PARTE PRIMA

Viaggi, specialmente negli ultimi vent'anni della mia vita, ne feci

parecchi tanto in Italia che all'estero, ma nessuno fu romantico e

pittoresco come il primo, che compii a mia insaputa sotto il tabarro

di mio zio Bona, attraverso i muriccioli di due o tre giardini, intanto

che le palle dei fucili austriaci fischiavano intorno alla mia culla.

Erano le famose Cinque Giornate del quarantotto. Mio padre e mia madre

abitavano in via Monte di Pietà la casa segnata ora col numero 9 di

rimpetto al palazzo della attuale Cassa di Risparmio sulla cui area

sorgeva allora il palazzo del Genio militare, al quale i cittadini

avevano dato l'assalto, terminato felicemente coll'atto audace di

Pasquale Sottocorno che diede fuoco alla porta, come è noto.

Molte volte, attraversando la contrada così signorilmente tranquilla

dove sono nata, mi figuravo le lotte sanguinose di cui fu teatro

in quei giorni e lo spavento di mia madre per quelle fucilate che

le entravano in camera. Già ad una finestra della medesima casa era

caduto ferito mortalmente l'Anfossi, patriota nizzardo, che armato di

un fucile aveva tenuto testa alle scariche del palazzo del Genio. Fu

allora che un fratello di mia madre, lo zio Bona, pensò di salvarmi

nascondendomi sotto il suo tabarro e col piccolo fardello vivo sulle

braccia scavalcando il muro del giardino, via per altri giardini

consecutivi, mi portava in salvo dalla mia nonna, che abitava in quelle

vicinanze.

Ed ancora molte volte, leggendo le lapidi che in via Monte di Pietà

ricordano i nomi sacri alla patria di Federico Confalonieri, di

Pellico, di Porro Lambertenghi, pensavo che avrebbe potuto trovar posto

anche un ricordo per l'Anfossi e per il Sottocorno in quella via e in

quel quartiere, che è tutto un documento prezioso per la storia del

nostro risorgimento nazionale. Perchè senza uscire dal Monte di Pietà

troviamo la casa dove andò sposa Clara Maffei e nella vicinissima

via Manzoni quella dove morì e tra l'una e l'altra nella stretta,

solitaria, antichissima via Andegari l'ultima dimora di Carlo Tenca,

tutti uomini che devono far balzare di tenerezza e d'orgoglio il cuore

di noi milanesi, e che possiamo riassumere chiudendo la breve elissi

di questo quartiere eroico fermandoci reverenti dinanzi alla targa che

alla estremità di esso fissa per i posteri col nome di Giuseppe Verdi

una delle glorie più pure d'Italia, l'aedo canoro delle aspirazioni di

un popolo.

Sono nata a Milano, ma i miei genitori non erano milanesi. Essi

appartennero alla grande fiumana che dalla provincia accorre

continuamente ad alimentare di sangue nuovo le arterie delle grandi

città. Si erano incontrati, amati e, dopo qualche contrasto da parte

della famiglia di mia madre che si credeva forse superiore per ampiezza

di mezzi e parentele distinte, sposati; ma di quel primo soggiorno

in via Monte di Pietà non ho altre memorie oltre la fuga attraverso i

giardini narratami dallo zio Bona molti anni più tardi. Lo zio Bona si

chiamava Bonaventura, ma essendovi due cugini dello stesso nome per cui

avvenivano malintesi ed equivoci, mia madre aveva sciolta la questione

affidando a suo fratello la prima parte del nome, Bona; a un cugino la

seconda parte, Ventura; all'altro cugino il nome intero, Bonaventura. E

furono contenti tutti e tre.

Nella piazzetta di S. Giuseppe c'è una casa, che ha la porta

nell'angolo, che conta ora tre piani, ma che ne aveva allora solamente

due; del soggiorno a quel secondo piano ho un vago barlume di

ricordanza nel quale non si concreta nessun fatto.

La mia vita, la mia infanzia, la mia giovinezza fino ai vent'anni,

si svolse tutta in una casa del Corso Vittorio Emanuele, in un

appartamento affondato oltre due cortili, lungi dai rumori del Corso,

colle finestre principali aperte sopra una sfilata di giardini in

fondo ai quali si disegnava aerea sull'orizzonte la guglia maggiore

del Duomo. Nei vent'anni colà trascorsi si decise tutto quanto il mio

destino. Dall'andito di quella porta, che ora si vede tagliato a mezzo

da una vetrata, ma che in quel tempo si prolungava come un canocchiale

sullo sfondo verde degli alberi, entrarono i sogni, le illusioni, gli

inganni dell'età prima e da quella porta uscirono le bare dei miei

genitori.

Esiste ancora un dagherotipo dove sono ritratte tre giovani donne, mia

madre e le sue sorelle, sedute in fila una accanto all'altra; sopra

uno sgabello ai loro piedi si vede e non si vede una piccola forma, che

potrebbe essere tanto un bambino quanto una bambina, insaccata in una

lunga e larga pellegrina dalla quale esce in alto una testa rasata (era

allora un'opinione per far crescere i capelli) e in basso due scarpette

ineleganti colle calze a borzacchino. Mi hanno detto che sono io.

Infatti, ripensandomi a quegli anni, devo convenire che il dagherotipo

non può avermi soverchiamente calunniata. A traverso le imperfezioni

di quest'arte, che precedette di poco la fotografia, quel piccolo volto

triste e pensieroso dovette proprio essere il mio; persino la positura,

che mi ingobbisce contro i ginocchi delle persone che mi stanno a

tergo, dà l'immagine perfetta della mia infanzia curva e depressa.

Non ho che a guardare le bambine del giorno d'oggi accarezzate,

vezzeggiate, infronzolite di trine e di nastri, ridenti e spensierate

colle loro chiome date agli omeri sotto il breve ritegno di un nastro

roseo o celeste, petulanti e felici, capricciose e felici udendo

ripetere dai genitori anzitutto, e poi dagli altri, che sono belle,

carine, intelligenti, per sentirmi ancora nelle ossa il freddo della

mia infanzia e, riportando gli sguardi sul vecchio dagherotipo, provare

l'impressione di affondarli in una gora morta piena di ombre.

Chiesi un giorno (non sono moltissimi anni) alla più giovane delle

sorelle di mia madre, la dolce e sorridente zia Carolina: — Dimmi

la verità, da piccola ero molto cattiva? — Oh! — rispose con un

gran gesto d'affetto — eri tanto buona, tanto ubbidiente! — E allora

perchè la mamma mi sgridava sempre? — Chinò la testa la mia dolce zia

sospirando: — Poveretta, devi compatirla, si sentiva sempre così male!

