PARTE SECONDA

[Illustrazione: Acquaforte di LUIGI CONCONI]

La profezia racchiusa nell'ultimo dei versi dell'_Edmenegarda_ da me

scritti sul muro incominciava ad avverarsi. La morte di mia madre volta

una pagina della mia vita. Chiude un periodo della mia umile storia e

la figura più augusta di tutte doveva restare nel mio cervello immaturo

come una forma evanescente, una pallida donna, della quale non ricordo

ne' lo sguardo, ne' la voce.

Tutti la piansero: era così bella, giovane ancora! La settima

gravidanza l'aveva recisa lasciando orfani io e i miei due fratelli. La

contemplo ora nel ritratto che le fece Moriggia; i lineamenti regolari

e fini, lo sguardo dolce, i capelli neri divisi nel mezzo della fronte

e ricadenti in folte bande piatte a ricoprire tutto l'orecchio; di

seta nera il vestito con un risvolto di delicato ricamo, una camelia in

testa, una sciarpa rossa dietro le spalle e una manina nuda, degna di

una duchessa.

Era il tredici luglio quando morì e mancando ancora un mese e mezzo

a terminare la scuola, mio padre mi pose in collegio rimanendo lui

solo col suo dolore nella casa deserta. Mio fratello minore si trovava

già da alcuni mesi presso le zie paterne a Casalmaggiore; l'altro fu

mandato a raggiungerlo.

Casalmaggiore è una piccola città sulla riva sinistra del Po, poco

distante da Cremona e da Mantova su questa riva, da Parma sulla

riva opposta. Al tempo dei ducati, come città di confine, ebbe vita

lucrosa e relativamente brillante. In seguito decadde, al pari di

tanti altri piccoli centri assorbiti dalla continua emigrazione verso

i centri maggiori. Sui registri dello stato civile la nostra famiglia

vi appare da non molte generazioni; lo stesso nome del nostro casato

non è lombardo ne' di alcuna altra provincia dell'alta Italia; si

ritrova invece scendendo verso Roma e verso l'Abruzzo. Comunque,

ramo divelto dal tronco, non abbiamo nessun documento che affermi la

nostra parentela con Taddeo Zuccari, sepolto nel Pantheon di Roma

accanto alla Tomba di Raffaello Sanzio, ne' con Federico fondatore

dell'Accademia di S. Luca e di quel suo _tugurio_ sul Pincio dichiarato

monumento nazionale. Però sappiamo che i due pittori, nati sulla fine

del cinquecento a S. Angelo in Vado, avevano cinque altri fratelli

e sappiamo pure, per averlo scritto lui stesso, che Federico visse

a Parma parecchi mesi. Non è dunque improbabile che, o dal medesimo

Federico, o da qualche fratello chiamato lassù, sia rimasto tra Parma

e Casalmaggiore, che ebbero per l'addietro continui rapporti, un seme

della famiglia.

Mio padre nacque nè primo nè ultimo di sei fratelli, tre maschi e

tre femmine. Due maschietti morirono adolescenti e morì più tardi una

delle femmine, già preceduta dai genitori. Quando io venni al mondo,

della famiglia di mio padre non rimanevano che due sorelle nubili

residenti a Casalmaggiore. E, presso di loro, si trovava già il mio

fratellino Stefano quando nostra madre perdette la vita sopraparto

(e la creaturina la seguì). L'altro mio fratello Luigi fu mandato a

raggiungerlo subito dopo. Essi erano abituati a passare le vacanze con

quelle zie paterne, mentre io andavo a Caravaggio dai nonni materni.

I miei fratelli, poi, stante la lunghezza del viaggio (Casalmaggiore

era a novanta miglia da Milano e senza ferrovia) oltre alle vacanze

passavano laggiù mesi e mesi. Vi ero stata anch'io per un certo tempo,

ma una volta sola, e smorta me ne era rimasta la rimembranza. Trovo

un accenno di questo mio soggiorno a Casalmaggiore in una lettera del

papà alla mamma. Egli era venuto a prendermi evidentemente e le dava

per iscritto le prime notizie. È fortuna che io abbia trovata questa

lettera, nella quale rinasce un momento della mia vita che avevo quasi

dimenticato; riudire dopo più di mezzo secolo la voce di mio padre,

se non il suono, il sentimento di essa, e vedermi descritta colle

sue parole, e sapere che cosa egli pensava di me, è tale commovente

dolcezza che io non so dire. «Ho veduto gli studi fatti dalla nostra

ragazzina e ho dovuto convincermi che ha fatto più progressi qui che

a Milano. Quanto al morale conserva quella sua naturale vivacità,

talvolta smoderata, e si abbandona facilmente ad atti di subitanea

impazienza, di collera e di pianto, specialmente allorchè è ripresa o

corretta con modi di disprezzo; all'incontro si fa dolce e mansueta

ragionandole del mal fatto e ammonendola con parole temperate e di

persuasione. Nell'insieme poi del suo esteriore è tutta quella di

prima; figura slanciata, agile, di movimenti rapidi; è cresciuta in

altezza tre dita».

Un malaugurato strappo nella lettera di mio padre l'ha privata della

data, ma non v'ha dubbio che dovevo essere allora non oltre i sette

anni. La collera e il pianto, di cui si fa menzione e che io non

ricordo, vennero presto sostituite da un muto dolore in tutte quelle

occasioni di rimprovero o di accusa nelle quali intravedevo una

ingiustizia. Avevo anche abbastanza sviluppato il senso della realtà

per adattarmi senza proteste all'inevitabile; così entrai rassegnata e

calma nell'internato della mia scuola a terminare l'anno scolastico,

finchè mio padre avesse sistemato l'ordine della famiglia sconvolto

per l'improvvisa morte della diletta compagna. Il suo era stato un vero

matrimonio d'amore e di stima che nessuna nube aveva alterato mai e la

possibilità di una seconda moglie non deve nemmeno aver sfiorato il suo

pensiero fermo e fedele. Non poteva tuttavia lasciar soli tre figli

ancora adolescenti e fra questo grave dilemma miglior consiglio gli

parve quello di persuadere le sue sorelle, a venire in casa nostra per

tenerci luogo della mamma.

Era una giornata d'autunno avanzato quando rientrai nella casa paterna.

Il mio fratellino Stefano giocava in anticamera col cerchio. Gli

chiesi dove erano le zie ed egli mi rispose indicandomi una camera

in fondo all'appartamento. Mi inoltrai col cuore che batteva verso

il mio nuovo destino, cercando di ricordarmi la faccia di quelle

zie, che trovai (fosse stato ieri non mi sarebbe possibile averne una

visione più precisa) in una stanza di disimpegno brutta e disadorna.

La zia Margherita stava seduta con un rocchetto sulle spalle i pochi

capelli grigi sciolti sugli omeri, un libro di preghiere in mano;

sopra una sedia collocata dinanzi a lei c'era una scatola oblunga di

legno bizzarramente dipinta, nella quale si ammontichiavano spazzole,

forcine, un altro libro di preghiere (che era quello della zia Nina) e

un pezzo di candela di sego. In piedi dietro a lei la zia Nina la stava

pettinando. Al mio apparire la zia Nina ristette qualche minuto col

pettine in mano, la zia Margherita sollevò gli occhi dal libro. Dissero

una o due parole e ripresero la loro occupazione. Involontariamente

rividi come in un barbaglio di luce lontano il dolce sorriso della zia

Carolina e l'onda nera de' suoi magnifici capelli.

Le sorelle di mio padre, pur differendo l'una dall'altra, avevano in

comune un tipo di razza forte. Brune e secche le loro mani e le loro

braccia attraversate da grosse vene a fior di pelle ricordavano un

po' le radici di un albero. Avendo begli occhi e lineamenti regolari,

nella loro gioventù non saranno state brutte; ma una certa mancanza di

femminilità e di gusto, l'impronta della provincia, infine, come era a

quei tempi, le aveva segnate di vecchiaia precoce: la zia Margherita

in ispecie, che era la maggiore e la più assente dal convegno delle

Grazie. Attaccatissime al loro fratello, si erano già piegate a molti

sacrifici per lui quando, vivente ancora il padre, aveva dichiarato la

sua vocazione e il proposito di andare a Roma a studiare architettura.

Andare a Roma quasi un secolo fa e andarvi da un piccolo centro

provinciale, da una modesta famiglia borghese già aggravata di sei

figli, non dovette essere certo facile impresa e si indovina il

sacrificio delle buone sorelle. Ma, non v'ha dubbio, che maggiore

d'ogni altro fu quello di abbandonare, non più giovani, la loro

casetta, le loro abitudini, le amicizie, i dolci ozii, la libertà, per

recarsi in una città sconosciuta a prendersi la doppia responsabilità

di reggere una famiglia, di allevare tre fanciulli. Grande, grande

sacrificio.

