Prologo

_13 Luglio 1917._

È l'alba. La suora di guardia entrando col suo passo leggero dischiude

le finestre della mia camera. Sul rettangolo della finestra, che

costeggia il letto, si disegna un cantuccio del mio terrazzo e nel

biancore perlaceo delle prime luci il roseo dischiudersi di un oleandro

accende piccoli punti di luce più viva. Tutte le mattine io ho questo

angoscioso risveglio dell'anima sana e vibrante, che si riaffaccia al

giornaliero supplizio di trovarsi legata a un corpo infermo. Dai sogni

della notte sempre pieni di immagini leggiadre, di movimento, di vita,

passo senza transazione, con un semplice dischiudersi delle palpebre,

a questo atroce stato di immobilità, che dura già da quindici mesi e

che sarebbe paragonabile a un torpido vegetare di pianta, se non fosse

aggravato da spasmodiche sofferenze.

Il terrazzo, che dal mio letto vedo appena di scorcio, rappresenta

il desiderio di molti anni trasformato in una crudele ironia. Molti

anni desiderai questo asilo di pace al disopra del brulichio della

città, aperto sotto il cielo, diviso dagli uomini per tutti gli

arbusti e i fiori che avrei saputo radunarvi, prodigando le mie ultime

attività al misterioso germogliare della terra che suole attirare chi

è prossimo a entrarvi per sempre. Ma non appena in possesso di questo

modesto desiderio un male, che nessuna scienza di medico sa guarire mi

inchiodò, fra due materassi dai quali guardo il mio terrazzo, come Mosè

guardava la terra promessa, senza potervi entrare.

Pure nell'alba di questo mattino, simile a tutti gli altri da quindici

mesi, un improvviso senso di dolcezza, quasi tenero alitare di gioie

perdute, ecco si impossessa improvvisamente di me in una rapida

ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. Che è questo profumo

che mi viene incontro dagli obliati sentieri della mia infanzia,

della mia giovinezza? Profumo di orti lontani, di piccoli verzieri

sepolti nell'ombra di una fitta vegetazione, un po' umidi, dolcemente

romantici? È la maggiorana colla sua canzone «_Stella Diana quante

foglie ha la vostra maggiorana?_» È il timo? «_Timo t'amo; di giorno ti

vedo, di notte ti bramo?_» È la santoreggia dall'odore acuto, ornamento

dei davanzali contadineschi? È la selvatica menta cara agli amori dei

gatti in fondo ai giardini abbandonati?

Oh! profumi lontani, profumi dei miei giovani anni, io vi affidai alla

terra colla nostalgica fedeltà della mia anima provinciale, e voi mi

ritornate in quest'alba serena col richiamo misterioso del villaggio

nativo che fa voltare indietro il pellegrino giunto alla fine del

sentiero. Mi tendo per quanto lo consentono le membra indolorite,

verso il terrazzo aspirando la brezza che me ne trasporta gli aromi,

inghiottendola con un gusto di ambrosia. E sono felice! Si, per un

istante, guardo in volto questa indescrivibile cosa: la felicità.

. . . . . . .

Il cielo si colora a poco a poco, gli uccelli incominciano a

pispigliare, tubano i colombi nell'abbaino sopra il tetto; tra non

molto la campanella medioevale del palazzo Bagatti-Valsecchi farà

sentire i flebili rintocchi che un tempo chiamavano i fraticelli a

mattutino. La suora credendomi addormentata rinchiude delicatamente

vetri e imposte. Io continuo al buio il viaggio retrospettivo delle mie

memorie.