— È con un profondo senso di sollievo che posso scrivere oggi queste

parole a spiegazione di un ingenuo sfogo infantile da me riprodotto

in un tentativo, assai male riuscito, di autobiografia, e che alcuni

critici presero alla lettera senza darsi la pena di interpretarne la

psicologia. Fu certamente quell'ingenuo sfogo di un cuore, che si sente

solo, il mio primo passo verso la consolazione. Ne ho perfetto ricordo;

sento ancora l'impulso irresistibile, mi vedo in punta di piedi, colla

matita alzata a scrivere sul legno di una gelosia «Ho nove anni, sono

brutta, la mamma mi sgrida sempre». Era questo il grido spontaneo della

mia infanzia senza baci, senza giuochi, priva di quelle blandizie che

nei primi albori colorano di rosa ogni oggetto intorno. Probabilmente

sarò stata povera di spirito e di intelligenza; è certo che non sentii

mai vantare da nessuno la mia intelligenza e nessuno citò mai le mie

arguzie. All'età in cui le altre bambine sono già conscie dei propri

meriti ed hanno già maliziette o grazie di donna, io non ero che

un povero bacherozzolo rinchiuso nel proprio guscio. Timida, seria,

incapace, nè di fare, nè di comprendere uno scherzo, il giorno stesso,

che affidai ad una gelosia quel famoso documento del mio essere, ero

rimasta mortificata e inquieta perchè lo zio Cecco, altro fratello di

mia madre, prendendomi il ganascino aveva detto: «Ah! biricchina, hai

gli occhi tinti di carbone!» e, mentre protestavo la mia innocenza,

egli rideva, rideva.

Erano dunque cause interne ed esterne che contribuivano a rendere poco

lieta la mia infanzia; io scontrosa, acerba, non avendo vicina neppure

una bimba della mia età, portata dal temperamento e dalle circostanze

a ripiegarmi su me stessa; la mamma già delicata, resa sempre più

debole dalle frequenti gravidanze, ridotta a quello stato di nervosismo

e di irascibilità, a cui accennava la mia buona zia Carolina, e che

ben conoscono le donne gracili quando hanno assolto il compito di

conservatrici della specie in misura superiore alle loro forze. Ebbi la

fortuna in questi ultimi giorni della mia vita di venire in possesso

di una voluminosa corrispondenza famigliare, che ha rischiarato molti

punti oscuri dei miei ricordi mettendomi in presenza di persone morte

prima che io nascessi, di altre intese appena a nominare, di altre

amatissime e perdute. Attingendo a questa fonte genuina conobbi mia

madre meglio che nei pochi anni vissuti insieme.

Ecco, dapprima, le letterine eleganti su foglietti arabescati che

dal collegio scriveva alla madre in occasione del di lei onomastico;

lettere tenere e rispettose, dove il pronome in terza persona è

rigorosamente conservato; poi quelle alle sorelline, riboccanti

d'affetto; infine la corrispondenza con mio padre durante il lungo

periodo del fidanzamento, inutilmente contrastato da invidiosi e da

maligni (queste lettere sono tra le più pure che mai amanti si sieno

ricambiate); finchè dalla ritenutezza della fanciulla si giunge alla

frase appassionata della sposa felice, che nelle brevi assenze di lui

trova vuoto il mondo. È durante una di queste assenze, che mi vedo

ricordata per la prima volta con queste parole che non dovevo mai udire

dalle sue labbra «l'angioletto nostro, la nostra adorata bambina».

Ma allora io ero ancora presso la nutrice e lei nella pienezza della

gioventù.

Sul cielo grigio e nuvoloso delle mie più antiche memorie si apre uno

sprazzo di luce che compendia tutta la felicità della mia infanzia; è

duopo però che io menzioni prima un'altra delle mie grandi infelicità:

la scuola. Credo che pochi sieno andati a scuola così mal volontieri

come andavo io. Ne conobbi due di scuole: in entrambe la mia esperienza

fu eguale. Regolarmente riuscivo antipatica a tutte le maestre; ai

professori no, nemmeno a quello d'aritmetica, che si accontentava di

guardarmi con benevola compassione quantunque io terminassi i corsi

senza sapere la somma, (come non la so al presente). Fra le compagne

cercavo affetto, ma difficile riusciva l'accordo assoluto, perchè fin

da allora avvertii quell'ostacolo, quella specie di malinteso fra me

e i miei simili che doveva fare di me una solitaria; che se talvolta

l'acceso desiderio potè indurmi a credere realizzato il sogno, troppo

sovente seguì il disinganno, a scuola e poi.

L'insegnamento ai miei tempi era una miseria. Per le famiglie

della borghesia la scuola privata non lasciava altro scampo. Vi si

accumulavano prima inferiore e prima superiore, seconda inferiore

e seconda superiore così fino alla quarta superiore, dalla quale si

usciva a educazione finita senza conoscere un solo verso di Dante.

In compenso, quando il professore si trovava a corto di argomenti

per la sua lezione, ci leggeva una poesia di Arnaldo Fusinato. Il

difetto principale di quelle lezioni era la mancanza assoluta di un

concetto regolatore. Invece di incominciare dal principio e procedere

gradualmente con nozioni chiare, legate da un nesso logico di

continuità, a fanciulle ignoranti, quali noi eravamo, ci scaraventavano

addosso una specie di estratto Liebig indigesto e confuso sull'origine

delle lingue romanze. Un altro giorno erano idee generali sul secolo

XV. Oh, perchè proprio il secolo XV diviso dagli altri secoli e campato

in aria come un cervo volante attaccato ad un filo? Forse per farci

sapere queste notizie da dizionario? «_Cristoforo Colombo_, nato a

Cogoleto sulla riviera di Genova verso la metà del secolo XV, morto a

Valladolid nel 1506. Il solo nome basta alla gloria di un uomo tanto

grande, quanto infelice».

«_Ambrogio Calepino_ da Bergamo moriva nei primi anni del secolo XVI.

A questo dottissimo filologo siamo debitori di un vocabolario tanto

celebrato, onde venne ai dizionari latini il nome di _Calepino_».

Se un ammasso di nomi e di date così arido era il meno atto a fissare

l'attenzione nostra e ad interessarla, non vi riusciva nemmeno il

seguente fioretto di letteratura accademica che ci dettarono:

«Il Poliziano nasceva nell'anno 1452 a Montepulciano. D'ingegno

profondo, versatile, prontissimo, cattivossi giovinetto con alquanti

facili versi la stima e l'affetto di Lorenzo il Magnifico e visse

lautamente la breve sua vita nei ceppi dorati della corte Medicea. Fu

ad una filosofo e filologo, poeta e prosatore di chiarissimo nome,

ed ebbe così facili le lingue del Lazio e della Grecia, che in esse

scriveva colle grazie e le elette forme di Tibullo e di Anacreonte.

«Colla tragedia lirica dell'Orfeo da lui come fama improvvisata

in due giorni pel teatro dei Signori Gonzaga di Mantova, favoriva

efficacemente lo sviluppo della letteratura drammatica in Italia e

coll'epico frammento sulla Giostra di Giuliano dei Medici illeggiadriva

l'ottava ancor stentata del Boccaccio e sgombrava la via all'Ariosto

e al Berni. Moriva quarantenne il giorno stesso in cui Carlo VIII di

Francia entrava in Firenze e lo dissero di carattere invido scostumato

ed attaccabrighe».

Non riusciva, perchè nessuna di noi sapeva nulla di Lorenzo il

Magnifico, meno ancora di Tibullo e di Anacreonte e ignorava affatto

l'entrata di un Carlo VIII in Firenze; e non ce la spiegarono nemmeno

dopo questo dettato.

Non so se oggi i maestri si sono persuasi, che l'insegnamento a base

di nomi propri e di cifre è un corpo morto, il quale entra nel cervello

dell'adolescente come in una tomba e vi si adagia nel sonno eterno. Il

tedio, l'ira, l'odio in me suscitati dallo Skager Rak e dal Kattegat

mi durano tutt'ora mentre, sarebbe stato tanto più interessante

e istruttivo farci conoscere le terre della nostra bella Italia e

condurci come in un viaggio di piacere sulle sponde dei nostri laghi

e dei nostri mari, prima di ingombrarci la mente con nomi ostrogoti.