Io avevo allora dai dodici ai tredici anni. Una delle prime cose che

mi disse la zia Margherita fu questa: «È tempo di fare giudizio, non

hai più nè otto nè dieci anni». La voce e e il volto ammonendo così

erano di una tale severità che ne rimasi impressionata. Avevo dunque

finito di essere una fanciulla? Non mi sarei data tanta pena se avessi

potuto prevedere che due anni dopo avrebbe ripetuto: «... non hai

più nè dodici nè tredici anni» e ancora sotto i venti agitava sul mio

capo il rimpianto degli anni passati, lo spauracchio dei futuri. Era

una donna austera la zia Margherita; era anche pochissimo donna. Non

l'ho mai vista una volta guardarsi nello specchio; sdegnava tutto ciò

che potesse sembrare eleganza e raffinatezza; dei profumi soleva dire

con grande disprezzo che li portavano solamente le persone affette

da cattivi odori. Nei servizi dei piatti a tavola prendeva sempre la

parte più scadente. Non sdegnava prestarsi ai lavori più pesanti, al

contrario si compiaceva di aiutare in quelli la persona di servizio;

amava cercare i poveri; rappezzando con zelo le vesti della nostra

domestica diceva: "Avrei dovuto nascere povera e sposare un povero;

quante belle pezze avrei rimesse". Trovava piacere dove gli altri

confessavano un fastidio. Colla sua entrata in famiglia, di poveri

non si ebbe più penuria; scomparvero invece le signore eleganti che

venivano a trovare la mia mamma. Non riconoscevo più la mia casa;

vedevo tutte persone nuove; udivo nomi di sconosciuti; molte abitudini

erano cambiate e cambiato il posto di certi mobili. Con una sorpresa,

che non saprei ridire a parole, mi accorsi che qualche volta, quando

la faccia angolosa della zia Margherita era più arcigna del solito e

il puntino nero delle sue pupille mordeva proprio come un granello di

pepe, mi interpellava col pronome di seconda persona: "Noi... vostro

padre". Non diceva mai papà ed anche per lui aveva un tic particolare,

lo chiamava a volte: il padrone.

L'amor del prossimo della zia Margherita non era precisamente quello

predicato da Gesù, dolce e mansueto. Mente fervida, temperamento

impulsivo, facile allo scatto ed alla violenza, se con una mano era

sempre tesa a beneficare, coll'altra non era meno pronta a sciogliere

o, quando mai, a minacciare uno schiaffo; lo si sapeva e si evitava,

molto più che le sue collere come certi temporali di primavera si

disperdevano senza tempesta. Essendo quasi sempre sproporzionati alla

causa, quegli scatti mi facevano tuttavia molto male. Credetti una

volta che crollasse la casa, perchè mi ero servita di refe invece

che di cotone per cucire un non so che ed io, che udivo fare per la

prima volta una differenza fra refe e cotone, mi sentii ferita in

quel sentimento di verità e di giustizia, che era in me profondo e

che doveva farmi tanto soffrire anche in seguito. Era il medesimo

sentimento, osservato da mio padre quando scriveva alla mamma, che mi

acquietavo nelle mie ire infantili solo se corretta con amorevolezza

ragionandomi del mal fatto. L'amorevolezza, che non è possibile negare

a una donna la quale negava tutto a se stessa per dare agli altri, la

zia Margherita l'aveva in fondo al cuore; ma l'adolescente, che io ero

ancora, non sapeva discernerla nell'ammasso di bruscherie e di violenza

che la rendeva ingiusta, ponendola nella luce meno favorevole di

tutte dinanzi alla mia sensibilità, alla mia timidezza, al mio ardente

bisogno d'affetto. Se in certi momenti, nei quali la punta acuta delle

sue pupille sembrava ammorbidirsi in un raggio di benevolenza, osavo

gettarle le braccia al collo chiedendole un bacio, ella voltava subito

la faccia dall'altra parte mormorando nel suo dialetto: "_Sciocchezze,

sciocchezze_".

Dove avrei io trovato un bacio? "Aprile senza fiori, infanzia senza

baci" dice una vecchia canzone malinconica. E come dice vero! Il bacio

è ai fanciulli ciò che la rugiada è al fiore, il pigolio al nido. Non

avevo più nè otto nè dieci anni, ripetendo la frase della zia, ma il

bisogno di tenerezza cresceva insieme agli anni e, in senso inverso

dal bisogno, la mia timidezza mi ricacciava tutta dentro di me. Amavo

molto mio padre, ma era serio anche lui come tutta la nostra famiglia

e di pochissime parole. Il gran lutto, che gravava sul suo cuore, lo

ravvolgeva in una specie di nube attraverso la quale mi appariva come

un essere superiore, tanto lontano da me, dai miei piccoli affanni.

Una ritenutezza, una specie di pudore, quasi uno scrupolo di coscienza

mi impedivano di aprirmi con lui. Mai avrei avuto il coraggio di

confessargli il mio disagio in quel passaggio dall'una all'altra età,

essendo cambiata ogni cosa intorno a me, colla sensazione oscura e

profonda di trovarmi sperduta in una landa deserta, sola.

La zia Nina non sapeva nè leggere nè scrivere. Feci questa

straordinaria scoperta osservandola quando sua sorella la pettinava.

Anche lei stava seduta colla misteriosa cassettina davanti e il

suo libro di preghiere sui ginocchi, ma le pagine non le voltava

mai. Seria, dura, immobile come una statua, un lieve battito delle

palpebre di minuto in minuto la diceva viva. Minore qualche anno

della zia Margherita, conservava con lei un'aria di famiglia, più che

una vera somiglianza. Anche moralmente partecipavano entrambe delle

mancanze, che un secolo fa distinguevano le zitellone di provincia

vissute lontane dal mondo; ma tanto la maggiore sorella era schietta,

aggressiva, impetuosa, di questa non si udiva mai la voce. Parlava

poco e piano, camminava con passo vellutato. Non era nemica dello

specchio e quando si coricava alla sera, aveva un modo tutto suo di

accomodare i capelli sotto la cuffia che, senza nessun altro artificio,

le rimanevano ondulati sulle tempie. La zia Margherita era intelligente

e tanto appassionata per la lettura da leggere persino i foglietti

dispersi che ravvolgevano le droghe o i bottoni. A' suoi tempi

Casalmaggiore non aveva scuole. Un maestro, dal nome melodrammatico

di Zefirino, aveva insegnato in casa a leggere, scrivere e far dei

conti. La zia Nina pur partecipando a questi studi limitati non aveva

imparato nulla. Come però conosceva l'arte di aggiustarsi i capelli,

era sua anche quella di saper tacere quando l'argomento si mostrava al

di sopra della sua intelligenza. Prendeva allora quell'attitudine di

statua che la faceva sembrare così attenta alla lettura del suo libro

di preghiere, anche se talora fosse per avventura capovolto.

Le due sorelle andavano di perfetto accordo. Vissute sempre insieme

avevano, se non proprio gli stessi gusti, le stesse abitudini; le

relazioni di una erano le relazioni dell'altra. Le accomunava una

vita intera di affetti, di impressioni, di ricordi, di gioie, di

dolori ai quali io ero perfettamente estranea; allusioni a fatti che

non conoscevo, ironie di cui mi sfuggiva il significato. Quest'arma

terribile dell'ironia usata contro l'adolescenza esse la adoperavano

nella loro ignoranza di principii educativi; ma è crudele e di una

grande ingiustizia, presupponendo nella costruzione del fanciullo una

mentalità rotta alle rudi prove dell'esperienza. L'ironia è l'albero

amaro del bene e del male che dà frutti di cenere; scuoterlo sul capo

innocente di chi muove i primi passi nella vita, intorbidare la fonte

sacra, quella bella confidenza, quell'abbandono cieco del fanciullo

alla parola dei genitori o di chi ne fa le veci, è quasi un delitto. A

certe frasi pungenti scambiate fra le mie zie con sorrisi di scherno

l'anima mia si raggrinziva tutta. Non reagivo, ma cresceva sempre

più in me l'impressione di vuoto, di freddo, di straniero: e come

il mio temperamento non mi portava alla ribellione, invece di uno

sfogo esterno, scendevo dentro di me. Quante volte dinanzi alla forza

collegata delle mie due zie desiderai una sorella!