Non ho mai avuto l'abitudine di tenere un giornale. Dando vita ai tanti

personaggi della mia fantasia non pensavo a scrivere di me per me;

molto meno per il pubblico. Tuttavia, qualche volta, rievocando la mia

giovinezza, la trovavo così diversa da quella delle fanciulle d'oggi,

che mi avveniva di riguardarla non più come cosa mia, ma come buon

soggetto di romanzo psicologico cambiando nomi, luoghi, fatti. E però

neanche questo miscuglio di vero e di falso mi accontentava, perchè

il solo pregio di un libro vissuto, soggiungo, la sua sola ragione di

essere, è l'assoluta sincerità. In caso contrario, avviene come per

i romanzi storici, che non sono nè romanzo nè storia. È ben vero che

noi italiani abbiamo in tal genere un capolavoro, ma io non mi chiamo

Manzoni e i capolavori non sono affar mio.

Parlavo una volta di questa tentazione delle memorie con Gustavo

Botta, e chi lo conosce può dire se per ingegno, per coltura, per

specialissimo senso critico fosse facile trovare un interlocutore più

idoneo al consiglio. Manifestandogli le mie titubanze conclusi con una

ragione che mi parve la più convincente di tutte: essere cioè la mia

vita così spoglia di avvenimenti di rilievo che non avrei saputo da

qual parte rifarmi per darle un qualsiasi interesse.

Gustavo Botta rispose: La storia di un'anima è sempre interessante e

per quanto ella sia modesta vorrà credersi meno interessante della sua

_Teresa_?

Lì per lì la ragione mi parve buona. Se _Teresa_, che è la più umile

fra le eroine dei miei romanzi, ottenne forse il maggiore successo,

potevo scendere in lizza anch'io con qualche speranza. Ci pensai un

giorno o due, poi il tempo passò e non ne feci nulla.

È il concorso di diverse circostanze che fa ora risorgere la

tentazione. In primo luogo l'infermità, la quale, privandomi d'ogni

forma di vita e spezzando i miei legami col mondo, mi rigetta più che

mai nella attività interiore, che fu veramente il perno di tutta la mia

esistenza, parte per temperamento, parte in forza delle cose. Che può

mai fare una disgraziata prigioniera di se stessa, se non rigirarsi nel

breve spazio della catena che la configge al letto? Ma questo lavoro

da Sisifo, questo inutile rotolare di pensieri nella gora morta del

rimpianto, non ha nulla di comune col soffio creatore che mi investì

nell'alba di stamane. Io non sono più oggi quella di ieri, la grazia

è discesa sul mio capo. Non penso più se devo scrivere per me o per il

pubblico, non domando consiglio agli amici. Ascolto la voce della mia

zia Margherita nella canzone delle erbe odorose, rivedo il suo sorriso

sarcastico e la sua nera pupilla simile a un granello di pepe sciolto

in una lagrima di pietà. Intorno a questa singolare figura di donna

sorgono tutti i fantasmi del passato; io li sento agitarsi e correre

a nuova vita nel mio cervello. Il dio ignoto mi investe, mi domina, mi

prende in servitù d'amore. Obbedisco.

Che cosa riescirà questo libro nato da un profumo non so, non voglio

saperlo.

"Quanti da lieve oggetto escon talora

dolci pensieri all'anima!"

E che sia un profumo, un suono, una combinazione di colori che importa?

Non sempre si può sapere donde un pensiero prende vita, ma quando il

nucleo misterioso del movimento è formato resta in pari tempo acquisito

il suo diritto a vivere.

Qui il lettore pensa: Poichè _Neera_ ha già dichiarato che i suoi

ricordi sono privi di rivelazioni importanti, fatti o avventure che

possano interessare il pubblico non parlerà che di se stessa; dunque un

libro egoista e noioso.

Piego il capo al noioso e confermo l'egoista. Ma che vuol dire egoista?