Occorre bandire la pedanteria dall'istruzione primaria, alleggerirla,

renderla fresca e parlare al cuore, parlare all'immaginazione,

svegliare la sensibilità sana delle giovani creature che devono

svilupparsi nella vita e non ammuffire sui testi. L'educatore che

s'accosta alla fremente anima del fanciullo sbadigliando gli aridi

spunti, che la sua indolenza gli fa ripetere d'anno in anno, senza

che mai vi palpiti l'ala di un pensiero suscitatore, somiglia a colui

che applicando a una cassa di legno un cartone sforacchiato e girando

una manovella crede di fare della musica. Quella del maestro non è una

professione, è una missione; egli è il sacerdote laico dell'umanità che

sorge. Il destino di molti uomini, come ruscello avvelenato alla fonte,

si guasta e si corrompe, sui banchi della scuola; molti dotati delle

migliori attitudini per lo studio se ne svogliarono in causa della

cretineria dell'insegnamento scolastico.

Io a scuola non mi ci potevo vedere; preferivo di gran lunga le

sgridate di mia madre e il desiderio di finirla con quella oppressione

degli studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi questo

ammonimento a me stessa: «Ricordati, se mai un giorno venissi a

rimpiangere la scuola, che ne hai tu desiderata ardentemente la

liberazione». Ma quel giorno non venne mai.

Oh! soavissimi autunni lontani, quando chiusi tutti i libri e dato un

fervido addio alla scuola andavo a passare le vacanze dai miei nonni

materni, a Caravaggio, che nel trasporto della mia gioia chiamavo

Caro-viaggio. Tutto era letizia per me in quella casa benedetta; le

carezze della nonna, la soave indulgenza della zia Carolina, lo sguardo

benevolo del nonno che mi poneva la mano sulla testa per assicurarsi

che i capelli crescevano. E li rivedo tutti e tre in certe loro

particolari attitudini. Il nonno, quando al calar del giorno tornava

dalla campagna e noi se ne stava ad ascoltare il rumore del calessino

per essere pronti a spalancare il portone, vedere la sterzata sapiente

del vecchio Nicola e l'entrata trionfale del nonno fiancheggiato da

due enormi canestri di frutta. Egli balzava, lindo e lesto, piccolo

vecchietto dai capelli bianchi, vestito di una giubba scura a bottoni

dorati, con un cravattone al collo che partendo dal mento gli girava

sulla nuca e tornava sotto il mento ad allacciarsi in un nodino

minuscolo: in qualunque giorno e in qualunque ora non l'ho mai visto

con altro abito. La nonna invece, che non usciva mai di casa, aveva un

giorno fisso per mettersi in gala; era il giorno del mercato. La si

vedeva allora vestita di seta verde, splendente ne' suoi ori e nella

matronale persona, avviarsi in piazza seguita da un domestico carico

di sporte e, quando ritornava in possesso di ogni ben di Dio, la si

sarebbe detta la figura simbolica dell'abbondanza.

La zia Carolina (oggi si direbbe Carla e pochi anni addietro Carlotta,

ma allora si diceva Carolina: nell'intimo nostro poi io l'avevo

battezzata Tuina) la mia zia Carolina, dunque, io la vedo sopratutto

nella sua cuffietta da notte semplice semplice, una bianca striscia

di percallo, ma che stava tanto bene intorno alla sua faccia rosea; la

vedo china sul mio letto ad aspettare il mio risveglio; la vedo, meglio

ancora, quando seduta dinanzi alla pettiniera si toglieva la cuffietta

e l'onda magnifica della sua chioma corvina scendeva fino a terra. Era

l'ultima dei sei figli della mia nonna e la meno avvenente delle tre

sorelle; la palma della bellezza spettava a mia madre, ma una serenità

dolce ed eguale era, insieme ai capelli, la bellezza sua e sempre,

ripensando a lei, mi appare come l'angelo tutelare della mia infanzia.

Anche la nonna mi voleva molto bene, mi viziava un po'. È vero che un

nonnulla bastava a farmi contenta: un pizzico di semi di popone, (i

poponi specialità di Caravaggio trionfavano alla mensa dei miei nonni

dove se ne tagliavano fin tre o quattro prima di trovarne uno degno

di essere gustato) un nastrino dai bei colori, qualche cencetto per

vestire la bambola; ma il maggior piacere era quello di ammettermi

nelle sue stanze private. Non ricordo di aver visto in altre famiglie

tante guardarobe quante ne aveva la mia nonna. Quelle casette di legno

tutte chiuse eccitavano la mia curiosità; ce n'era un po' dappertutto;

mi tentavano tuttavia maggiormente quelle che si trovavano sotto la

sua diretta sorveglianza, riunite in uno stanzone accanto alla sua

camera da letto. Trotterellando dietro le sue sottane m'era dato di

vedere talvolta, allo schiudersi di una magica porticina, montagne di

lenzuola frammezzate da sacchetti di spigo, che odoravano tanto buono,

coltroncini di seta damascata nelle tinte più vaghe, che mi facevano

pensare ai divani delle sultane nella reggia di Haaron al Rachid ed

alle vesti della bella Shecherazade che lucevano come il sole e come la

luna....

Davvero, col mio pizzico di semi di popone in mano, evocavo i

tesori delle _Mille ed una notti_ che la zia Carolina mi aveva dato

da leggere, e dove capivo, ed anche dove non capivo, mi piacevano

immensamente. Altri due stanzini, dei quali la nonna teneva sempre

le chiavi, servivano il suo istinto raccoglitore e conservatore e il

medesimo istinto in me trasfuso per consanguineità vi trovò il suo

primo sviluppo. Ogni forma antica mi attirava irresistibilmente; io

amavo i cassettoni panciuti, gli scrigni dagli innumerevoli tiretti,

le sedie fuori di moda. Perchè le amassi non appare ben chiaro in

una bambina che ne ignorava affatto il pregio, ma io lo so bene il

perchè, esso è tutto sentimentale. Sono ancora ignorante; non saprei

distinguere un mobile del seicento da uno del settecento, un Brustolon

da un Fantoni, un lavoro d'autore da un nulla di nulla; ma io amo tutte

queste cose che hanno vissuto, dove palpita tanta parte di umanità,

sola sopravvivenza di tanta gente morta. L'uomo colle sue passioni e

colle sue illusioni, colle sue ebbrezze e co' suoi dolori è scomparso,

la cosa è qui; essa racchiude parte della sua anima, del suo pensiero,

della sua volontà; lo strumento ha cessato di lavorare, ma l'opera è

salda nel tempo; l'amore che noi le portiamo è la segreta rispondenza

all'amore che l'ha creata. È certo che il piccolo bacherozzolo

trotterellante dietro alla nonna non faceva queste riflessioni,

ma la mente del fanciullo è pari al vetro di una negativa, dove il

viaggiatore raccoglie le fuggevoli impressioni che incontra sulla sua

strada e che sviluppa più tardi cogli acidi dell'esperienza.