Anche i miei fratelli erano in due. Due vicini di età, uniti dai

medesimi studii, distratti nei medesimi giuochi, liberi per il

loro sesso più di quello che io fossi e indipendenti dalle zie. La

scuola d'altronde ci divideva. Nelle poche ore che stavano in casa

si ritiravano a studiare nella loro camera. Io facevo intanto di

malavoglia gli ultimi corsi, fisso lo sguardo in quello che sarebbe

stato l'ultimo giorno di scuola. I miei fratelli erano molto più

diligenti e riportavano trionfi che io ero ben lontana dall'ottenere;

ma avevo la fortuna di scrivere con facilità e a poco a poco mi accorsi

che da questa facilità me ne derivava anche un piacere, per cui presi

l'abitudine di scrivere indipendentemente dai compiti, con meraviglia

delle mie compagne, le quali tutte dal più al meno abborrivano dal

comporre. Pare invece che alla mia scuola questo ramo dell'insegnamento

fosse tenuto in gran conto, perchè si era rinunciato a farmi imparare

l'aritmetica (vista la mia incapacità di giungere in fine ad una somma)

e la calligrafia (verificato che i miei saggi non erano nè inglesi, nè

corsivi, nè rotondi, nè gotici) per conseguenza esonerata da questi due

esami e ad onta di ciò non mi venne meno la benevolenza dei professori,

compreso quello d'aritmetica. Le maestre mi continuavano la loro

antipatia, ma io contavo oramai i giorni che mi avrebbero portata alla

liberazione.

C'era l'abitudine nella mia scuola per le allieve più zelanti che

terminavano gli studi, di preparare in segreto un patetico componimento

che veniva poi declamato il giorno degli esami con accompagnamento di

lagrime e di singhiozzi a edificazione delle maestre e dei genitori

presenti. Lo si chiamava l'_Addio_ e incominciava generalmente così:

"Addio, scuola tanto amata dove ebbi i migliori esempi, ecc. Addio

maestre che ci foste nel medesimo tempo educatrici e madri, addio

compagne, ecc., ecc.". Per nulla al mondo io mi sarei sobbarcata

a recitare una simile commedia; essa era tanto lontana da me, che

nell'ora della ricreazione mentre le altre ragazze riunite in crocchi

discutevano sugli esami del domani e qualcuna ripassava febbrilmente le

lezioni, io senza abbandonare il mio posto, totalmente lontana dalle

preoccupazioni generali, trassi dalla cartella i miei scartafacci

privati e mi posi a continuare un raccontino, che avevo dovuto lasciar

sospeso nel punto culminante di dimostrare il vizio punito e la

virtù ricompensata. Navigavo in quell'oceano beato della concezione

spirituale, dando ascolto al canto che mi inviavano le sirene

dell'immaginazione, quando udii pronunciare il mio nome dalla voce ben

nota della direttrice e questa domanda attraversarmi le orecchie come

un dardo, che entrando dall'una fosse uscito dall'altra sibilando:

Che cosa scrivi? La mia timidezza non seppe suggerirmi altro che un

silenzio assoluto e non so in qual modo la faccenda sarebbe andata a

finire se, pari ad un fluido elettrico, improvvisamente dischiuso un

sorrisetto di intesa non fosse passato tra le mie compagne e qualcuna

mormorò: È l'_Addio_, è l'_Addio_. La direttrice comprese e si degnò

di sorridere anch'essa con sussiego e approvazione, ma la risata più

schietta fu la mia, quantunque interna e mascherata dalla fronte china

sulla penna a terminare le avventure di Osvaldo e Berenice. "Domani a

quest'ora, pensavo, non ci sono più e allora addio scuola per davvero".

Fra le mie condiscepole c'era una trentina, emula mia nei successi

letterari e questo fatto, lungi dal creare fra noi una incresciosa

rivalità a base di invidia, ci unì in una buona e sincera amicizia,

continuata anche dopo scuola per molti anni in regolare corrispondenza.

Poi senza alcun motivo, come accade spesso, la corrispondenza cessò.

Io pensavo molte volte a lei, certo anche ella mi avrà pensata; ma

travolte entrambe nell'onda della vita che ci sospingeva a opposte

rive, complice un po' di pigrizia, il silenzio si stese fra noi come un

velo d'ombra. Non pensavo neanche più alla possibilità di rivederci.

Nella mia singolare ignoranza il Trentino mi appariva fantasticamente

lontano. La Val di Sole, la Valle di Non erano a' miei occhi terre

favolose, irragiungibili e, per dire tutta intera la verità, non mi

avvenne mai di udir pronunciare la parola Trentino fino al giorno che

mandata a Roncegno per salute non scopersi a me stessa la bellezza e

le sventure di quella terra disgraziata. Ma questo è un salto avanti

nella mia vita. Lo accenno ora perchè completa colle parole di chi fu

testimonio quel che io ero al tempo della scuola. Ripiglierò in seguito

le mie memorie al punto dove le ho lasciate.

Non sono molti anni, dunque, che dovendo recarmi nel Trentino pensai

subito alla mia antica amica e le scrissi a caso per sapere se vi

fosse modo di poterci incontrare. Mi rispose subito che sarebbe venuta

lei stessa a Roncegno. Venne infatti con una sua leggiadra figliuola

e appena ella discese dalla vettura dell'albergo ci gettammo nelle

braccia l'una dell'altra prima ancora di guardarci in viso... Il

piacere di tale visita si duplicò quando poche settimane dopo andai

a renderle la visita; un viaggio di sei ore durante il quale ebbi

campo di ammirare la ridente bellezza delle valli trentine, la severa

maestà delle sue montagne. Due giorni passai in quel piccolo paese

sperduto in fondo a una valle, per sei mesi dell'anno sepolto sotto

le nevi; ma allora era di primavera, la casa graziosa e confortevole,

l'ospitalità perfetta, il giardino pieno di fiori con un salice

piangente che si chinava sovr'essi, forse per consolarli di crescere

in un suolo calpestato dallo straniero. Poche sere prima a Trento, in

una famiglia di fervidi patrioti, circondata dai cuori più ardenti,

mentre nel silenzio della via un soldato austriaco passava sotto

le finestre, avevo letto il capitolo VI del _Rogo d'amore_ (ancora

inedito) dove Ariele esala il suo spasimo e i suoi sogni di irredento;

alla mensa dei miei amici, recitai i versi della canzone di d'Annunzio

sequestrati dalla censura e i volti erano pallidi e mute le labbra.

Si, io ebbi questa gioia di far ascoltare la voce della Patria sulla

terra ancora schiava, alle anime che non speravano più. Prima di

partire la mia amica mi disse: Sai? Io scrissi una volta un articolo

per te. — Davvero? — esclamai — Quanto mi piacerebbe conoscerlo!

Gentilissima, l'amica cercò fra le sue vecchie carte e mi diede un

numero del giornale _L'Alto Adige_, 29-30 marzo 1900 (dodici anni

prima di quel nostro incontro vale a dire nel tempo che la nostra

relazione era stata interrotta). L'articolo intitolato _Neera_ portava

un lusinghiero giudizio sull'opera mia che non è il caso di riferire,

ma credo interessante far conoscere un lungo brano, dove sono descritta

io stessa fanciulla nell'obbiettivo di una spettatrice, la quale non

poteva supporre allora che io avrei letto un giorno l'articolo.

"... Nata a Milano, ed ivi sempre domiciliata, sentì fino da fanciulla

potente l'attrattiva dello scrivere, e la foga dell'immaginazione

attirarla nelle regioni gloriose del campo letterario. Adolescente,

scriveva raccontini, che nelle ore della ricreazione scolastica

leggeva alle compagne, in crocchio intorno a lei radunate e pendenti

dalle sue labbra. Inutile dire quanto fosse benevisa dal professore

d'italiano, il quale compiacevasi alla lettura dei suoi componimenti,

che palesavano il non comune ingegno e la rara facilità del concetto.

Ricordo pure come una volta la di lui severità nel frenarle gli

ardimentosi voli della fantasia, i quali rivelavano nella inesperta

scolara la nascente scrittrice ardita e spigliata, attirasse un velo

di lagrime sulle sue pupille di fuoco; ma fu una volta sola: il buon

professore l'amava e si rallegrava al fiorire del bell'ingegno con un

represso sorriso di compiacenza ammorzato fra i baffi e barba allorchè

stava intento alla lettura dei di lei componimenti. E tutte allora,

ella per la prima, comprendevamo la tacita approvazione del professore,

tradita dall'atteggiamento del volto, quand'anche la parola suonasse

contraria.

"Verso i tredici anni perdette la madre, non aveva sorelle e suo padre

la collocò per qualche tempo interna nel collegio, del quale come

alunna esterna frequentava la scuola. Vi fece la sua entrata una sera

ad ora tarda; eravamo tutte coricate quando ella in punta di piedi,

titubante nelle mosse, seguendo la vecchia governante, penetrò nei

dormitori; al passaggio della bruna figura, fatta più oscura dalle

nere gramaglie, più d'un saluto le pervenne sottovoce all'orecchio a

sussurrarle un'espressione di amicizia affettuosa in quella prima ora

di separazione dal tetto paterno.

