranno

disprezzata in me l'insulsa creatura che non sapeva nè vestirsi, nè

muoversi, nè parlare, io, dal mio posto isolato, studiavo sul vero il

loro piccolo cuore. Era questo il solo piacere che ricavassi quando mi

trovavo in compagnia: piacere acre, ma non privo di moderato orgoglio

sotto la modestia del mio aspetto. Non affrettiamoci a denigrare

l'orgoglio, sentimento di natura elevata pur che sia circoscritto

entro i limiti di una giusta conoscenza di noi stessi. Non si può

ammettere che la modestia, doverosa verso il prossimo e più ancora

verso l'ideale, debba giungere al punto di una completa ignoranza

quando si tratta di riconoscere le nostre forze. Se non fosse così,

chi si metterebbe a capo delle grandi imprese che rivoluzionarono il

mondo? Ed anche non bisogna confondere il nobile orgoglio di colui che

tende a una meta superiore colla vanità dello sciocco e colla superbia

del farabutto. Tacceremo l'aquila di orgoglio perchè fende i più alti

cieli, mentre il passerotto si limita a svolazzare sui tetti? Chi salta

un fosso ha sentito prima la forza di poterlo saltare.

Tutti questi paragoni, da prendersi colle debite distanze, li trovo

ora per spiegare il meglio che mi sia possibile quella singolare

resistenza, quella specie di corazza che mi permetteva di rimanere

impassibile e ferma, quantunque non indifferente, nella mia solitudine

e perchè certi stati di accasciamento, di avvilimento, di prostrazione

morale io non li ho provati mai. Ho pensato tante volte in qual modo

mi si potrebbe avvilire ed ho concluso che nessuno lo potrà perchè non

mi sono mai avvilita io stessa. Posso ingannarmi, ma credo che difetti

e qualità procedano in gruppi e chi ha una qualità ha pure la qualità

sorella e lo stesso dicasi dei difetti. La mia unilateralità, chiamata

qualche volta egoismo, faceva il paio colla mia pretesa aristocrazia,

un sentimento tutto ideale che meglio delle parole spiegano le perle

della mia nonna. La mia nonna materna aveva tre collane di perle delle

quali, per disgrazie della mia famiglia, non una sola giunse fino a

me. Ebbene, io non mi fregerei a nessun patto di uno stemma comperato,

ma le tre collane di perle della mia nonna me le sono sentite tutta la

vita intorno al collo.

Non ho ancora finito di enumerare le doti negative delle quali

ero provvista per brillare in società. Erano tante e tante, che

probabilmente ne dimenticherò qualcuna, e qualcuna anche può essermi

sfuggita, se è vero quel che affermano i saggi sulla difficoltà di

conoscere se stessi. Mi felicito intanto di aver scelto per queste

memorie il sistema di una semplice e veritiera esposizione dei fatti,

per tal modo il lettore perspicace potrà fare da giudice nel caso che

io mi dipinga troppo in bello, chiamando complici gli altri della

mia manchevolezza, quando forse la causa va ricercata solamente in

me. Comunque noto che ero di una straordinaria distrazione la quale,

congiunta a una smania di verità assolutamente puerile, mi faceva

apparire a volte leggerina, a volte impertinente, a volte, e più

spesso, sciocca. È certo che una condizione indispensabile al vivere

sociale è quella piccola, ma importante, qualità che si chiama tatto;

io ne avevo quanto un negro della Zululandia.

Peccato che mio padre, dal quale vivevo troppo separata, non fosse

testimonio dei miei sfarfalloni che li avrebbe, così fine com'era,

immediatamente repressi, come una volta fece con un semplice corruscar

delle ciglia. E un'altra bella, quantunque indiretta, lezione di

tatto, mi diede a proposito di un vecchio signore suo cliente che

veniva per affari in casa nostra. Non avendomi veduta da molto tempo

mi disse un giorno che mi trovava ingrassata; e siccome dall'accento

e dall'espressione del suo viso traspariva l'intenzione di avermi

fatto un complimento, appena si fu allontanato papà ebbe a notare che

si era espresso male; perchè non poteva sapere se quella osservazione

potesse piacermi e che ad ogni modo non era delicata. — Doveva allora

tacere? — chiesi io. — Non è questo — rispose mio padre — ma se proprio

voleva fare un complimento doveva limitarsi a dire: La trovo bene.

— Egli possedeva in sommo grado quest'arte delle sfumature, delle

critiche sottili e profonde; ma io compresi subito che l'appunto

non era stato fatto per criticare l'amico, bensì per insegnare a

me. Era d'altronde il suo sistema educativo; poche parole quando si

presentava l'occasione, ma tali che non si dimenticavano. Un'altra

volta la lezione fu più diretta. Qualcuno, non ricordo più chi, ebbe

a dire che ero simpatica, e quella specie di elogio, a me che non ne

ricevevo mai, fece una così lieta impressione da indurmi ingenuamente

a riferirglielo, persuasa, per il bene che mi voleva, di far piacere

anche a lui. Sorrise il mio buon padre alla innocente fanciullaggine, e

volendo nello stesso tempo frenare il possibile sorgere di una vanità

intempestiva: "Quando — ammonì dolcemente — non si può dire ad una

donna che è bella, la si conforta chiamandola simpatica".