Negli stanzini della nonna attirava particolarmente la mia attenzione

uno di quei cofani ricoperti di velluto con leggiadre applicazioni

di ferro battuto, nei quali le spose di una volta tenevano il loro

corredo. Dolorose circostanze mi privarono per lunghi anni della sua

vista; mi riapparve dopo la morte della nonna nell'ora triste e volgare

della divisione delle spoglie, e siccome nessuno lo voleva, così

tarlato e spelacchiato neppure come cassa da imballaggio, me lo portai

via come una santa reliquia. I segreti delle mie proave vi stanno al

sicuro sotto la custodia rispettosa del mio affetto.

Da quanti anni è incominciata la voga degli oggetti antichi, da

quando abili speculatori percorrendo le nostre provincie, le vallate

profonde dove erasi rifugiata la religione delle memorie se ne vennero

alla città col loro prezioso bottino? La data la troveranno i freddi

compositori di cataloghi. Io penso che tolte dal luogo dove vissero le

cose hanno perduto il loro profumo; conservano ancora le belle forme di

ciò che fu la loro vita, ma la voce è spenta; appoggiate ai muri della

casa straniera, sono lapidi in un cimitero. Oh! come vorrei trovare una

parola energica, che fosse l'opposto di snobismo, per esprimere il mio

vero sentimento, ma non la trovo. Di fronte a questa giostra di snobs,

rincorrentesi su cavallucci di legno per darsi l'aria di cavalieri in

sella guardo, con un misto di sdegno per loro e di un certo orgoglio

per me, il cofano della mia nonna che ho amato quando tutti lo

disprezzavano.

La casa dei miei nonni, ampia e comoda, colle sue sei finestre verso

strada e il solito cortile caratteristico del tempo, fra il pozzo e

la pianta di fico, aveva pure sul tetto quei draghi di ferro che prima

dell'incanalamento delle pioggie le scaricavano sulla via e un grande

piacere mio era di stare a vedere le colonne d'acqua che uscivano da

quelle forme fantastiche battendo il lastrico con un rumore di cascata.

Dolci ore passavo nel salottino accanto allo studio del nonno, dove

la zia Carolina lavorava insegnandomi certe canzonette francesi da lei

imparate nel collegio di Madama Garnier.

Arlequin tient sa boutique

Sur les marches d'un palais

Il enseigne la musique

À tous ses petits valets:

À monsieur Pol, à monsieur Li

À monsieur Chi, à monsieur Nel

A monsieur Polichinel!

Guardavo anche con interesse la vecchia Teresa incantucciata dentro il

vano di un uscio, sotto il portico, ad agucchiare indefessa intorno

ai bucati trimestrali della famiglia e il piccolo Toni sotto il fico

a spazzolare energicamente le scarpe del nonno e la lunga Francesca

(quanto era lontano il mio viso dal suo) che sciacquava piatti in una

vasca di nitido marmo fra quattro pareti fitte di rame di cui ogni

oggetto splendeva come un sole. Io andavo dall'una all'altra di queste

persone portata da un'aura di simpatia che rendeva il mio passo leggero

come un volo. Nessuno mi sgridava mai. Mi sentivo felice.

E come erano belle le sere d'autunno in casa de' miei nonni! Quando il

nonno tornava dai campi (aveva terre proprie e molte altre in affitto)

si metteva il riso al fuoco e la famiglia vi si riuniva tutta intorno,

il nonno, la nonna, la zia Carolina, la vecchia Teresa, la lunga

Francesca, il piccolo Toni, ultimo Nicola che era andato a mettere

a posto il cavallo. Saliva alta la fiamma sotto la cappa del camino

gettando bagliori rossi sulle facce schierate in giro.

Silenzio. Suona l'_Ave Maria_ della sera.

Ai primi rintocchi tutte le fronti si chinano; la nonna fa il segno

della croce; tutti la imitano e la breve preghiera recitata insieme da

padroni e da domestici si diffonde nell'ampia cucina patriarcale.

La sala da pranzo aveva nel mezzo una grande tavola massiccia

apparecchiata e una più piccola da un lato essa pure ricoperta da una

candida tovaglia, dove la nonna apparecchiava lei stessa le porzioni

per la servitù, in ragione dell'età e dei bisogni di ciascuno, avanzo

questo degli antichi rapporti coi domestici i quali sentivano del

padrone la soggezione e la protezione insieme. Dopo pranzo il nonno

piegava qualche istante il volto pallido e pensoso sull'_Eco della

Borsa_, unico giornale che penetrasse in casa; la nonna allora mi

prendeva sui ginocchi, mi baciava, mi coccolava, mi diceva la storia

del _Mostro turchino_ e quella delle _Due palombe_.

Alla domenica si giuocava a tarocchi intorno alla tavola de' miei

nonni. A fare il quarto veniva generalmente lo zio Germanico, che era

il dottore del paese e aveva sposato la seconda sorella di mia madre.

Se capitava qualcun altro la zia Carolina cedeva il suo posto. Io, dopo

essermi trastullata un poco a osservare le figurine del giuoco: _La

ruota della fortuna, Il pazzo, L'appeso,_ sgaiattolavo dalla mia sedia

giù sul pavimento a intraprendere carponi il giro della sala ignorando

di aver avuto un celebre predecessore e con intenzioni molto meno

filosofiche delle sue. Mi piacevano le pareti rivestite fino a metà da

un alto zoccolo di legno scanalato e verniciato, risalendo le quali,

fino al soffitto, l'occhio mio fanciullesco si beava in una pittorica

esposizione di frutta più grande del vero e di uccelli fantastici;

forse l'uccello Roc il di cui uovo miracoloso pendeva dalla volta del

palazzo di Aladino?

Poi mi fermavo dinanzi al paracamino dove era dipinta una montagna con

un ciuffetto di fumo sulla cima e scritto sotto: _Etna o Mongibello_.

Dall'Etna o Mongibello passavo alla rivista dei ninnoli rinchiusi

dietro i vetri di uno di quei mobili che si chiamano _étagéres_, con un

vocabolo francese che non saprei in qual modo sostituire, e finalmente

prendevo fiato accanto ad un grazioso Arlecchino alto come me — ma

io ero in ginocchio — ricamato a punto croce con una mascherina nera

attraverso i cui fori brillavano gli occhietti di vetro. Vestito di

verde di rosso e di giallo, con una stecca nel dorso che lo teneva

ritto, brandendo la minacciosa spatola di legno, egli faceva la

guardia all'uscio vegliando quando era chiuso e tenendolo aperto quando

occorreva, contro la forza del vento.

Sollevandomi dal mio viaggio terra a terra, contemplavo il più

bell'ornamento di quella sala, i ritratti a olio del nonno e della

nonna, opera del pittore Moriggia che della nostra famiglia era

amicissimo. Giovanni Moriggia, gloria di Caravaggio, che fu già culla

di altri pittori celebri, ebbe l'onore di affrescare la cupola del

grande Santuario coi relativi pennacchi rappresentanti le quattro virtù

cardinali: Giustizia, Fortezza, Prudenza, Temperanza. Nel pennacchio

della temperanza, che ha per soggetto l'incontro del ricco Booz colla

dolce Ruth, la figura della spigolatrice è stata presa da mia madre,

che ne aveva veramente nel volto la dolce bellezza. Un grande quadro

del Moriggia, ideato durante il suo esilio di patriota in Svizzera,

è quello del Guglielmo Tell che riconosce Alberto d'Austria sotto le

spoglie di un frate francescano. Io lo vidi durante tutti gli anni

che andai a Caravaggio appeso nella camera della zia Carolina e mi

rimase negli occhi fra le impressioni più vive della mia infanzia.