. . . . . . .

"L'avvenimento che scosse maggiormente le sue fibre e schiantò il suo

cuore portato ad amare con tutta la forza degli affetti, fu la morte

dell'ottimo suo genitore, che le spirò quasi improvvisamente nelle

braccia, quando a lei, giovane, avvenente, ammirata arrideva in tutto

lo splendore la primavera della vita. Fu così intenso il doloroso

sentimento della perdita fatta, che promise a sè stessa di perpetuargli

un culto di venerazione e d'amore, di trovare nella memoria dell'uomo

integerrimo esempio, sprone e conforto all'aspra via del dolore....

Giurai a me stessa, così ella scriveva nell'intimità epistolare, di

onorare la sua memoria, di amarlo morto, come non mostrai mai di amarlo

in vita, di perpetuare riproducendole le sue virtù, di farlo rivivere

nell'intatta fama, nella coscienza pura e intemerata ch'egli mi lasciò,

e che io voglio trasmettere ai miei figli".

Dall'apprezzamento della mia amica, pur volendolo accettare intero

nel suo ottimismo, mi è duopo cancellare almeno la parola — ammirata

—. Che lei, vivendo così lontana, potesse suppormi degli ammiratori

e credere, lei esiliata fra i monti, che basta essere giovani e un

po' intelligenti perchè vivendo in una grande città come Milano

arrida in tutto il suo splendore la primavera della vita, si può

anche comprendere. Quando andai a trovarla nell'alpestre romitaggio,

non mi nascose la tristezza del suo destino in opposizione ai sogni

di un'esistenza più ampia, più ricca di bellezza, forse di gloria,

rappresentata a' suoi occhi dal contatto di una grande città. La verità

è che io vivevo a Milano nello stesso modo di tanti canarini in gabbia

e di tanti cani colla museruola.

Le mie zie erano con noi da pochi mesi e gravava ancora sulla casa il

lutto di colei che ne era partita per sempre, quando un avvenimento

che nessuno aveva previsto venne a peggiorare la nostra condizione

in un modo che io allora non potevo valutare ma le di cui conseguenze

provai dolorosamente in seguito. A me direttamente non fu comunicato

nulla, ma nelle poche ore che la scuola mi lasciava passare in famiglia

notavo un silenzio più profondo, una preoccupazione generale, rotta

dagli scatti della zia Margherita più vibranti del solito e quella

sua terribile ironia rivolta con allusioni, che mi trapassavano

il cuore, sulle persone, che dopo mio padre, amavo più di tutte al

mondo, i miei cari parenti di Caravaggio. Un giorno, per un nonnulla,

colla solita sproporzione fra la sua collera e la causa che l'aveva

prodotta, volle umiliarmi pronunciando contro mio nonno una parola

ingiuriosa, che nella sua intenzione doveva coinvolgere anche me in

un medesimo disprezzo. Una cosa sola capivo ed era l'ingiustizia di

un colpo, che feriva nella mia anima vergine una ancora confusa, ma

già potente aspirazione alla rettitudine, alla verità come un'impronta

di sanità morale trasmessami nel sangue e che era tutta la mia forza

in quelle dolorose occasioni. Forza di resistenza, ma forza passiva,

perchè la mia invincibile timidezza mi impediva di reagire e lo stesso

mio carattere meditativo e concentrato, che tendeva alle solitarie

speculazioni del pensiero piuttosto che ai movimenti disordinati della

volontà, mi allontanava con un vero istinto di antipatia da tutto ciò

che fosse rivolta. Offesa, tacevo. Il dolore della ferita attingeva

immediato acchetamento dal sentirmi ingiuriata a torto. Aver ragione,

equivalente a trovarmi nel vero, bastava alla mia intima fierezza.

Quando le mie zie, che non mi hanno mai conosciuta, per ignoranza

educativa, per ristrettezza provinciale, per abitudine del sospetto,

per altre recondite cause, infierivano contro di me, io più che ogni

altra sensazione avevo quella della sorpresa e invece di difendermi

chiedevo mortificata a me stessa: Perchè?

La disgrazia della mia famiglia era stata questa. Mio nonno aveva in

affitto un lotto considerevole di terreni, che nei tempi buoni gli

concedevano una larga agiatezza; ma un seguito di annate disastrose

per i raccolti avendo provocata la crisi agraria, mio nonno non seppe

provvedervi almeno con accorte diminuzioni alle spese, così che, da

un giorno all'altro, si trovò a non possedere più nulla di fronte

a un cumulo di debiti e in questo disastro naufragò la dote di mia

madre, che era stata assegnata in quarantamila lire. Ciò è quanto la

zia Margherita non poteva perdonare a mio nonno e nella sua logica

particolare se la prendeva con me, con una fanciulla di tredici anni!

Dico la zia Margherita perchè era lei che parlava; quanto alla zia

Nina non usciva dalla sua immobilità e dal suo mutismo, tanto che

per molto tempo non mi riuscì di comprendere che cosa si nascondesse

dietro quel contegno impassibile di bonzo indiano. È certo che entrambe

nella caduta di mio nonno dovettero rintuzzare le antiche rivalità e

i sarcasmi della zia Margherita trovare buon gioco contro le abitudini

signorili, che forse qualche volta l'avevano involontariamente umiliata

nella famiglia di mia madre.

Dai miei ricordi della casa del nonno risulta infatti l'impressione

di una comoda agiatezza. L'avere provvisto ai sei figliuoli, tutti in

primarie case di educazione, avviati i maschi alla carriera giudiziaria

e dotate le femmine coll'assegnazione di una somma che per i tempi era

abbastanza vistosa, faceva credere ad una ricchezza molto maggiore

di quello che realmente fosse e certo non fu causa ultima della

disgrazia. Nella rimessa del nonno c'erano tre carrozze, una delle

quali, un vero carrozzone da parata, serviva per andare a prendere

il vescovo di Cremona, quando veniva a Caravaggio per la Cresima,

nella quale occasione l'alto ecclesiastico pranzava e dormiva anche

in casa del nonno. Di altre abitudini ospitali trovo cenno in una

lettera che la mia mamma ancora fanciulla scriveva, non senza una punta

di malizia, alle sue sorelle in collegio. Scusandosi di un ritardo

nella corrispondenza soggiunge: "Ora che grazie al cielo la filanda

è terminata incomincia il passaggio dei militari e voi sapete che la

nostra casa è sempre distinta con un bel numero; di più, avvicinandosi

la nostra festa della Madonna di settembre il signor Canonico ci

favorisce annualmente avendo anche l'avvertenza di condurre con sè

parenti e conoscenti".

Mi trovo ora al punto più difficile di queste confessioni. Avrei voluto

non uscire mai dai dolci ricordi della mia infanzia di Caravaggio.

Tutto era così semplice! Mi parevano tutti così buoni! Ma i ricordi

stessi si allontanavano da me ed io, che ero pure semplice e buona,

fui gettata improvvisamente dal destino a combattere senz'armi e senza

corazza contro la diffidenza ed il sospetto. Per comprendere bene ciò

che ho detto, ciò che dovrò dire ancora sul cambiamento della mia

vita, è necessario separare le impressioni della fanciulla ignara

dagli apprezzamenti che sola l'esperienza può dettare con serietà

di giudizio. Se dunque qualcuno dei mie lettori crede di poter già

formarsi una sua opinione sulle persone che gli vo' presentando lo

prego di sospenderlo, accontentandosi di seguire le fasi della mia vita

nello stesso ordine cronologico che si presentarono a me.

A quattordici anni avendo terminati i corsi lasciai la scuola con

quella specie di freccia del Parto burlesca che fu l'_Addio_ non

dato. Incominciò allora la mia esistenza casalinga, metodica come una

regola di convento; alzata alle otto, rifatta la camera e la sala di

ricevimento (dove non entrava mai nessuno) preso posto verso le dieci

al tavolino da lavoro, dal quale non mi movevo più sino alle quattro,

con una zia da una parte e una zia dall'altra; alle quattro preparavo

la tavola, alle quattro e mezzo si pranzava; alla sera lavoro di

nuovo, generalmente calze, una zia da una parte una zia dall'altra,

sino all'ora di andare a letto. Alla domenica c'era la messa e la

passeggiata: quasi mai uscivo nel corso della settimana e solamente

per uno scopo ben determinato, una compera o una visita a qualche

conoscente: ma questo accadeva di rado. Con tale nuova sistemazione

delle mie giornate me ne venni a passare tutto il tempo in compagnia

delle zie. Neppure la notte ero libera, perchè dal loro arrivo avevo

dovuto abbandonare la mia cameretta che mi piaceva tanto, per dormire

insieme a loro in un vasto stanzone occupato prima dallo studio di mio

padre.