Se si considera che ognuno di noi fa, potendo, esattamente quello che

vuole, cioè quanto gli consentono i suoi mezzi il suo temperamento

e il suo desiderio, dobbiamo riconoscere che l'uomo dal portafogli

sempre aperto alle miserie del prossimo, la signora che occupa il suo

tempo a scendere e salire le scale del povero, a soccorrere l'ammalato,

sono altruisti nel senso che la natura del loro soddisfacimento assume

direttamente la forma del bene che procura agli altri; ma non lo sono

più dell'artista, del poeta, del pensatore, i quali vuotano la propria

anima, dando ad altre, che ne mancano, il beneficio del calore, della

luce e dove quelli profondono denaro, pazienza, operosità, questi nella

solitudine della meditazione, nella intensità del sentire, nella divina

sofferenza del pensiero struggono i propri nervi e il proprio sangue.

Pensiamo che milioni di uomini conducono una esistenza al di sopra del

bruto solo perchè poche centinaia di grandi anime agitano continuamente

dinanzi a loro la fiaccola dell'ideale. Oh! i santi egoisti!

Il volo mi ha portata lontana; io volevo dire appena che non mi sembra

conforme al vero la taccia di egoismo fatta ad uno scrittore che parla

in persona prima. A ben riguardare è questa la forma d'arte più sincera

di tutte quando lo scrittore è sincero; il resto è maschera, finzione,

artificio. Chiunque sieno i personaggi inventati o resuscitati, essi

non sono che teste di paglia incaricate di presentare al pubblico le

opinioni e i sentimenti dell'autore. Ma quando egli ha pianto lagrime

proprie, quando ha amato e odiato, e toccate le altezze serene della

fede e sceso gli scabri burroni del dubbio, pungendosi ai rovi ed alle

pietre, oh! non dubitate, il suo cuore è simile al cuore di tutti gli

uomini, e parlando di sè sveglierà un'eco nel cuore di tutti.

Dice Anatole France che non si può essere interamente sinceri senza

essere un poco noiosi, ma non gli manca la speranza che parlando del

suo Io quelli che lo ascoltano non penseranno che a se stessi. Tutti i

ricordi, le confessioni, le meditazioni onestamente soggettive, mentre

sono nate dal bisogno di esprimere un certo Io, riescono appunto per

l'intensità della propria commozione a comunicare cogli altri uomini

o, quanto mai, con gruppi e categorie sociali più interessanti di una

vaga e generica umanità. Così, conclude un altro pensatore, i libri

autobiografici, colla forza espressiva delle cose individualmente

vissute, illuminano circoli di vite più ampie, danno la voce a più

vaste ansie che non sanno parlare. Documentano insomma.

È vero che Taine chiama l'Io detestabile, ma per Gian Paolo

Richter l'Io è ciò che la lingua può esprimere di più alto e di

più comprensivo, essendo ogni Io una personalità che significa

una individualità spirituale. Fra l'affermazione di Taine e quella

di Richter sta di mezzo un equivoco subito spiegato dalla parola

_spirituale_. E del resto il grande istoriografo della Francia non è

andato a cercare le origini alle memorie e ai documenti più oscuri?

E sarò io tanto ingrata da dimenticare l'argomento più persuasivo,

l'amore de' miei lettori? Tra le soddisfazioni più vive della mia

carriera letteraria devo pure annoverare la larga onda di simpatia che

mi venne, non dalla critica ufficiale, ma dal mondo ignorato invisibile

e lontano delle anime che mi amarono attraverso l'anima mia.

Sapere che qualcuno dei miei libri ha asciugato delle vere lagrime e

qualche altro diede ala di fede a coscienze turbate, è tale profonda

contentezza da giustificare l'opera e compensarla al di là di ogni

speranza. Ricordo con particolare commozione la preghiera di una

madre, la cui unica figlia consunta da mal sottile non trovava altro

oblio de' suoi dolori che nella corrispondenza del mio spirito, e

la madre, troppo povera per acquistare i miei volumi, me li chiedeva

come si chiede il pane. E un giovane, perfettamente sconosciuto, dopo

aver letto _Senio_ in una crisi particolare del suo cuore, mi scrisse

ringraziandomi del bene che gli aveva fatto quella lettura salvandolo

da un cattivo passo che stava per compiere.