Conobbi anche Moriggia negli ultimi anni della sua vita. Era un vecchio

alto e magro cogli occhi scintillanti. Mi colpì una volta che parlava

concitatamente con una mia zia, questa frase «Lo dicevo sempre a Luigi

Napoleone, ma egli ci ha traditi». Chiesi poi alla zia chi fosse quel

Luigi Napoleone che ci aveva traditi e la zia mi fece rimanere di

sasso rispondendo con tutta semplicità: «È l'imperatore dei Francesi».

Mazziniano, affigliato alla _Giovane Italia_, Moriggia conosceva

tutte le persecuzioni del governo austriaco, compresa la prigione,

ed esiliato più di una volta, nell'esilio appunto si era incontrato

col giovane principe cospiratore anch'egli e, come è noto e come

provò in seguito favorevole al movimento liberale italiano. Oltre ai

ritratti del nonno e della nonna, Moriggia ritrasse quasi tutti della

famiglia, ma quei due mi sembrano i più efficaci per finezza di lavoro

e somiglianza perfetta della quale rimango testimonio io sola essendo

tutti gli altri morti. A quei due ritratti di persone, che tanto

sorriso sparsero sulla mia infanzia e che il succedersi delle vicende

condusse nella casa di parenti che non li conobbero, invio da queste

pagine un saluto pieno di commozione.

Sola superstite di un piccolo mondo scomparso! Ripensandoci mi sembra

di aver vissuto due vite. La storia dell'universo è scolpita nella

memoria di ciascuno; ogni generazione la trasmette ad un'altra per

mezzo di piccole evoluzioni quasi invisibili. Sono io la stessa di

ieri?

Oh! l'imprudente fanciulla che avendo abusato dei semi di popone ed

anche dei poponi e delle belle pesche vermiglie che il nonno portava

a casa nel suo calessino, doveva rimanere a letto un giorno o due

invariabilmente tutti gli anni a purgare il suo peccato di gola!

Ma anche quei giorni nella casa benedetta non mancavano di letizia.

Dormivo in una bella camera, detta la camera dei forestieri, attigua a

quella della mia cara zia, e, manco dirlo, fiancheggiata da due grandi

guardarobe. Non mi sono mai annoiata in vita mia se non in compagnia

d'altre persone.

Come si può essere così nemici di se stessi da non saper reggere a

rimanere da soli?

Quando non avevo accanto la zia o la nonna, mi divertivo a contare i

travicelli e i rosoni del soffitto spostandoli a mio talento formando

nella mia mente altre combinazioni; oppure l'occhio, innamorato sin

da allora della bellezza, si sprofondava con intenso diletto sulle

ampie tende che, dall'alto delle finestre, scendevano a toccare il

suolo ed avevano il fondo del colore del cielo cosparso di ghirlande

di rose. Il momento difficile era quello di prendere la medicina.

Mio zio Germanico, il dottore, buon uomo se mai ve ne fu, ma di una

semplicità ruvida di cardo, invece di una graziosa pillola inargentata

o di una bevanda al sciroppo d'arancio, si ostinava ad infliggermi

un bottiglione pieno di un intruglio nerastro al quale dovevo i

soli istanti amari del mio soggiorno a Caravaggio. Ma anche su

questi vegliava l'affetto inesauribile della zia Carolina con dolci

ragionamenti, con promesse, con carezze. Un giorno che doveva recarsi

a Milano mi chiese che cosa mi avesse a portare se prendevo docilmente

la medicina. Espressi il mio desiderio per un nastrino di velluto _à

la reine_ rosa e la vedo ancora partire col suo _cabas_ in mano, la

vedo ritornare traendo da esso il vellutino _à la reine_ che mi aveva

resa felice tutto il giorno nella aspettativa. Il _cabas_ della zia

Carolina, al pari della sua cuffietta da notte, sono nel mio pensiero

indivisibili da lei stessa. Non usavano allora le borse di pelle.

Quando a Milano, rientrando dalla scuola, vedevo sopra una sedia una

specie di sacca ricamata, che presentava da una parte un cagnolino

nero accovacciato sopra uno sgabello rosso e dall'altra su un trapunto

di perline di vetro due grandi cifre C. M. con un contorno di fiori,

spiccavo un salto per la gran gioia. Era il _cabas_ della zia Carolina!

_La liberté, ce seul besoin du sage!_ Non mi era noto allora questo

verso, ma la verità che esso contiene fluttuava inconsciamente nel

mio istinto di bimba solitaria e nel desiderio occulto di uscire di

casa sola. Il mio soggiorno a Caravaggio soddisfaceva anche questo

desiderio; lo consentiva l'uso del paese e la vicinanza delle mete

che mi era permesso di raggiungere. Una fra queste era la mia nutrice

alla quale volevo molto bene. Venivo accolta come una regina; si

alzava subito, deponendo fuso e rocca, se stava filando; mi sorrideva,

chiamava le sue cognate perchè mi venissero a vedermi, per tal modo

erano in tre a farmi festa, tre paia d'occhi benevoli che mi scrutavano

da cima a fondo, approvando con un luccicore umido nelle pupille che

era tutto una tenerezza. Poi la mia balia apriva la sua rozza credenza,

mostrandomi in fondo a una scodella alcuni gamberi in salamoia, che

aveva serbato a bella posta per me; da parte mia, quando l'avevo, le

davo una mezza muta d'argento, che la faceva contenta ed io più di lei.

Qualche volta, di rado, la nonna mi incaricava di portare un cestello

di frutta alle sorelle del nonno, due vecchie zitelle che vivevano

sole; una minutina, magra, svelta, la zia Caterina, si incaricava

di tutte le loro faccenduole in casa e fuori; l'altra, la zia Lucia,

un donnone, corpulenta e grassa, passava le giornate in un salottino

semibuio, sdraiata sopra un piccolo divano giallo, che scompariva sotto

la grossa persona. Si diceva che da giovane fosse stata molto bella

e consapevole di questo suo pregio rifiutasse tutti i pretendenti,

commentando che non si sarebbe mai sposata se lo sposo non veniva a

prenderla con un tiro a quattro. Forse questa frase era una malignità

dei respinti; comunque il tiro a quattro non giunse mai alla sua porta

ed ella certo non lo aspettava più. La cuccuma del caffè, l'antica

cuccuma di rame, stava tutto il giorno sul focolare delle due vecchie.

La zia Caterina magra e svelta la portava a tutte l'ore alla zia Lucia

immobile sul sofà e tutte e due sorbendolo pensavano forse che vi è

ancora qualche dolcezza nel mondo.

Nel breve tratto di strada, che percorrevo per fare le mie visite,

c'era una botteguccia dove una donna vendeva filo, aghi, bottoni d'osso

esposti confusamente in una vetrina polverosa ed appannata, con mezza

dozzina di fazzoletti intorno sempre gli stessi, e due o tre foglietti

di carta da lettera picchiettati dalle mosche. Fra queste povere cose

c'era tuttavia un cartoncino che attirava la mia attenzione per tutti

gli spilli che vi erano infilati dentro l'uno dietro l'altro come

soldatini in parata, colle loro capocchie di vetro assortite nei più

bei colori, verde, rosso, aranciato, viola; nè io badavo che fossero di

vetro, perchè la mia immaginazione le aveva già poste nella gerarchia

delle pietre preziose distinguendole in smeraldi, in rubini, in topazi,

in ametiste: elenco di tesori che la lettura delle _Mille ed una notte_

mi aveva reso famigliari.