La zia Margherita era una grande lavoratrice, la zia Nina no. Al lavoro

d'ago attendevo anch'io volontieri; cuciture, rappezzature, ricamo,

calze; ero attivissima e la zia Margherita non mancava di riconoscerlo.

Le preparavo qualche volta la sorpresa di terminarle un lavoro che

le dava noia e allora ne' suoi occhi neri e vivaci la pupilla si

ammorbidiva come per improvvisa tenerezza; nulla mi era più gradito di

quel raggio, dolce come una luccioletta che trema nella sera sulla cima

di un ramo. Gli occhi della zia Nina erano neri anch'essi, ma opachi

e immobili sotto il battito regolare delle palpebre, quel battito che

era tutto suo. Lavorava a cose leggere e brevi, attendendo piuttosto

a sorvegliare la domestica in cucina e trovava modo di uscire tutti i

giorni per incombenze o spese inerenti alla famiglia. Quando non c'era

lei intorno al tavolino io mi sentivo sollevata da un gran peso; anche

la zia Margherita doveva provare qualche cosa di simile, perchè la

conversazione da languida che era in presenza della zia Nina si animava

con un sembiante di intimità. Tendevo allora avidamente l'orecchio

a ciò che ella mi andava narrando di storie vecchie, di aneddoti

famigliari. Ella era una specie di archivio conservatore di memorie e

di tradizioni; tutto ciò che ebbi a conoscere sulla nostra famiglia mi

venne da lei. Dotata di parola facile, colorita, franca, intercalava al

suo dire motti e citazioni di una origine così oscura, che non sapeva

lei stessa d'onde le fossero venuti. Quando, per esempio, volendo

avvalorare una dimostrazione qualunque, noi avremmo detto: "in nome

di Dio!" lei esclamava: "dalla parte di quel buon Giocondo!" e sfido a

indovinare a che alludesse. Se avessi potuto presentire in quei giorni

le pagine che scrivo oggi, di quante note potrebbero arricchirsi i miei

ricordi!

Con l'altra zia l'approccio era impossibile. Non mi guardava, non mi

parlava; sembrava ignorare persino la mia esistenza. In qual modo avrei

potuto affrontarla, con quella mia ingenita timidezza, che avrebbe

avuto bisogno di un gran fuoco, di un gran fuoco d'amore per fondersi

e che si trovava innanzi a una sfinge di granito? Mi facevo piccina

piccina, per non urtarla, per diminuirle la noia della mia presenza,

ma a nulla serviva. Nella distribuzione delle domestiche faccende,

che nei primi giorni si erano assegnate tra loro, era rimasto alla

zia Nina come la più esperta del genere l'incarico di pettinarmi;

improvvisamente, senza alcuna spiegazione, dichiarò di non volerlo

più fare e passai dal tocco morbido delle sue mani alle energiche

strigliature della zia Margherita finchè imparai a pettinarmi da me.

Poco tempo dopo, altra esclusione. Era lei che, più giovane della

sorella, più amante del vestirsi e dell'uscire di casa e del veder

gente, mi accompagnava tutte le domeniche alla messa ultima nella

chiesa di S. Carlo e consecutiva passeggiata; e anche questo da un

giorno all'altro cessò, senza ragione, senza spiegazione, come la

prima volta. Sotto l'apparenza di non occuparsi di me, spiava ogni

mio gesto, atto o parola per trovare pretesto di un rimprovero. Mi

accusava di colpe assurde, per esempio di averle servito il caffè in

una tazza sbrecciata, non per distrazione come sarà stato benissimo, ma

di proposito per farle dispetto. In tali circostanze io negavo appena,

perchè sentivo vivamente la dignità di me stessa e quanto sarebbe

stato inutile combattere contro un nemico ignoto, che aveva per se il

vantaggio di essere mio superiore, che poteva sgridarmi e castigarmi,

che io dovevo rispettare e ubbidire.

Ho detto nemico ignoto, perchè in realtà non conoscevo la causa che mi

rendeva così ostile una persona verso la quale sentivo di non avere

alcuna colpa e strano, ma vero, neppure risentimento. Le sue accuse,

le sue ingiustizie erano come frecce che mi fischiavano intorno senza

portare il colpo mortale al cuore. Io compresi fin da allora che

nessuno al mondo ha il potere di offenderci se la nostra coscienza

non ha nulla da rimproverarci e mi sono sempre stupita che vi sia

tanta suscettibilità di vanità offesa, mentre è così valido schermo

alle piccole ferite dell'amor proprio un alto sentimento di ciò che

noi siamo, non di ciò che vuol farci parere l'invidia e la malignità

altrui. Allora a quattordici anni non facevo questi bei ragionamenti,

perchè il ragionamento nasce dalla riflessione e prima ancora abbiamo

la sensazione che ci avverte; ma appunto in quei primi tasteggiamenti

della coscienza, che cerca la sua strada, io mi sentivo sicura, come

in una proprietà tutta mia, una specie di torre inaccessibile. Tale

resistenza passiva inaspriva forse l'avversione di quella donna, ma non

potevo far altro. Ho già esternato la mia ripugnanza per le attitudini

ribelli; le mortificazioni, colle quali sperava di umiliarmi, si

spuntavano contro la muta remissione, che ella chiamava indifferenza.

Oh! come avrei potuto rimanere indifferente? Io soffrivo sin nel

profondo dell'essere di una sofferenza sottile senza lagrime, una

sofferenza che era piuttosto una mite tristezza e questa tristezza si

appendeva da sè a guisa di un velo fra me e il mondo. Suonava la diana

della vita sulla mia primavera al sole, ma gli stessi raggi del sole si

impigliavano nelle maglie di quel velo. Dicono tutti che la gioventù è

un tesoro; la mia, quando mai, fu tesoro sepolto.

Quella cara anima onesta, che fu Edoardo Rod a proposito delle

tristezze della sua infanzia, diceva: "_Oh! ces premières impressions

nous façonnent à jamais! Ce sont elles qui donnent le ton à toute

notre existence, elles peuvent nous rendre à jamais incapables de

bonheur, elles creusent en nous des vides qui ne se comblent pas_".

Sopratutto questo: vuoti che non si colmano più. Come potremo noi

ridere in seguito, se non abbiamo riso nell'età dell'espansione e

della gioia? Se la risata larga, spensierata, trillante e leggera qual

volo d'allodola, la volubile risata che si accende e si spegne senza

causa sulle labbra dell'infanzia felice, fu isterilita dal sospetto,

contaminata dall'ingiustizia? Se nell'età della fiducia completa e del

completo abbandono abbiamo dovuto dubitare? Se quando i nostri cuori si

aprivano all'amore con tutte le boccucce del desiderio, come fanno nel

nido i piccoli nati, un soffio di scetticismo ci raggrinzì nella nostra

nudità, nella nostra povertà, si che un po' di freddo rimase nelle

intime pieghe dell'anima nostra? Il fanciullo, che non si sente padrone

del mondo, non è un fanciullo felice e quando pure la vita gli prepari

altre gioie ed altri sorrisi sempre gli resterà quella piega dolorosa

dei primi anni mancati, cicatrice indelebile di un'anima ferita.

Tutte le simpatie della zia Nina erano riserbate a mio fratello

Stefano. Egli godeva di un'assoluta impunità. Un giorno a proposito

di un bicchiere rotto o altro consimile misfatto mi disse: "Sai?

Ho pensato di confessare alla zia che sono stato io, tanto non mi

sgrida certo". Ma nemmeno la bontà del mio caro fratellino riusciva

a difendermi dalle insinuazioni malevoli. Per avere smarrito un

fazzoletto, che mi era stato regalato dalla zia Margherita, non

dovetti subire l'accusa di averlo distrutto io, di mia mano, per

dispregio del dono e della donatrice? Nulla mi faceva tanto male

quanto la supposizione di simili bassezze, che non riuscivo nemmeno

a comprendere. In quali mondi, in quali cuori potevano nascere? E

perchè supporle in me, nella mia anima così sincera, così innamorata

dell'alto? Mi pareva che tutti dovessero leggermi dentro come

attraverso un cristallo e perchè queste due zie mi leggevano così

diversa da ciò che ero? Perchè? Sempre l'assillante perchè!