Quale scuola di perfezione avrei avuto, se mi fosse stato possibile di

vivere sempre insieme a mio padre! Tutto invece concorreva a dividerci;

il sistema della famiglia, le sue e le mie occupazioni, i suoi e i

miei dolori non consentirono mai l'intimità dell'abbandono. Forse, è un

dubbio che mi venne qualche volta, che sta ora mutandosi in certezza,

sentiva anche lui l'ostacolo che, alla libera espansione dei nostri

sentimenti, poneva la presenza delle due sorelle. Forse era anch'egli

un timido come me e sarebbe bastato che uno di noi due non lo fosse,

per rompere la barriera, per cadere nelle braccia l'uno dell'altro. Se

quella sera in cui venne, tacito e lieve, ad appoggiare la sua fronte

sulla mia spalla avesse detto: — Sono infelice! — Se lo avessi detto io

a lui?...

Ma le due donne esuli dalla dolce casa, esse che avevano abbandonato

tutto per lui, per noi, che ci davano il loro rustico, ma sincero

cuore, la loro opera maldestra, ma così generosa, così disinteressata,

non potevano venire anch'esse colle loro mani vuote dei beni che ci

avevano sacrificati, coi loro occhi che solo alla notte conoscevano

il pianto a ripetere: Anche noi siamo infelici? Situazione veramente

crudele questa di persone tutte buone che senza volerlo, senza saperlo,

si facevano reciprocamente soffrire. E ancora le mie zie, avendo il

vantaggio di sorreggersi a vicenda e di rievocare in due un medesimo

passato, sfuggivano al pericolo dell'isolamento che anche mio padre

poteva nella sua professione e nella libertà de' suoi atti per qualche

ora almeno evitare.

Io diventavo invece sempre più distratta, estranea a quanto mi

circondava, estranea alla vita. Delle mie balordaggini segnerò qui un

esempio che potrà difficilmente trovare un riscontro altrove. Una delle

ultime volte che andammo a passare le vacanze a Casalmaggiore, fui

invitata a festeggiare Santa Teresa da una cara vecchietta amica delle

mie zie, che abitava quasi tutto l'anno un suo podere in vicinanza

del Santuario della Fontana. Buon pranzo, semplicità antica, visita

al giardino colmo di frutta nonchè di fiori, e da ultimo, poichè

la compagnia era in maggioranza composta di nipoti, tutti giovani,

si ballò sull'aia al suono di un organetto e al blando lume di una

lanterna sospesa a un palo. C'era anche un dilettante di chitarra

che variava il trattenimento con alcune romanze sentimentali. La

padrona di casa ebbe un successone ballando una danza de' suoi tempi

detta la furlana, avendo per accompagnarla il più attempato de' suoi

domestici, che solo tra i presenti, ne ricordava i passi arcaici. A

mezzanotte prendemmo tutti la via del ritorno, un po' sbandati sulle

prime, indi mettendoci in fila a due a due. Per parte mia fui lieta

nel riconoscere nel compagno che mi si pose al fianco, quello fra i

danzatori che mi aveva maggiormente interessata. La notte era serena,

piena di stelle; dagli alberi del viale, dove ci eravamo inoltrati,

gli arabeschi d'argento della luna disegnavano sulla terra asciutta un

tappeto fantastico. In simile cornice la mia immaginazione quindicenne

stava fabbricando un romanzo in azione, quando alla luce improvvisa

di una radura tra i rami, mi accorsi di un grosso involto che il mio

cavaliere teneva sotto il braccio. — E che diamine ha lì? — Che ho? la

mia chitarra. — Un'altra chitarra?! — Non un'altra, la mia. — Ma allora

lei non è X.! — Certamente, sono Y. E tutto ciò che le dissi fin'ora lo

credette di X.?!... — lo penso ora le risposte che avrei potuto dare,

spiritose, gentili, ingegnose, vaghe, sfuggenti per mettere un rimedio

alla mia balordaggine e le trovo. In quel momento però, fedele alla mia

smania di verità e al mio puerile semplicismo, fui tanto sciocca da non

saper rispondere nulla. Nessuno, fuor che le stelle e la luna di quella

notte, seppe questo incredibile caso di distrazione, che rivelo oggi

a' miei lettori, perdendo forse un poco nel concetto che essi potevano

avere della mia intelligenza, ma rendendoli sicuri almeno della mia

sincerità. Avevo parlato più di un'ora con una persona senza accorgermi

che era un'altra!

Una giovinezza del secolo XIX · 第 9 / 15 题