Questa agilità della fantasia a muoversi nei campi dell'irreale doveva

procurarmi i momenti forse più belli della mia vita. L'uomo che nel

_Morgante maggiore_ del Pulci, si burla del vicino, che, avendo sognato

i suoi buoi ne pretendeva il possesso e mostrandoglieli riflessi nel

fiume gli dice ironicamente: «Or va laggiù a pigliarli, son tuoi»

afferrando la verità immediata del possesso, trascura il valore della

conquista spirituale. Bisogna lasciare al sogno il largo posto che

esso occupa nella nostra esistenza. Togliendolo all'uomo lo si priva

di uno degli attributi che lo distingue dalla bestia. Coltiviamo il

sogno: esso è l'isola incantata dove il navigante tra l'una e l'altra

tempesta riposa. Il solo ammonimento che ci dà la ragione è quello di

contenerlo entro i limiti di piacere superiore. Dagli spilli che io

ammiravo non potevo ritrarre nessun utile personale, ma il diletto,

che provava la pupilla posandosi sui variopinti colori, metteva in

moto le cellule del mio pensiero e tanto me ne compiacevo da reputarmi

ricca quando riuscivo a comperarne una cartina. Mi divertivo allora a

contarli, a suddividerli col mio criterio fanciullesco secondo l'età

e la condizione del destinatario, come faceva la nonna coi piatti del

desinare, e poi correvo a portarli alla mia balia, alle sue cognate,

alla vecchia Teresa, alla lunga Francesca. Se fossero stati veramente

smeraldi e rubini non avrei potuto sentirmi più fiera del mio dono. E

quanto felice!

Un'altra casa sulla quale si raccolgono i buoni ricordi delle mie

vacanze a Caravaggio, un po' succursale di quella dei nonni, era

la casa della zia Claudia, moglie al dottore. Meno comoda meno

ordinata, meno signorile, questa seconda dimora non mi era perciò meno

gradita. Alla mia fantasia vagabonda una porta un po' sgangherata, un

sottoportico irto di ciottoli come un sentiero di montagna, una catasta

di legna in un canto, non presentavano nulla di sgradevole; nemmeno la

fossa delle immondizie aperta a ciel sereno stonava troppo, poichè un

albero di alloro vi sorgeva dapresso ombreggiandola colle sue lucide

foglie e un bel giorno mi sorpresi a comporre questa osservazione

«Anche nella vita troppe volte l'alloro cresce sulle immondizie».

Il cortile della zia Claudia non presentava esso pure la costruzione

lineare del cortile del nonno, ma aveva, impareggiabile vantaggio,

una spalliera di albicocche dorate, così luminose nel sole che tutta

la casa ne riceveva una specie di sorriso e un tralcio di vite, che

saliva ad abbracciare i pilastri di un loggiato superiore, al quale

dava libero accesso uno scalone di pietra, ben noto ai miei piccoli

passi leggeri. Nel mezzo del cortile poi molte pianticelle di fiori,

senza esclusione del domestico prezzemolo e della salvia aromatica

costituivano uno di quei giardinetti provinciali che, forse in memoria

dei beati tempi, ho sempre preferito alle aiuole lisciate e pettinate

dei giardinieri di professione. C'erano anche intorno al cortile

ripostigli e stambugi adattatissimi per il giuoco di nascondersi che si

faceva insieme ai nipoti dello zio Germanico, ospiti quotidiani al pari

di me.

Lo zio Germanico era l'uomo di compagine più semplice che io abbia

mai conosciuto. Flemmatico oltre ogni dire, quando aveva compiuto il

giro de' suoi ammalati, ospedale e comune, e fatto il debito sonno

del pomeriggio, si metteva a cavalcioni di una delle molte sedie che

popolavano il sottoportico a fumare la sua pipa. Se capitava allora un

cliente, generalmente un contadino o una povera donna, egli nè mutava

posizione, nè si toglieva la pipa di bocca; nemmeno voltava la testa.

«Cosa avete? — Signor dottore mi duole lo stomaco — Che stomaco? dove?

— Signor dottore....». Balzava fuori allora come un diavolino da una

scatola, la zia Claudia e si poneva fra i due «Guardalo dunque, se

non lo guardi come puoi capire? E voi, dite su, dove vi duole? Qui?

qui?...» Usciva un brontolio dalla bocca chiusa del dottore e la zia

Claudia incalzava «Levati la pipa di bocca, come vuoi che capisca?»

«Gru, gru» e la zia a spiegare «Ha detto di mostrare la lingua» Così

fino alla fine della visita. Era la cosa più buffa che si potesse

immaginare: la flemma del marito, il fuoco della moglie.

La zia Claudia aveva veramente l'argento vivo addosso. Seconda

delle tre sorelle, non assomigliava nè a mia madre nè alla zia

Carolina. Faccendiera per temperamento era in piedi tutto il giorno;

una sua particolare fobia di pulitezza gliene dava buon giuoco

trovando necessario di sorvegliare la domestica ad ogni passo,

sostituendosele anche in certe delicate preparazioni del cibo. Era

così schifa su questo capitolo del mangiare che, invitata a pranzo

da un'amica, portò con sè il proprio pane non stimando il fornaio

dell'amica sufficentemente pulito. Di ciò se ne rideva insieme; ma a

me faceva pena quando, non so per quale pio voto, essendosi imposta

la mortificazione di baciare la terra, dopo aver recitate le sue

preghiere, cercava affannosamente presso ai mobili l'angolo che

presumeva più al sicuro delle eventuali sporcizie.

E anche la zia Claudia, quando non fosse occupata a rincorrere

la servetta, (occorrevano sempre a lei serve giovani da poter far

piroettare) eleggeva a suo domicilio il sottoportico, vi riceveva,

vi lavorava, ammesso che lavorasse, perchè io in verità non l'ho mai

vista seduta tranne che nel caso di dover discorrere con qualcuno;

esso era il centro di riunione come l'_hall_ per le case inglesi; è per

questo che tutte le sedie disponibili vi erano raccolte in democratica

fratellanza colla catasta di legna e nessuno vi faceva caso. La vecchia

dimora, dimora avita dello zio, era sempre stata così. Dovevano, però,

i visitatori premunirsi contro le correnti d'aria, perchè l'_hall_

della zia Claudia, posto tra il cortile e la strada colla porta sempre

aperta, faceva una terribile concorrenza alla rosa dei venti. Non

che mancassero i locali; la casa era ampia, ampia ma scomoda: tutti

quegli stambugi, solai, scale e scalette, che formavano la delizia di

noi ragazzi, erano un inutile ingombro al disimpegno delle domestiche

faccende; moltiplicavano le lontananze, interrompevano le unità,

obbligando venti, trenta volte al giorno, ad affrontare l'alpinìsmo dei

sassi sotto il portico per recarsi da una camera all'altra che guai ad

avere calli (ma noi ragazzi non ne avevamo). Si spiega come, muovendosi

sopra un'area abbastanza vasta, lo zio e la zia non disponessero di un

salotto conveniente. C'era bensì un salottino dietro la cucina, ma così

stretto e buio (somigliava a quello della zia Lucia) che non invitava a

rimanervi.