Venne finalmente l'ora di una grande rivelazione. Entravo nella mia

camera, che era pure la camera delle zie, quando un alterno e concitato

parlare, in cui era mischiato il mio nome, mi arrestò di botto sulla

soglia. La voce della zia Nina per solito bassa e velata tradiva

una grande irritazione e quella della zia Margherita si piegava a

straordinari sforzi di dolcezza per calmarla, per persuaderla. "È

inutile, io non la posso soffrire, mi è antipatica, la odio". Queste

parole mi fischiarono nell'orecchio come una scudisciata, poi non

udii altro. Ovvero, si, ella ne pronunciò ancora una così orribile

che non ressi più e mi allontanai soffocando in un lungo singhiozzo un

gruppo di lagrime troppo amare per sciogliersi in pianto. Ecco dunque

la risposta ai miei angosciosi perchè, alle accuse, ai sospetti, alle

ripulse: _perchè mi odiava_. Lo aveva detto lei stessa uscendo dal suo

mutismo: non era possibile dubitarne. Ora, qualunque cosa facessi o

dicessi, sapevo che mi odiava. Questa persona, che viveva presso a me,

sangue del sangue di mio padre, chiamata a proteggermi, a guidarmi, a

volermi bene, questa persona mi odiava.

Venuta in possesso di sì crudele verità sentivo però che non era tutto

il vero. Un'altra domanda urgeva alle porte oramai violate della mia

ingenua fede: "_Perchè mi odiava?_". Ma l'ingenuità mia era ancora

troppo salda, troppo resistente, per potermi dare una risposta chiara

e decisiva. Dovevo vivere tutta la mia vita, la vita di osservazione

e di esperienza, di teneri sogni e di brutali risvegli, che ognuno

di noi vive, prima di afferrare la verità tutta intera. Comprendere

è perdonare, si dice, e quante cose, che ci fanno soffrire, ci

lascerebbero indifferenti a poterle comprendere in tempo. Intanto,

quasi a conforto della dolorosa scoperta fatta, mi riusciva a poco a

poco di valutare meglio le intenzioni della zia Margherita, la quale

mi voleva bene alla sua maniera e più me ne avrebbe voluto senza

le continue istigazioni della sorella e i foschi colori sotto cui

ella mi dipingeva, falsando ogni mia azione, facendomi segno alle

calunnie le più assurde, le più lontane dal mio modo di pensare e di

sentire. Il sistema adottato dalla zia Nina nella sua campagna contro

di me era questo: in mia presenza musoneria e mutismo agghiacciante;

dietro le spalle lagnanze, accuse, sfoghi di insopportabilità come

di un gran peso che la opprimesse. Nè deve sembrare troppo singolare

la fede prestata da una sorella alle parole dell'altra; trovo anzi

naturalissimo che quella vivace e impetuosa donna che era la zia

Margherita, usa da più di mezzo secolo a vivere lo stesso pensiero

della zia Nina, ad amare e a disprezzare insieme, sempre unite, sempre

concordi, dovesse scattare sotto il racconto delle pretese sofferenze

da me inflitte alla sua anima gemella e torna a lode di una innata

rettitudine il contrasto, che ella doveva provare, posta così ad

arbitra di un conflitto del quale le mancavano da una parte i dati di

fatto e sull'altra pesava una giustificata ripugnanza a dubitare. Di

tale esitazione io coglievo a volo diverse prove, prima fra tutte la

sua diversità di contegno; una specie di inquietudine e di malessere in

presenza della zia Nina e quando eravamo sole, una subita espansività,

un largo respiro di catena ritolta, specie di oasi nella quale

fiorivano i bei racconti, le memorie antiche. Anche in queste ore buone

non mi permetteva, è vero, di farle un bacio, ma essendomi sfuggita

una volta la storpiatura del suo nome (vezzo mio per tutte le persone

che amo) sopportò sorridendo che la chiamassi Màrgula e sempre poi nei

rari momenti, che dalla mia gioventù compressa balzava irresistibile

un impeto d'affetto e: Màrgula, Margulina! gridavo, tentando di

abbracciarla, ella, pur respingendomi, aveva negli occhi quella

luccioletta luminosa che era il solo indice della sua commozione. Poco

mi importava allora se, quasi parlando sè stessa, tentasse di mitigarne

l'effetto con una delle sue bizzarre frasi dialettali: "_La vola, la

vola!..._".

Arduo mi sarebbe dire se nel lungo corso degli anni e precisamente

quando, erba novella che preme di sotto la terra per venire incontro

al sole, le quindici primavere pulsano tumultuosamente nelle vene, la

zia Margherita abbia volato o no. Certo non le mancavano le ali. Amò

una volta sola un piccolo possidente dei dintorni di Brescia, un uomo

di salda tempra antica, onesto e leale, che avrebbe fatto con lei un

bellissimo paio; ma viveva in famiglia con genitori, sorelle, fratelli,

nuore, nipoti e la prospettiva di dovere andare d'accordo con tanta

gente le parve così oscura, che temporeggiando e rimandando, dal mese

della semina a quello dei raccolti, da Natale a Pasqua, trovaronsi

entrambi coi capelli grigi e si accontentarono di restare buoni

amici. Vi fu anche un tempo in cui ebbe la velleità di farsi monaca;

effimera vocazione che scomparve pur essa riflettendo come, dato il suo

temperamento vulcanico, non potesse prendere su di sè garanzia che un

bel giorno non le venisse in mente di dar fuoco al monastero.

Per conoscere bene le due zie, che tanta influenza ebbero sulla mia

vita, è utile sapere in qual modo si svolse la loro stessa vita, non

essendo l'esistenza umana il fungo che spunta solitario e nel posto

in cui nasce sta, ma piuttosto una densa ramificazione di foresta

dove una fronda abbraccia l'altra, dove nel mistero della terra le

radici si incontrano attraverso spazi infiniti e la furia del vento

trasporta i pollini che vanno a fecondare altre zolle, a far sorgere

nuove foreste. Sui dubbi che trattennero la zia Margherita dall'andar

sposa in una troppo numerosa famiglia influì probabilmente il ricordo

della sua. Mio nonno viveva con un fratello; avevano case e fondi

proprî e commerciavano insieme. Mio nonno mise al mondo sei figliuoli,

suo fratello ventidue. Quando tutti erano riuniti a tavola i due padri

sedevano ai due capi opposti, avendo ognuno a portata di mano una lunga

e flessuosa verga di salice colla quale, attraverso la lunghezza della

mensa, toccava quelli de' suoi ragazzi che mostravansi più irrequieti

intanto che le rispettive madri badavano a scodellare. Di colei, che

sarebbe stata la mia nonna, e che morì ancor giovane dopo il sesto

figlio (come mia madre), zia Margherita non serbava che un ricordo:

ella rivedeva curva sul suo letto, nelle lontane sere infantili, una

dolce e grave figura di donna; era molto bianca in volto, coi capelli

neri e portava un abito di panno bleu; rimboccati i lettini, la dolce

figura sedeva presso l'ultimo nato e al pallido lume di una fiammella

ad olio leggeva nel suo libro di preghiere a fermagli di argento finchè

i bimbi fossero tutti addormentati. Zia Margherita non sapeva altro;

non potè dirmi altro. Era appena passata la soave visione in quella

casa dove l'esistenza dovette essere aspra di quotidiane realtà,

passata colla tenuità di un sogno.

Di una visita fatta all'avolo suo la zia Margherita trovò ancora

memoria. Viveva egli in un paese poco lontano e vi fu una volta che la

maggiore delle sue nipotine (la zia Margherita appunto) gli fu condotta

per rimanere alcuni giorni presso a lui; ma non era trascorsa un'ora,

che ell'aveva già trovato modo di arrampicarsi sopra una pianta di

fico, che sorgeva nel cortile, spezzando il più bel ramo e stracciando

da cima a fondo la vesticciuola, per andare a finire nella vetrata

di una finestra che mandò in mille frantumi. "E che cosa ti disse il

nonno?" — chiesi io alla zia Margherita con una certa inquietudine.

"Nulla a me. Chiamò il domestico e disse a lui col massimo sussiego: —

Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".

Mi mancano i dati per precisare quando mio nonno si separò

dal fratello; il fatto avvenne forse in seguito alla crescente

figliuolanza, forse per gli affari che incominciavano ad andar male.

Fra le disgrazie che la zia Margherita raccontava, c'era la perdita di

un mulino sul Po verso la riva parmigiana, dove tratto tratto tutta la

famiglia soleva recarsi in barca propria a festeggiare i gnocchi della

mugnaia e bere il vino bianco. Dovevano essere state assai gioconde

queste imbarcazioni di giovani sul bel fiume dai tramonti dorati,

perchè vivo ancora palpitava il rimpianto nell'anima della zia e quasi

rancore contro il fiume bello e infido, che nelle sue furie terribili,

rosicchiando le rive, aveva a poco poco inghiottito terra e mulino. Ma

prima che in seguito a questa ed altre disgrazie avvenisse la divisione

dei due fratelli la vecchia casa patriarcale ospitava un'altra di

quelle figure di antenati, che la zia Margherita sapeva evocare in

poche parole con un tocco solo di pittura impressionista o con una

breve punta d'acquaforte, come l'episodio della visita da lei fatta a

suo nonno, sì che mentre lei parlava io lo vedevo il vecchio rigido e

freddo dinnanzi al triplice disastro dell'albero, della vetrata e della

vesticciuola; lo vedevo e lo udivo scandere le parole della sentenza:

"Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".