Ora _Senio_ è un romanzo mediocrissimo, del primo periodo della mia

produzione, quando l'idea e la forma non si erano ancora concretate

in sostanza d'arte, e la fanciulla che alleviava il suo male nella

comunione col mio pensiero non era probabilmente un genio, ma ho

scelto a bella posta questi due esempi fra i più umili, perchè da essi

si avvalora la mia tesi, che molta luce può venire alle anime quando

un'anima si apre alle sue sorelle.

Ai nostri giorni è poco probabile avvenga ciò che si narra di una

città della Tracia, la quale da corrottissima e abbietta come era

tutta quanta si convertì per un verso di Euripide che cantava le glorie

d'amore; tuttavia ognuno di noi ricorderà i momenti e le ore di vera

gioia passate sulle pagine dell'autore prediletto, vale a dire colui

che ha maggiori affinità colla nostra psiche, che meglio intende le

nostre passioni e i nostri dolori. Vi è qualcuno, che leggendo quel

mirabile canto d'amore che è la _Nuit d'octobre_ del De Musset, rivive

talmente se stesso, da sentire cadere sul proprio cuore i conforti

della Musa al Poeta; ripetere quei versi in certi momenti è aver vicino

un fratello, è posare la fronte su un cuore che ci comprende. E vi

è chi in alcune pagine delle _Confessioni_ di S. Agostino si trova

portato in alto dal profondo senso di umanità che vi domina, quasi

preso per mano dal grande santo, che conosceva così bene le passioni

degli uomini, e guidato da lui verso sentieri di perfezione.

In seguito a simili esempi è arduo ritornare al mio modesto Io e

tuttavia non mi sento sbigottita. Penso quante volte i miei buoni

lettori desiderarono conoscermi, e quante volte mi chiesero dove sono

nata e chi mi istruì e come mi venne l'idea di scrivere e tante altre

cose. Ebbene, eccomi sono qui! Molti, purtroppo, troveranno una _Neera_

diversa da quella, che il bel nome classico e la loro stessa fantasia,

potrebbe aver suscitato; nè di tale disappunto mi vorrò soverchiamente

dolere, perchè nella mia ansiosa ricerca del vero preferisco essere

conosciuta come sono, anzichè avvantaggiarmi di meriti che non ho.

Chiarite così le intenzioni di questo libro che sarà l'ultimo mio e

quasi una specie di commiato, rammento a' miei lettori con malinconica

rassegnazione che lo scrivo penosamente dal letto, servendomi di

una matita guidata dalla mano sinistra, avendo la destra inferma,

condizione forse unica fra tante Memorie che furono scritte.

Dedico queste pagine d'amore e di dolore a tutti coloro che mi hanno

amata nella vita o nell'arte, un'ora, un giorno o sempre; ai miei morti

diletti; ai vivi che mi amano ancora e che mi circondano dalle loro

cure, ai lontani che non mi sarà più dato di rivedere; a coloro che

non vidi mai e che mi amarono nei miei scritti, infine a coloro che mi

ameranno quando non sarò più. Lasciatemi quest'ultima illusione, cara

fra tutte, di credere che nei tempi che verranno, qualche solitario,

qualche ingenuo sentimentale, qualche innamorato (se ve ne saranno

ancora) trovando sulle bancarelle delle fiere uno sciupato volume di

_Anima sola_ o di _Teresa_, dell'_Indomani_ o di _Vecchia casa_, di

_Duello d'anime_ o di _Rogo d'amore_ sarà tentato di leggere questo

autore sconosciuto e, forse, lo amerà per la misteriosa corrispondenza

delle anime che sopravvivono alla distruzione della materia e si

incontrano nel tempo e nello spazio. Lasciate che io ripeta il motto

ultimo di Giovanni dalle Bande Nere: «_Amatemi quando sarò morta_».

Una giovinezza del secolo XIX · 第 6 / 15 题