Ma dove lascio la sala d'onore? Perchè esisteva veramente una sala

d'onore e bella. Solo che per accedervi bisognava o attraversare il

famoso acciottolato del portico, una loggetta, il cortile, (bagnandosi

se pioveva); oppure la cucina, il salottino buio, una ripida scaletta

di mattoni, un solaio, lo scalone di pietra e la loggetta come sopra.

Comodo nevvero? Naturalmente era sempre chiusa e invece delle visite

ospitava accanto ai mobili deserti, qualche sacco vuoto, qualche

paniere fuori d'uso, qualche dozzina di pere distese a maturare

per l'inverno. Un particolare curiosissimo di quella sala era la

tapezzeria, rappresentante a larghe linee un paesaggio inverosimile

dove un cacciatore puntava il fucile contro un uccellacelo sospeso a

pochi palmi sopra il suo naso; ma il bello veniva dopo, quando allo

svoltare della tappezzeria nell'angolo l'uccello veniva a trovarsi

dall'altra parte del cacciatore.

Qui dovrei forse fare punto fermo, cestinando un altro particolare

che ai miei giovani anni mi scandalizzava assai. Ma penso che quei

giovani anni, tanto io quanto i miei lettori, li abbiamo sorpassati e

siamo ora d'opinione che qualsiasi documento, anche il più puerile e

apparentemente insignificante, trova il suo posto negli usi e costumi

di un secolo e in questa nostra vita dove tutto si concatena. Dirò

dunque che, mentre il cacciatore se ne stava fisso al suo punto di

mira, anche se il punto sfuggiva al tiro, un altro misterioso individuo

soddisfaceva indisturbato sotto un albero i suoi più intimi bisogni.

Sono scherzi che ai nostri giorni, col nostro gusto raffinato, non

si potrebbero tollerare. Gli avi e bisavi invece ne ridevano, con

quello spirito semplice e primitivo che i nati dopo la rivoluzione

francese relegarono in fondo alla provincia. La burla che tenne tanto

posto nelle cronache dei Comuni e delle piccole Corti italiane, la

burla boccaccesca e rabelasiana, cadde a poco a poco dinanzi a una

coltura più diffusa e ad una maggiore sensibilità di nervi ma un lungo

strascico, spoglio della crudezza di quei tempi, rimase negli usi del

Settecento fino agli albori del secolo decimonono accontentandosi del

sottinteso scurrile.

Ho visto io sotto il Coperto dei Figini esposto in una di quelle

botteguccie, che i vecchi come me ricorderanno, un fermacarte

rappresentante col più crudo verismo una porcheria, che a trovarla per

la strada ci fa scansare rapidamente, e qualche anno dopo mi rallegravo

del progresso civile che aveva fatto scomparire simili pervertimenti

del gusto. Andai poi a Parigi e là, in pieno centro elegante,

sull'angolo della via Coumartin, in un negozio all'insegna — _Au bon

rire gaulois_ — vidi ancora il medesimo scherzo (chiamiamolo così) che

a Milano era scomparso da mezzo secolo.

Per chi ama riflettere sugli atteggiamenti spontanei del popolo

è interessante questo sopravvivere di una tendenza, che sembrava

sorpassata per sempre e sopravvivere nella città che fu detta il

cervello del mondo. Il _bon rire gauloi_s si vede che è rimasto

vitalità tenace della razza, proprio a Parigi dove si trovano ancora la

bettole _Aux armes de Chartre_ come ai tempi del Re Sole. Di un altro

re più moderno, un re di quel secolo decimottavo durante il quale la

burla poco pulita dilagò dovunque, si ha questo aneddotto che prova

la diffusione di un uso al quale non sfuggirono fino all'ultimo le più

alte classi sociali. Beniamino Franklin trionfava nella capitale della

Francia e le sue idee utilitarie formavano il soggetto di tutte le

conversazioni; la contessa di Polignac, grande amica della disgraziata

Maria Antonietta, se ne mostrava entusiasta al punto che Luigi XVIº,

_le roi débonaire_, per prenderla in giro le mandò un magnifico vaso

da notte, espressamente ordinato alle officine di Sèvres, con suvvi

impresso il ritratto dell'uomo alla moda e il motto: _art e utilité_.

In quella casa bizzarra, tra la zia Claudia sempre in moto e lo zio

Germanico taciturno, io m'aggiravo in piena libertà. Trascorsi i

primi anni dell'infanzia mi disinteressai dei giuochi rumorosi dei

miei compagni. Preferivo sedermi sopra un rialzo della loggetta,

che fiancheggiava il giardino e, pur non sdegnando i bei grappoli

d'uva pendenti sul mio capo con certi chicchi lunghi come bozzoli,

mi sorprendevo ad errare collo sguardo sulle aiuole scompigliate

dal gatto, così senza un pensiero fisso, ma col germogliare di tante

sensazioni sposate alla bellezza dei fiori che incominciavo a conoscere

per nome; la diversa colorazione dei gerani, il profumo della vaniglia,

lo strano volto delle viole del pensiero e una pianticella di fiori

chiamati le meraviglie che odoravano solamente al tramontare del sole,

e un'altra che si ingemmava di piccole bacche bianche lucenti rotonde

come perle; e le erbe, le care erbe dai molteplici odori che coglievo

per mettere nel mio fazzoletto. Non conoscevo ancora il delizioso verso

della Cantica «Sia il tuo amore simile a un mazzetto d'erbe odorose

appeso alla tua cintura» e non conoscevo l'amore. In nulla fui precoce,

nemmeno in questo. Ebbi però prestissimo sviluppata l'attitudine

all'osservazione e una intuizione, che contrastava singolarmente con

una ingenuità assoluta, da sembrare qualche volta deficienza. Ero anche

seria più che non comportasse l'età, con una inclinazione a problemi

che raramente interessano le bimbe di nove o dieci anni. Mentre i

nipoti dello zio si erano divertiti a disegnare omini e cavallucci

sulla parete dello scalone, io vi scrissi questa quartina letta chi sa

dove:

Giovin, che tanto altero

vai della tua beltade,

nel fior che presto cade

contempla il tuo avvenir.

A chi la dirigevo? A nessuno in particolare: al mondo, alla vita, forse

a me stessa.

Staccandomi dai miei coetanei mi accadeva di rimanere più a lungo in

compagnia della zia Claudia e delle persone che venivano a visitarla.

Era difficile che qualcuno passasse dinanzi alla porta aperta, alle

sedie allineate ed alla vigilanza della zia, senza entrare per poco

o per molto a scambiar le reciproche idee sugli ultimi avvenimenti

del paese. La zia Claudia mi voleva anche lei molto bene, mi chiamava

la sua nipote prediletta e mi parlava come ad una persona grande,

privilegio lusinghiero per i miei gusti di fanciulla assennata.