L'altro ritratto di famiglia, dirò così, era la madre di mio nonno;

carica d'anni la vecchierella non usciva più dalla sua camera a

secondo piano, dove se ne stava seduta quasi sempre accanto al fuoco

aspettando che i ragazzi venissero a trovarla; ne erano nati ventotto

di ragazzi in quella casa e una mezza dozzina di piccoli c'era in

ogni tempo. Questi entravano coll'impeto di un turbine, gareggiando

a chi arrivava primo e la bisavola, per non far torto a nessuno,

si prendeva fra i ginocchi tutte le loro manine una sopra l'altra

riscaldandole nell'ampio grembiule, quel grembiule che scottava sempre

e il giuoco, che faceva ridere i piccini, dava a lei un risveglio di

orgoglio materno, quasi un fiorire di rose intorno alle piccole rughe

del suo volto. A una data dell'anno l'avola lasciava il suo cantuccio

accanto al camino e, mostrando una certa inquietudine, percorreva

la camera a passettini corti e ineguali, sorretta dal bastoncello,

piantandosi poi risolutamente dinanzi alla finestra, che si apriva sul

cortile interno, come a sorprendere il passaggio di qualcuno: quando

vedeva apparire o l'uno o l'altro de' suoi figli, che appunto quelli

aspettava, raschiandosi in gola, picchiando nei vetri col bastoncello,

se persistevano a non intendere, li obbligava a salire chiamandoli per

nome. La vecchierella divisa dal mondo non dimenticava che, venendo

sposa in quella casa aveva portato in dono uno _spillatico_ sul quale

i suoi figli erano obbligati a passarle una piccola rendita e tutti gli

anni, alla scadenza, avveniva poco su poco giù il seguente dialogo.

— Che cosa volete mamma? — Ricordarvi i vostri obblighi. — Ma voi non

avete bisogno di denaro. Che cosa vi manca qui? — Non state a cercare

quello che mi manca, datemi quello che mi viene. — Voi mamma (tentavano

di volgere la cosa in scherzo) spilli non ne portate più. — Ciò non vi

riguarda, fate il vostro dovere. Narrandomi questi particolari la zia

Margherita si inteneriva e nello stesso tempo era presa da una specie

di orgoglio di famiglia, raddrizzandosi sulle spalle un po' curve,

quasi per mostrare a sè stessa che nell'occasione saprebbe essere

egualmente ferma e fiera.

In seguito a morti e divisioni mio nonno Stefano rimase solo coi suoi

figli, dei quali Margherita era la maggiore, poi veniva mio padre,

Giulia, Nina e credo ultimi i due maschietti morti presto. Mio padre si

chiamava Fermo; non so quali studi avesse fatti nè dove, nè a quale età

ottenne di poter andare a Roma per seguire i corsi di architettura alla

Sapienza. Era ancora giovinetto quando, prendendo parte alle mascherate

carnevalesche che allora usavansi molto a Casalmaggiore, non gli

riusciva mai di conservare l'incognito in causa della sua alta statura.

La scatola arabescata, dove le mie zie conservavano gli oggetti sommari

della loro toeletta, rappresentavano il doloroso insuccesso che egli

ebbe sotto le spoglie di un elegante figaro che tutte le Rosine della

città riconobbero immediatamente, tanto che l'anno appresso volle

escogitare un trucco di nuovo genere. Ripudiando i travestimenti di

lusso, sotto le umili spoglie di un contadino, coperto il volto di

una rozza maschera, spingendo una carrettella di mele, uscì fuori

trionfante in piazza e forse il trionfo lo avrebbe accompagnato

fino all'ultimo se i suoi fratellini correndogli dietro e gridando a

squarciagola: "Fermo dammene una!" non lo avessero subito scoperto. Si

vede che mio padre non era nato per portare maschera.

Mio nonno Stefano, dunque, essendo rimasto solo a governare negozi e

figliuoli, pensò di riammogliarsi e il modo col quale vi si accinse è

abbastanza bizzarro per essere ricordato. C'era nei dintorni una donna

che viveva sola prestando qualche servizio qua e là. Non più giovane,

di costumi austeri, senza pretese, gli parve la persona meglio adatta

al suo scopo, poichè d'amore non era il caso di parlarne, e così

aspettandola un mattino mentre usciva dalla messa la arrestò senz'altro

sul sagrato e lasciando da parte inutili preamboli le disse "Teresa,

volete venire in casa mia a far da madre ai miei figli?" Quella

rispose: "Ci penserò signor Stefano, le darò la risposta domani". E

fu tutto. La donna, che prese il posto della soave creatura vestita

di panno bleu intenta a leggere nel suo libro di preghiere a fermagli

d'argento, era una perfetta massaia, lavoratrice, economa, onesta

fino allo scrupolo, tutta compresa de' suoi doveri, ma era ignorante,

rozza, dura di modi, dalla virtù arcigna. Cambiando stato ella rimase

un'ottima serva, ma le mancò totalmente la grazia della donna. Suo

marito lo chiamava sempre "il padrone". Si comprende come nella mia

famiglia, che già molto morbida non era, la ruvidezza della nuova

venuta dovesse influire in senso peggiorativo. La zia Margherita col

suo carattere ardente, colle sue simpatie democratiche, ammirava quella

ruvidezza, che a lei sembrava forza e se, dopo tanti anni trascorsi, le

accadeva qualche volta di chiamare suo fratello "il padrone" era ancora

una prova dell'influenza esercitata dalla matrigna sul suo spirito così

ben preparato a riceverla.

Una febbre di quelle che chiamavano perniciose condusse mio nonno

al sepolcro in pochi giorni; la seconda moglie era morta anch'essa e

morta la figliola che si chiamava Giulia. La famiglia così numerosa non

esisteva più, si era sciolta; venduta anche la casa, le due superstiti,

Margherita e Nina, si ritirarono in un'altra casa di loro proprietà

dove si iniziò quella che fu, per una trentina d'anni, la loro

rimpianta vita di pace assoluta e di semplice libertà. A questo punto

i miei ricordi tornano ad essere personali. Io la conosco la via fatta

ad arco, larga e deserta come quasi tutte le vie di Casalmaggiore,

chiazzata qua e là da qualche filo d'erba, coi marciapiedi di

mattonelle rosse; vedo il gruppo isolato di abitazioni intorno

all'albergo della _Croce Verde_ che forma in certo qual modo la corda

dell'arco, vedo le case allineate in giro a semicerchio: la seconda a

destra venendo dalla piazza era quella delle mie zie. La zia Nina, che

aveva la passione contemplativa dei fiori, era riuscita a trasformare

il cortile in un vero giardino; i trecento e più vasi che formavano

l'aiuola centrale, curati ad uno ad uno con tenerezze materne,

offrivano un aspetto dei più variati; tutte le gradazioni dei garofani,

dei gerani, delle verbene e le rose muschiate, e le ortiche americane

dal profumo delicato, e quello acuto del geranio d'Africa, e quello

misterioso e inebbriante del geranio notturno che odora solamente

di notte, e la selva imbalsamata della cedrina, che a Casalmaggiore

chiamano erba Luigia in memoria della Duchessa di Parma Maria Luigia, e

tutta la innumerevole famiglia dei fiori che si coltivano in provincia,

lungo gli anditi soleggiati dove all'ombra di una tenda le donne

compiono i loro bei lavori di pazienza, intanto che il gatto sonnecchia

sdraiato con pieno abbandono sul lembo della loro gonna e poco lungi

nel piccolo chiuso cocoreggiano le galline.