Frequentava la casa anche uno dei nipoti maggiori (ve n'erano di tutte

le età). Questo di cui voglio parlare, un giovinetto, sui sedici anni,

pallido, delicato, di temperamento dolcissimo, mi si era affezionato in

un modo che, data la differenza dell'età, appariva singolare. Diceva

che quando fossi più grande mi avrebbe sposata; lo diceva alla zia,

lo diceva, a me; la zia abbozzava un sorriso, io non rispondevo nulla

perchè era come se mi avesse detto: Fra qualche anno parleremo arabo

insieme. Durante una delle ultime vacanze che passai a Caravaggio

venne fuori una milanese, una ragazza che fece subito impressione

per la disinvoltura piuttosto sguaiata colla quale si accaparrava i

giovinotti. Si osservavano i suoi abiti, i suoi gesti. Aveva trovato

modo di avvicinare i nipoti dello zio Germanico e per questa via la

zia ed io eravamo al corrente dei suoi successi. Un giorno il mio

promesso sposo mi comparve d'innanzi con un anellino di corniola al

dito; siccome non l'avevo mai visto gli chiesi semplicemente da qual

parte gli venisse ed egli con pari semplicità mi rispose: «Me lo ha

dato l'E....» «Come! esclamai, dici che vuoi sposarmi e porti l'anello

di un'altra. Allora è segno che vuoi bene a lei; sposa quella». Il

buon ragazzo si affannò a spiegarmi come glielo avesse posto in dito

di viva forza, ma che era pronto, se questo mi faceva dispiacere a

levarselo. Aveva già compiuto l'atto ma sembrandogli di non avermi

persuasa abbastanza soggiunse: «Vuoi che lo spezzi, che lo schiacci

sotto ai piedi, per mostrarti qual conto faccio dell'E..?». «Ah? no,

dissi sarebbe peccato». Egli ebbe una rapida ispirazione «Lo vuoi tu?

Prendilo, è tuo». Tutto giulivo me lo porse e io fiera del mio trionfo,

non potendo tenerlo su nessuna delle mie dita perchè troppo largo,

lo ravvolsi nella cuffietta della bambola e lo riposi gelosamente in

tasca.

Graziosa corniola lucida rosata, trasparente di quell'anellino! Essa mi

rappresenta il primo passo che feci fuori dell'infanzia. Il giovinetto

morì consunto prima ch'io diventassi una signorina da marito e ancora

non posso vedere una corniola senza provare una dolce commozione. Ma

da quanto tempo questa pietra non si vede più? I giovanissimi non la

conoscono neppure. Essa e le sue compagne, agate, turchesi, granatine,

che le famiglie di quel tempo si trasmettevano di generazione in

generazione, con quelle legature così originali, così veramente belle,

dove trionfava la nobile arte degli orafi antichi nutriti ancora

delle eleganze di Benvenuto Cellini, scomparvero colla diffusione del

brillante.

Il _solitaire_ di dieci o quindici mila lire, che i nuovi arricchiti

mettono in mostra sul petto delle loro donne come vi appunterebbero un

pacchetto di banconote se appena appena brillassero un poco, risponde

meglio alle esigenze del secolo materialista. Allora, negli strascichi

del romanticismo, la corniola impiegata sovente per ciondolo assumeva

le tre forme indivisibili di una croce, un'ancora e un cuore: fede,

speranza, carità. Ora ai polsi e all'orologio si appende il maialetto

d'oro.

La liberazione della scuola, dei compiti da fare, delle lezioni

da studiare non era il minore dei vantaggi delle mie vacanze a

Caravaggio. Continuavo ad essere nemica acerrima dell'insegnamento, pur

crescendomi il gusto della lettura e un particolare piacere di certe

parole, di certe frasi armoniose che mi davano una ebrezza musicale,

mentre la musica mi lasciava fredda o, se mi commoveva, era solo

come accompagnamento e complemento delle parole. L'intuizione, così

superiore in me alla coscienza, mi faceva penetrare in alcuni stati

d'animo, che non avrei diversamente compresi. La dolce malinconia,

il _pathos_ dei seguenti versi dell'_Edmenegarda_ mi rapiva in una

contemplazione che la zia Claudia, ammonendomi di non cogliere l'uva

acerba, non sospettava neppure, quando io, indugiando silenziosa sullo

scalone di pietra li affidai, in mancanza dei quaderni distrutti, alla

solita parete che riceveva gli sfoghi grafici di noi fanciulli.

O giovinette, gioia vereconda

della casa materna, a cui dovrebbe

vergin campo d'amori esser la terra,

quand'io vi veggo rotear ne' balli,

di rose e gigli incoronate il crine,

quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi

le memori narrarvi ore del chiostro

o le speranze del futuro amante,

non vi sorrido, ma pietà mi stringe

dolorosa di voi che imprenderete

la dura via fra poco.

Improvvisamente, un giorno? una sera? Non so: un gran buio circonda

quell'ora solenne del mio destino. Ero a Milano; la scuola, secondo

l'orario di quegli anni, mi teneva prigioniera senza interruzione dal

mattino fino alle quattro; alle quattro e mezza si pranzava; alle otto

a letto. La mia vita in casa non era che un passaggio occupato dai

compiti e dalle lezioni. Non so altro, non ricordo altro. Mi fanno

chiudere i libri a un tratto e il papà mi conduce da una famiglia amica

che abitava presso a noi e dove c'erano ragazze e ragazzi della mia

età; vi passai tutta la notte in un lettino improvvisato e la novità,

la compagnia, i giuochi di quei fanciulli, non mi lasciarono agio di

pensare alla singolarità degli avvenimenti.

Il giorno appresso una persona, non rammento chi fosse, venne a

prendermi per ricondurmi non dai miei genitori, ma a Caravaggio. Di

sorpresa in sorpresa! Anche qui la gioia e la presa di possesso dei

miei beni mi impedirono di approfondire ciò che si disse per spiegare

la mia venuta fuori del tempo. Importava assai a me la ragione del

perchè! Ero felice e credevo ancora che la felicità non dovesse finire

mai. Mancava però la nonna e alla mia domanda dove fosse mi si rispose

che era andata alla campagna per sorvegliare certe faccende, ma che

sarebbe tornata subito. Pranzammo soli, il nonno, la zia Carolina ed

io. Il nonno non pronunciò una sola parola, la zia Carolina sospirava

spesso indugiando sui cibi come se le tornassero a gola. Avevo visto

altre volte a quella tavola i volti rabbuiati per la tempesta che

rovinava il raccolto e pensai che si trattasse di una disgrazia del

genere e me ne stetti ben zitta e ben tranquilla per non turbare le

loro preoccupazioni.

Dopo pranzo venne lo zio Germanico, ma non essendo domenica non veniva

per la partita a tarocchi. La zia Carolina gli corse subito incontro

nell'andito e poichè tardava a rientrare, il nonno la raggiunse e

stettero fuori un po' di tempo. Poi sentii il nonno che saliva al

suo studio e la porta di casa sbattere per il dottore che andava via.

Quando la mia cara zietta tornò in sala, aveva gli occhi rossi. Io ero

turbata per quell'ombra di mistero che mi circondava, ma non sapevo che

cosa dire. Ella mi abbracciò strettamente, raccomandandomi di andare

a letto subito, che la mattina seguente sarebbe venuta la balia a

prendermi per condurmi un po' con lei.

Come fu l'ora giunse infatti la buona donna a prendermi. Ci avviammo

verso la chiesa maggiore dedicata a S. Fermo intanto che suonava

la messa. — Entriamo — disse la mia nutrice. Ed entrammo. Io non la

guardavo, abbandonata oramai al mistero che mi trasportava, ma lei

doveva essere molto commossa chinandosi su di me per dirmi — Prega,

prega con fervore, la tua mamma è morta. —

Scoppiai in pianto.

Una giovinezza del secolo XIX · 第 7 / 15 题