Vita di libertà, vita di pace conducevano le due sorelle; la dimora

era modesta, ma perfettamente intonata ai loro bisogni; un salottino

a pian terreno, colle finestre basse verso strada così compiacenti

al saluto, al breve colloquio: una cucina, sul cui muro esterno

rameggiavano le fronde annose di un susino facendo ondeggiare nel

vano della finestra come lampadine d'oro sospese i magnifici frutti

gialli che si arrampicavano fino al terrazzo sovrastante. Le camere

superiori non erano nè così numerose nè così ricche di guardarobe come

quelle della mia nonna di Caravaggio, poichè in casa delle due zitelle

nè alloggiavano vescovi, nè banchettavano canonici. Eranvi tuttavia

bei cassettoni panciuti con riporti di metallo e qualcuna di quelle

deliziose placche settecentesche dove, innanzi ad uno specchietto che

forma il fondo si accendeva nelle occasioni solenni una candela che,

riflettendosi moltiplicata nello specchio, doveva rappresentare il

lusso di una luminaria. Regine nel loro piccolo regno esse avevano,

come tutti i proprietari di quelle terre ubertose, la festa annuale

della vendemmia alla quale non mancavano di assistere in mezzo ai

loro contadini e la soddisfazione di riempire con vino proprio la

cantina e di colmare la legnaia di ceppi tagliati dai propri alberi.

Tutto in misura modesta, ma tutto così facile, così sicuro in un

seguito armonico di tradizioni e di misure che, pur non essendo ricche

fruivano del principale dono della ricchezza, che è l'indipendenza e di

quell'altro pur dolce privilegio di potere, qualche volta, aiutare il

nostro simile nella miseria.

Una specie di solaio coronava la casetta delle mie zie o, piuttosto che

solaio, due piccole camere basse di soffitto che ne facevano le veci.

Lassù, fra diversi oggetti fuori d'uso, la mia fantasia fu colpita

da un busto femminile di grandezza naturale, non ricordo se di legno,

come quelli che usavano un tempo le modiste per allestire le cuffie, o

di terraglia, quali si trovano forse ancora in certi vecchi giardini,

ma così ben dipinto, guancie rosee ed occhi lucenti, da giustificare

l'ammirazione di una fanciulla un po' fantastica; quel busto aveva

anche un nome, si chiamava la signora Tintimillia; non le mancavano

altro che le gambe e la parola. Chi fosse, d'onde venisse, nessuno non

ne sapeva nulla, ma per me fu oggetto di gran fantasticare, molto più

che la signora Tintimillia non era sola lassù. Dal rettangolo di una

cornice bucherellata dal tarlo, proprio dirimpetto a lei, sporgeva la

testa di un frate. Le mie zie dicevano che era il ritratto di un nostro

antenato; quanto al sapere per quale intreccio di eventi lui e la

signora Tintimillia si trovassero riuniti nell'esilio, la mia curiosità

rimase insoddisfatta, ma ai piaceri della fantasia non occorre la

verità, basta il sogno. Io almeno me ne accontentai.

In fondo al semicerchio della via, sull'angolo di un viottolo che

si perde fra giardini e verzieri, c'era la casa dove abitavano

i migliori amici delle mie zie, una amicizia di tre generazioni,

una di quelle rare amicizie su cui è dolce riposare il cuore. Non

dimenticherò l'augusto Collella, altro abitante della contrada, oggetto

di stupefazione per me quando lo vedevo alzare dai trucioli la sua

testa da imperatore romano per rimaneggiare la politica del governo,

che, secondo lui, andava male, ed appoggiandosi sulla pialla come

avrebbe fatto sopra una clava, giudicare di Cavour, del ministero, dei

trattati, quasi fossero legno di noce o di ciliegio. Trinciava giudizi

anche sull'arte drammatica. Aveva conosciuto la Ristori: «Già, è stata

qui colla compagnia de' suoi genitori, contava tre o quattro anni,

l'ho presa in braccio tante volte, le ho date anche le _chisseüle_».

In seguito a tali confidenze si gonfiava, faceva la ruota, convinto

di avere stabilito il suo diritto a parlare d'arte. Questo curioso

personaggio, in aggiunta a' suoi meriti, custodiva tre scorpioni in

un'ampolla d'olio per medicare ogni genere di tagli e di ferite. La

moglie di Collella, un bel donnone fresco e sorridente che metteva

allegria solamente a vederla, era una delle persone che passando sotto

le finestre basse del salottino delle mie zie non mancava, da buona

vicina, di fermarsi ad augurar loro o il buon dì o la buona sera, e

avvenne che una sera, per l'appunto passando in fretta, soggiungesse:

«Non mi indugio perchè vedo forestieri in casa». Le zie che sapevano

di non avere nessuno fecero le meraviglie; ma l'altra assicurò di aver

visto stando sul marciapiedi un uomo nella loro camera la quale, pur

essendo al piano superiore, era molto bassa sulla strada e soggiunse

spaventata: «Allora è un ladro! — Un ladro! — esclamò la zia Margherita

e, come le avessero detto che era fuggito il merlo, salì la scala a due

gradini alla volta mormorando: — Vado io a prenderlo per lo stomaco».

Il bellicoso ardore della zia Margherita non ebbe tempo di tradursi

in atto, perchè il ladro, sentendosi scoperto, aveva spiccato un abile

salto dalla finestra e già fuggiva lontano lasciando dinanzi alla porta

il suo berretto.

L'episodio del ladro fu il solo, io credo, di un certo rilievo che

rompesse la placida esistenza delle due sorelle, quantunque mi sia

rimasta l'impressione che la zia Margherita per suo conto l'avrebbe

voluta più movimentata. Placida e serena esistenza, tutta composta

di piccoli movimenti regolari scelti da loro stesse con un perfetto

accordo, ostacolati da nessun impegno, da nessuna catena; la semina

dei fiori in primavera e lo scambio di sementi colle amiche procurava

loro i dolci ozi nel cortile giardinato sotto i raggi tiepidi del

sole d'aprile, radrizzando steli, spiando attente il gonfiarsi dei

boccioli, sollevando gli occhi al susino di sant'Anna, il quale andava

coprendosi di gemme in attesa dei bei frutti d'oro, che sarebbero

maturati in luglio sotto la protezione della gran Santa. Il non avere

in casa nè uomini nè ragazzi permetteva loro di conservare quell'ordine

e quella regolarità dei quali le donne sole hanno il privilegio; ma

la loro solitudine non era egoismo, perchè il fratello stabilito a

Milano era sempre presente al loro pensiero e non maturavano nell'oblio

le susine di sant'Anna, che tutti gli anni un bel paniere ricolmo

viaggiava verso la capitale, sì che io, prima ancora di conoscere le

zie, conobbi le loro susine. E le belle passeggiate lungo il Po non le

avranno mai rimpiante? La grande inondazione, per la quale si dovettero

demolire tutte le case che fiancheggiavano la riva ne cambiò totalmente

l'aspetto; anche il ponte costrutto per la ferrovia tolse vaghezza e

maestà al corso delle acque; ma al tempo delle mie zie una passeggiata

sull'argine era quanto di meglio Casalmaggiore potesse offrire. In

qualunque giorno, a qualsiasi ora (chi le poteva trattenere dal momento

che esse erano libere come l'aria?) «Il tempo è bello, andiamo a fare

quattro passi sull'argine? — Ma sì, andiamo. — Tolgo dall'armadio

l'abito di seta cangiante o quello _à jardin_? — Come vuoi. — No, di'

tu. — Il cangiante? Benissimo». Vestivano sempre allo stesso modo:

due abiti, due mantiglie, due cappelli identici annunciavano a chi

non lo sapesse il pieno accordo delle loro volontà. Più ancora che la

passeggiata sull'argine era cara al loro cuore la passeggiata della

Fontana. Si chiama della Fontana un modesto Santuario che sorge in

mezzo ai campi a tre chilometri circa fuori della città. Le mie zie

non erano mistiche, ma una dolcezza religiosa si impossessava di loro

mettendo il piede sul lungo viale deserto dove stormivano i pioppi,

alti verso il cielo, in forma di candelabri e con una gioia di anime

semplici si stringevano al petto l'offerta alla Madonna che esse

avevano preparata: una tovaglietta di altare o un festone di teletta

celeste e argento per ornare la cappella nel mese di Maria. Conoscevano

il prete officiante di quella chiesuola ed erano in buoni rapporti

colla Perpetua per cui, dopo una visita alla cripta dove si conserva

la fontana miracolosa, entravano nell'orto del curato pieno di verde e

di frescura colle mente e le maggiorane a ciuffi rigogliosi miste alle

ortensie dalle tinte di madreperla e la Perpetua si piegava a cogliere

i fiori intanto che si scambiavano ricette di botanica e ricette di

cucina. Don Michele, il buon prete, non sdegnava di aggiungere i suoi

consigli. Il tempo scorreva così inavvertito, poichè nessuno aveva

fretta e che fosse trascorsa un'ora o due o tre, il cielo, l'aria, le

piante non avevano mutato; nè scemava la serenità delle due sorelle,

che rientravano nella loro casetta colle mani colme di fiori, coll'orlo

della gonna impregnato dei profumi delle erbe.

Una giovinezza del secolo XIX · 第 8 / 15 题